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Il Sassarese :: La storia della Sardegna del Nord passa per Sassari, città della cultura, della politica, delle tradizioni e capoluogo della provincia più turistica dell’isola. Circondata dalle campagne della Nurra, è nata nel XII secolo attorno a un borgo che si chiamava Tathari.

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FOTOGRAFIE DI GIANMARIO MARRAS, Fontana di Rossello Sassari
FOTOGRAFIE DI GIANMARIO MARRAS, La spaziosa ed elegante piazza d'Italia, edificata a Sassari nel 1872, sulla superficie di un ettaro.

Sassari e la sua provincia
“TODOS CABALLEROS”
Un’anomalia urbanistica rende il capoluogo diverso da tutte le altre città
e la catalana Alghero ricorda ancora il nobile riconoscimento concesso da Carlo V

DI VASCO BRICI - FOTOGRAFIE DI GIANMARIO MARRAS


La storia della Sardegna del Nord passa per Sassari, città della cultura, della politica, delle tradizioni e capoluogo della provincia più turistica dell’isola. Circondata dalle campagne della Nurra, è nata nel XII secolo attorno a un borgo che si chiamava Tathari. Diventata presto capitale del giudicato di Torres, offre oggi monumenti ed edifici di valore storico fondamentale. Il centro storico di Sassari, fatto di vie irregolari, vicoli e minuscole piazze, rappresenta una felice anomalia urbanistica che caratterizza la città e la rende diversa da tutte le altre. Dal duomo di San Nicola di Bari alla maestosa chiesa di Santa Maria fino alla basilica di San Pietro in Silki è un succedersi di bellezze architettoniche inserite in una città insieme antica e moderna, di cui la perla indiscussa è la fontana del Rosello, eretta da artisti genovesi nel 1606, dove l’acqua sgorga da diverse maschere di leone. Sassari offre il suo più alto contributo alla tradizione con la festa dei Candelieri, che si celebra il 14 agosto nelle vie affollate di turisti. È l’espressione più genuina dell’anima sassarese e risale ai primi del Cinquecento, epoca in cui la città cominciò a crescere demograficamente, per acquistare l’importanza che ha oggi. La processione parte da piazza Castello, dove fino al 1877 si trovava un maniero aragonese demolito assieme al pessimo ricordo della dominazione spagnola. Il mare di Sassari è quello di Platamona, una località malinconica disseminata di vecchi stabilimenti anni Sessanta.



