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Abbigliamento Tradizionale di Sardegna :: Storia e informazioni culturali sul Costume Sardo, l'abbigliamento del Popolo Sardo di Gerolama Carta Mantiglia.

Cultura Sarda > Cultura Sarda e Tradizioni


Desulo, Festa della Madonna della neve, agosto 1956, Abbigliamento tradizionale della Sardegna.
Donne in costume  (foto Comune di Irgoli), Abbigliamento tradizionale della Sardegna.

Abbigliamento Tradizionale di Sardegna

Prima di accennare alla situazione degli studi relativi all’abbigliamento popolare della Sardegna e` forse il caso di spendere qualche parola a proposito dell’uso che si continua a fare (e che invece non si dovrebbe fare) della parola costume e dell’uso che non si fa (e che invece si dovrebbe fare) dei termini ‘‘vestiario’’ (popolare) e ‘‘abbigliamento’’ (popolare). E` vero che normalmente con questo termine ci si riferisce all’abbigliamento festivo e non a quello giornaliero; tuttavia cio` non toglie che si tratti pur sempre di fogge di vestiario e che l’uso del termine ‘‘costume’’ sia quanto meno equivoco in considerazione del fatto che di esso ci si serve quasi esclusivamente per indicare fogge di abbigliamento popolare: proprio in questa limitazione d’uso sta l’ambiguita` del termine, ormai entrato nell’uso corrente a indicare, con valenza negativa, modi ‘‘altri’’ di vestire ammessi solo in occasione di spettacoli cosiddetti ‘‘folcloristici’’ e comunque in contrapposizione al comune modo di vestire. Pare di riscontrare in questa opposizione di termini un meccanismo analogo a quello denunciato da L. Lombardi Satriani relativamente ai termini ‘‘ascesa’’ e ‘‘discesa’’ normalmente usati per indicare scambi di temi folclorici dalla cultura subalterna a quella dominante e viceversa; pare insomma che – sia pure in diverso ambito – anche nella contrapposizione di questi termini «operi, magari a livello di inconscio, una concezione di superiorita` / inferiorita`, per cui cio` che attiene al mondo popolare, anche se per molti aspetti importante, e` comunque inferiore» (rispetto al corrispondente della classe egemone). D’altra parte il solo termine ‘‘costume’’ evoca immagini e ricordi ben diversi da quelli connessi al termine ‘‘abbigliamento’’, richiamando il primo alla memoria quanto meno (attualmente) fatti di folclore turisticizzato e in ogni caso connessi a concezioni di vita popolare quali sono state elargite, spesso in modo idilliaco e come rimpianto del buon tempo antico, dai mezzi di comunicazione di massa, complici alcuni studiosi di folclore. In realta` il permanere nell’uso della parola ‘‘costume’’ indica il perpetuarsi di una concezione del mondo popolare e delle sue manifestazioni materiali che ha origini assai lontane: quelle stesse origini, tra l’altro, che nelle raccolte etnografiche di inizio secoloXXhanno portato al prevalere dello ‘‘strano’’, del ‘‘ricco’’ e dell’‘‘elaborato’’ sul comune e alla supremazia dell’oggetto sull’uomo.

Gonnoscodina, donne in abito tradizionale, 1956.

Conseguentemente il mondo popolare e` stato visto esclusivamente come un serbatoio amorfo, utile soltanto per il prelievo di repertidi grandericchezza, varieta`,originalita` di forma;del vestiario non si e` preso in considerazione alcuna quello giornaliero e da lavoro, assolutamente anonimo, ma quello festivo, ‘‘pittoresco’’, sgargiante di colori e ricchissimo di gioielli; per fortuna in questo quadro sono mancati – anche se non del tutto – rimpianti per la scomparsa di tale abbigliamento. Ci si e` posto soprattutto il problema delle origini di siffatti modi di vestire; si sono tentati, in vari modi e in diversi tempi, collegamenti con epoche e fogge piu` o meno remote; si sono perfino sostenute – per quanto riguarda il vestiario maschile – parentele assai strette con i modi di vestire del periodo nuragico. Anzi furono proprio alcuni capi del vestiario maschile a polarizzare l’attenzione degli studiosi, che non mancarono di fare sfoggio di erudizione a sostegno di teorie evidentemente precostituite. Il problema di fondo della questione, quello cioe` del perdurare – per alcune localita` – fin verso i primi decenni del secolo scorso di determinati modi di vestire, non venne preso in considerazione, per cui l’indagine sulle manifestazioni materiali a livello popolare altro non era che preistoria vivente, scienza dei relitti, che in ambito popolare si mantenevano in vita peraltro in forma languente. Non ci si rese conto dell’insufficienza di una simile analisi ne´ ci si chiese, soprattutto, per quali motivi il vestiario tradizionale fosse ancora presente e in uso. Non ci si rese conto che quando certi fatti folclorici sopravvivono, come nota C. Levi-Strauss, ne e` causa non tanto la viscosita` storica, quanto la permanenza di una funzione che l’analisi del presente deve permettere di svelare.


