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Calasetta :: Calasetta è un comune dell'Isola di Sant'Antioco, collegato alla terra ferma da un istmo e da un ponte, forse costruito dai cartaginesi.

Località Sarde > Carbonia Iglesias


Calasetta, il porto e il paese
Calasetta, scogliera Nido dei passeri

Calasetta
Calasetta è un comune dell'Isola di Sant'Antioco, collegato alla terra ferma da un istmo e da un ponte, forse costruito dai cartaginesi. Il centro storico del paese è caratterizzato da case basse tinteggiate di bianco. Di particolare interesse la chiesa di San Maurizio, eretta nel XIX secolo in stile barocco-piemontese e la Torre Sabauda edificata dagli spagnoli nel XVII secolo.

«Il surriferito villaggio siede sovra una pianura in gran parte di Rocca, la quale dall'anzidetta Torre, con assai scarso pendìo, va declinando verso il bordo del Mare, dove approdano le piccole navi per l'imbarco e lo sbarco…»: così Calasetta viene presentata nell'agosto del 1773, a tre anni dalla sua fondazione, nella relazione del capitano ingegnere Daristo, cui era stato affidato il progetto di difesa dell'abitato.


Abitanti: 2.757
Superficie: kmq 31,11
Municipio: piazza Belly, 1 - tel. 0781 887801
Cap: 09011
Guardia medica: via Sant' Antioco, 36 - tel. 0781 88440
Polizia municipale: piazza Belly, 1 - tel. 0781 887832
Biblioteca: lungomare Cristoforo Colombo, 1 - tel. 0781 88378 Ufficio postale: viale Regina Margherita, 53 - tel. 0781 88424
Farmacia Sitzia S.n.c. Via Palestro, 133 09011 Calasetta - tel. 0781 88446
Farmacia Sitzia Franca via Solferino, 82 09011 Calasetta (CI) - tel. 0781 88446

Fanale Scoglio Mangiabarche, Calasetta Sardegna, provincia di Carbonia Iglesias

Cenni Storici su Calasetta

Le origini di Calasetta sono molto antiche, come testimoniano le domus de janas di Tupei, di epoca prenuragica, i resti di alcuni nuraghi e gli insediamenti fenici, punici e romani rinvenuti nelle campagne del paese. Dati certi indicano che verso la metà del XVI secolo, precisamente nel 1769, quarantotto famiglie provenienti dall'isola di Tabarka ma originari di Pegli, vicino a Genova, chiesero al re Carlo Emanuele III, re delle due Sardegne, di colonizzare la costa settentrionale dell'isola di Sant'Antioco per praticare nelle acque circostanti la pesca del corallo al servizio dei Lomellini, ricchi signori genovesi. La colonia ligure divenne ben presto un importante emporio commerciale del corallo e di altre merci e i tabarkini, grazie anche alla tratta degli schiavi, riuscirono ad accumulare ingenti ricchezze. In seguito, visto il disinteresse della Spagna, le mire espansionistiche dei francesi in Tunisia e la decisione dei Lomellini di cedere l'isola, i tabarkini decisero di emigrare. Nel 1741 il bey di Tunisi, venuto a conoscenza che i Lomellini erano intenzionati a cedere la colonia ai suoi nemici francesi, la fece invadere e catturò e deportò come schiavi i suoi abitanti. Grazie all'intervento di Carlo Emanuele III re di Sardegna, Carlo III re di Spagna e di alcuni ordini religiosi, gli schiavi furono liberati e alcuni di loro ottennero da Carlo Emanuele III di potersi stabilire nell'isola di Sant'Antioco, sotto la guida dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro che la ottennero come feudo. Fu così che nel 1770 nacque Calasetta.
A questo gruppo originario, tre anni dopo si unirono circa cinquanta famiglie provenienti dal Piemonte. I primi anni di vita della nuova comunità non furono facili: siccità, malattie e contrasti tra i due gruppi non favorirono la convivenza. In seguito le questioni di rivalità tra tabarkini e piemontesi si risolsero: i primi si dedicarono quasi esclusivamente alla pesca, i secondi all'agricoltura, e in particolare alla viticoltura. A distanza di oltre due secoli, nonostante i sempre più frequenti ed intensi contatti con il popolo sardo, i calasettani mantengono lingua ed alcune consuetudini che sono proprie della Liguria, patria dei loro antenati. Nel 2006 il paese è stato riconosciuto come Comune onorario dalla Provincia di Genova in virtù dei legami storici, economici e culturali. Il centro storico del paese è caratterizzato da case basse tinteggiate di bianco. Al suo interno è possibile ammirare la chiesa di San Maurizio, eretta nel XIX secolo in stile barocco-piemontese. Di particolare interesse la Torre Sabauda edificata dagli spagnoli nel XVII secolo e le bellissime spiagge di Sottotorre, la Salina e Spiaggia Grande.