Fontana di Rosello

Come arrivare Attraverso il corso Trinità si arriva alla Fontana per la settecentesca rampa di scale che fiancheggia la chiesa della Santissima Trinità. La fontana sorge all'esterno dell'antica cerchia muraria cittadina.
Descrizione Le più antiche notizie sulla fontana di Rosello risalgono al 1295. L'importanza per l'approvvigionamento idrico della città è testimoniata dai numerosi interventi di manutenzione e restauro che la municipalità le ha rivolto nel corso dei secoli. Non si ha alcuna descrizione della configurazione medievale, fatta eccezione per la notizia che informa che l'acqua usciva da dodici cannelle di bronzo in forma di teste leonine. L'aspetto attuale è il risultato dei lavori di sistemazione avvenuti nel primo decennio del XVII secolo, che hanno dato al monumento le forme del Manierismo severo. Sebbene non vi siano elementi per collegare l'esecuzione dell'opera a un preciso nome o bottega, non è da escludere che alla sua realizzazione abbiano preso parte maestranze liguri, come di frequente accadeva per molti manufatti scultorei giunti o eseguiti in Sardegna nel XVII secolo. La fontana è composta da due corpi a cassone, di cui il superiore rientrato, con paramento in marmo bianco e partiture geometriche in marmo grigio; su tre lati al di sotto della cornice del cassone inferiore corre l'iscrizione dedicatoria che testimonia i lavori eseguiti tra il 1605 e il 1606 sotto il sovrano Filippo III, mentre il quarto lato è decorato a fogliame. Sugli angoli di ciascun cassone si innalzano le torri quadrangolari simbolo della città; un'ulteriore torre, circolare, più grande delle altre e con inciso lo stemma di Aragona, si trova sul lato del corpo inferiore rivolto all'abitato. L'acqua sgorga da otto mascheroni alla base della struttura - tre su ciascun lato maggiore e uno sui lati minori - e dalle statue agli angoli che rappresentano le stagioni. Queste, aggiunte nel 1828, sostituiscono le originali collocate nel 1603 e andate distrutte durante i moti antifeudali del 1795; di esse sopravvive solo quella raffigurante l'Estate, molto danneggiata e attualmente custodita all'interno del Palazzo Ducale. Anche le due arcate incrociate, alla cui sommità, su un plinto, stava la statua di San Gavino, sono andate perdute e ricostruite nel 1843, mentre la statua di San Gavino è una copia moderna dell'originale. Al di sotto della crociera una quinta statua, originaria, raffigura un dio fluviale sdraiato e testimonia dell'impostazione manieristica che caratterizzava tutto l'apparato scultoreo. La figura della fontana così configurata venne rappresentata per la prima volta dal pittore gesuita Giovanni Bilevelt nell'Incoronazione della Vergine, nell'altare del transetto d. della chiesa di Gesù e Maria (oggi Santa Caterina), dipinta entro il terzo decennio del Seicento.
Storia degli studi La fontana è oggetto di sintetica scheda nel volume di Maria Grazia Scano sulla pittura e scultura sei-settecentesca in Sardegna (1991).



Chiesa di Santa Maria di Betlem

Come arrivare La chiesa prospetta sull'omonima piazza nel centro storico di Sassari. Attualmente la chiesa è compresa nell'abitato, ma un tempo si trovava al di fuori delle mura presso la ormai demolita porta Utzeri. Da qui partono i Candelieri nell'annuale processione devozionale che vede coinvolte le corporazioni di mestieri e l'intera popolazione sassarese.
Descrizione Santa Maria di Betlem si impone nel panorama monumentale sassarese per via dell'interesse e della ricchezza delle sue forme architettoniche, che abbracciano un lungo arco cronologico, dal XIII al XIX secolo. La comunità francescana si sarebbe insediata nell'area dal 1274 e ancora oggi il complesso è annesso a un convento di frati minori. L'impianto gotico originario, probabilmente dell'ultimo quarto del XIII secolo, doveva essere a croce "commissa", con paramenti murari in calcare, aula mononavata con transetto e copertura lignea. In seguito la demolizione del transetto e l'innalzamento di una pseudocupola cancellarono le strutture d'impianto nella zona presbiteriale, più volte rimaneggiata a partire dal XIV secolo. Di questo periodo si conserva una cappella presbiteriale, con volta a crociera su archi ogivali che nascono da capitelli con foglie a "crochet". La facciata duecentesca è tripartita in orizzontale e delimitata da due robuste paraste. Il portale è architravato e strombato con una successione di tori e gole. Diviso da una cornice modanata, il secondo ordine ospita un grande oculo coevo all'impianto duecentesco. Nel frontone in asse con il portale e l'oculo si apre un'altra luce, probabilmente del 1711.
Storia degli studi La chiesa è menzionata da Vittorio Angius (1849) e il generale Alberto Della Marmora (1860) la cita nel suo "Itinerario". La ricerca storico-artistica è stata intrapresa negli anni cinquanta del secolo scorso da Raffaello Delogu. I contributi più completi sono di Roberto Coroneo (1993) e di Marisa Porcu Gaias (1996).



