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Il Carnevale in Sardegna :: Carnevale Sardo Tradizioni e Cultura, Manifestazioni ed Eventi, scoprili sul Portale Le Vie della Sardegna.

Cultura Sarda > Sagre, Manifestazioni Sacre e Popolari




Il Carnevale in Sardegna
Cultura e Tradizioni

Il Carnevale in Sardegna ha mille volti affascinanti. Quello antico dei suggestivi carnevali barbaricini che con le loro ancestrali maschere antropomorfe e zoomorfe, le vesti di pelli di capra, orbace e campanacci, rievocano riti misteriosi, danze propiziatorie e un rapporto stretto tra uomo e animale. Quello vibrante dei carnevali a cavallo, come quello di Oristano ("Sa Sartiglia"), durante il quale i cavalieri devono infilare in corsa una stella di metallo, auspicio di buon raccolto, e quello di Santulussurgiu ("Sa Carrela 'e nanti") nei quali i cavalieri mostrano il loro valore, coraggio e abilità, sfidandosi in corse temerarie per il centro cittadino. Oppure quello irriverente di Tempio con il fantoccio di Re Giorgio processato e bruciato in piazza, senza dimenticare la simbologia dei travestimenti di Bosa.





Carnevale a:


Bosa
Fonni
Gavoi
Lode'
Lodine
Lula
Mamoiada
Nuoro
Ollolai
Olzai

Carnevale a:

Oniferi
Orani
Oristano
Orotelli
Ottana
Ovodda
Samugheo
Santu Lussurgiu
Sarule
Tempio Pausania


Tempio Pausania Carnevale 1950

Tempio Pausania Carnevale foto storica 1950, storia del Carnevale in Sardegna


Il Carnevale (Carrasegare) si festeggia nei diversi centri della Sardegna tra il Natale e la Pasqua. Prevalentemente ha inizio o con la festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) o con quella di San Sebastiano o della Candelora (2 febbraio) e si conclude nella notte del Martedì grasso per riprendere, per un solo giorno, nella prima domenica di Quaresima (la cosiddetta ‘‘Pentolaccia’’). In tutto il periodo compreso entro queste date, negli ultimi giorni di ciascuna settimana, nelle domeniche, il Giovedì grasso e negli altri giornidi festa si svolgono le manifestazioni tipiche del Carnevale. Esse consistono tradizionalmente in balli, mascherate e questua, banchetti e bevute. In passato l’attività prevalente era il ballo, che finiva per coinvolgere tutti senza distinzione di età o di condizione sociale e che si svolgeva nelle strade e nella piazza principale di ciascun centro. Aprendere l’iniziativa dell’organizzazione erano particolari categorie, talvolta gli scapoli, talvolta gli sposati, altre volte i signori o i servi: ma poi le feste finivano per attirare l’intera comunità in un crescendo sfrenato nel quale emergevano gioia, desiderio di lasciarsi indietro l’inverno e speranza diuna buona annata. Oltre a questi balli pubblici, nello stesso periodo si svolgevano balli in locali chiusi, organizzati da comitati che entravano in concorrenza tra loro e facevano a gara per assoldare i migliori suonatori capaci di assicurare il successo alla serata. La moralià dei balli era garantita da regole ferree cui tutti sottostavano: le ragazze erano invitate dai cavalieri ed erano tenute ad accettare l’invito regolarmente richiesto all’accompagnatore; in qualche occasione invece era consentito alla dama di scegliere il cavaliere (come era lunga tradizione, per esempio, a Osilo). Altro importante aspetto del Carnevale tradizionale erano le maschere. Quelle femminili generalmente si basavano sul contrasto ricco-povero, uomo-donna, mentre quelle maschili erano di genere più vario, perchè riproponevano le macchiette paesane e i mestieri; vi erano poi le maschere zoomorfe (merdu`les, boes, porcos) e quelle relative a personaggi fantastici (mamuthones, issokatores, thurpos). In passato, il tempo della comunità era scandito da balli, sfilate di maschere e banchetti: era una vera e propria drammatizzazione che, oltre a coinvolgere la comunità nei ritmi della festa, la impegnava organizzativamente nella ricerca delle risorse necessarie per dar vita alle varie manifestazioni. E in particolare ai grandi banchetti e alle distribuzioni pubbliche delle tradizionali frittelle (zìppulas nel Campidano, cattas in Logudoro e Barbagia, frisgioli in sassarese e gallurese). Il momento culminante della festa era il giorno di chiusura, che nei diversi centri assumeva forme diverse, ma il cui significato prevalente era identico nelle varie comunità. Purtroppo in buona parte di esse il significato profondo del Carnevale si è perduto e le manifestazioni hanno assunto il carattere di un’attività frammentaria, preoccupata di promuovere turisticamente il paese piuttosto che di salvaguardarne e trasmetterne la memoria. D’altra parte lo spopolamento, la mobilità e le profonde modificazioni nel tessuto sociale provocate da industrializzazione, emigrazione e globalizzazione rendono quasi impossibile la conservazione dei legami dellemanifestazioni con un passato che per molti non ha più significato. Attualmente le manifestazioni carnevalesche si svolgono in quasi tutti i centri, circoscritte soprattutto al Giovedì e al Martedì grasso. Sebbene difficilmente riescano a coinvolgere la comunità nello spirito di un tempo, il risveglio identitario degli ultimi decenni e l’accento che le organizzazioni locali (dai gremi alle confraternite alle stesse Pro Loco) hanno nuovamente messo anche su queste manifestazioni, ha prodotto una rinnovata attenzione alla specificità del Carnevale sardo che va al di là del rilancio turistico di cui hanno goduto molte manifestazioni. Le più note sono oggi: Oristano, giostra equestre della Sartiglia. Cagliari, mascheratae rogo di Cancioffali. Santu Lussurgiu, corsa a cavallo conosciuta come Carrela ’e nanti. Mamoiada, lotta tra mamuthones e issokatores. Ottana, sfilata dei merdùles elotta con i boes. Orotelli, sfilata e lotta dei thurpos. Tempio Pausania, sfilata dei carri,mascherata e rogo di Re Giorgio (Ghjogliu) e della moglie Mannena. Ghilarza, Giostra de Su carruzu ’e s’antiga. Nuoro, sfilata dei Boes. Fonni, sfilata degli Hurtos. Samugheo, sfilata dei maimones. Tonara, rogo di Coli Coli. Ovodda, mascherata e rogo di Don Conte (il Mercoledì delle Ceneri). Barumini, mascherata e rogo di Pepi Patta. Bosa, mascherata del Laldaggiolu, ricerca di Giolzi e rogo finale. Calangianus, Carrasciali caragnanesu, con sfilate e offerte di vino e frittelle. San Gavino, sfilata di carri e maschere. Teti, Sa cursa de sa pudda. Abbasanta, giostra equestre. Paulilatino, giostra e sfilata delle maschere.

Carnevale particolare dell'abito tradizionale femminile a Mamoiada
Fonni maschere di s'Urthu e sos Buttudos primo piano.

Bosa: "Il Carrasegare Osincu"


A Bosa il Carnevale viene denominato Carrasegare, termine utilizzato anche per indicare i tre giorni finali e i più importanti della festa: domenica, lunedì e martedì. Il Carnevale è la festa della comunità in cui anche i ruoli sociali sono meno rigidi, è quindi caratterizzato da aspetti parodistico - satirici, con la messa in scena di eventi che coinvolgono gli abitanti del paese attraverso l'esecuzione di canti satirici. A Bosa il Carnevale mantiene tuttora la caratteristica del festeggiamento spontaneo e non organizzato, infatti, anche se esistono gruppi che gestiscono alcuni momenti della festa (come i balli), il resto è affidato all'improvvisazione della comunità. Il Carnevale di Bosa inizia una settimana prima del giovedì grasso (lardazholu o laldaggiolu) quando alcuni gruppi in maschera vanno di casa in casa chiedendo "sa palte 'e cantare?"; durante queste visite si improvvisano canzoni satiriche basate sulla struttura dei canti tradizionali come i "gosos" e i "trallallera", avendo in cambio carne, salsiccia, formaggio, frutta e dolci utili per imbandire il cenone. Il martedì grasso è dedicato alla sfilata i cui personaggi principali sono Giolzi (il Re Giorgio, simbolo del Carnevale rappresentato da un fantoccio di stracci con una botte per pancia) e le maschere di "s'attittidu" (lamento funebre). Sin dalle prime ore del mattino, i partecipanti invadono le strade e le Attittadoras, vestite completamente di nero, piangono la morte di Giolzi creando un particolare effetto sonoro e facendo riecheggiare i loro lamenti per tutto il paese. Giolzi è raffigurato da un bambolotto, spesso smembrato, portato in braccio o su una carriola. Anche gli spettatori sono coinvolti nella sfilata, infatti, le Attittadoras chiedono al pubblico "unu tikkirigheddu de latte" (un goccio di latte) per il neonato Giolzi, abbandonato dalla madre distratta dalla festa. Le Attittadoras importunano le donne del pubblico, cercando di palparne il seno per il latte da dare al neonato. Al tramonto del sole si assiste ad un cambio di scena: le maschere delle Attittadoras scompaiono per lasciare il posto alle maschere in bianco ovvero le anime del Carnevale che sta finendo. Le maschere che sfilano nella notte sono caratterizzate da un lenzuolo bianco e da una federa bianca che funge da cappuccio. I partecipanti hanno il viso annerito dalla cenere del sughero bruciato e tengono in mano un cestino di vimini contenente una candela o una lanterna. Corrono per le strade del centro alla ricerca di Giolzi e, quando lo trovano, bruciano il fantoccio che lo raffigura su un rogo.
Storia dell'evento In passato il Carnevale di Bosa iniziava la notte di Capodanno con l'apertura delle sale da ballo che continuavano la loro attività fino alla notte del martedì grasso, con un piccola ripresa in occasione della festa della Pentolaccia durante la prima domenica di Quaresima. Dal giorno di Capodanno fino a Pasqua si consideravano festivi tutte le domeniche, gli ultimi due giorni del Carnevale (lunedì e martedì grasso), giovedì grasso, il giovedì che precedeva il giovedì grasso e, infine, il sabato e la prima domenica della Quaresima.