Costume di Bitti (Nuoro), 1905.
Atzara, abito tradizionale, 1905.
Sposi di Nuoro, Abiti tradizionali sardi
Sposi di Nuoro, Abiti tradizionali sardi

VESTIARIO POPOLARE MASCHILE In linea di massima nel secolo XIX e nei primi decenni delXX il vestiario popolare maschile appare costituito da indumenti base diffusi in quasi tutti i centri dell’isola. Copricapo Il copricapo comune e` rappresentato dalla berritta, a forma di sacco con angoli arrotondati, lunga 40-60 cm; presente in quasi tutti i centri dell’isola, pur se con lievi varianti, e` realizzata sia in orbace che in panno. Il colore prevalente e` il nero,ma si puo` trovare anche in rosso, come ad esempio nel vestiario di Cagliari, San Vero, Cabras, Sassari: in quest’ultimo centro, anzi, la berritta veniva piegata e raccolta in tre cerchi sovrapposti (per questo detta a cecciu). Accanto al copricapo rosso coesisteva – ci si riferisce a Sassari – quello nero (ad esempio degli zappadori). A Cagliari la berritta era normalmente rossa, a sacco ma di forma gia` troncoconica (pescatori emiliziani); il copricapo rosso era comunque abbastanza diffuso in tutto il Campidano; si hanno peraltro notizie di berrittas di colore marrone scuro usate nell’Oristanese. In alcuni modelli campidanesi la berritta poteva terminare con due linguette in corrispondenza delle orecchie a guisa di ‘‘camauro’’: questo berretto nonvenivapoggiato direttamente sui capelli ma sopra una cuffia di pelle o di rete, che a sua volta andava coperta da una calotta di panno. Sopra la berritta, soprattutto nel Campidano di Cagliari e a Iglesias, i contadini mettevano durante il lavoro un cappello a larghe tese di giunco o di paglia, coperto di tela cerata nera oppure, secondo quanto riporta il Lamarmora, anche di cuoio o di feltro; quando non usavano il cappello avvolgevano attorno al berretto uno o due fazzoletti rossi che annodavano sotto il mento. Il copricapo popolare di Teulada e` invece rappresentato da un cappello di feltro grigio. La berritta, comunque, non e` indumento esclusivo della Sardegna; diffusa in quasi tutta l’area mediterranea, la si puo` riconoscere nel fez orientale come nella berrettina catalana; anche in Portogallo, in Sicilia e in Calabria si hanno copricapi simili. Camicia Altro indumento del vestiario maschile presente in tutti i centri dell’isola e` la camicia. Il tessuto usato per la confezione e` di lino oppure di cotone; lino grossolano se la camicia fa parte dell’abbigliamento quotidiano e da lavoro, lino piuttosto fine se l’indumento e` destinato all’abito da festa. La camicia maschile non differisce molto da paese a paese; e` sempre molto corta ed e` resa molto ampia da una fitta increspatura al collo, all’attaccatura delle maniche e ai polsi. L’indumento, aperto sul davanti, e` privo di qualsiasi decorazione o ricamo ad eccezione del colletto e ha le maniche molto ampie per consentire la massima liberta` di movimenti. Il colore della camicia e` quasi sempre il bianco, anche se non e` del tutto assente il beige e un leggero celeste ottenuto in fase di lavatura. Le camicie del Campidano differiscono inoltre da quelle delle altre zone dell’isola per il colletto, che non consiste piu` in una striscia ricamata ma in un colletto vero e proprio, molto alto, con punte inamidate. Corpetto Alla camicia viene sovrapposto il corpetto, che e` un indumento aderente e arriva sino alla vita. Viene chiuso sul davanti a doppio petto: i lembi sovrapposti vengono fermati da bottoni spesso d’argento. E` sempre confezionato con stoffe pregiate, limitatamente alla parte anteriore; la parte posteriore, con una certa frequenza, e` realizzata invece con tessuti non pregiati. La struttura