Palazzo ducale
Come arrivare Sassari è la seconda città della Sardegna. Il Palazzo ducale è ubicato nel centro storico, nelle vicinanze del duomo, adiacente alla via Turritana. Il vecchio palazzo del Duca dell'Asinara è diventato il nuovo Palazzo del Comune.
Descrizione Alla fine del Settecento il palazzo di don Antonio Manca marchese di Mores, Signore di Usini, divenuto Duca dell'Asinara nel 1755, segna una svolta nell'edilizia cittadina divenendo uno dei simboli dell'architettura civile del XVIII secolo. Il duca dell'Asinara, forse perché il vecchio edificio di piazza Tola mal si prestava alla difesa personale poiché addossato ad altre case, concepì il progetto di occupare un intero isolato alle spalle del duomo, in un'area urbana certamente più appartata e tranquilla dove già, peraltro, possedeva un palazzo. A questo accorpò cinque case di proprietà di privati "formandone con moderno disegno, un palazzo ducale tutto fabbricato nuovamente di pianta, proporzionato al carattere e titolo dei successori che dovranno abitarlo". Così si legge nel testamento del duca dettato al notaio nel 30 dicembre 1804. I lavori di costruzione iniziarono nel 1775 su probabile progetto dell'ingegnere piemontese Valino e furono ultimati dopo trent'anni nel 1805. Il duca non poté abitare il palazzo in quanto morì nello stesso anno. Il primo ad abitarlo e per lungo tempo fu il nipote, don Vincenzo Manca. Dal 1860 al 1878 il palazzo divenne sede della Prefettura e dell'Amministrazione Provinciale, nonché dal 1878 del Municipio di Sassari che infine l'acquistò nel 1900. Il Palazzo si presentava agli occhi dei sassaresi "grandioso e imponente" per la sua composizione architettonica di derivazione piemontese e per la varietà della pietra calcarea utilizzata. Si eleva su tre piani sia nel lato della facciata sia nelle due testate. Queste si raccordano verso la via Turritana, sul fronte della quale si eleva un corpo più basso, componendo così un impianto irregolarmente quadrangolare. La facciata si presenta scompartita da lesene e suddivisa da fasce marcapiano sulle quali corrono le finestre di differenti tipologie: quelle del seminterrato sono legate con semplici fasce a quelle del piano sopraelevato; le finestre del piano nobile si caratterizzano per i timpani ricurvi e per quelli triangolari che le sormontano. Concludono la sequenza le rimanenti aperture dell'ultimo piano che sono incorniciate da un originale motivo di gusto rococò, ripreso successivamente in altre fabbriche cittadine. La finestra centrale dell'ultimo piano, tuttora murata, doveva incorniciare lo stemma e l'iscrizione con i titoli del duca, oggi nella finestra gotica nel cortile interno del palazzo. Il balcone centrale è invece un'opera realizzata nel 1908. Sul coronamento corre il cornicione dotato di doccioni che convogliano le acque piovane del terrazzo sovrastante, concluso da una balaustra. Modulati secondo lo schema esterno di facciata si presentano sia i prospetti degli altri restanti tre lati esterni sia quelli del cortile. Di fronte al palazzo è localizzata la carrozzeria che si caratterizza per l'ampio portale sul quale è esposto lo stemma della famiglia Manca col distico: "HOC QUOD MANCA CADENS MANCUM MORIENDO RELIQUIT, MANCA VIRENS DESTRUM REDDIT ALTER OPUS". Strutturalmente il palazzo non ha subito sostanziali variazioni nel corso dei due secoli, mentre le successive utilizzazioni hanno portato ad una modificazione dell'articolazione interna degli spazi. Quando il Comune acquistò il palazzo, esisteva ancora la cappella rotonda, col relativo altare, dove il cappellano celebrava la messa. Il duca e la famiglia l'ascoltavano dalla tribuna, che comunicava con gli appartamenti del piano nobile. Nel palazzo vi era un giardino con alberi di aranci e di limoni; al centro un pozzo di forma circolare, adorno di una statuetta di Bacco e di quattro busti di marmo rappresentanti il sole, la luna, la stella e la cometa. Il Municipio demolì il pozzo e ridusse a cortile il giardino. I busti vennero collocati nel vestibolo.
Storia degli studi Una rassegna degli studi si trova nella bibliografia relativa alla scheda nel volume della "Storia dell'arte in Sardegna" sull'architettura sei-ottocentesca (1992).