Carnevale di Fonni


Il carnevale di Fonni è caratterizzato dalle antiche maschere de s'Urthu e sos Buttudos che rappresentano la lotta quotidiana dell'uomo contro gli elementi della natura. S'Urthu è vestito di pelli di montone o di caprone di colore bianco o nero, ha un grosso campanaccio legato al collo, la faccia annerita dal sughero carbonizzato ("s'inthiveddu"), ed è tenuto al guinzaglio con una rumorosa catena di ferro. Sos Buttudos indossano un cappotto di orbace sopra abiti di velluto, scarponi e gambali di cuoio, sulle spalle i campanacci ("sonaggias"). S'Urhtu, l'orso, lotta continuamente tentando di liberarsi dalle catene, aggredendo uomini e cose che incontra sul suo cammino, arrampicandosi dappertutto, sugli alberi e sui balconi, aizzato ad avventarsi sulla gente e soprattutto sulle ragazze che subiscono le sue esuberanze, mentre sos Buttudos tentano di domarlo. Oltre a s'Urthu e sos Buttudos, maschere maschili, sono protagoniste del carnevale fonnese sas Mascaras Limpias. Impersonate sia da uomini che da donne, sas Mascaras Limpias rappresentano l'eleganza e la bellezza, indossano parti del costume tradizionale fonnese femminile: "su vardellinu" (la gonna), "su brathallu" (la camicia bianca) e "su cippone" (una giacca di panno o broccato), portano in testa un cappello di paglia o di cartone coperto con tovaglie ricamate e ornate da nastri variopinti ("sos vroccos") e un velo sul viso ("sa facciola"). Sas Mascaras Limpias sono accompagnate da su portadore, il garante delle maschere, perché, per non essere riconosciute e per non rivelare il sesso, non parlano e si coprono completamente, indossano anche dei guanti. Spesso sono accompagnate dai suonatori di organetto e invadono le vie del paese al ritmo dei balli e canti tradizionali, eseguendo in particolare la danza fonnese. L'ultimo giorno di carnevale, "martis de coa", entra in scena su Ceomo, pupazzo antropomorfo con una maschera, scarpe e guanti, imbottito di paglia e di stracci. Seduto su una sedia e portato a braccia, è condotto per le vie del paese da un corteo di maschere che cantano versi in rima deridendo personaggi e alludendo ad avvenimenti locali. Su Ceomo subisce un processo in piazza e, infine, viene messo al rogo mentre gli uomini travestiti da donna intonano un lamento funebre, "su teu", accompagnato da "battorinas" e "muttos" (canti tradizionali sardi) augurandosi che con il fantoccio brucino tutti i mali che affliggono la popolazione.
Il carnevale inizia il 16 gennaio in occasione di Sant'Antonio quando, un'ora prima della messa, durante su pispiru (il vespro) si accende un unico grande fuoco. Dopo la funzione religiosa, il prete accompagna la statua di Sant'Antonio in processione, compiendo tre giri intorno al fuoco e benedicendo sia il falò sia il pane in "sappa", tipico dolce di questa festa, preparato dal priore e offerto ai presenti dopo la cerimonia. Infine, entrano in scena le maschere tradizionali fonnesi, s'Urthu e sos Buttudos.

Sito ufficiale Urthos e Buttudos
www.urthosebuttudos.it/


Gavoi: La settimana del Carnevale gavoese


Il carnevale di
Gavoi inizia il giovedì grasso, "jobia lardajola" (così chiamato perché in questa occasione si preparavano le fave con il lardo), con "sa sortilla 'e tumbarinos", il raduno di centinaia di tamburini. Gli strumenti sono costruiti interamente a mano con pelli di capre e pecore; anticamente si adoperavano anche le pelli di cane o d'asino. Per la realizzazione dei tamburi si riutilizzano i setacci per la farina o le forme in legno per il pecorino o i vecchi secchi di sughero usati per la mungitura e per cagliare il formaggio ("sos malùnes") o i grandi contenitori per conservare il grano ("sos majos"). Gli adulti e i bambini sfilano indossando il tipico abito di velluto e calzando scarpe chiamate "sos cosinzos" e "sos cambales". Il corteo si snoda per le vie del centro del paese con i tamburi che suonano all'impazzata, accompagnati da "su pipiolu", il piffero di canna, "su triangulu", il triangolo di ferro battuto, "su tumborro", una serraggia, strumento composto da una vescica di animale essiccata, rigonfiata come cassa di risonanza che viene fatta vibrare da una corda come se fosse un violino. Il carnevale di Gavoi pone la musica al centro della festa, non è importante il travestimento o il mascheramento, "su Sonu", il suono, è la maschera. La notte di martedì grasso il fantoccio del re di carnevale, Zizzarone, viene bruciato per dare l'addio alla festa, a volte sul rogo finiscono anche i pupazzi che rappresentano la moglie Marianna Frigonza e il figlio Marieddu. Il carnevale termina all'alba del mercoledì successivo, quando "sos intinghidores" con del sughero bruciato disegnano una croce sulla fronte dei partecipanti. Il suono delle campane, "su toku de sa ritiru", segna la fine del carnevale e l'inizio della Quaresima.

Lodè: Il Carnevale lodeino


Grazie alle testimonianze tramandate dagli anziani, da alcuni anni il paese ha operato un recupero dell'antico Carnevale lodeino caratterizzato da sas Mascaras Nettas, tradizionalmente contrapposte a sas Mascaras Bruttas. In particolare sas Mascaras Nettas (maschere pulite) sono mute e, pur indossando indumenti sia maschili che femminili, possono essere rappresentate solo da uomini. L'abbigliamento è composto da "sa kamisa", "sas kalzas biancas" e "sa berritta" (camicia, calze bianche e copricapo), elementi propri del costume maschile e da "su kuritu", "su zakru" e "su mukkatore" (corsetto e fazzoletto) caratteristici invece dell'abbigliamento femminile. Particolarmente originali sono il variopinto corpetto, indossato al contrario, e il copricapo tradizionalmente riempito di stracci o di carta ed abbellito da un ampio scialle, le cui frange vengono lasciate scendere fino a coprire il volto. Un ulteriore mukkatore viene legato in vita, facendo cadere le frange sulla parte superiore delle gambe. Sono maschere intrise di storia e di cultura che si presentano belle ed eleganti; fin dalle origini la loro azione ha la duplice funzione di enfatizzare gli usi e i rituali quotidiani da un lato e di rendere leciti alcuni comportamenti trasgressivi dall’altro. Nella tradizione lodeina, sas Mascaras Nettas, girano in coppia accompagnate da su Marrazzaju (il suonatore di campanacci) con lo scopo di "arrestare" una persona di volta in volta individuata tra la folla. Se viene seguito un uomo, questo deve tentare di fuggire fino a casa o fino ad un determinato traguardo e se ci riesce può considerarsi libero. Viceversa, se viene individuata una donna, inizia un rituale che è da considerarsi un grande onore. Infatti, mentre sas Mascaras Nettas si fermano a qualche metro dalla ragazza, su Marrazzaju, agitando i campanacci, le fa tre giri intorno e le si ferma davanti inchinando la testa in segno di apprezzamento. A quel punto la prescelta viene presa sottobraccio ed accompagnata dalle tre maschere fino a casa, dove offre loro vino e dolci, prima di essere riaccompagnata nel medesimo punto in cui era stata prelevata. Altra figura caratteristica del Carnevale lodeino è su Maimone, fantoccio fatto di stracci, paglia, sughero e altri materiali al cui interno è inserita una damigiana collegata alla bocca da una pompa di gomma. A seconda delle dimensioni, due o quattro persone conducono il fantoccio di casa in casa per raccogliere al suo interno il vino che successivamente sarà bevuto in piazza da tutta la comunità in festa. La tradizione popolare considera su Maimone simbolo di abbondanza, pertanto la gente del paese è lieta di contribuire al riempimento della damigiana nella speranza di una ricca produzione di buon vino locale per l'anno successivo.

Inizio Manifestazione febbr./marzo (secondo il calendario).

Sfilata maschere tipiche:
- Sas Mascheras Nettas “
- Su Maimone

Gli altri partecipanti alla sfilata si vestono con abiti tipicamente locali (le donne con gonna – blusa – scialle e fazzoletto in testa “ su mucatore “ mentre gli uomini vestono abiti di velluto – cappello – “ cambales “ o
scarponi). Balli sardi in piazza , con fave e lardo e “gatthas” (frittelle tipiche locali).

Lodine: Su Harrasehare Lodinesu


Il Carnevale di Lodine si svolge il Mercoledì delle Ceneri (Merhulis de Lessia) e il protagonista del Carnevale è un fantoccio con una maschera di legno, scolpita da un artista locale, avente le fattezze o di un personaggio della comunità che durante l'anno si è distinto per un comportamento non ben accetto dal paese, oppure di un personaggio nazionale o internazionale che si è messo in evidenza con connotazioni negative. Il fantoccio è accompagnato da un corteo formato da un numeroso gruppo di uomini, per la maggior parte travestiti da vedove con gli abiti tradizionali locali, con il viso dipinto di nero che inscena una sorta di funerale. Sas Umpanzias vanno in giro con una maschera fatta di sughero che rappresenta un politico o un personaggio del luogo, sono vestiti di nero e si tingono il viso con il carbone. Sas Umpanzias durante il corteo portano il fantoccio, deriso e sbeffeggiato, di casa in casa dove si offre alla comitiva vino, pane, dolci e altri cibi (per lo più salumi) che arricchiranno il banchetto allestito in occasione del processo in seguito al quale il fantoccio sarà condannato al rogo. Secondo la tradizione solo la maschera di legno sarà salvata dalle fiamme, per essere conservata ed esibita nelle sfilate dei carnevali successivi.

