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Giba :: Il Paese si trova nella Provincia di Carbonia–Iglesias. Si affaccia sul Golfo di Palmas al centro di un sistema di stagni, dove spesso è possibile ammirare i fenicotteri rosa.

Località Sarde > Carbonia Iglesias


Giba panoramica del paese

Giba
Il Paese si trova nella Provincia di Carbonia–Iglesias. Si affaccia sul Golfo di Palmas al centro di un sistema di stagni, dove spesso è possibile ammirare i fenicotteri rosa. Tra i siti archeologici, le domus de janas e i nuraghi. L'economia si basa su pastorizia, agricoltura e viticoltura, grazie ai vini Doc ottenuti dall'uva Carignano del Sulcis.


Abitanti: 2.105
Superficie: kmq 30,08
Provincia: Carbonia-Iglesias
Municipio: via Eleonora d'Arborea - tel. 0781 964023
Guardia medica: via E. D'Arborea, 56 - tel. 0781 964265
Biblioteca: via Principe Di Piemonte, 133 - tel. 0781 964980
Ufficio postale: piazza S. Giuseppe, 6 - tel. 0781 963013

Stemma araldico Giba Carbonia Iglesias
Donna in costume intenta al lavoro del telaio paese di Giba
Stagno di Porto Botte e Villarios nuova

Testi e alcune foto di Giuseppe Floris

Il territorio Il comune di Giba (provincia di Carbonia-Iglesias) occupa una superficie pianeggiante mossa da deboli rilievi, estesa 29,47 kmq e delimitata ad ovest dal lungo litorale di Porto Botte, sul Golfo di Palmas, e ad est dagli espandimenti magmatici cenozoici che contornano il riu Piscinas e dalle ultime propaggini del massicio paleozoico sulcitano. A nord il lago artificiale di Monte Pranu e la piana del riu Palmas costituiscono il confine con i comuni di Villaperuccio, Tratalìas e San Giovanni Suergiu mentre, a sud, dal comune di Masaìnas lo separano lo stagno di Porto Botte e un modesto sistema collinare compreso tra S’e Strài, S’Ega de Sa Mongia e Campu de Pisanu. L’altitudine del centro abitato è di 62 m slm, mentre l’altitudine massima del territorio comunale è di 288 in corrispondenza di Serra Mura. Al rilevamento Istat del 1° gennaio 2006 la popolazione era di 2129 abitanti.
La geologia Le formazioni rocciose più antiche risalgono al Paleozoico e sono localizzate tutte nella parte meridionale del territorio comunale, al confine con i territori dei comuni di Piscìnas e di Masaìnas. Nella vallecola del Riu Gùtturu Axìu possono vedersi arenarie ed argilliti del Cambrico inferiore (570 milioni di anni fa) mentre il Metallifero (530 milioni di anni fa) è rappresentato dalle dolomie e dai calcari dolomitici di Su Sòlu, S’Arcu de Sa Grùxi e Serra Mura. I rilievi calcarei di S’e Strài e di Sa Guardia Nuragòga, presso la frazione di Villarìos, si sono originati invece nel Giurassico (195 milioni di anni fa). Il settore centrale e quello settentrionale sono caratterizzati da limitati affioramenti di espandimenti magmatici oligo-miocenici (Cenozoico) e da argille e arenarie della Formazione del Cixèrri (Eocene medio). Rioliti ed ignimbriti del Miocene inferiore-medio emergono nell’altura del nuraghe Fàis, al confine con Masaìnas, e in una più vasta superficie compresa tra le cave di pietra di Sa Grùxi de Mòcci e monte Sa Perda Morta e tra monte Sènzu de Bèttiana e monte Cungiàu Arcus, presso il Rio Piscìnas. Andesiti e basalti sono prevalenti tutt’intorno a Villarios vecchia, nella piattaforma vulcanica di Brughìtta, Meùrras e Carròccia e presso monte Sa Perda Morta, al confine, rispettivamente, con i territori comunali di Tratalias e di Piscinas. Le superfici pianeggianti comprese tra questi rilievi sono composte da accumuli detritici continentali dovuti ad alluvioni e da depositi lacustri e fluviolacustri del Pleistocene oltre che da accumuli detritici conseguenti ad alluvioni fluvio-continentali attuali e da dune e sabbie litorali dell’Olocene (Porto Botte). L’origine degli stagni di Porto Botte e di Mulàrgia può farsi risalire al Pleistocene superiore, periodo dell’attuale era Quaternaria, e fu favorita da fenomeni di erosione e deposizione fluvio-alluvionali intercalati da ingressioni marine in aggiunta ad un lento ma inarrestabile processo di subsidenza (o sprofondamento) di un’area corrispondente all’attuale golfo di Palmas.