L'etimologia del nome Calasetta, secondo lo Spano, deriva da Calasèda (piccolo porto); secondo Emidio De Felice dal diminutivo sardo Kalasgèdda (piccola cala); per gli abitanti del luogo, invece, dalla contrazione di Cala di seta. Per loro questa derivazione si giustifica con l'antica tessitura del bisso ricavato dai filamenti della gnàcchera, o pinna nobilis, abbondante un tempo nel mare circostante. Questa interpretazione popolare trova del resto indiretta conferma nei primi documenti locali in cui si alternano le denominazioni Calasetta e Cala di seta, quest'ultima specie tra i commercianti liguri. Se nel 1770, con la colonizzazione tabarchina, si individua l'inizio della storia del centro, reperti archeologici locali (ossidiane e terracotte) nonché tracce di una domus de janas in regione Tupei dimostrano che l'uomo conosceva questa terra già in epoca prenuragica. La domus, che sembra risalire al 1500 a.C., è una grotta con pianta approssimativamente a forma di croce, con apertura di due metri e mezzo di lunghezza per uno d'altezza, e con una camera larga metri 4,50 e lunga 2,50. Al suo interno sono stati trovati frammenti di terracotta, mentre nelle sue vicinanze sono stati rinvenuti un pugnaletto in bronzo e vari oggetti in argilla. I tre nuraghi (Bricco delle Piane, visitabile interamente, Bricco Scarperino e Bricco Sisineddu: bricco, in dialetto, significa “altura”, “colle”) si possono far risalire alla fine del secondo millennio a.C. Dell'avvicendarsi nell'isola di Sant'Antioco dei Fenici (che vi fondarono tra il IX e l'VIII secolo a.C. il centro di Sulcis), dei Punici (che li seguirono) e dei Romani (che la conquistarono nella seconda metà del III sec. a.C.) tracce diverse, come resti di costruzioni, ossidiane e terracotte, sono state trovate in tutto il territorio del comune, da Sisineddu a Tupei, dal Campu Scia Maìn a Spiaggiagrande. Con la decadenza dell'Impero romano e le frequenti incursioni di Vandali, Arabi e Barbareschi la zona rimase deserta, anche se nelle sue insenature, come risulta dal duecentesco Compasso de navegare, continuavano a trovare rifugio i legni in difficoltà. Della sicurezza del Porto Barla (l'attuale porticciolo) troviamo notizia nella “relazione” di Vicente Frongia sullo stato dell'isola di Sant'Antioco (1737), dove fra l'altro si legge; «El puerto de Casaleda es seguro a todos vientos…». La torre, di cui si parla in questa relazione, in pietra e calce, con cornice a tondino nella parte superiore, simile a quella di Portoscuso e a quella di Cannay, sarebbe stata edificata, stando al Pillosu, tra il 1720 e il 1729. Ve la trovarono i coloni tabarchini che qui giunsero, nel 1770, reduci dall'isola di Tabarca (sulle coste della Tunisia) nella quale sin dal 1540 avevano abitato per conto dei Lomellini di Genova. E qui, auspice l'Ordine religioso dei Santi Maurizio e Lazzaro, cui dal 21 febbraio 1758 apparteneva “l'utile dominio” dell'isola, fondarono Calasetta. All'originario gruppo dei coloni si aggiunsero, negli anni successivi, dei piemontesi, la maggior parte dei quali ritornò però ai paesi d'origine in seguito ai lunghi periodi di siccità e carestia. Il primo piano di costruzione dell'abitato, del luogotenente d'artiglieria Belly, risale al 1771. Prevedeva una serie di case, munite di cortile, stalla, orto e fienile, da disporsi, oltre che lungo la via Grande (l'attuale via Roma) dalla piazza Carlo Alberto (ora piazza Municipio) all'incrocio con via Griva (l'attuale via Magenta), anche su una serie di strade che avrebbero tagliato perpendicolarmente la via Grande. Al centro di esse, sullo spiazzo che è ora piazza Municipio, sarebbe stato costruito un cisternone, mentre la chiesa era prevista a ridosso di via Portoscuso (l'attuale via Tabarchini). Sul paese avrebbe vegliato la torre, luogo di avvistamento, deposito d'armi e caserma. L'originario progetto, rispettato per quanto riguarda la planimetria, subì modifiche nei particolari. Al primitivo disegno per la parrocchiale del capitano Saverio Belgrano si sostituì quello di Carlo Boyl, del 1829, cui seguì quello dell'architetto Pinna, del 1837, che fu infine attuato. Spostato in posizione meno elevata, per non disturbare la funzione difensiva della Torre, l'edificio fu consacrato nel 1839. A pianta accentrata, sormontata da due campanili e una cupola a calotta con pennacchi, che le conferiscono un aspetto orientaleggiante, e con facciata a 6 lesene su zoccolo terminanti con capitello in stile jonico su cui un architrave si stende per tutta la larghezza della facciata, e con frontone triangolare nel cui timpano si apre un rosone di due metri di diametro (originariamente era un mezzo rosone), la chiesa, dedicata a san Maurizio, somiglia, vista di fronte, a molte chiese della Liguria. Notevolmente rimaneggiata, specie nella zona presbiteriale, negli anni 1955-1956, quando fu ampliata e affrescata dal pittore tedesco Jorg Schreyogg, conserva nell'altare centrale e nei due laterali preziosi marmi della vecchia fabbrica, e nella sagrestia, oltre a varie statue tolte dagli antichi piedistalli, alcuni dipinti di pregio, fra cui una Veronica del ’700, una Santa Rita dell”800 e una copia contemporanea della Madonna della Guardia. Il Palazzo comunale, di fine Ottocento, ha facciata lineare, con tre ordini di finestre, sormontata dalla torretta dell'orologio. Nel mezzo della piazza Municipio è il monumento ai caduti della prima guerra mondiale. Imponenti sono le torri vinarie della Cantina sociale, all'ingresso del paese.