Lula: Il carnevale lulese


La maschera protagonista del carnevale di Lula è su Battileddu, la vittima. È vestito di pelli di pecora o montone, ha il volto sporco di fuliggine e di sangue e la testa coperta da un fazzoletto nero femminile, porta un copricapo con corna caprine, bovine o di cervo tra le quali è sistemato uno stomaco di capra ("sa 'entre ortata"). Sul petto porta i "marrazzos" (campanacci), sulla pancia seminascosto dai campanacci porta "su chentu puzone", uno stomaco di bue pieno di sangue e acqua, che ogni tanto viene bucato per bagnare la terra e fertilizzare i campi. Su Battileddu è seguito nel suo cammino dai Battileddos Gattias, uomini travestiti da vedove che indossano gambali maschili. Queste maschere cullano una bambola di pezza che porgono alle ragazze tra la folla chiedendo di allattarla, mentre intonano "sos attitos", canti funebri in onore della vittima del carnevale. Durante la sfilata le Gattias, sedute in cerchio e dopo avere "obbligato" qualcuno del pubblico ad unirsi al gruppo, fanno il gioco del "pizzica ma non ridere" (pitzilica e non rie), passandosi l'un l'altro un pizzico senza ridere per non pagare il pegno che solitamente consiste nel versare da bere. Il corteo è seguito anche da sos Battileddos Massajos, i custodi del bestiame, vestiti da contadini, in questo caso "custodi della vittima". Hanno il viso imbrattato di fuliggine e portano pungoli e "socas", funi di cuoio con le quali legano la vittima per percuoterla ripetutamente, strattonarla, trascinarla, fino a farla morire. Due Battileddos Massajos vengono aggiogati come buoi e tirano il carro durante la rappresentazione. Su Battileddu, considerato pazzo, è tenuto legato e fermo dai Battileddos Massajos, mentre gli spettatori tentano di pungere su chentu puzone per far uscire il sangue con il quale s'imbrattano il volto. Quando la vittima cade per terra qualcuno grida "l'an mortu, Deus meu, l'an irgangatu!" (l'hanno ucciso, Dio mio, lo hanno sgozzato) ma basta un bicchiere di vino per rianimarla. Le vedove inscenano il funerale con gesti e lamenti scurrili. Poi su Battileddu viene posto su un carro per rappresentare la rinascita, ora inizia la festa.
Storia dell'evento Riguardo all'origine della maschera molte teorie riportano ai riti dionisiaci, con la rappresentazione della passione e la morte del dio, e più in generale ai riti agrari arcaici di fecondazione della terra con il sangue. La maschera del Battileddu, abbandonata nella prima metà del Novecento, forse a causa della miseria e dei lutti provocati alla guerra, cadde nell'oblio. È stata riproposta nel 2001, in un clima teso alla valorizzazione delle antiche maschere sarde e di spiccato interesse scientifico e antropologico verso la maschera di Lula. Il nome della maschera, Battileddu, probabilmente trae origine da "battile" che in sardo vuol dire inutile, straccio, buono a nulla; ma "bathileios" in greco significa ricco di messi, ed è uno dei tanti nomi attribuiti a Dioniso. La maschera rappresentava infatti colui che avrebbe reso fertili i campi; doveva essere una persona folle, per questo considerata vicina a Dio, e doveva essere offerta in sacrificio. Secondo altre ipotesi il carnevale di Lula rappresenterebbe la lotta tra il bene e il male, impersonati scondo la leggenda da Voe Tomasu e Trullio. Solo quando Voe Tomasu, il bene, si fa rivestire le corna riesce a sconfiggere Trullio, il male, e come trofeo colloca lo stomaco di Trullio attorno alle proprie corna.



Nuoro: Sagra del Carnevale di Nuoro




Il carnevale a Nuoro prevede ogni anno una serie di eventi che si svolgono nelle vie del centro e che coinvolgono la popolazione ed i turisti. Come in molti paesi della Barbagia, anche a Nuoro la festa si apre il 16 gennaio con i falò in onore di Sant'Antonio Abate, fra cui sarà premiato il fuoco più bello per magnificenza e per il coinvolgimento della comunità. Oltre al carnevale dei bambini, che ha luogo il 2 febbraio, e ai tradizionali balli in piazza, vengono organizzate altre iniziative (cacce al tesoro, eventi di spettacolo, concorsi ecc.) che possono variare di edizione in edizione. La manifestazione prevede poi una sfilata per le vie del centro, il pomeriggio di sabato 26 gennaio, a cui partecipano le maschere tradizionali della Barbagia, fra le quali i Mamuthones e gli Issohadores di Mamoiada, i Thurpos di Orotelli, i Bundos di Orani, i Tumbarinos di Gavoi.
Sagra del Carnevale. Il punto di forza delle manifestazioni carnevalesche sono due sfilate per le vie del centro. La prima è quella delle maschere tradizionali barbaricine, mamutbones e iesohadores di Mamoiada, tburpos di Orotelli, tumbarinos di Gavoì, su bundu di Orani ecc... La domenica della pentolaccia si svolge la seconda sfilata che vede la partecipazione di carri allegorici e gruppi in maschera provenienti da tutta la Sardegna. I festeggiamenti si concludono la sera con un grande concerto in piazza Vittorio Emanuele.

Tempio Pausania gruppo di maschere.

Il Carnevale in Sardegna Cultura e Tradizioni, Tempio Pausania gruppo di maschere.

Mamoiada Le maschere del Carnevale mamoiadino




Il carnevale di Mamoiada è uno degli eventi più celebri del folclore sardo. Le maschere tradizionali di questo carnevale sono i Mamuthones e gli Issohadores. I primi, vestiti di pelli ovine, indossano una maschera nera di legno d'ontano o pero selvatico, dall'espressione sofferente o impassibile; sulla schiena portano "sa carriga", campanacci dal peso di circa 30 kg, legati con cinghie di cuoio, mentre al collo portano delle campanelle più piccole. I campanacci, fino a non molti anni fa, venivano forniti in via amichevole da pastori che recuperavano i pezzi più malandati o li prendevano direttamente dal collo delle loro bestie. I "sonazzos" sono dotati di "limbatthas", batacchi costruiti utilizzando le ossa del femore di pecore, capre, asini o altri animali. I campanacci ancora oggi sono realizzati con grande maestria da artigiani di Tonara, centro del Mandrolisai. Gli Issohadores indossano una camicia di lino, una giubba rossa, calzoni bianchi, uno scialle femminile, a tracolla portano sonagli d'ottone e di bronzo; alcuni portano una maschera antropomorfa bianca. Un rito molto sentito del carnevale è la vestizione dei Mamuthones, compiuta da due persone. Dopo la vestizione i Mamuthones sfilano in gruppi di dodici, rappresentando i mesi dell'anno, guidati dagli Isshoadores che sfilano in gruppi di otto e danzano eseguendo passi di notevole difficoltà che devono essere imparati da bambini. La sfilata dei Mamuthones e degli Isshoadores è una vera e propria cerimonia solenne, ordinata come una processione. I Mamuthones, disposti in due file parallele, fiancheggiati dagli Issohadores, si muovono molto lentamente curvi sotto il peso dei campanacci e con un ritmo scandito dagli Issohadores, dando un colpo di spalla per scuotere e far suonare tutti i campanacci. Gli Issohadores si muovono con passi più agili e all'improvviso lanciano la loro fune, sa soha, per catturare qualcuno degli astanti: i prigionieri per liberarsi dovranno offrire loro da bere. Le maschere fanno la loro apparizione in occasione della festa di Sant'Antonio tra il 16 e il 17 gennaio poi la domenica di carnevale e il martedì grasso. Durante l'ultimo giorno, il martedì grasso, si può assistere alla processione della maschera di Juvanne Martis Sero trasportata su un carretto da uomini vestiti da "zios" e "zias" che ne piangono la morte cantando sconsolatamente.
Storia dell'evento Le origini del carnevale di Mamoiada, conosciuto anche come "la danza dei Mamuthones", sono oscure, molte sono le ipotesi che sono state avanzate, nessuna effettivamente dimostrabile. Secondo alcuni il rito risalirebbe all'età nuragica, nato come gesto di venerazione degli animali, per proteggersi dagli spiriti del male o per propiziare il raccolto. La parola Mamuthones è stata anche ricondotta al greco "Maimon" che significa "colui che smania, che vuole essere posseduto dal dio" (nella lingua sarda odierna il termine significa pazzo o "buono a nulla"). Gli Issohadores derivano invece il nome da "soha", "lunga fune" (originariamente fatta di cuoio, oggi è un laccio in vimini), sono i guardiani dei Mamuthones. Secondo altre tradizioni, i Mamuthones sarebbero i prigionieri Mori catturati dai sardi Issohadores, ma non mancano i richiami al culto dionisiaco. Da un punto di vista antropologico, il carnevale di Mamoiada, come in generale i carnevali barbaricini, viene legato ai cicli della morte e della rinascita della natura. Rituali arcaici di esorcizzazione e maschere orride ripropongono, in chiave grottesca, il rapporto uomo-animale, che sta alla base del sistema economico-sociale della Barbagia, essenzialmente fondato su pastorizia e allevamento. A queste maschere si riconosceva il potere di influire sulle sorti dei raccolti e sulla sopravvivenza, per questo motivo, nonostante l'aspetto spaventoso, la loro visita era gradita e al fine di ottenere la loro benevolenza si offrivano loro cibi e bevande.