Stintino, torre genovese delle Saline. Sassarese.
Asinare accesso dal mare a Cala dei detenuti, Sassarese.

Più in là, verso nord, i sassaresi frequentano d’estate il lido di Stintino, prezioso e dolcissimo lembo di costa sabbiosa che offre uno dei migliori esempi delle bellezze naturali sarde. È un luogo d’incanto, vicino all’antica Porto Torres e proprio di fronte all’isola dell’Asinara, divenuta parco dopo lo smantellamento del carcere di massima sicurezza che ha ospitato, negli ultimi decenni, il gotha del terrorismo e della malavita organizzata. Esclusiva, quasi irraggiungibile, paradiso perduto per ambientalisti nostalgici, preda ambìta di chi fa turismo mattone su mattone, l’Asinara è stata finora solo isola di sofferenza e di solitudine, legata a memorie antiche di deportazioni, dolore e fatica. Basta una breve navigazione per toccare le sue coste di granito, per accarezzare con lo sguardo la sua vegetazione incredibilmente rada, levigatissima, fatta di macchia bassa e da qualche traccia di lecceti. Grande non più di cinquantun chilometri quadrati, l’isola è formata da quattro blocchi rocciosi saldati fra loro da tre istmi pianeggianti. Così che, guardata dal mare, l’ Asinara sembra un arcipelago di isolotti aspri e desolati. Le attrattive non mancano: suggestiva nel paesaggio e ricchissima di preziosi doni della natura, l’Asinara conserva un aspetto vagamente sinistro perché è disseminata di cimiteri. La conferma di una vocazione a terra di dolore che la storia, nel corso dei secoli, sembra averle inesorabilmente riservato. Guardare quelle tombe povere, sparse nel verde e confuse tra le rocce granitiche, riporta alla mente la violenza del passato che la storia ci tramanda. E sembra di vedere le sagome spettrali delle migliaia di prigionieri austroungarici, consegnati tra il 1915 e il 1916 dagli alleati serbi all’esercito italiano. Dovevano vivere laggiù, nella solitudine di quell’isola considerata luogo di dannazione. Ma vi morirono quasi tutti, uccisi da una spaventosa epidemia di colera che la medicina dell’epoca e l’isolamento non aiutarono a debellare.


La vetrina delle Aziende Sarde
FOTOGRAFIE DI GIANMARIO MARRAS, Coppie di pilastri e colonne sulla strada lastricata delle Terme centrali o palazzo di Re Barbaro. Porto Torres, Sassarese.
FOTOGRAFIE DI GIANMARIO MARRAS, Scorcio del cosiddetto palazzo di Re Barbaro a Porto Torres (SS), il Sassarese.

Porto Torres divide con Olbia il titolo di porta d’ingresso della Sardegna settentrionale. Plinio il Giovane parla della cittadina come di un’importante colonia romana e Antonio di Tharros descrive una città ricca di monumenti, con un tribunale, un maestoso ponte e persino un Campidoglio. Di certo Turris Libyssonis, l’attuale Porto Torres, era un centro commerciale strategico per il mondo antico. Dove i navigatori facevano tappa nei loro traffici fra i possedimenti dell’impero. In questo porto naturale, nel bel mezzo del golfo dell’Asinara, i bastimenti romani potevano caricare legname, granito e prodotti della terra da trasferire nella capitale. Forse proprio vicino al Capitolium cui accennano gli storiografi dell’epoca si trovava la pietra miliare che dava origine alla strada per Karales, l’antica Cagliari. Il lungo percorso che attraversa la Sardegna in tutta la sua lunghezza si chiama oggi Carlo Felice e ricalca il tracciato scelto allora dai Romani. L’esistenza di un collegamento così diretto, e per i tempi così difficile e faticoso da realizzare, testimonia la considerazione di Roma per la città di Torres.