dell’indumento, con parte anteriore a vista, in tessuti pregiati, e parte posteriore – coperta dal giubbetto – in tessuto commerciale non pregiato, richiama alla memoria il panciotto francese – ritenuto l’antenato dell’odierno gilet – della fine del secolo XVII. Giubbetto Sopra il corpetto viene indossato il giubbetto, provvisto di maniche. La lunghezza di questo capo e` identica a quella del corpetto, arrivando entrambi gli indumenti sino alla vita. Pero`, a differenza del corpetto, il giubbetto e` tutto intessutopregiato in quanto destinato a rimanere tutto in vista. Le maniche che, come si e` detto, sono lunghe possono essere aderenti oppure ampie e squartate. Di solito il giubbetto non e` di un solo colore, ma presenta settori policromi ottenuti con tessuti diversi; ricami policromi a motivi floreali possono impreziosirne la parte anteriore. Ragas Altro capo di abbigliamento di uso pressoche´ generale e` il gonnellino nero indossato sopra i calzoni. Normalmente il termine con cui si indica questo indumento e` ragas oppure cartzones de furesi (in logudorese). Ha area di diffusione pansarda e strutturalmente non differisce molto da zona a zona. Le ragas vengono confezionate quasi sempre con orbace nero; non raramente pero` sono in panno di lana e di colore rosso. Consistono in un rettangolo di tessuto fittamente pieghettato o increspato su uno dei lati lunghi: si presentano come un ampio gonnellino nero (o rosso), che si allarga a ventaglio sui fianchi e che viene sovrapposto ai calzoni bianchi di lino. Anche per questo indumento maschile si e` cercato, da parte di alcuni studiosi, di risalirne alle origini: come quasi sempre, anche questa volta i precedenti sarebbero romani; infatti una delle versioni piu` note e` che le ragas, come il kilt scozzese e le fustanelle balcaniche, non sarebbero altro che discendenza della ‘‘balza’’ che i soldati romani portavano sotto la lorica. Il Lamarmora, in particolare, attribuisce all’indumento origini ed eta` rinascimentali. Sotto le ragas venivano indossati i calzoni bianchi, in genere molto ampi e lunghi, fermati in vita con nastri o con elastici. Generalmente il tessuto usato per la confezione e` realizzato su telaio tradizionale usando lino bianco; non mancano peraltro localita` caratterizzate da inverni rigidi – specialmente delle zone interne – , nelle quali al posto del tessuto di lino e` presente l’orbace bianco. Le estremita` inferiori dei calzoni venivano infilate nelle uose oppure lasciate cadere fino a coprire meta` gamba. Cappotto Sopra tutti gli indumenti cui s’e` fatto cenno poteva essere indossato un cappotto nero di orbace, lungo fino alle caviglie, comunemente denominato gabbanu (in logudorese). Posteriormente l’indumento presenta un lungo spacco dalla vita sino all’orlo inferiore che ha il compito di non impacciare i movimenti nel cavalcare. Indumento utilissimo, veniva usato pressoche´ in tutta l’isola – poiche´ proteggeva efficacemente dal freddo, dalla pioggia e dall’umidita` – soprattuttodai contadini e dai pastori. Da notare che l’indumento e` fornito di cappuccio conico incorporato. Gabbanella Simile al gabbanu, quanto a struttura, e` la gabbanella, lungo giaccone di orbace nero provvisto di cappuccio conico incorporato. Sostituisce il gabbanu nei periodi caldi e, secondo il Lamarmora, sarebbe stato diffuso in Sardegna solo fra le classi subalterne in quanto considerato indumento volgare e grossolano: la gabbanella (in alcune zone, specie nel Logudoro, denominata anche cappottinu) si presenta pero` non raramente realizzata in modo accurato con fodera interna e guarnizioni di velluto di colore diverso dal nero. Uose Sono gli elementi che completano, insieme