Museo delle Maschere Mediterranee Mamoiada
Il Museo nasce con l'intento di costituire un luogo di contatto tra l'universo culturale di un piccolo paese della Sardegna interna, Mamoiada, nota in tutto il mondo per le sue maschere tradizionali - i Mamuthones e gli Issohadores - e le regioni mediterranee che, attraverso le rappresentazioni e le maschere di Carnevale, svelano una comunione di storia e di cultura. In particolare il Museo rivolge il suo interesse verso le forme di mascheramento nelle quali, in una grande varietà di combinazioni, ricorre l'uso di maschere facciali lignee zoomorfe e grottesche, di pelli di pecora e di montone, di campanacci e in generale di dispositivi atti a provocare un suono frastornante. A queste maschere, proprie delle comunità dei pastori e dei contadini, si riconosceva il potere di influire sulle sorti dell'annata agraria; per questo, malgrado l'aspetto impressionante, la loro visita era attesa e gradita e occasione per farsele amiche attraverso l'offerta di cibo e bevande. A partire dalle maschere dei Mamuthones e degli Issohadores, il museo offre un'esposizione comparata di reperti provenienti dai diversi paesi del Mediterraneo evidenziandone le affinità e le vicinanze piuttosto che le difformità e le distanze.
Contatti Comune di Mamoiada corso Vittorio Emanuele III 50, Mamoiada.
tel. 0784 56023 - fax 0784 56700
sito internet: www.museodellemaschere.it




Ollolai: "Harrase 'Are", Carnevale di Ollolai


Il carnevale di Ollolai è reso particolarmente suggestivo dalla presenza di numerose maschere tradizionali: sos Bumbones. Nello specifico sos Truccos o sos Turcos sono avvolti in un telo di pizzo bianco, "inghirialettu", in passato utilizzato per ricoprire i piedi del letto ove giaceva il defunto prima della sepoltura, e portano sulle spalle su mantella rubia, uno scialle ricamato in rosso, viola e blu che per tradizione veniva usato per avvolgere il neonato durante il battesimo. Il capo e il volto sono coperti da un pesante pizzo sul quale si fissa una cuffietta con frange detta "capiale'e fronzas"; alcuni Truccos indossano anche una maschera di porcellana bianca. Questo abbigliamento, dove predominano il rosso e il bianco, colori tipici del costume sardo, ha un carattere fortemente simbolico, rappresentando il ciclo della vita: la morte della natura in inverno e la sua rinascita in primavera. Altra maschera caratteristica del carnevale ollolaese è sa Marizzola, figura femminile vestita con una gonna di panno rosso scuro, "su bardellinu", una blusa bianca ricamata a mano e un particolare corpetto, "sas palas", lasciato in vista sopra la camicia e decorato con filo dorato ed argentato. A coprire il capo un fazzoletto ricamato con fiori in rilievo, "su muccadore froreau", mentre sul viso è posto un velo di tulle o, in alternativa, una maschera di cartapesta. Nella tradizione ollolaese poi le figure femminili di Maria Vressada, cosi chiamata in quanto avvolta in un copriletto, Maria Ishoppa e sa Mamm'e e su Sole rappresentano tre maschere spauracchio che spaventano i bambini capricciosi. Caratteristica figura maschile è invece su Caprarju vestito con casacca e pantaloni aderenti di panno o di velluto, camicia bianca alla coreana, berretto, "su bonette", sopra il quale è legato un fazzoletto che regge una maschera di legno, e scarponi in pelle di "sos cambales". Il personaggio rappresenta i ballerini più agili, tant'è che incrociato sul petto porta un insieme di piccoli campanacci lasciati suonare allegramente durante le danze organizzate oltre che nelle piazze, anche nelle sale da ballo. Recentemente la comunità di Ollolai ha attuato un vero e proprio recupero della tradizione carnevalesca concentrando lo svolgimento della festa, delle sfilate e delle rappresentazioni sceniche soprattutto nelle ore pomeridiane anziché in quelle notturne. Sempre dal passato, deriva l'usanza dei Truccos, riuniti in gruppi detti "sas troppas de harassehare", di girare di casa in casa visitando, tra le altre, anche le abitazioni degli anziani e dei malati per condividere l'allegria del carnevale. Nel loro girovagare Sos Truccos portano per le vie cittadine su Ziomu, un manichino di paglia e vecchi abiti, il cui viso è costituito da un telo su cui sono disegnati gli occhi e la bocca. Vestito con un cappotto nero d’orbace, il fantoccio nasconde al suo interno una sacca di salsicce e "sa gruppa", una botte colma di vino; vino che viene consumato durante i festeggiamenti caratterizzati da canti e balli al suono di tipici strumenti quali "su tumbarru", il tamburo grande, "su sonu", piccola fisarmonica o organetto, "sa trumbia", l’armonica a bocca, "sa trunfa", lo scacciapensieri, "su sonette", una sorta di flauto fatto di canna, e "sos hopprettos", i coperchi delle pentole. La tradizione di su Ziomu , oggi in parte recuperata, vuole che il fantoccio, a tarda sera venga portato alla periferia del paese, processato e condannato al rogo segnando così la fine del carnevale e l'inizio della Quaresima.
Storia dell'evento Il carnevale ollolaese aveva inizio il giorno di Sant'Antonio anche se i festeggiamenti veri e propri cominciavano la domenica di carnevale proseguendo per tre giorni fino al mercoledì delle Ceneri. Dopo la messa, gli uomini più spigliati e pronti allo scherzo, vestiti con le tipiche maschere del paese, su Truccu, sa Marizola, Maria Vressada, Maria Ishoppa, sa Mamm'e e su Sole, su Caprarju, formavano "sas troppas de harrasehare", ovvero i gruppi del carnevale, ciascuno dei quali era accompagnato da su Portatore, unico componente a non indossare la maschera detta sa carota o sa visera. Le donne e i bambini non si mascheravano anche se partecipavano agli scherzi e alle rappresentazioni sceniche nelle piazze e per le vie del paese ove si svolgeva la festa. Durante i tre giorni di festeggiamenti ogni gruppo visitava tutte le case dei rispettivi componenti ove spesso veniva offerta una cena a base di arrosto di maiale, salsicce, "savadas", "gathas", formaggio e "galadina", il tutto accompagnato da vino rosso. La sera i balli continuavano nelle case o in qualche piazza del paese. Durante il periodo fascista, a partire dal 1925 circa, furono vietati i travestimenti che coprivano il viso, e quando, dopo il secondo dopoguerra, furono riammesse le maschere, iniziarono a travestirsi anche le donne. Secondo la tradizione, su Ziomu, un fantoccio issato su un asino, costruito con paglia e vecchi stracci e contenente al suo interno una botte di vino e una sacca di salsicce, accompagnava lungo le vie del paese il corteo di sos Intintos, uomini che si imbrattavano il volto con il sughero bruciato. Il mercoledì delle Ceneri, a tarda sera, il manichino veniva condotto alla periferia del paese in località sa Banda, dietro la Chiesa di Santa Susanna, processato e bruciato. Aveva così inizio il tempo di Quaresima.


Oniferi: I festeggiamenti del Carnevale oniferese


Le celebrazioni del Carnevale ad Oniferi, come in altri paesi della Barbagia, hanno inizio il 16 gennaio, in occasione della festa di Sant'Antonio. Nei rioni del paese vengono accesi falò in onore del Santo mentre in piazza hanno inizio i tradizionali balli. Protagonisti del carnevale oniferese sono "sos Maimones" maschere tipiche che, a differenza di altri personaggi dei carnevali barbaricini, non coprono il viso con travestimenti lignei ma lo rendono irriconoscibile annerendolo con la fuliggine ricavata dal sughero bruciato. Durante il XX secolo la maschera ha assunto un carattere goliardico, pertanto si incontrano anche Maimones con il volto solo parzialmente dipinto. Momento particolarmente suggestivo è la vestizione di "sos Maimones" che si svolge all'interno dell'antica capanna utilizzata dai pastori, detta "su pinnetu", costruita in pietra con un caratteristico tetto di frasca. La figura maschile indossa l'abito tipico del pastore sardo in velluto nero, marrone o comunque scuro con camicia bianca senza colletto, "cambales", scarponi in pelle e su bonette, ovvero un cappello in velluto, preferibilmente di piccole dimensioni, tradizionalmente portato pendente a lato della fronte. Completano l'abbigliamento altri capi, sempre tipici della cultura agro–pastorale, quali: "su saccu'e fresi" o "furesi" (mantella con cappuccio tessuta in orbace, stoffa, quest'ultima, ottenuta dalla tessitura fine della lana degli ovini), "su gabbanu" (pesante pastrano anch'esso in orbace) o, in alternativa, "sas peddas" (pelli di montone o agnello lavorate con o senza pelo). La figura femminile, necessariamente impersonata da soggetti maschili, integra l'abbigliamento con scialli o "su freseddu" (piccola mantella in orbace priva di cappuccio) ed ancora con gonne e "su muccadore nigheddu" (fazzoletto nero) che viene legato sul tipico berretto. Dopo la benedizione del fuoco e l'accensione dei falò, le maschere fanno il giro del paese portando in groppa ad un asino un fantoccio antropomorfo, a rappresentare l'uomo che fatica nei campi, il cui viso è costituito da una foglia di fico d'india fissata su una damigiana o in "sa lama'e su latte" (contenitore metallico sagomato per facilitare il trasporto del latte sulla groppa degli asini) entrambi ricoperti da un mantello d'orbace ("su saccu"). Spesso anche l'asino viene mascherato con corna di diverse dimensioni. La maschera di su Maimone gira di casa in casa accettando la genuina ospitalità sarda e caricando "sas bertulas", bisacce tessute in orbace, di ricchi dolci carnascialeschi quali: "cathas" (frittelle), "rujolos" (dolcetti a base di ricotta soffritta, simili a piccole polpette) e ogni altra leccornia che, insieme al vino versato nella damigiana raffigurante il fantoccio Maimone, possa servire a far festa. Tradizionalmente vengono visitate anche le abitazioni in cui vivono persone in difficoltà per rallegrarne l'atmosfera. Successivamente, in piazza, tra un ballo e l'altro al suono dell'organetto a bocca o a mantice accompagnato dal canto a tenores, il cibo viene consumato da tutta la comunità. Il Carnevale oniferese è caratterizzato dalla messa in scena, per le vie del paese, di una serie di situazioni della vita reale: le difficoltà, la sofferenza e la morte sono interpretate da "sos Maimones" ridicolizzandole al fine di scongiurarle. Tra le situazioni rappresentate si ricorda "sa parthi burra" (divisione della coperta matrimoniale attraverso la rappresentazione di una sorta di separazione coniugale in cui, inscenando uno scandalo per strada, si divide, per l'appunto, il misero avere in orbace); "s'ammuttu" (tradizionale canto per il morto eseguito dalle prefiche e per l'occasione reso burlesco dalle maschere che piangono il compagno morto a causa di una forte bevuta e successivamente risorto grazie ad un ulteriore bicchiere di vino) e "sa ilonzana" (donna che fila la lana). Ancora con l'estrazione di "sos bullettes de sa fortuna" (biglietti contenuti in una giara di sughero o legno) si dà vita ad una lotteria che, con intento burlesco, a seconda della vena poetica del momento, augura ogni tipo di futuro.
Storia dell'evento La maschera tipica del Carnevale di Oniferi, Su Maimone, scomparsa alla fine degli anni '50 del Novecento, è stata recuperata solo da una decina d'anni, grazie alla tradizione orale tramandata dagli anziani del paese e all'apporto di alcuni studi. Il termine Maimone deriverebbe dal greco mainomai, sono posseduto, e più in particolare dall'epiteto del Dio Dioniso, Mainoles, il pazzo, il furioso, e viene impiegato, assieme al termine Mamuthone, che presenta la stessa radice, in diversi paesi della Barbagia proprio per indicare le maschere che, rifacendosi al culto dionisiaco, impersonano i seguaci del Dio o il Dio stesso, simbolo di ebbrezza ed estasi.tipo di futuro.