Le origini e gli antichi monumenti L’origine di Giba viene collocata da alcuni storici nell’Età vandalica di Genserico e della deportazione dei Mauri (Berberi ribelli) in Sardegna (V-VI secolo d.C.). Ma fin dal Neolitico recente, circa quattro millenni prima delle scorrerie dei Vandali nell’isola, in questo sito viveva una comunità di Cultura San Michele di Ozieri. Della necropoli a domus de janas di Narbòni Is Gannàus, edificata da questa comunità, è venuta fortuitamente alla luce finora una rimarchevole architettura ipogeica (nuovamente interrata per preservarla da manomissioni e saccheggio nell’attesa di scavi controllati, ma nonostante ciò più volte gravemente danneggiata durante lavori agricoli ed edili): la struttura della monumentale e celebre sepoltura collettiva (costituita da anticella cerimoniale e da camera sepolcrale più interna di pianta quadrangolare, con nicchie rialzate sul pavimento, precedute da un corridoio rettangolare) e le decorazioni simboliche (composte da bande lisce e a zigzag incise con gusto geometrico intorno al portello che dall’anticella consente l’accesso alla cella), in aggiunta ai reperti del corredo funerario (frammenti litici e ceramici, frecce in ossidiana), testimoniano di una popolazione evoluta e raffinata. Appartengono alla Cultura di Monte Claro, invece, i resti confusi delle capanne, di gusto curvilineo e rettilineo, di un villaggio localizzato a Cungiàu Arcus, tra Is Pascàis e il rio Piscìnas, una cultura ampiamente diffusa nel territorio comunale e artefice sia della necropoli a domus de jànas di S’e Strài, con villaggio a breve distanza, presso Villarìos nuova, che dei villaggi con annesse necropoli di monte Sènzu de Bettiàna e di monte Sa Perda Morta. Non mancano le tracce di una presenza d’altre culture di transizione, come quella di Bonnànaro, che verosimilmente edificò i nuraghi di Bettiàna-Cambèddas e di S’Arcu de Sa Gruxi, oltre al primo impianto del poderoso nuraghe misto di Villarìos, disseminando il territorio di sepolture del tipo ad allée couverte e a dolmen. Le vestigia della civiltà nuragica nel territorio comunale annoverano 9 nuraghi, 4 villaggi, 6 Tombe di giganti, 4 pozzi sacri. Tre delle originarie sette Tombe di giganti del sito di Is Meùrras, presso Brughìtta, e la monumentale e atipica sepoltura megalitica di Mussa Mèi sono state demolite negli anni Novanta del XX secolo nel corso di lavori per condutture idriche o per miglioramenti fondiari. Si trattava di architetture censite e, soprattutto, di quelle meglio conservate. Una menzione speciale merita il nuraghe Meùrras, localizzato al confine tra i comuni di Giba e di Tratalias. Nonostante il suo pessimo stato di conservazione generale mantiene quasi integre, sotto una spessa coltre di crollo, alcune camere a tholos del piano terra. Si tratta di un nuraghe polilobato di difficile lettura planimetrica a causa del crollo, edificato su un modesto ma tormentato e suggestivo domo vulcanico andesitico ricoperto di fitta macchia arbustiva mediterranea. Dotato d’antemurale settentrionale, è circondato da uno fra i più vasti villaggi dell’isola. Non mancano nel villaggio il pozzo sacro e tracce cospicue di una frequentazione umana protrattasi fino all’Età romana e rappresentate, oltre che da frammenti fittili, da zoccoli murari di ampie costruzioni a pianta quadrangolare, impieganti grossi blocchi squadrati e divise in più ambienti. Le Tombe di giganti si trovano distribuite a distanze comprese fra i 100 e i 500 metri dal nuraghe. Negli spazi adiacenti alle sepolture collettive nuragiche si possono