Calasetta, Municipio
Calasetta, torre
La vetrina delle Aziende Sarde
Calasetta mare tra i rami
Calasetta, Spiaggia Grande

Cenni Geografici su Calasetta

Calasetta è situata sulla punta nord dell'isola di Sant'Antioco, della quale è il secondo centro abitato, che insieme all'isola di San Pietro costituisce l'arcipelago Sulcitano. La zona che occupa il paese deve la sua forma ad un presunto terremoto di grande potenza, avvenuto circa un milione di anni fa. La costa, alta e rocciosa a ovest e bassa e sabbiosa a est, è stata modificata dalle onde e dal vento, è infatti battuta costantemente dal vento di maestrale che soffia da nord-ovest. Il vento freddo, la scarsità di acqua e il clima in generale che regna su tutta l'isola, hanno reso il territorio povero di vegetazione. La vegetazione presente rientra nelle caratteristiche della macchia mediterranea, formata da mirti, allori, ginepri, lentischi, carrubi, ulivastri, corbezzolo, erbe aromatiche (rosmarino, timo), ginestre e palme nane, oleandro e piante grasse floreali. I terreni sono coltivati per lo più a vigneti, scelta forzata dovuta alla scarsità dell'acqua, anche se negli ultimi anni le coltivazioni stanno diminuendo a vantaggio degli insediamenti turistici. La fauna selvatica è composta per lo più da lepri, pernici e cinghiali. Il mare è ricco di murene, saraghi, gronghi, aragoste, tonni, cernie e razze.