Ottana sa filonzana.

Il Carnevale in Sardegna Cultura e Tradizioni, Ottana sa filonzana.

Olzai: Il carnevale olzaese


Il carnevale di Olzai ha la particolarità di proseguire oltre la tradizionale data di chiusura delle manifestazioni carnascialesche: i festeggiamenti si protraggono, infatti, fino alla domenica successiva. Dalla domenica di carnevale fino al mercoledì delle Ceneri e poi anche la domenica della Pentolaccia, le strade del paese vengono percorse da vivaci sfilate di maschere. Protagoniste del carnevale di Olzai sono tre diverse maschere, dietro le quali in origine si celavano solo uomini:
Sos Intintos. Caratteristici del mercoledì delle Ceneri, sono vestiti con "zippone e antalera", hanno i visi imbrattati di nero sono travestiti da vedove a lutto per la morte del carnevale. Sos Murronarzos. Indossano abiti d'orbace e campanacci; usano imbrattarsi il viso col sughero bruciato, originariamente lo coprivano con autentici musi di porco o di cinghiale, oggi sostituiti da maschere di legno. Sfilano sempre in coppia. La maschera, scomparsa all'inizio del Novecento, forse per il comportamento eccessivamente violento, è stata recuperata in questi ultimi anni.
Sos Maimones. Mezzo uomini e mezzo fantocci dalle fattezze femminili, hanno quattro braccia, quattro gambe e due teste. Sono maschere particolarmente allegre ed esplicite che personificano la fertilità umana.
Il carnevale è caratterizzato dalla partecipazione spontanea della popolazione, le maschere ballano in piazza le danze sarde ed entrano nelle case, accompagnati da "su portedore", l’unico personaggio a viso scoperto che garantisce per le altre persone rese irriconoscibili dalle maschere.
La sera del mercoledì delle Ceneri si brucia in piazza il personaggio - fantoccio Zuanne Martis Sero così chiamato perché nasce il martedì sera. Anticamente si trattava di un uomo che veniva "catturato" durante la notte, legato ad una scala e portato di casa in casa, dove veniva costretto a bere laute quantità di vino, oggi sostituito da un fantoccio che dopo essere stato sottoposto ad un vero processo si brucia la sera del mercoledì.
Storia dell'evento Come la maggior parte dei carnevali sardi, anche il carnevale di Olzai affonda le sue origini nelle più antiche tradizioni agro-pastorali. Le sue maschere e i suoi rituali tramandano fino ai nostri giorni l'atavica lotta dell'uomo con la natura per la produttività dei campi e per la sopravvivenza degli animali e delle proprie famiglie. I riti del carnevale ripropongono le paure del remoto passato e l'ansia di allontanare il male, in particolare la carestia.

Orani: Carnevale di Orani


Il Carnevale inizia il 16 gennaio, vigilia della festa di Sant'Antonio, con l'accensione dei fuochi nei vari rioni. Protagonista del carnevale di Orani è su Bundu (sos Bundos), maschera che indossa gli abiti tipici del contadino: un cappotto largo e lungo, la camicia, i pantaloni di velluto e i gambali di cuoio. La maschera che gli copre il volto è di sughero colorato di rosso, ha lunghe corna, un grosso naso, pizzo e baffi, raffigurando un essere metà uomo e metà animale. I Bundos, durante il corteo, mimano il rito della semina impugnando "su trivuthu", un forcone di legno, accompagnandosi con gesti rituali e un gran vocio. La festa inizia il 17 gennaio, giorno consacrato a Sant'Antonio Abate, quando i Bundos visitano i tradizionali fuochi e alle maschere viene offerto "su pistiddu", il dolce tipico di questa festività e benedetto durante la processione. Il dolce è offerto anche a tutti i presenti e portato nelle case dei malati a tredici persone di nome di Antonio.
Storia dell'evento Il carnevale dei Bundos, pur riallacciandosi alle antiche credenze contadine, ha probabilmente origini successive rispetto agli altri più noti carnevali barbaricini. Su Bundu è una creatura metà umana e metà bovina; il colore rosso della maschera che gli copriva il volto in origine veniva ottenuto proprio con il sangue di bue, mentre il loro forcone, "su trivuthu", simboleggiava le origini contadine.
La tradizione popolare narra di un coraggioso contadino il quale, durante una notte tempestosa, travestito da Bundu convinse gli spiriti inquieti a rispettare la gente e il loro raccolto.
La mimica e le urla delle maschere rappresentano l'eterna lotta tra il bene e il male, anche se le credenze popolari sono discordanti, identificando su Bundu a volte con il male, quando si pensava che volesse intimorire gli uomini, altre volte con il bene, identificandolo con un dio del vento che aiutava i contadini a separare il grano dalla crusca.




Orotelli: I riti del Carnevale orotellese


I protagonisti del Carnevale di Orotelli sono i Thurpos, che inscenano diverse situazioni legate alla tradizione contadina: Su Thurpu Voinarzu (il contadino) che deve governare i testardi Thurpos Boes (i buoi); i Thurpos seminatori che spargono crusca lungo il cammino; Su Thurpu Vrailarzu (il fabbro) che ferra Su Thurpu Boe e Su Thurpu che accende il fuoco con un acciarino, una pietra focaia e un cornetto di bue pieno di midollo di ferula secca ("corru esca"). Durante la sfilata all'improvviso Sos Thurpos si avventano sul pubblico, rendendolo così partecipe del "gioco". Mimando il comportamento dei buoi, catturano ("sa tenta") qualche conoscente privo di maschera e lo costringono ad offrire loro da bere. Il martedì di carnevale i ruoli si invertono, saranno i Thurpos ad offrire da bere agli spettatori. La rappresentazione si conclude nella piazza del paese, dove tutti prendono parte a su ballu de Sos Thurpos. Sos Thurpos (il termine vuol dire ciechi, storpi) è una delle maschere più importanti della tradizione contadina. Si presenta a viso scoperto, vestito con un abito di velluto, i gambali di cuoio ("sos cambales"), un lungo pastrano ("su gabbanu") di nero orbace, quello che un tempo veniva utilizzato dal pastore durante la stagione invernale. A tracolla porta una bandoliera di campanacci, il volto è coperto di fuliggine ed è nascosto da un grande cappuccio che scende fino al naso. Sughero e campanacci vengono utilizzati con la funzione di allontanare gli spiriti maligni.
Storia dell'evento Come gli altri carnevali sardi a sfondo agropastorale, il carnevale di Orotelli ripropone in chiave grottesca il capovolgimento del rapporto uomo-animale e la lotta dell'uomo contro la natura, con un rituale di propiziazione della pioggia e della fertilità della terra. Il carnevale viene però tradizionalmente letto come rappresentazione del rapporto proprietario terriero-braccianti. L'occasione consentiva eccezionalmente ai braccianti di Orotelli di mimare l'autorità dei "padroni", senza doverne subire le conseguenze. Le persone più ricche del paese venivano inoltre "catturate" e costrette ad offrire da bere. Dal capovolgimento dei ruoli una temporanea rivincita dei più deboli.