alle calzature, l’abbigliamento popolare maschile. Si ritrovano, quanto a diffusione, in tutta l’isola e sono realizzate normalmente inorbace nero, anche se non mancano uose di cuoio, comeriferiscono loSpano e altri scrittori del secolo XIX; in tal caso pero` esse vengono indicate, invece che come cartzas, col termine di borzeghinos e vestiales. Per quanto riguarda invece le calzature e` da notare che in alcuni centri non se ne faceva uso; dove erano presenti erano di fattura artigianale e venivano confezionate su misura. A partire dalla fine dell’Ottocento il complesso ragas, calzoni di lino e uose viene soppiantato dai calzoni di foggia corrente, piuttosto attillati, confezionati in orbace nero. Mastruca Le prime notizie sulmododi vestire dei sardi si concentrarono pero` soprattutto su indumenti del vestiario maschile che non facevano parte del vestiario festivo, in particolare sulla mastruca e sul collettu. La mastruca (il termine mastruca non esiste nella lingua sarda, mentre e` adoperato dagli autori latini) e` un indumento da lavoro ottenuto con quattro pelli ovine intonse cucite fra loro in modo da formare un giubbotto senzamaniche piuttosto lungo.L’indumento, che comesi e` detto non fa parte del vestiario festivo ma di quello da lavoro, soprattutto dagli autori latini viene inscindibilmente legato alla Sardegna, e i sardi vengono conseguentemente definiti mastrucati in senso dispregiativo. Comunque la mastruca con varie denominazioni (peddes, pedde, best’e peddi, ervechina) risulta ancora in uso in vaste aree dell’isola, ma in particolare nelle zone centrali. Indumento da lavoro del pastore, e` confezionata con pelli intonse di pecora, di agnello, di montone e di capra: le pelli, accuratamente conciate, vengono cucite fra loro in modo che la parte anteriore risulti aperta con due ampie aperture laterali in corrispondenza delle braccia. Il capo risulta pertanto molto ampio e viene usato col vello all’interno durante l’inverno e col vello all’esterno durante l’estate. Ovviamente – e cio` in considerazione del materiale impiegato, esclusivamente di origine animale: anche le cuciture delle pelli vengono eseguite con sottili strisce di pelle di gatto o di cane opportunamente depilate, e comunemente indicate come corriargios (in logudorese e nuorese) – l’indumento non puo` essere circoscritto e limitato, quanto a origine, alla sola Sardegna, ma appartiene a un’area ben piu` vasta di quella mediterranea, perche´ verosimilmente doveva essere in uso in tutte quelle zone a clima rigido e con forti escursioni termiche in cui veniva praticata la pastorizia. Collettu Come la mastruca, anche il collettu e` confezionato con pelli; a differenza della best’e peddi, pero`, le pelli del collettu sono tosate, sottoposte a procedimento di conciatura ben piu` accurato di quello della mastruca e provengono soprattuttoda animali giovani; spesso venivano usate anche pelli di cervo. Per la confezione sono normalmente richieste quattro pelli (ovine), due per la parte posteriore e due per quella anteriore, i cui lembi risultano sovrapposti. Quanto a lunghezza il collettu non differisce molto dalla mastruca, arrivando a coprire il ginocchio; in vita e` fermato da una larga cintura che ha anche il compito di tenere unite e sovrapposte le falde. Da indumento semplice per il lavoro contadino, quale dovette essere in un primo tempo, il collettu divenne sempre piu` elaborato e impreziosito da ricami, fermagli, bottoni e gancere d’argento; non e` da escludere che proprio in questo processo di progressivo impreziosimento sia da ricercare una delle piu` importanti cause che portarono alla precoce cessazione dell’uso del capo di vestiario.