Il territorio dell'isola di Sant'Antioco, soggetto tuttora a bradisismo, deve la sua attuale struttura ad uno sconvolgimento tellurico in epoca terziaria, un milione di anni fa. Ma a delineare la costa hanno contribuito l'azione del vento e quella delle onde: alta e rocciosa ad ovest, bassa e in gran parte sabbiosa ad est, nel tratto calasettano presenta tre ampie e profonde fratture: tra punta Maggiore e punta Salina, a Porto Maggiore o Spiaggia grande; tra punta Salina e punta Manca, a Spiaggia della Salina; e fra punta Manca e La Punta, ossia nella spiaggia di Sottotorre. Maestosa e suggestiva è la scogliera di Mangiabarche, tra punta Maggiore e Mercureddu: a strapiombo, e fortemente frastagliata, ha scogli affioranti all'improvviso, fra cui il celebre Nido dei Passeri. Trachiti rosso-brune e trachiti basiche nere, cui s'alternano dei tufi bianchi o variamente colorati, sono sparse in tutto il territorio, mentre una zona argillosa limitata, detta delle Terre Rosse, si trova sul mare di Cussorgia. Il paesaggio è caratterizzato da zone di bassa macchia mediterranea (cisti, lentischi, palme nane e ginepri), cui si alternano i vigneti e qualche tratto coltivato a legumi. Scarseggiano gli alberi d'alto fusto, gli orti e i frutteti per la penuria dei corsi d'acqua, tutti a regime torrentizio, come il rio Tupei e il rio dei Caprioli, che sfociano sulla costa settentrionale, il rio di Calalunga, che ha la foce sulla spiaggia, e il Canò de l'Ergiu, che sfocia presso il Nido dei Passeri. Scarsità e irregolarità di piogge (400-500 mm annui) con lunghi periodi di siccità estiva, alte temperature medie, venti di maestrale e libeccio piuttosto impetuosi d'inverno, e disseccanti quelli di scirocco d'estate, rendono il clima di Calasetta semiarido, più simile a quello delle coste tunisine che a quello delle regioni italiane di pari latitudine.

Calasetta, chiesa di San Maurizio
Calasetta, Cala Lunga
Calasetta, processione della Madonna delle Grazie

L'economia e la società

L'economia di Calasetta è basata sulla pesca. Molto sviluppata è anche l'agricoltura, in particolare la viticoltura che fa capo a una Cantina sociale, una delle più antiche della Sardegna con altre settant'anni di attività. In fase di notevole sviluppo sono le attività turistiche, specialmente quelle relative alle vacanze estive e allo sfruttamento delle notevoli risorse ambientali. E' economicamente importante anche la presenza di un porto di IV classe con una zona riservata alle imbarcazioni da diporto. Forse unica nel suo genere è l'attività artigiana di estrarre una specie di seta dal più grande mollusco bivalve del Mediterraneo, la gna'cchera (pinna nobilis), una volta facile da trovare sui bassi fondali del braccio di mare davanti a Calasetta. Il prodotto che si ottiene è il bisso, recentemente riscoperto grazie all'attività di alcune donne del luogo. Vi è anche l'artigianato classico dei paesi di mare, specialmente legato alla pesca e ai souvenir.