Oristano La Sartiglia


Il Carnevale oristanese La Sartiglia è una delle manifestazioni carnevalesche sarde più spettacolari e coreografiche. Il nome deriva dal castigliano "Sortija" e dal catalano "Sortilla" entrambi aventi origine dal latino sorticola, anello, ma anche diminutivo di "sors", fortuna. Nell'etimologia del termine è racchiuso il senso della giostra come una corsa all'anello, una giostra equestre legata strettamente alla sorte, alla fortuna, ai riti pagani propiziatori di fertilità della terra. La Sartiglia della domenica di Carnevale si svolge sotto la protezione di San Giovanni Battista e le sue fasi cerimoniali sono organizzate e dirette dal Gremio (una sorta di corporazione) dei Contadini, mentre il martedì i riti sono a cura del Gremio dei Falegnami, sotto la protezione di San Giuseppe. Il protagonista è su Cumponidori, il cavaliere, il cui nome deriva da quello del maestro di campo della "sortija" spagnola, chiamato "componedor". La festa inizia con il lungo rituale della vestizione del capo-corsa il quale, seduto sopra un tavolo di legno, da quel momento non potrà più toccare terra fino alla fine della giornata. Le donne, "is Massaieddas", guidate dalla "Massaia manna", vestono il cavaliere con una camicia bianca, pantaloni e "cojettu" di pelle (sorta di gilet anticamente usato quale abito da lavoro dagli artigiani), coprono il suo viso con una maschera androgina tenuta ferma con una fasciatura, poi gli adornano il capo con un velo da sposa e un cilindro nero: uomo e donna al tempo stesso, su Componidori diventa una sorta di semidio. Il cavaliere è il signore della festa e, avendo sfilato in corteo assistito da su Segundu Componidori e su Terzu Componidori e dopo aver benedetto la folla con "sa Pippia de Maju" (un fascio di pervinche e viole, simbolo di primaverile fecondità), ha il compito di aprire la gara, infilando per primo con la spada una stella appesa ad un filo; sceglierà quindi i cavalieri che avranno l'onore di partecipare alla giostra: la tradizione vuole che dal numero di stelle infilate dipenda l'abbondanza o la penuria del raccolto. L'ultima corsa all'anello viene effettuata con "su stoccu", un'asta di legno lavorato. Prima delle corse delle pariglie che si susseguiranno fino al tramonto nella vicina via Mazzini, a chiusura della Sartiglia, su Cumponidori dovrà cimentarsi in "sa remada": disteso di schiena sul dorso del cavallo percorrerà al galoppo la pista, benedicendo la folla. Una particolarità del Carnevale di Oristano è Sa Sartigliedda del lunedì, una Sartiglia in versione ridotta riservata ai bambini, i quali montano i famosi cavallini della "Giara". Questa manifestazione viene ripetuta anche in estate, a ferragosto.
Storia dell'evento Le origini della Sartiglia sono da ricercarsi nelle gare equestri medievali, praticate già dai Saraceni ed introdotte in Occidente dai Crociati tra il 1118 e il 1200. Questa corsa all'anello, probabilmente presente ad Oristano già nel 1350, potrebbe essere stata eseguita per la prima volta in occasione delle nozze del giudice Mariano II: in quel periodo i legami tra la Corte Aragonese e quella d'Arborea permisero che i fanciulli del Giudicato venissero educati in Aragona dove quest’esercizio cavalleresco era già largamente praticato. La gara, in origine manifestazione delle classi nobiliari, divenne fin da subito l'emblema della tradizione giudicale e cavalleresca oristanese e rimane ancor oggi espressione della vita e della cultura popolare di Oristano.


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Samugheo sfilata dei Mamutzones. Le maschere tradizionali che caratterizzano il carnevale di Samugheo rivestono un'importante funzione identitaria per il paese, come mostra, per altro, il murale che compare nello sfondo della foto.

Il Carnevale in Sardegna Cultura e Tradizioni, Samugheo sfilata dei Mamutzones.

Ottana: "Carrasegare de Otzana"


Il carnevale di Ottana affonda le sue radici nel mondo sardo arcaico e nei suoi valori agropastorali, e perpetua una tradizione mai interrotta. È una delle ricorrenze più attese dalla popolazione che partecipa attivamente dimostrando un profondo senso di appartenenza alla propria cultura. Le maschere descrivono, attraverso spontanee interpretazioni che si sviluppano in una sorta di canovaccio, personaggi, ruoli e situazioni della vita dei campi, quali l'aratura, la semina, il raccolto; la cura, la domatura, la malattia, la morte degli animali. L'elemento caratterizzante è dato dalle maschere dei Merdùles e dei Boes, ma anche di altri animali, quali Porcos, Molentes, Crapolos.

Sos Merdùles "Sos Merdùles", ossia gli uomini, i contadini, sono vestiti con mastruche (pelli bianche o nere) o con vecchi abiti della tradizione locale, hanno il viso coperto da maschere lignee, dai tratti spesso deformati, forse per raffigurare la fatica del lavoro e della vita nei campi. Procedono lentamente, ricurvi, portando sulle spalle "sa taschedda", una sorta di zaino in pelle atto a contenere pane e companatico. Tengono con una mano le redini ("sas soccas") cui sono legati i Boes, uno o più di uno, e con l’altra mano si appoggiano ad una sorta di bastone che usano anche per tenere a bada i Boes. Parlano, si lamentano della loro sorte ed esortano spesso gli astanti a tenersi lontani dal pericolo: "appartadeboche po su voe" (allontanatevi perché stanno passando i buoi e può essere pericoloso). Talvolta il Merdùle è un uomo travestito da donna e rappresenta la difficoltà di una vedova nell'affrontare il lavoro dei campi, talaltra si può presentare con "sas soccas armugoddu" (le redini a tracolla), pronto a prendere al laccio, "issoccare", i Boes che gli passano vicino. Procedono con passo claudicante, stanco e sgraziato.
Sos Boes "Sos Boes" indossano pelli di pecora o abiti vecchi della tradizione locale e portano in spalla, a mo' di bandoliera, una cintola, generalmente di cuoio, da dove pendono dei campanacci, "sonazas", di lamiera e di bronzo. Sono tenuti dalle redini del Merdùle, il viso coperto da "sas caratzas": maschere di legno intagliato con sembianze bovine, corna più o meno lunghe dove non è raro vedere infilate "sas gatzas" (una sorta di frittelle di semola impastata con l'acqua, fatta lievitare e fritta nell'olio bollente), due foglie che decorano gli zigomi e una stella che decora la fronte (la stella rappresenta, in realtà, il marchio distintivo di un vecchio artigiano locale ormai scomparso).
Procedono saltando a ritmo cadenzato dal suono dei campanacci, ogni tanto si fermano per inscenare una ribellione, buttandosi per terra o agitandosi e creando scompiglio tra la gente.
Sos Porcos e Sos Molentes "Sos Porcos" e "sos Molentes", maschere di maiale e di asino, sono presenti nel carnevale, ma in minor numero. Il maiale, vestito di pelli o altro, il viso coperto da una maschera lignea, è dotato di un solo campanaccio, come nella realtà della vita dei campi; chi lo conduce porta sempre con sé sa panastra, una sorta di stuoia di giunco sopra la quale si coricano i maialini per succhiare il latte dalla scrofa.
Su Cherbu e Su Crappolu "Su Cherbu" (il cervo) e "su Crappolu" (il capriolo) sono anch'esse maschere presenti nel carnevale, ma più rare.

Altre maschere tipiche e significative sono rappresentate da:

Sa Filonzana "Sa Filonzana", un uomo travestito da orrida vecchia: piegata dall'età, vestita di nero e con il volto nascosto da una maschera lignea, oppure colorato con la fuliggine che contrasta col bianco di una dentiera ricavata da una patata. Ha fra le mani il fuso, la conocchia e la lana, fila e predice un futuro più o meno prospero o infausto, a seconda della qualità del vino che le viene offerto. Oggi ha anche le forbici, alludendo alla Parca romana che recideva il filo della vita.
Sas Mascaras Serias "Sas Mascaras Serias" (uomini e donne di tutte le età e condizioni) procedono saltellanti e con movenze di danza, vestite in modo eccentrico, vestite con abiti vecchi, lenzuola, copriletti e persino tappeti da tavolo, rappresentano lo spirito goliardico che capovolge il senso dell'esistenza; oggi indossano costumi preparati per l'occasione.

Il carnevale, che con le sue maschere per tre giorni impazza per le vie del paese, dalla domenica di quinquagesima fino al martedì che precede il mercoledì delle Ceneri, inizia in realtà la sera del 16 gennaio, festa di Sant'Antonio Abate, quando, dopo la funzione religiosa che termina con la benedizione del falò ("su Ogulone") in piazza, le maschere fanno la loro prima uscita e si radunano intorno al fuoco. È in questa occasione che il sacerdote consegna "s'Affuente", un piatto di rame lavorato a sbalzo con motivi decorativi e una scritta in caratteri alemanni (si presume di origine celtica), utilizzato anche durante i riti della Settimana Santa (per la lavanda dei piedi e per riporre i chiodi che vengono tolti al Cristo il Venerdì Santo durante la cerimonia de "s'Iscravamentu", deposizione dalla Croce). Il piatto in questa occasione diventa uno strumento musicale che, percosso verticalmente con una grossa chiave, dà il ritmo al ballo tipico di Ottana, l'antico "Ballu de s'Affuente". Altri strumenti musicali sono "s'òrriu", un cilindro di sughero con la parte superiore ricoperta da un pezzo di pelle di animale dal quale pende una correggia che, intrisa di pece e fatta scorrere all'interno con la mano, produce un suono roco e prolungato che spaventa le bestie e disarciona i cavalieri; "su pipiolu", uno zufolo realizzato con canna palustre.
Storia dell'evento Il carnevale di Ottana affonda le proprie radici nella cultura contadina, di cui mette in scena i momenti più importanti e che rimane il filo conduttore delle celebrazioni. Queste hanno mantenuto i caratteri originari a causa dell'isolamento in cui il paese è vissuto per lungo tempo. La rappresentazione della vita contadina si intreccia, secondo gli antropologi, con cerimonie antichissime: si fa particolare riferimento ai riti in onore di Dioniso che ogni anno rinasce a primavera risvegliando la terra e la vegetazione, motivo peraltro comune a tutti i riti a sfondo magico delle antiche civiltà agrarie del Mediterraneo. Le caratteristiche del carnevale ottanese potrebbero richiamare anche il culto neolitico mediterraneo (e sardo) "del bove", dove il toro era simbolo di forza e vitalità. Anche questo rito avrebbe funzione apotropaica, contro gli spiriti maligni per propiziare la fertilità degli armenti. Se l'uomo però, soggiogando e adorando il toro, tende ad avvicinarsi alla condizione dell'animale, il carnevale, inscenando grottescamente l'avvenuta trasformazione, esorcizza il rischio che questa diventi realtà nel quotidiano per il contadino.
Contatti
Comune di Ottana
via Libertà 66, Ottana
tel. 0784 75623 - 75830
sito internet:
www.carnevaleottana.it