osservare i resti di diversi circoli megalitici. Tra i monumenti d’Età romana spicca la stazione termale sul rio Piscinas (antico riu Mur’ècci), in località conosciuta come Sa Cresièdda de Santu Perdu de Gibas, nella regione di Cambèddas. Le strutture termali fanno parte integrante di un’antica villa rustica romana. L’area ha restituito in tempi diversi e in circostanze fortuite frammenti di pregevoli forme vascolari ceramiche, di lucerne, di pesi da telaio, di monete e di balsamari di pasta vitrea. Nelle vicinanze sono stati individuati un vasto villaggio (con varie stratificazioni culturali), un sacello sacrificale di pianta quadrangolare, colossali blocchi squadrati e bugnati di un ponte e i resti di una fonderia (che insiste su una fonderia d’età nuragica) con varie scorie metalliche sparse (prevalentemente piombo). Tra le chiese risalenti al Medioevo l’unica superstite è la chiesa campestre di Santa Marta, presso Villarios vecchia. Occasionalmente aperta al culto fino ai primi anni Cinquanta del XX secolo e poi abbandonata per decenni senza alcuna custodia e in precarie condizioni d’equilibrio per quanto riguarda la muratura portante (copertura completamente mancante), ha subìto attacchi devastanti da parte di clandestini, che hanno ripetutamente tentato di asportare fregi architettonici e frammenti scultorei del primitivo impianto, inglobati nei numerosi rifacimenti o nei restauri più recenti sia della facciata con campanile a vela sia nei prospetti laterali e posteriore. Ricostruita intorno al 1100 nello stesso sito di un edificio religioso preesistente (possesso dei Cassinesi nel 1066, dei Vittorini nel 1089, della diocesi di Sulci verso il 1118) e poi ancora tra il Cinquecento e il Seicento, la chiesa, di pianta rettangolare, è costituita da una sola navata con copertura originaria lignea a capriate, poggiante su cornice a listello. Difficilmente distinguibili si presentano le monòfore aperte in origine nelle pareti settentrionale e meridionale e ostruite da muratura nei successivi interventi di consolidamento, mentre nella parete orientale, dove presumibilmente esisteva un’abside, può intravedersi ancora la sagoma di una finestrella (forse una bìfora) che dava luce allo spazio dell’altare maggiore, anch’essa chiusa da muratura per far posto ad una nicchietta interna con volta a conchiglia, di stile tardogotico. I blocchi squadrati di ignimbriti, di andesiti e di arenarie impiegati nella muratura di base, nel portale e negli angoli e i blocchi poligonali, in prevalenza di basalti, nelle pareti laterali e nella facciata quadrangolare, testimoniano tutto il travaglio delle innumerevoli fasi di restauro, l’ultima delle quali, nel 2004, pur consolidando la struttura ha snaturato la valenza architettonica e artistica della chiesetta. Fino alla conquista dell’autonomia comunale (Villarios sede municipale nel 1853, Masaìnas nel 1875 e infine Giba nel 1928), la sua storia non presenta particolari di rilievo che la differenzino molto da quella degli altri centri minori sulcitani. Forse la sua partecipazione come universitas autonoma al primo Parlamento sardo nel 1355 e, molto dopo, nel 1647, l’infeudazione al marchese Francesco Amat, sono episodi meritevoli di approfondimento. In particolar modo il secondo evento, che segna l’inizio di attività economiche intensive (come lo sfruttamento di saline e peschiere, oltre a quello agricolo, forestale e minerario) con tecniche nuove e prima sconosciute ai locali e con profonda trasformazione non solo dei rapporti di produzione ma anche della fisionomia del territorio.