FOTOGRAFIE DI GIANMARIO MARRAS, Il campanile ottagonale della cattedrale di Santa Maria, ad Alghero.
FOTOGRAFIE DI GIANMARIO MARRAS, Cala del Lazzaretto, incantevole insenatura a nord di Alghero.

Ma turismo e storia nella provincia di Sassari fanno rima con Alghero, la città catalana dal passato prestigioso. C’è un’Alghero che richiama le bolge estive, il sole e le spiagge. Ma alle spalle del porto, resta un’Alguer tutta scritta in catalano, irta di torri, l’ordito fitto delle vie in acciottolato, gli stemmi nobiliari sulle facciate, gli austeri portali, le rughe profonde del tempo a segnare i palazzi. Qui prevale sempre la suggestione della storia che ritorna nel linguaggio, nei gesti, nelle tradizioni religiose antiche. Alghero è una città capace di offrire il suo passato come ricchezza per il presente. Una città in rapporto stretto con il mare, legata alle memorie di viaggiatori, di battaglie, di invasori arrivati da lontano. Forse non è giusto definire l’Alghero di oggi una città turistica, perché se è vero che i richiami non mancano è altrettanto vero che il borgo vecchio ha mantenuto i connotati urbanistici e architettonici d’un tempo. Gli abitanti hanno continuato a vivere con dignità i quartieri dei loro antenati. Quale che sia la direzione, Alghero offre una sequenza di scorci emozionante. In piazza Civica, ecco il palazzo d’Albis. Dalla finestra centrale dell’edificio, la storia narra che s’affacciò l’imperatore Carlo V per proclamare gli algheresi, che gli avevano tributato un’accoglienza davvero reale, "todos caballeros". Per arrivare alla piazza-salotto della città bisogna superare la cortina muraria dei bastioni Magellano e il Portal del Mar. Pochi passi e subito l’incontro con l’architettura gotico-catalana, ricca di dettagli arabeggianti, che rimanda al periodo tra il XV e il XVI secolo. Appena più avanti lo scenario superbo della cattedrale, di forme tardo gotiche e catalane con uno spettacolare campanile a cinque ripiani e la cuspide a gattelli, il più bello della Sardegna. All’interno, il mausoleo di Maurizio Savoia, testimonianza del governo sabaudo sulla città.



FOTOGRAFIE DI GIANMARIO MARRAS, Presso la spiaggia di Porto Palmas, e l'antico centro minerario dell'Argentiera.
Sassari, industria abbandonata in località dell'Argentiera. Sassarese.