Atzara, abito tradizionale maschile 1905
Barbagia Pastore Sardo foto del 1955
La vetrina delle Aziende Sarde
Mamoiada particolare abito tradizionale femminile.
Sagra delle arance a Muravera. Costume femminile.

VESTIARIO POPOLARE FEMMINILE Anche per quanto riguarda il vestiario femminile si hanno degli indumenti base essenziali che si riscontrano in tutta l’isola. Copricapo In Sardegna, fra le classi popolari, il capo scoperto era ammesso solo all’interno delle pareti domestiche e durante particolari lavori, mai in pubblico: si puo` giustificare con questo motivo il fatto che non esiste, nell’isola, una sola localita` in cui il vestiario popolare femminile non preveda il copricapo. Uno dei copricapi piu` diffusi e` il fazzoletto quadrato piegato a triangolo: e` il modo in cui viene annodato che contraddistingue il luogo di provenienza della persona che lo indossa; oltre il modo in cui viene messo intorno al capo, anche il tessuto usato per la confezione e` diverso: lana, cotone, seta, lino. Sopra il fazzoletto possono essere sovrapposti altri tipi di copricapo: spesso, in vaste aree, al fazzoletto viene sovrapposta una lunga benda bianca o nera di lino (tiazola); in altre localita` assume un carattere così elaborato con la sovrapposizione di altri fazzoletti che non e` piu` individuabile la forma originaria (come per esempio a Sennori, Atzara, Samugheo ecc.). Al fazzoletto puo` essere sovrapposto anche un altro fazzoletto, sempre quadrato, ma aperto e lasciato cadere liberamente sulle spalle, di tulle bianco ricamato o di seta ricamata a ritaglio. Puo` essere sovrapposto anche uno scialle oppure una mantiglia sagomata, di tessuto anche pesante, che copre il capo e parte dalle spalle. Sotto il fazzoletto veniva indossata una cuffia che poteva essere anche di semplice tessuto bianco. In alcune localita`, pero`, per il tessuto usato per la confezione e i ricami che l’adornano, la cuffia e` molto preziosa (per esempio, Desulo, Ollolai). Anche a Orgosolo la cuffia e` in materiale pregiato, ma nascosta da una benda di seta grezza di colore giallo ocra (lionzu). Il capo puo` essere coperto anche da una gonna rivoltata sulle spalle e sui capelli.