Un’importante fonte economica del paese è la produzione vinicola: circa un quinto dell'intera superficie agricola del comune (1284 ha utilizzati su 3100 complessivi, con 797 aziende operanti anche nell’allevamento) è coltivato a vite. Attraverso una costante ricerca di nuovi vitigni e la creazione di una delle più antiche cantine sociali della Sardegna (70 anni di vita nel 2002), questa produzione consente un consolidato reddito a tutta la comunità. A questo reddito s'è affiancata, in tempi più recenti, l'attività turistica: grazie al risanamento e allo sviluppo edilizio urbano ed extraurbano Calasetta può proporsi oggi come centro di villeggiatura balneare, facendo leva anche sulla vocazione marinara dei tabarchini che la fondarono. Alcuni alberghi, una serie di appartamenti da affittare, 3 locande, una decina di ristoranti e locali caratteristici, un villaggio turistico dotato di piscina e campo da tennis (in frazione Cussorgia), un campeggio in località Fornace, oltre ad un'altra piscina e un campo da tennis presso l'hotel “Stella del Sud” (località Spiaggiagrande) e un campo di pallacanestro-pallavolo (presso la scuola media), pongono Calasetta, dotato di moderne reti idrico-fognaria e d'illuminazione, di strade asfaltate e piccole zone verdi, di ambulatorio e guardia medica, di un porto di IV classe (con linee marittime giornaliere per Carloforte) e di un porticciolo turistico, fra i centri marini sardi più preparati a ricevere il crescente flusso turistico, soprattutto in seguito alla creazione del grande e attrezzato insediamento denominato “Campeggi sardi s.r.l. Località Saline”. Esso sorge infatti sulla punta settentrionale dell'isola di Sant'Antioco, in una posizione paesaggistica molto bella e con una struttura urbanistica così esemplare da fargli meritare il titolo di “città progettata”. Il mutato grado di istruzione (molti i laureati, moltissimi i diplomati e scarsi gli analfabeti), la rivoluzione in campo economico (che ha spinto i giovani a passare dalla condizione di contadini-pescatori a quella operaia-impiegatizia) hanno influito notevolmente anche sul comportamento individuale e collettivo, così come sulle usanze e le tradizioni. Dimessa la primitiva riservatezza, i calasettani instaurano facilmente rapporti con tutti gli abitanti dell'isola maggiore e con i forestieri.

Le tradizioni

Dell'antico borgo tabarchino, con le abitazioni bianche di calce, ben poco resta: Calasetta assomiglia sempre di più ad un moderno centro di villeggiatura. Proprio per questo la Pro Loco e i giovani del circolo culturale “Maccari” cercano di impedire che vada disperso del tutto il patrimonio di tradizioni, riesumando annualmente sagre e manifestazioni che hanno il potere di rinverdire ricordi, altrimenti già spenti. Interessanti sono la tradizionale sagra del patrono San Maurizio, a fine settembre; la cerimonia dell'“Incontro” tra Cristo e la Madonna, per Pasqua; la “padellata” estiva, che riunisce turisti ed indigeni intorno ad un'ottima frittura di pesce, e la Sagra dell'uva, a fine estate, con chioschi d'esposizione e carri allegorici. Oltre agli ottimi vini che produce la Cantina sociale, fra cui il rinomato Carignano del Sulcis, vanno ricordati i piatti tipici: il cascà, derivato dal cus-cus arabo, il pilao, la zuppa di pesce o cassola, i cassulli (gnocchi). Fra i dolci i canestrelli, le papassine, il gattò e le caschette. Il dialetto parlato dalla totalità dei calasettani (nella frazione di Cussorgia molti sono invece i sardofoni) è l'antico tabarchino, ossia quella variazione del dialetto ligure di Pegli che i coloni provenienti da Tabarca parlavano al momento della fondazione del paese.

Testi di Bruno Rombi

Calasetta, scogliera Nido dei passeri. IL BISSO DI BALAHAN A CALA DI SETA, storia epica sulle coste di Calasetta.