Fenicotteri nello Stagno di Porto Botte

Il toponimo e l’abitato
Il toponimo Giba è piuttosto diffuso nella Sardegna meridionale (Sulcis e Cixerri) per indicare piccoli rilievi con funzione di guardia o d’avvistamento. È usato prevalentemente in modo composto, abbinandolo ad aggettivi che qualifichino la funzione o la peculiarità del luogo: Monte Giba ’russa, Giba ’e Scrocca, Giba Acuzza, Giba Suèrgiu, Sa Guardia Giba ’terra, Giba Marjanni, Giba Soli, Is Gibas. Gibba in latino significa “gobba” e ciò starebbe a significare, secondo alcuni, l’origine romana del centro abitato, ipotesi sicuramente rafforzata dai numerosi rinvenimenti di tale Età all’interno del perimetro del moderno abitato. Gibah, con lo stesso significato di collina, sarebbe però termine semitico, retaggio culturale della civiltà fenicio-punica, che lasciò anch’essa tracce, comunque meno significative, del suo passaggio nel sito. Gibel significherebbe collina anche nella lingua dei Mauri che di tracce, però, non ne hanno lasciato nessuna. Appare perciò strano a molti il nome Giba, poiché l’abitato sarebbe in realtà adagiato in una depressione. L’altimetria della zona qualifica però inequivocabilmente come “rilievo a schiena” il vasto sito che accoglie il paese, il quale si stende tra i 50 metri di Narbòni Is Gannàus e i 74 di Is Pascàis, tra i 48 di Santu Perdu e i 77 di Is Ollàstus: una vera e propria “gobba” sul prolungamento dei rilievi paleozoici di S’Arcu de Sa Grùxi. La confluenza, al suo interno, delle strade statali n. 293 e n. 195 ha fortemente condizionato l’espansione urbanistica del moderno centro abitato, che ha registrato un abnorme incremento di edifici specie lungo la 293. Recente è il tentativo di correggere e riequilibrare questa tendenza favorendo lo sviluppo urbanistico su una fascia meridionale adiacente all’asse viario. Nonostante il proliferare di palazzi, ville e villette, si conservano tipologie abitative di tipo rurale tradizionale e, nel centro storico, pochi esempi di edifici dei primi del Novecento, spesso però in stato di completo abbandono. Spicca la presenza dei resti di un antico monastero appartenuto ai Domenicani, inglobato in strutture abitative private moderne. I ruderi di un altro antico monastero (Su Cunventu) si trovano in località S’e Muras, al confine con Masainas. All’incrocio dei due assi viari principali dell’originario nucleo abitativo, associata a queste interessanti tipologie, può vedersi la chiesa parrocchiale intitolata a San Pietro Apostolo, costruita nel ventesimo secolo. L’edificio esibisce una facciata con tetto a capanna e rosone centrale. Il prònao in cui è inserito il portone è di più recente fabbricazione, mentre appartengono all’originario progetto sia il campanile addossato a sinistra che la casa parrocchiale retrostante. Tre grandi archi ogivali scandiscono l’interno della chiesa che presenta pianta rettangolare con aula mononavata. I locali del vecchio palazzo municipale ospitano attualmente la farmacia, la Biblioteca comunale e la sede della Pro Loco. Un poliambulatorio della Asl 7 di Carbonia, tre medici di base, un’associazione di volontari del soccorso e un centro di assistenza spastici sono operativi in paese, dove esistono anche una stazione dei Carabinieri, un ufficio postale e un’agenzia del Banco di Sardegna e, per quanto riguarda l’istruzione pubblica, scuole materne, elementari, medie inferiori e una sede staccata dell’Istituto tecnico commerciale di Carbonia. Ad un basso grado di sviluppo turistico si accompagna una limitata offerta ricettiva e di servizi connessi (la ricettività è limitata ad un solo albergo).
L’economia e il sistema produttivo La popolazione si trova concentrata nei centri di Giba e di Villarios e nell’ultimo decennio si è verificato un deflusso preoccupante di risorse umane, quantificato con una perdita di 41 abitanti ogni 100 tra il 1996 e il 2000, tra saldo naturale e saldo migratorio. Il reddito imponibile pro-capite (9918 euro per contribuente e appena 4162 euro per abitante, con riferimento al 1999 su 872 contribuenti) è inferiore alla media provinciale ed è quantificabile con il 70 per cento circa della media regionale. Nel 2001 le case censite sono state 846 (di cui 724 per uso abitativo),
per un totale di 2872 stanze. L’agricoltura è ancora uno dei settori trainanti della sua economia. Il censimento generale 2000 dell’agricoltura ha censito 178 aziende agricole che impiegano 496 lavoratori (24 ogni 100 abitanti). La superficie agricola utilizzata è di 1167,75 ha, con prevalenza di seminativi (1029 ha). Il numero dei capi di bestiame si trova così suddiviso: 123 bovini, 2327 ovini, 28 caprini e 54 suini. Il numero di imprese iscritte alla CCIAA di Cagliari è calato dal 1999 al 2002 da 285 a 255. Il censimento 2001 dell’industria e dei servizi ha censito 56 unità locali per 94 addetti nel settore del commercio, 25 unità per 48 addetti in quello dell’industria, 40 unità per 71 addetti in altri servizi e 23 unità locali per 125 addetti nelle istituzioni. Dal 1991 al 1998 le sole imprese artigiane erano cresciute, invece, da 21 a 46.
La lingua e le tradizioni Pur con varianti, le tradizioni popolari e culturali “sulcitane” di Giba rientrano tra quelle dell’area campidanese. Per quanto riguarda la lingua più che una variante dialettale campidanese Giba e il Basso Sulcis evidenziano una variante fonetica sulcitana, con abuso della -r- dolce al posto della -l- o della -d- (ad esempio Turùi invece che Tulùi, sa ’rùsci piuttosto che sa lùsci, saìru invece di saìdu, paràra invece di paràda). Il costume tradizionale, maschile e femminile, è lo stesso diffuso in tutto il Sulcis (ad eccezione di Teulada) e non si riscontrano differenti versioni di leggende o superstizioni rispetto a quelle conosciute negli altri centri sulcitani. Luscìa o Luxìa Arrabiosa, Sa Mamma de Funtana, Maria dentis longas e Nicolàu scraffeddu, Is Orcus e i Gentilis o Gigantis, Is Janas, conservano a Giba gli stessi connotati loro attribuiti dalla fantasia popolare negli altri luoghi della Sardegna. L’interesse per la cucina popolare trova espressione nella Festa del Pane, che si svolge ad agosto. Le principali ricorrenze religiose sono la festa di San Pietro (a fine giugno) e della Madonna del Rimedio (la seconda domenica di settembre) a Giba e la festa di San Giuseppe (il 19 marzo) nella frazione di Villarios.


Nuraghe Meurras comune di Giba
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