Aritzo, ragazza in abito tradizionale di gala, foto del 1927 del fondo Guido Costa.
Sennori, due giovani donne in abito tradizionale festivo.

Camicia Come si e` gia` visto per la camicia maschile, anche quella femminile e` sempre bianca, pur se qualche volta si riscontra un leggero ‘‘azzurrino’’ o un colore paglierino. Il tessuto normalmente e` di lino, ma non manca il cotone. Generalmente le camicie si presentano molto ampie con una fitta increspatura al collo, all’attaccatura delle maniche e ai polsi. Il collo, nella maggior parte del casi (escluso il Campidano, in cui si hanno altissimi colli di pizzo), consiste in una sottile striscia di tela fittamente ricamata ad ago. La camicia poteva essere impreziosita anche da ricami a intaglio oppure a sfilato sul petto, al collo e ai polsi. La confezione della camicia femminile era molto complessa e veniva eseguita da persone specializzate. Sul davanti della camicia, in corrispondenza del collo, sono praticate due asole entro le quali si facevano passare gemelli d’oro o d’argento. La camicia e` una componente fra le piu` importanti del vestiario femminile: ad essa si e` dovuto adattare il corsetto, che infatti, in molti casi, si e` allargato sul petto in modo da metterla bene in mostra. L’ampia scollatura della camicia ha fatto ritenere a molti scrittori che fu il clero, probabilmente, a imporre alle donne «una pezzuola che, benche´ svolazzante», ricopre «alquanto nudita` che – come annota il Corbetta – riuscirebbero troppo provocanti, e salva in qualche modo il pudore»: per questo le danno anche il nome di parapettu. La camicia e` l’unico indumento che anche nel periodo del lutto non cambia colore, rimanendo costantemente bianca quando gli altri indumenti assumono il colore nero. Corsetto Il corsetto e`, al pari della camicia, indumento sempre presente nel vestiario femminile sardo, ma diverso quanto a struttura da zona a zona. Nelle localita` vicino a Sassari e` un busto a struttura rigida, confezionato generalmente con broccato e arricchito da ricami, lustrini, perline e fili dorati e argentati; tutta la superficie e` rinforzata da steli di palmanana disposti paralleli e verticali e copre completamente la schiena e i fianchi. Il busto, che sul davanti e` molto scollato (i lembi rimangono distanti), e` allacciato sopra il petto da nastri incrociati che passano attraverso numerosissime asole circolari. Puo` essere indossato sia sotto che sopra il giubbetto. Anche nel Goceano si ha un tipo di busto a struttura rigida, ma molto piu` corto. Il busto rigido usato nel Logudoro lo si ritrova in Italia e in Europa gia` dal Cinquecento e resto` in uso (a parte un’interruzione durante la Rivoluzione francese) fino a quando nel 1905 Paul Poiret, il re della moda parigina, non propose l’abito chemisier che andava indossato senza nessun busto. Anche in Sardegna esso fu uno dei primi elementi del vestiario tradizionale, insieme alla camicia bianca e al giubbetto, a essere sostituito con camicette colorate o addirittura con maglioni. L’uso del busto rigido o semirigido rimane in Sardegna limitato alla sola zona settentrionale; in altre zone dell’isola invece sopra la camicia viene indossato un corpetto morbido, aperto generalmente sul davanti; in area nuorese il corpetto, a volte, e` costituito da una stretta fascia, sostenuta da sottilissime spalline, che passa sotto il seno e termina sul davanti con due punte. Corittu Sopra il corpetto/busto viene indossato un indumento denominato in logudorese corittu e in nuorese tzippone. E` una giacca di varia lunghezza generalmente con lunghe maniche strette e squartate, aperta sul davanti. I materiali usati per la confezione sono di solito pregiati (panno, velluto, broccato). A partire dal gomito – ci si riferisce soprattutto ad esempi di area logudorese e del Goceano – le maniche sono guarnite con una serie di bottoni generalmente d’argento. Gonna La gonna del vestiario popolare e` sempre molto lunga e, a parte rarissimi casi, molto ampia; e` costituita normalmente di due parti: una anteriore liscia e una posteriore, che ricopre anche i fianchi, molto ampia e fittamente pieghettata. La parte anteriore e` in genere un semplice rettangolo di stoffa al quale si sovrappone il grembiule; essendo non in vista, e` con una certa frequenza confezionata con tessuti diversi o meno pregiati del resto dell’indumento. Questa parte e` collegata con quella posteriore per mezzo di cuciture; il settore superiore, pero`,e` aperto per facilitare l’indossatura dell’indumento e viene chiusa con ganci e nastri. Tutta l’attenzione viene riversata sulla parte posteriore. L’ampia stoffa viene fittamente increspata in vita e pieghettata fino all’orlo inferiore. La vita e le aperture laterali sui fianchivengonoarricchiteda striscedi tessuto diverso, colorato o ricamato. Il bordo inferiore e` quasi sempre guarnito da balze che possono essere alte alcuni centimetri oppure possono addirittura arrivare fino a meta` indumento: in genere si tratta di tessuto di broccato a fiori policromi o di seta cangiante oppure ancora di raso o di velluto, ricamato a motivi floreali con fili di seta policroma. Galloni dorati e argentati separano la balza dal resto della gonna. In alcuni centri del Nuorese e dell’Ogliastra, come ad esempio ad Aritzo, Tonara, Belvì, Gadoni, Baunei, la gonna e` molto piu` stretta. Anche i tessuti usati per la confezione sono vari: soltanto nelle zone interne e` rimasto l’orbace,mentrenellealtre localita` il tessuto usato e` di produzione industriale. Un’altra caratteristica di certe localita` e` anche quella di far apparire la gonna piu` gonfia possibile sovrapponendo diverse gonne. Attualmente la gonna, limitatamente a molti centri, e` forse l’unico indumento del vestiario tradizionale che fa registrare una certa vitalita`. Non si tratta, beninteso, della gonna con le caratteristiche appena descritte, ma piuttosto di un ibrido che, pur presentando elementi comuni al capo andato in disuso,nedenuncia ancora e piuttosto chiaramente il modulo di provenienza. Grembiule Completa l’abbigliamento femminile il grembiule. Si sovrappone sulla parte anteriore della gonna che, come si e` detto, e` liscia. Quanto alla forma il grembiule varia da paese a paese, esistendo nell’isola sia il modello triangolare sia quello di forma arrotondata. Gonna e grembiule si integrano a vicenda.