Sulla vecchia strada che collega Sassari ad Alghero una deviazione di pochi chilometri conduce a un sito di straordinaria suggestione. Potrebbe essere un paesaggio classico, spiagge e acqua azzurra. Con ville e residences, ristoranti e discoteche. Niente di tutto questo: è l’Argentiera, un agglomerato di edifici spettrali, legno scuro e travi, una cartolina d’altri tempi, una fotografia in bianco e nero che appare come d’incanto all’uscita dell’ultimo tornante. Ed è un’immagine quasi spaventosa, che richiama alla memoria un tempo in cui la sofferenza, la fatica, la lotta per sopravvivere erano cose di ogni giorno. Niente turismo d’alto bordo, dunque: all’Argentiera solo un tentativo abortito in partenza di cancellare le tracce del passato, qualche fila di casette squallide schierate a offendere il paesaggio. Sono passati quasi quarant’anni dal giorno in cui gli ingranaggi della laveria portarono a termine l’ultimo giro. La miniera si fermò, raggiunta e superata dalle tecnologie moderne. Tutto all’Argentiera, in questa punta selvaggia a nordovest della Sardegna, precipitò nel silenzio. Il vecchio borgo dei minatori pian piano si spopolò, gli abitanti cercarono altrove una vita nuova e diversa. Abbandonando quelle rovine affascinanti all’aggressione del tempo e all’indifferenza degli uomini. Ma non si può lasciare il Sassarese senza una visita a Ittiri, coi suoi palazzotti liberty. E a Torralba, operoso centro dominato dal celebre nuraghe di Santu Antine, gioiello culturale della cittadina. Più in là, verso la Gallura, il paesaggio si trasforma e compaiono i primi graniti, simbolo di una terra che sembra rimasta ferma nel tempo, attraverso le epoche e la storia. Da Ozieri, con la chiesa e il convento di San Francesco in un panorama in cui campeggia uno splendido palazzo del Cinquecento, si punterà fino al lago del Coghinas, specchio d’acqua incantato fra il verde e le colline (una deviazione, da Ozieri, meriterà anche Pattada, dove vengono prodotti i più rinomati coltelli dell’isola).

Sassarese. Il lago di Baratz, l'unico naturale della Sardegna.