Ovodda: I riti del Carnevale del "Mehuris de Lessia"


Il carnevale a Ovodda si festeggia il Mercoledì delle Ceneri, "Mehuris de Lessia", e costituisce un momento di forte identificazione della comunità con le proprie tradizioni secolari. Personaggio principale è Don Conte, fantoccio antropomorfo maschile, talvolta ermafrodito; indossa una larga tunica colorata da cui traspare una grossa pancia fatta di stracci che copre l'anima in ferro che lo sorregge. Il volto, che può cambiare di anno in anno, viene realizzato con scorze di sughero o cartapesta, baffi posticci ed altri simili elementi. Presenta genitali accentuati che, assieme al pancione, gli conferiscono un aspetto ridicolo e alimenta la vena satirica. Viene portato in giro per il paese su un carretto trainato da un asino e addobbato con ortaggi, pelli d'animali e altri oggetti stravaganti. Il suono di un campanaccio dà l'avvio ai festeggiamenti. Inizia così una grottesca processione alla quale si accodano tutte le persone che vogliono partecipare; non esistono percorsi obbligatori, il carretto che viene fatto vagare durante tutta la giornata per le vie del paese; non esistono regole, la gente può seguire il percorso, disperdersi in gruppi, perdersi e rincontrarsi; non esistono transenne che delimitano chi fa spettacolo da chi lo guarda. Il corteo che accompagna per le strade Don Conte è costituito da sos Intintos, uomini dalla faccia imbrattata di fuliggine, generalmente vestiti con stracci, abiti vecchi, lenzuola o coperte ma anche con lunghi pastrani di orbace nero o con gambali di cuoio e vestiti di velluto, abbigliamento tipico dei pastori barbaricini. Alcuni di loro, gli Intinghidores, hanno il compito di imbrattare con polvere di sughero bruciato, "zinziveddu", il viso di coloro che incontrano lungo il cammino; il gesto rappresenta il rituale d'ingresso alla festa, di cui si accetta il caos e l'anarchia. Intanto in piazza è allestito un ricco banchetto e s'improvvisa, intorno al fuoco e al suono della fisarmonica, "su ballu tundu"; alcuni giovani vanno di casa in casa a chiedere la questua (si tratta di solito di beni alimentari come dolci, frutta e pietanze varie); le maschere, in groppa ad asini o tenendo al guinzaglio animali di ogni tipo, gironzolano per il paese, mentre urla, canti ritmati, strumenti occasionali e campanacci creano una forte confusione, tipica di questa manifestazione. L'arrivo del tramonto segna la fine di Don Conte che viene prima giustiziato, poi bruciato e infine gettato in una scarpata alla periferia del paese. Da quel momento la comunità si riunisce intorno al ricco banchetto in un momento di forte aggregazione sociale. I festeggiamenti hanno fine a mezzanotte e con il ritorno alla vita normale si ristabilisce l'ordine.
Storia dell'evento Sono diversi gli elementi che differenziano questo evento dagli altri carnevali barbaricini: non solo il fatto che si svolge il Mercoledì delle Ceneri, Mehuris de Lessìa, ma anche la totale assenza degli enti istituzionali nell'organizzazione dell'evento e la mancanza di qualsiasi tipo di propaganda. Il rifiuto della standardizzazione porta gli ovoddesi a recuperare in pieno la propria identità culturale; la manifestazione si deve alla spontaneità e alla creatività degli abitanti che partecipano attivamente alla creazione di questo "teatro estremo" rivivendo nel presente momenti del passato, spinti da un bisogno collettivo di ritrovare la memoria. Ma è anche una giornata dominata dalla trasgressione che permette alla comunità di esorcizzare in modo liberatorio, abbandonandosi ad urla, rumori assordanti, bevute collettive e danze, i cambiamenti e le trasformazioni sociali. Scarse sono le informazioni riguardanti le origini delle maschere del carnevale ovoddese. Si racconta di un uomo potente e temuto, Don Conte, che molti anni fa, in in un tempo imprecisato, si impossessò di Ovodda. Solo dopo lunghi anni di soprusi, la comunità si ribellò giustiziandolo (sono molti i paesi sardi che concludono il carnevale con il processo e l'eliminazione del fantoccio). Gli ovoddesi da quel giorno rievocherebbero ogni anno l'episodio. È interessante dunque notare come, a differenza degli altri carnevali, a Ovodda non venga impersonato un dio che muore per poi rinascere ciclicamente, bensì venga raffigurato un fatto storicamente accaduto. Inoltre lo stesso fantoccio, Don Conte, nasce e muore il primo giorno di Quaresima, momento dedicato dalla Chiesa cattolica alla preghiera a al pentimento. Un tempo il Don Conte era rappresentato dallo "scemo del villaggio", oggi si utilizza un grosso fantoccio che viene condotto in giro per il paese a chiedere l'elemosina; terminato il giro, Don Conte viene portato nella piazza principale e quindi bruciato. Per quanto riguarda gli altri personaggi che animano questo carnevale, Sos Intintos, vestiti con stracci e abiti vecchi, e col volto imbrattato di zinziveddu (polvere di sughero bruciato), rappresentano i sudditi soggiogati che celebrano la conquistata libertà. L'utilizzo del zinziveddu viene collegato ad episodi di rivolta, probabilmente durante la dominazione spagnola, in quanto annerirsi il volto era un uso dei ribelli che dovevano mimetizzarsi nell'oscurità. Un tempo, il colore esclusivo di questa giornata era il nero e questa ricorrenza era riservata solo agli uomini che vestivano abiti vedovili e si abbandonavano a mille licenziosità. Nel corso degli anni la festa ha subito varie trasformazioni, sia nel modo di mascherarsi sia nel modo di dipingersi il volto, ma il cambiamento più importante riguarda la partecipazione delle donne al corteo.



Samugheo: Il carnevale


I protagonisti principali del carnevale di Samugheo sono:
Su Mamutzone, maschera muta col volto annerito dal sughero bruciato che, sopra un abito di fustagno nero, indossa una casacca di pelli di capra senza maniche, con una cintura da cui pendono diverse file di sonagli ("campaneddas e trinitos"). Sul petto porta dei campanacci in ottone e in bronzo il cui numero anticamente corrispondeva con il numero di pecore possedute. Il copricapo, detto "su casiddu" o "su moju", è un recipiente di sughero munito di corna caprine e rivestito all’esterno da pelli di capra. S'Urtzu, la vittima della rappresentazione, indossa un completo di pelle di caprone nero, pelli di capretto sul petto ed un unico pesante campanaccio come la capra che guida del gregge. Sotto la veste, fino a poco tempo fa, portava una vescica piena di sangue e acqua che, in seguito alle percosse di s'Omadore, si riversavano al suolo, rendendo simbolicamente fertile la terra. S'Omadore, il pastore, con un lungo pastrano nero e il viso coperto di fuliggine, tiene "sa soga" (la fune), un bastone, una zucca contenente vino e il pungolo. Su Traga Cortgius, personaggio che trasporta pelli bovine secche e rappresenta un presagio di morte, era solito passare nei vicoli all'imbrunire non solo durante il carnevale ma anche in altri momenti dell’anno. Secondo la tradizione, che prevedeva l'uscita al calar della sera, quando in paese risuonavano le campane, le maschere fanno la loro prima apparizione alle 19.00 del 16 gennaio, in occasione della festa di Sant'Antonio Abate. Il carnevale vero e proprio comincia nel primo pomeriggio di giovedì grasso con la vestizione, momento vissuto intensamente dai partecipanti. Le maschere escono la sera del giovedì, della domenica e del martedì di carnevale. Il rito è incentrato su una processione disordinata e coinvolgente in cui i Mamutzones imitano il combattimento delle capre in amore e saltellano facendo risuonare i campanacci, mentre s'Urtzu sceglie tra le ragazze che incontra sul proprio cammino quelle con cui simulare l'accoppiamento. S'Omadore cerca di guidare s'Urtzu picchiandolo e pungolandolo, questi ripetutamente cade a terra e muore. Sarà il vino, elemento della terra, a rianimarlo e si rialzerà muggendo: s'Urtzu muore per rendere fertile la terra e rinasce dalla stessa, simboleggiando l'eterno ciclo della natura.
Storia dell'evento Il carnevale di Samugheo affonda le sue origini nella cultura agropastorale e conserva parecchi elementi del culto di Dioniso rappresentato da s'Urtzu che ne inscena la passione e la morte. Ai riti dionisiaci si può ricondurre anche il comportamento dei Mamutzones che saltano invasati intorno a s'Urtzu. La sacralità dei Mamutzones è testimoniata dalla cantilena da questi tradizionalmente recitata mentre inseguono i bambini del paese: "S'Ocru mannu piludu non timet a nissunu, solu du Deus mannu, s'Ocru mannu corrudu..." (L'Orco grande peloso non teme nessuno, solo il grande Iddio, l'Orco grande cornuto...).


Orotelli Thurpos. Le tre maschere carnevalesche ritratte nella foto rappresentano, rispettivamente, una coppia di buoi che trascinano l'aratro e il contadino. Indossano un pastrano nero d'orbace e portano una cintura ad armacollo con alcuni campanacci e campanelle, hanno il viso annerito con sughero bruciato (gherdone) e tengono, a completare il mascheramento, il cappuccio calato sugli occhi. Scomparse nel periodo dell'ultima guerra, le maschere dei thurpos sono state riproposte nel 1979, in seguito a un'operazione di riscoperta e riproposizione della tradizione, ad opera di personalità locali, col supporto di Raffaele Marchi.