Cavalcata Sarda 2013 Sassari, abiti tradizionali femminili sfilata.
Cavalcata Sarda Sassari 2013, particolare degli abiti femminili tradizionali.

INDIVIDUALITA`E PARENTELE DEL ‘‘COSTUME’’ SARDO L’arcaicita` delle fogge e degli indumenti del vestiario popolare sardo e` la costante presente in quasi tutti gli studi sull’abbigliamento popolare isolano, così come anche i caratteri di individualita` e di unicita` di questo modo di vestire. La Sardegna risulta, in questo quadro, quasi staccata dal contesto geografico e storico mediterraneo e dalle epoche piu` recenti, per cui il vestiario popolare – e in modo particolare quello maschile – veniva presentato come fossile di un lontanissimo passato. Eventuali particolarita` tecniche di manifattura degli indumenti che potevano fornire elementi per una corretta indagine sotto l’aspetto storico e testimoniare invece una antichita` e una conseguente ‘‘nobilta`’’ piuttosto esigue non si sono tenute nella dovuta considerazione e si e` preferito considerare l’indumento quale doveva essere in un metastorico ‘‘prima’’. Dalla ‘‘accertata’’ individualita` delle fogge di vestiario sarde rispetto a quelle non sarde si giunse – il passo era breve – a prendere atto della altrettanto marcata diversita` esistente – nei capi di abbigliamento – fra le varie localita` dell’isola (e cio` corrispondeva in effetti alla realta`). Cio` che non rispondeva al vero fu la pretesa di attribuirea ogni localita` un unico e particolare abbigliamento che dovrebbe costituire un assoluto,quasi una divisa di tipo militaresco o una carta di identita` ai fini della individuazione della provenienza della persona. Un particolare modo di vestire – sia esso festivo o meno – non e` invece da attribuire esclusivamente a una localita` reclamandone poi caratteri di unicita` rispetto ad altri centri, poiche´ spesso due localita` si differenziano fra loro quanto al vestiario solo per dettagli, mentre e` identica l’architettura di base. Parimenti non corrisponde al vero che ogni localita` abbia un proprio unico abbigliamento: al contrario la pluralita` delle classi sociali, dei mestieri e delle capacita` economiche riscontrabili in un qualsiasi centro e una qualsiasi societa` classista avrebbe dovuto (o dovrebbe) indurre a meditare sull’assurdita` dell’ipotesi dell’esistenza di un unico tipo di abbigliamento indipendente dalle capacita` economiche delle varie componenti sociali e quindi dalle capacita` di acquisto di ciascuna di esse. Di fatto, per ogni localita` esiste, sì, un modulo base, ma insieme a una nutrita serie di varianti che fa di ogni esemplare quasi un modello unico. Gli esemplari di vestiario, pertanto, pur mantenendo uniformita` di struttura e di componenti, variano sia per materiali che per cromatismi; ed e` soprattutto nella diversita` dei materiali impiegati nella confezione mche si ha la riprova del diverso potere di acquisto delle varie componenti sociali e, nell’ambito di una classe sociale, da individuo a individuo. Percio` in ambiente contadino come in ambiente pastorale ci si trovera` di fronte a capi di abbigliamento simili e allo stesso tempo diversi tra loro quanto a materiali, decorazioni e accessori. Uno studio del vestiario popolare non puo` quindi che essere inquadrato in una visione materialistico - storica della societa` – in cui gioca un ruolo predominante la divisione in classi – e nel contesto storico nel quale la Sardegna si e` trovata nei diversi periodi. E` ovvio che l’interesse di uno studio sul vestiario e` essenzialmente storico, poiche´ le particolari fogge di abbigliamento – soprattutto quelle festive – appartengono ormai al passato. La data di cessazione dall’uso corrente puo` essere collocata, grosso modo, tra la fine del secondo e l’inizio del terzo decennio del Novecento, col cambiare delle condizioni – specialmente dopo la prima guerra mondiale – che ne avevano perpetuato la vitalita` e consentito l’evoluzione nel tempo (intesa come capacita` di assorbire materiali nuovi in sostituzione di altri tradizionali). Questo per quanto riguarda l’abbigliamento festivo. Per quanto concerne l’abbigliamento giornaliero si puo` osservare invece che la cessazione dall’uso di quest’ultimo non e` stata netta; si puo` anzi affermare che i nuovi modi di vestire si sono fusi con quelli tradizionali dando vita a ‘‘ibridi’’ ancora oggi in uso specialmente tra le persone di una certa eta` e in particolari settori dell’economia tradizionale, in special modo nel comparto della pastorizia. L’indagine sul vestiario popolare in genere ( edella Sardegna, nel nostro caso) investe direttamente il rapporto tra classe dominante e classi subalterne, perche´ le fogge si creano e si trasformano sul modello adottato dalle classi detentrici del potere economico e politico e da esse passano a quelle subalterne. Si tratta, quindi, di un fenomeno da studiare non nella sua staticita` ma nella sua dinamicita`, in quanto frutto di evoluzione indotta da fattori sia temporali che storici. E per lo studio di questo processo in ambito sardo e` utile l’esame, oltre che dei documenti rappresentati dai capi di abbigliamento vero e proprio, anche dei documenti iconografici, delle fonti letterarie, di quelle storiche, delle fotografie d’epoca e della testimonianza di persone che hanno avuto modo di conoscere in uso le fogge tradizionali di vestiario: non sono inoltre da trascurare gli elementi ricavabili da un esame dei documenti giacenti presso i vari Archivi di Stato della Sardegna, della penisola e della Spagna e quelli ottenibili da un accurato esame degli ex voto dei diversi santuari dell’isola.

Cavalcata Sarda Sassari 2013, particolare degli abiti maschili tradizionali.
Cavalcata Sarda Sassari 2013, particolare degli abiti femminili e maschili di Orgosolo tradizionali.
La vetrina delle Aziende Sarde
Cabras, abito tradizionale femminile, Sardegna.
Busachi, costume sardo, Sardegna.