IL BISSO DI BALAHAN A CALA DI SETA
di Bruno Rombi

Gli avvenimenti alla corte di Tiro precipitano. Didone parte alla volta di Cartagine: vi erigerà il suo regno e il suo fatale destino. Balahan, confidente di Didone, rimane a Tiro. Più che l'affetto, alla terra madre la lega l'amore per un giovane commerciante, bruno, dagli occhi scintillanti come la “pietra nera”. Il suo nome è Olokons. Ogni volta che egli parte per terre lontane, la deliziosa Balahan cerca di sopperire alla malinconia tessendo un manto di bisso, che indosserà il giorno delle nozze se Tanit, vergine celeste a cui Balahan s'invoca, glielo concederà. Passa alcun tempo e Olokons ritorna da un lungo viaggio sulle coste della Sardegna meridionale, recando preziosi doni alla sposa. La fortuna gli arride; egli desidera accumulare ricchezze per vivere poi, felice, con Balahan. Per questo farà ancora un viaggio inSardegna, prima delle nozze. Partito in autunno, Olokons non è di ritorno per la data stabilita. I mesi dell'inverno trascorrono grigi. Quando il mare mugghia il tormento di Balahan aumenta. Poiché da esso proviene, in un coro lontano, triste e sconfinato, lo smarrimento e il terrore di Olokons. La fanciulla non vuole credere al presagio e, per sfatarlo, decide di partire in cerca dello sposo. È allora che la dea Tanit, apparsale misteriosamente, le ordina di diventare sua sacerdotessa. Balahan sa che il volere degli dei è inviolabile. Ma il suo amore non è mai stato tanto forte e sicuro come in quel momento. Prevale l'amore, che aggiunge trepidezza al tremore del sacrilegio. Partirà, attraverserà il Mediterraneo fino alla Sardegna, fino allo scoglio, al selak donde Olokons trae le sue fortune. Non sa come potrà attuare il suo progetto, ma è certa di partire. Molok, il dio ardente dei Fenici, prende parte alla strana rivalità tra la vergine Balahan e Tanit e, per quel particolare senso di avversione che si riscontra anche nell'Olimpo greco, parteggia per l'innocente e innamorata fanciulla. Astarte, la luna, inizia il suo giro primaverile. La stella d'Occidente spunta prodigiosamente bella quando Balahan, sorretta da una forza indicibile, inspiegabile anche a se stessa, parte con una piccola barca. Molok veglia sul suo viaggio. Sulla barca è il mantello di bisso bianco, che Balahan indossa la notte, e una piccola cetra con cui canta la sua malinconia. La barca vola sulle onde, trepidanti per la brezza. Molok è agli spalti del suo cielo, mentre Tanit riposa profondamente. Un presagio la sveglia: Balahan non è più a Tiro…
La sua ira e il suo odio si manifestano repentinamente. Prega Astarte di piangere, di velarsi di un alone corrusco. Non paga delle tenebre in cui Balahan è avvolta, Tanit corre dal Dio dei venti cui s'offre ottenendo in cambio un uragano che spazia per ogni oceano. L'alba che sorge è più tenebrosa della notte; il mare ulula la vendetta della dea. Balahan, sperduta tra le onde, prega ora il dio che l'ha fin qui sorretta di salvarla. Molok nulla può, da solo, a così grande distanza dal suo Olimpo. Tornerebbe a Tiro, rampognerebbe Astarte, Tanit e il dio dei venti, ma dovrebbe lasciare la protetta sola, in prossimità della terra bramata, proprio nel momento in cui ha bisogno di lui per raggiungere la riva. Tenterà l'impossibile: lotterà col mare, cercherà di fermare le onde… Invano. Le forze della natura non gli obbediscono. La costa è vicina: si scorgono gli anfratti e i dirupi scoscesi su cui si infrangono le onde spumeggianti al cielo. In lontananza declivi morbidi offrono allo sguardo della vergine speranze di approdo. La barca, abbandonata alla furia dei venti, finisce sul secco che caratterizza le coste occidentali dell'Isola di Sulci: il secco di Mangiabarche.
Balahan stringe al corpo la veste nuziale, tremando. Non vuole che il mare faccia scempio della sua castità. Ma Tanit lo esige. E la veste si strappa in tre grandi lembi che, spinti dalle onde, si avviano a riva in tre direzioni diverse. E più s'accostano a riva, più diventano ampi, fini, trasparenti, finché la maglia si sfila, si scioglie, si sgretola e diventa sabbia, sabbia che invade le coste e caratterizza le più belle spiagge dell'Isola di Sant'Antioco. Qualche pezzo finisce lontano e dove cade è uno scorcio di arena, tra dirupi e anfratti meravigliosi e tristi. La seta, che Olokons traeva dalle gnacchere, ossia dalle pinnae nobiles, ritorna così al luogo donde era partita alla volta di Tiro. E la terra meravigliosa e sconosciuta ha un nome, bello come la vergine che gliel'ha donata: Cala di Seta.
Il corpo di Balahan è raccolto da Molok che vorrebbe riportarlo a Tiro. Ma un dio sardo glielo impedisce e con un bidente folgora Molok e Balahan, impietrendoli. A guardia degli arenili e degli anfratti, sul più bel tratto di costa calasettana s'ergono anche oggi i due scogli solitari
(Foto Sopra). Impropriamente uno è chiamato Nido di Passeri per la moltitudine di passeri che vi fanno il nido. Il vero nome degli scogli, però, è Molok e Balahan.