Il Carnevale in Sardegna Cultura e Tradizioni, Orotelli Thurpos.
La vetrina delle Aziende Sarde

Santu Lussurgiu: Il Carnevale di Santu Lussurgiu


Il Carnevale di Santu Lussurgiu è caratterizzato dalla corsa a pariglie detta "Sa Carrela 'e nanti" ("strada che si trova davanti": la corsa ha preso il nome della via dove tradizionalmente si svolge l'evento, un tempo strada principale, oggi via Roma). Tra le più spericolate e spettacolari dell'isola, la corsa dei cavalli di Santu Lussurgiu chiama intorno a sé l'intera comunità: non vi è solo lo spettacolo offerto dalle audaci acrobazie equestri, ma anche la partecipazione della folla che in massa si apre un attimo prima dell'arrivo dei cavalli in corsa per richiudersi subito dopo il loro passaggio. "Sa carrela 'e nanti" è una strada (resa sterrata per l'occasione) lunga circa un chilometro, caratterizzata da ripide discese e salite, da curve e strettoie che si snodano lungo le viuzze del centro storico del paese nel rione chiamato Biadorru (via del ritorno) in particolare in via Roma. I cavalieri, rigorosamente lussurgesi, devono indossare, secondo la tradizione, una maschera o avere il volto dipinto. "Sa mascherada", l'abbigliamento del cavaliere, è ricco di colori e fantasia. Può ricordare i costumi spagnoli, le casacche dei fantini, oppure richiamare l'antico costume del paese, con il "capotinu 'e fresi", giubbotto d'orbace (il tessuto di lana grezza, tipico della Sardegna, utilizzato per confezionare costumi regionali o cappotti, mantelli, coperte), o il "cossu 'e pedde 'e itellu" (il corsetto di pelle) e la "berretta longa", oppure ancora rappresentare altri personaggi più attuali. La manifestazione si svolge in tre giornate. La Domenica di Carnevale, i cavalieri si presentano a s'iscappadorzu, il punto in cui hanno inizio "sas carrelas", le corse. I cavalieri possono partecipare da soli ("a sa sola"), o correre appaiati ("a pareza"). Sa pareza può essere a due, "pareza 'e duos", o a tre, "pareza 'e tres", l'ultimo martedì di Carnevale può essere a quattro e viene chiamata "pareza ‘e bator". La corsa più comune è la pareza a coppie oppure a tre: i cavalieri partono, corrono e arrivano insieme, uniti per le braccia, volendo simboleggiare l'unità, la concordia, l'amicizia e la solidarietà. Il lunedì, chiamato "Su Lunisi de sa Pudda" (il lunedì della gallina), il cavaliere lanciato al galoppo deve buttare a terra con un bastone, chiamato "su fuste 'e ortzastru", un fantoccio che ha le sembianze di una gallina. Il martedì lo spettacolo si chiude con la premiazione dei cavalieri che hanno buttato giù più galline, e con la premiazione delle tre migliori pariglie mascherate; possono essere dati premi particolari, nonché un premio di partecipazione per tutti i cavalieri partecipanti.
Storia dell'evento Le tradizioni equestri, come Sa Carrela 'e nanti, sono molto antiche, risalgono ai tempi dei Giudici di Arborea e dei viceré spagnoli che incrementarono l'allevamento razionale dei cavalli, tanto da ottenere razze speciali per le corse. Nelle corse a pariglia che si svolgono durante il Carnevale a Santu Lussurgiu, i cavalieri mostrano una grande abilità equestre e molta compostezza, come impongono le regole di questo genere di manifestazione che ha origini nelle esercitazioni e nelle tradizioni delle cavallerie leggere. Nella aree pastorali, inoltre, il cavallo è sempre stato un compagno fedele dei pastori e anche se c'è stato un forte calo del suo utilizzo in campo rurale, molti continuano a possederne per le corse ippiche.
In Sa Carrela 'e nanti l'uomo e l'animale sono una sola forza capace di creare un'imperdibile dimostrazione di balentia (valore maschile).




Sarule: Le maschere tradizionali


La maschera principale del carnevale di Sarule è "sa Maschera a Gattu". Citata anche dalla scrittrice Grazia Deledda nel romanzo "Elias Portolu", la maschera porta "duos oddes", le due gonne del costume tradizionale indossate al rovescio per nascondere i ricami e garantire l'anonimato, una copertina bianca sulla testa come simbolo della nascita, un velo nero davanti al viso come emblema della morte, e una fascia rossa intorno al capo per simboleggiare il matrimonio. Talvolta porta una sola gonna (sempre al rovescio) allacciata al collo e indossata sopra "sos pantalones a s'isporta" con "sos cambales" e "sos cosinzos". Il fantoccio destinato a morire alla fine del carnevale è detto "su Maimone" ed è simbolo di buon auspicio: infatti anticamente il fantoccio veniva esposto nei campi per augurare una buona annata ai contadini e ai pastori. "Su Maimone" indossa "su gappottinu, sos pantalones a s'isporta", "sos cosinzos" e "sos cambales". Il viso è coperto da una maschera molto particolare realizzata con "pane de morisca", cioè la foglia dei fichi d'India essiccata.
Anticamente un fantoccio con le stesse sembianze veniva trainato da un carro a buoi per le vie del paese
Storia dell'evento Con la scelta degli indumenti usati, "sa Maschera a Gattu" perpetua simbolicamente riti agrari di morte e rinascita della natura diffusi nel mondo antico mediterraneo, tra questi i rituali dionisiaci.accompagnato da una filastrocca.


Sinnai Carnevale.

Il Carnevale in Sardegna Cultura e Tradizioni, Sinnai carnevale.

Tempio Pausania Il carnevale tempiese




Il carnevale di Tempio comincia il giovedì grasso con l'entrata trionfale in città del Re Giorgio, rappresentato da un fantoccio. La domenica si celebra il matrimonio tre Re Giorgio e la popolana Mannena, di solito abbigliata in modo audace; come vuole la tradizione, Mannena darà al re un figlio che sarà Re Giorgio per il successivo carnevale. Per sei giorni Re Giorgio è osannato, onorato e adulato, ma il martedì grasso, colpevole di rappresentare tutti i mali della città, viene processato e bruciato sulla pubblica piazza. Si ripete così l'antico rito del fuoco che preannuncia la fine dell'inverno e l'arrivo della primavera. Col tradizionale rogo di Re Giorgio si chiude il carnevale; la folla attende il verdetto per poi lanciarsi in applausi liberatori: ardendo sul rogo, il fantoccio porterà con sé tutti i guai che nel corso dell'anno si sono abbattuti sulla città.
Oggi Sua Maestà Re Giorgio si rappresenta con un pupazzo che può impersonare il padrone, il sindaco, l'assessore o il Presidente del Consiglio o della Repubblica. Re Giorgio è la causa di tutti i mali della città, ma partecipare alle sue vicende consente di ironizzare in modo liberatorio sulla vita stessa e i suoi problemi.
Storia dell'evento La sfilata dei carri allegorici del carnevale tempiese ha luogo per la prima volta nel 1956. Il personaggio principale è "Giorgio", un tempo chiamato Jolgliu Puntogliu, oggi invece "Sua Maestà Re Giorgio" che rappresenta il potere in tutte le sue forme. Il carnevale di Tempio ha origini antiche, ma risalire al principio non è facile, anche perché molte tradizioni sono state col tempo modificate. Si ritiene tuttavia che la figura di Giorgio risalga ad epoca pre-romana, quando lo spirito della terra che fruttifica era chiamato Giorgi e a questa divinità si offrivano sacrifici propiziatori.



Per maggiori informazioni visita il Sito: http://www.carnevaletempiese.it/



XIV edizione del carrasegare Olbiesu: l’impegno dell’Associazione per far sorridere la città



Olbia: è in fermento la macchina organizzativa del Carnevale
L’Associazione invita i gruppi ad iscriversi alle sfilate del 15 e 17 febbraio 2015


OLBIA 6 GENNAIO 2015 - L’Associazione “Amici del Carnevale olbiese” è nel pieno dei preparativi per la XIV edizione della festa in maschera; il Comitato chiama a raccolta i giovani olbiesi e i maestri carrascialai: “Non perdete tempo, iscrivetevi alle due sfilate in programma il 15 e il 17 febbraio 2015”.

Anche quest’anno l’Associazione con sede in via Torino è stata individuata dall’amministrazione comunale per l’organizzazione della settimana più pazza dell’anno; una settimana di eventi che dovrebbe ricevere il contributo del Comune di Olbia e il finanziamento della Fondazione Banco di Sardegna che quest’anno per la prima volta ha erogato un contributo destinato alla manifestazione. “Per la buona riuscita dell’evento, sarà fondamentale la collaborazione della popolazione, che in tutti questi anni non è mai mancata”, spiegano dal Direttivo dell’Associazione.

Per reperire i fondi per organizzare la manifestazione l’Associazione amici del Carnevale ha organizzato una “Lotteria” il cui ricavato verrà destinato interamente all’organizzazione dell’evento; l’estrazione dei biglietti vincenti è in programma per martedì 17 febbraio 2015. Inoltre, in questi giorni, i rappresentanti del direttivo, dotati di tesserino di riconoscimento (con indicato logo e recapiti dell’Associazione, fotografia identificativa e generalità del rappresentante dell’Associazione), effettueranno una raccolta fondi, il cui ricavato verrà utilizzato per l’organizzazione della manifestazione; si ricorda che in seguito all’offerta l’Associazione rilascerà una ricevuta pari all’importo donato. Le generalità del soggetto impegnato nella raccolta fondi potranno esser verificate contattando la sede dell’associazione al numero 0789/25680.

Per iscriversi o avere informazioni o anche per mettere in contatto i figuranti coi gruppi, è sufficiente recarsi nella sede dell’associazione, in via Torino, oppure contattare telefonicamente gli Amici del Carnevale olbiese chiamando il numero 0789/25680, oppure inviare una mail all’indirizzo di posta elettronica carnevaleolbiese@gmail.com .

Per chi volesse partecipare alle sfilate dei carri allegorici in programma domenica 15 e martedì 17 febbraio, si ricorda che
le iscrizioni sono aperte sino a domenica 8 febbraio 2015.


Per ulteriori informazioni
Ufficio Stampa
Antonella Manca – 347/1706895

www.carnevaleolbiese.it


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