FONTI Per quanto riguarda le fonti letterarie – trascurando quelle fornite dagli scrittori classici greci e latini esse partono dalla meta` del Cinquecento con le poche notizie riportate da Sigismondo Arquernella sua Sardiniae brevis historia et descriptio e con quelle riportate dal Fara nel De corographia Sardiniae pubblicato nel 1559. Al 1612 risale la Relacion al Rey don Philipe nuestro Sen˜or del canonico Martin Carrillo. Per il Settecento le fonti letterarie sono notevolmente piu` numerose in quanto si dispone di un manoscritto del 1759 (nella Biblioteca comunale di Cagliari), dei lavori del Cetti (1774), del Gemelli (1776), del Fuos (1780), del Madao (1792) e del Floris (fine secolo, manoscritto cartaceo). Il secolo XIX e` quello piu` ricco di notizie sull’abbigliamento popolare. Con l’Ottocento, infatti, si assiste a una ‘‘riscoperta’’ della Sardegna con la pubblicazione di una serie di libri di autori anche stranieri: Mameli de’ Mannelli (1805), F. d’Austria-Este (1812), Mimaut (1825), Lamarmora (1826 e 1839), Saint Severin (1827), Smyth (1828),Angius (in Casalis, 1833-1856), Valery (1837), Luciano (1841), Monnier (1849), Bresciani (1850), Delessert (1855), Forester (1858), D’Elne (1863), Spano (1864), Bouillier (1865), Domenech (1867), Von Maltzan (1869),Mantegazza (1869), Bennet (1876), Corbetta (1877), Serafino (1888), Bazzi (1889), Cionini (1889), Vuillier (1891), Chiesi (1893) e G. Deledda (1894) – tanto per citare i piu` importanti. Molti di questi lavori sono rappresentati, soprattutto per quanto riguarda gli autori stranieri, dai cosiddetti ‘‘libri di viaggio’’. Le notizie sull’abbigliamento popolare riportate in questi lavori sono spesso integrate da disegni e litografie. Per quanto riguarda il Novecento sono da citare, fra gli altri, i lavori di Enrico Costa e del Bottiglioni, il Lawrence di Sea and Sardinia e numerosissimi articoli comparsi in riviste e quotidiani. Le fonti iconografiche, della massima importanza ai fini di un’indagine sul vestiario popolare, sono rappresentate – ci si riferisce alle piu` importanti – dalle tavole dei Ms 258 e 257 della Biblioteca Universitaria di Cagliari, dalle litografie del volume di B. Luciano, dagli acquerelli di don Simone Manca di Mores e dalle tavole pubblicate nella rivista satirica cagliaritana ‘‘Il Buonumore’’, oltre che dai dipinti ancora inediti appartenenti a collezioni private e biblioteche. Il Ms 258, così chiamato per la segnatura di riferimento della Biblioteca Universitaria di Cagliari, e` stato pubblicato da F. Alziator nel 1963 con il titolo La Collezione Luzzietti (dal nome dell’antiquario romano presso il quale fu acquistato). Si compone di 48 acquerelli da attribuirsi probabilmente ad Agostino Verani, attivo a Torino negli anni tra il 1793 e il 1819. Il Ms Raccolta di trenta costumi sardi particolarmente di Sassari e suoi dintorni disegnati dal vero negli anni 1825-1826 da G. Cominotti e` costituito, come dice il sottotitolo, da trenta tavole (di cui 29 acquerelli). Al Cominotti si devono anche quasi tutte le tavole della prima edizione (1826) dell’Atlas che accompagnava il Voyage del Lamarmora; invece le tavole annesse alla seconda edizione del 1839 sono opera del torinese Enrico Gonin (il Cominotti era deceduto a Torino nel 1833). La raccolta della rivista ‘‘Il Buonumore’’ consta di 43 tavole pubblicate fra il gennaio e il novembre 1878 (in due tipi, uno in bianco e nero e l’altro a colori); i disegni sono opera di Giorgio Ansaldi, caricaturista noto con lo pseudonimo di Dalsani. I disegni della raccolta sono stati pubblicati nel 1968 da E. Putzulu sotto il titolo Costumi Sardi. La ‘‘Galleria di costumi sardi’’ del ‘‘Buonumore’’. Ad E. Putzulu e L. Piloni si deve inoltre la pubblicazione nel 1976 degli acquerelli eseguiti tra il 1878 e il 1880 da don Simone Manca di Mores; gli acquerelli, 63 in tutto, furono dipinti e dedicati dal Manca alla propria figlia Luigia maritata Riccio. Ulteriore e non trascurabile contributo iconografico rivestono le tavole dell’Album di costumi sardi di Enrico Costa, pubblicato a Sassari nel 1898 dal tipografo-editore Giuseppe Dessì. Tutte le fonti iconografiche citate rappresenterebbero una sicura fonte circa lo stadio evolutivo del vestiariopopolare sardo delle localita` osservate se non sorgesse il dubbio che gli autori, tutti di estrazione non popolare, abbiano guardato a questo particolare aspetto della Sardegna come a espressioni di cultura per loro ‘‘altra’’. Documenti ben piu` validi, in virtu` dell’ambiente di fruizione cui il messaggio contenuto e` diretto, rappresentano le tavole votive dipinte esistenti presso i santuari, in quanto il vestiario dei protagonisti in esse rappresentati fa parte, come ha scritto G.B. Bronzini, «del racconto e del rito che esso insegna e irradia, ma deve anche servire a far riconoscere come reali i personaggi che vi agiscono»: ma un’indagine sulle tavolette votive della Sardegna da un’ottica demologica e` ancora in gran parte da fare.

Testi di GEROLAMA CARTA MANTIGLIA

Bitti, abito tradizionale bambina, Sardegna costumi e cultura di un popolo.
Cagliari, donna in abito tradizionale,  Sardegna costumi e cultura di un popolo.

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