La torre di Calasetta


Come arrivare Il comune di Calasetta è raggiungibile via terra dalla SS 195, via mare dal comune di Carloforte, nell'isola di San Pietro. L'isola di Sant'Antioco è collegata alla costa S/O della Sardegna da un istmo artificiale. Calasetta è su versante opposto.
Descrizione Calasetta rappresenta il secondo nucleo insediativo - in ordine di tempo - sorto in Sardegna per volontà del governo sabaudo. Nel 1754 la Segreteria di Stato del Regno di Sardegna progettò una prima colonizzazione dell'isola di Sant'Antioco, nell'estremità N presso l'insenatura di Calasera e la foce del Rio Topei ma, a causa di controversie con l'arcivescovo di Cagliari, che avanzava diritti di sfruttamento dell'isola, il progetto non ebbe luogo. Solo qualche anno più tardi, nel settembre del 1770, giunse nell'isola una comunità di Tabarchini (genti di origine ligure che sin dal XVI secolo si erano trasferite nella località di Tabarka, presso Tunisi, per praticare nelle acque circostanti la pesca del corallo), che sin da due anni prima aveva presentato richiesta al governo sardo di potersi trasferire nell'isola sulcitana. Delle operazioni di trasferimento e insediamento dei coloni fu incaricato l'Ordine della Sacra Religione dei Santi Maurizio e Lazzaro, a cui nel 1758 il re Carlo Emanuele III di Savoia concesse l'isola in feudo col compito di ripopolarla. Il progetto della nuova fondazione, elaborato dal luogotenente d'artiglieria Belly, prevedeva un abitato che si sviluppasse secondo il tracciato a reticolo che ancor oggi lo caratterizza. Una volta individuato il fulcro dell'abitato (corrispondente all'attuale piazza Municipio), il Belly tracciò l'asse principale (attuale via Roma), orientato N/E-S/O, sul quale si sarebbero intersecati ad angolo retto gli altri assi viari. Ogni unità abitativa, da costruire con pietra e terra impastata, avrebbe avuto il cortile, la stalla, il fienile e l'orto; la riserva idrica comune avrebbe trovato posto al centro della piazza, mentre la parrocchiale sarebbe stata edificata sul lato N della piazza medesima. La salvaguardia del territorio era assicurata dalla possente torre che ancora oggi domina il centro storico dell'abitato. Costruita nel 1756 secondo il progetto dell'ingegnere militare Vallin, era presidiata da una guarnigione formata da quattro soldati e consentiva la sorveglianza dello specchio di mare e delle coste tra le isole di Sant'Antioco e di San Pietro e la terraferma, con una visuale di 20 km. Realizzata in conci di pietra vulcanica su un basamento roccioso alla sommità del promontorio verso Carloforte, ha la classica forma a tronco di cono con un diametro di base di oltre 16 m e un'altezza di 11 m al terrazzo. Si compone di due ambienti sovrapposti di cui quello inferiore era l'antica cisterna, unica risorsa idrica per i torrieri, in epoca recente allargata e dotata di un largo ingresso dall'esterno. L'ingresso a 4 m di quota introduce in una camera circolare di 10 m di diametro, coperta con volta a cupola sorretta da un pilastro. Il vano è diviso in più ambienti da alcuni terrazzi. Dalla scala aperta sulla destra del boccaporto e ricavata nello spessore murario, si arriva alla piazza d'armi, oggi irriconoscibile dopo vari interventi cha hanno trasformato merloni, cannoniere e garitte. Attualmente la torre è sede di mostre temporanee e di attività culturali. La parrocchiale, intitolata a San Maurizio, fu edificata soltanto nel 1838 e in un sito diverso da quello previsto nel progetto del Belly, per evitare che la sua mole disturbasse la visuale dalla torre. A pianta centrale, facciata timpanata e due campaniletti a cupolino, viene attribuita a una prima progettazione di Belgrano di Famolasco, poi a una trasformazione classicistica curata da Carlo Pilo Boyl nel primissimo Ottocento.
Storia degli studi La torre è compresa nelle opere sulle fortificazioni costiere in Sardegna.

La Torre di Calasetta, come arrivare, cosa sapere, informazioni turistiche sulla Sardegna.
La Torre di Calasetta, come arrivare, cosa sapere, informazioni turistiche sulla Sardegna.


Museo d'arte contemporanea di Calasetta


Indirizzo: via Savoia - 09011 Calasetta
tel. +39 0781 840717 - 347 3626183
Ente titolare: Comune di Calasetta
Gestione: Cooperativa Millepiedi
Orari: 18.00 - 21.00 (da giugno ad agosto, tutti i giorni tranne il lunedì), 17.00 - 20.00 (da settembre a maggio, solo il sabato e la domenica)
Biglietto: € 3,00 (intero); € 2,00 (per gruppi oltre le 10 persone). Esenzione per bambini fino ai 6 anni, anziani oltre i 65, persone disabili e accompagnatori, guide turistiche
Il museo È allestito all'interno del mattatoio comunale, in disuso da oltre quarant'anni e ristrutturato allo scopo. È stato curato da Ermanno Leinardi (1933-2006), importante artista sardo cofondatore nel 1966 (con Italo Utzeri, Ugo Ugo e Tonino Casula) del Gruppo Transazionale (sperimentazioni aniconiche che accomunarono la ricerca artistica sarda a quella che si stava svolgendo nel resto d'Europa). La collezione, costituita dallo stesso Ermanni per scambi con altri artisti, rispecchia buona parte delle tendenze artistiche che si svilupparono in Europa negli anni '60-'70 del Novecento. Altre opere si aggiunsero in seguito. L'esposizione è articolata su due piani. Al piano terra vi è una sala che contiene la collezione riguardante l'arte costruttivista, mentre un'altra sala adiacente contiene le opere di arte astratta. Il ballatoio che corre longitudinalmente al museo consente di ammirare una serie di opere di grande formato che si snodano a circa 6 m dal suolo. Un lucernaio inonda di luce diurna l'intero complesso, consentendo la lettura delle opere da diverse prospettive. Di particolare valore la sezione delle opere "costruttiviste", soprattutto francesi (Michel Seuphor, Sonia Delaunay, Jean Leppien, Aurelie Nemours, Yves Popet, J.F. Dubreuil, Henri Prosi, Claude Pasquer, Charles Bezie, e molti altri), ma prestigiosi anche gli artisti italiani presenti (Giuseppe Capogrossi, Lucio Fontana, Bice Lazzari, Mauro Reggiani, Mario Radice, Luigi Veronesi, Piero Dorazio, Paolo Minoli, Ermanno Leinardi, Achille Pace, Nicola Carrino, e molti altri).

Museo d'arte contemporanea di Calasetta come arrivare cosa vedere. Informazioni Turistiche sulla Sardegna.

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