SASSARESE Testi di Manlio Brigaglia
L’immediato hinterland sassarese i geografi lo chiamano “Turritano”, ma nel linguaggio corrente il toponimo è assolutamente ignorato a favore del termine “ Sassarese”. Ha scritto così, diverse volte, Vico Mossa. E proprio il “Sassarese” usava già dagli anni Cinquanta del Novecento il geografo Alberto Mori in un suo indimenticato volume “generale” sulla Sardegna. Precisando: «Tra l’Anglona, la Nurra, il Meilogu e il mare si stende una regione che si distingue nettamente per caratteri naturali e umani e che, pur non essendo una regione storica, com’è invece il Turritano che ne costituisce la parte settentrionale, ha una sua chiara fisionomia geografica, un’unità che le deriva anche dall’essere la ‘ regione di Sassari’, il territorio cioè che gravita direttamente intorno alla ‘capitale del Capo di Sopra’». Problema risolto? Non del tutto. Perché nella stessa descrizione di Mori, a far parte di questo territorio che occupa uno spazio più o meno rettangolare (molto più e molto meno) nell’angolo nord-occidentale della Sardegna, magari fermandosi alla base del grande corno lunato che chiude, da Stintino verso Capo Falcone, il vasto orizzonte del Golfo dell’Asinara, sono chiamati 16 comuni. Essi ruotano, sì, geograficamente intorno a Sassari, e magari hanno anche in comune con il capoluogo una qualche particolarità geologica, ma alla fine si presentano disposti in una scala ideale, lungo la quale i 16 comuni sono disposti secondo la loro distanza da Sassari. Detto molto più esplicitamente, c’è un “cuore”, un “nocciolo” del Sassarese che è l’immediato hinterland di Sassari – come diceva Vico Mossa –, ma a patto di sottolineare più che il termine “hinterland” l’aggettivo “immediato”. Questo “cuore” è caratterizzato dall’addensarsi della popolazione in un territorio ristretto che comprende, fra i quattro centri maggiori di Sassari, Porto Torres, Sorso e Sennori, qualcosa come 153.866 abitanti (il calcolo è fatto sui numeri del censimento del 2001), il che significa quasi un decimo circa della intera popolazione della Sardegna e quasi la metà della popolazione dell’intera provincia (334.656): la quale, come si sa, si è vista poco meno che dimezzare la superficie (4282 kmq) dalla “secessione” gallurese che ha portato alla nascita della provincia Olbia-Tempio. Un “cuore”, dunque, già così popolato e composto di centri così ravvicinati, da costringere a pensare il resto del Sassarese, cui appartengono altri comuni con un resto di popolazione di 77.961 abitanti, come un universo composito, anche – diciamolo adesso – su quel piano dei “caratteri naturali e umani” di cui parla Alberto Mori. La questione si può risolvere tenendo presenti due considerazioni. La prima è dunque che esistono due “Sassarese”, uno centrale, quasi ai bordi della città-capoluogo e ormai così compattato con essa da costituire (o da essere sul punto di costituire) un’unica conurbazione, e uno secondario – se il termine non è offensivo: va preso infatti solo nella sua connotazione spaziale –, composto da una galassia abbastanza frammentaria di realtà umane e territoriali che fanno latamente da corona alla città principale. (Mi veniva da scrivere “città leader”: ma Sassari può ancora arrogarsi questo titolo, di cui ha goduto per lungo tempo sin verso, proviamo a dire, la seconda metà del Novecento? Quella passata, che cominciò a partire già dall’anno Mille, fu una leadership reale, fondata su una serie di dati di fatto: l’essere residenza più propria di una delle quattro corti giudicali – la zona di San Pietro di Silki è detta Su rennu certamente non con riferimento esclusivo a uno spazio demaniale del giudicato, e dopo la conquista catalano-aragonese la sede della seconda autorità della Sardegna, il governatore del Capo di Sopra; l’essere l’unico centro dotato di una struttura e di una cultura autenticamente urbane; l’essere la sede di una Università e dunque di tutto il patrimonio di conoscenze che attraverso di essa si cumulava nella città e veniva poi in qualche misura “partecipato” ai centri minori; l’essere, a partire dal 1859, la sede di una prefettura e di una amministrazione provinciale che segnavano nettamente l’importanza della città; il costituirsi di una struttura mercantile, industriale e finanziaria che connota e diversifica la città nella seconda metà dell’Ottocento; il nascere e diffondersi di una cultura di tipo letterario e scientifico, appoggiata non solo sull’Università ma anche su una serie di strutture della comunicazione del pensiero (le tipografie, l’editoria, le riviste, i giornali: Sassari ebbe 16 quodiani nella sola seconda metà dell’Ottocento, fra i quali fu, a partire dal 1891, “La Nuova Sardegna”, organo oltretutto di un gruppo politico che esercitava – in nome e per conto della città – una sua specifica leadership che arrivava a toccare il Goceano – l’avvocato Enrico Berlinguer, uno dei componenti più prestigiosi e insieme più popolari del gruppo radicale-repubblicano che faceva capo al deputato di Sassari Filippo Garavetti, fu a lungo consigliere provinciale di Benetutti. La parentesi è stata fin troppo lunga, per dire un fatto del quale quasi più non si discute: cioè la perdita di leadership di Sassari nei confronti non solo di Cagliari – sebbene, poi, i due fenomeni si tengano – ma anche della parte orientale della provincia e infine degli stessi centri più importanti del “suo” Sassarese).

Sassarese. Il tempio-altare prenuragico di Monte d'Accoddi.

La seconda considerazione da tenere presente, in ordine al discorso su questa natura composita di quello che chiamiamo il Sassarese, è che esso è costituito da almeno cinque delle 20 regioni storiche (due per intero e segmenti di altre tre) che venivano tradizionalmente individuate nella “vecchia” provincia di Sassari: e cioè la Romangia, la Flumenargia, che sono le due regioni appartenenti interamente al Sassarese, e poi “pezzi” della Nurra, della regione di Osilo e della regione di Coros. Il paradosso (un paradosso secondario, visto che, agli occhi dei geografi, il Sassarese medesimo è in sé un paradosso “geografico-storico”) è che questi “pezzi” di cui parliamo appartengono al Sassarese e fanno esplicito riferimento a Sassari pur conservando una loro abbastanza precisa identità: così della Nurra tocca a Sassari una vasta porzione di territorio alle spalle di Porto Torres, di cui peraltro costituisce una parte dell’hinterland; della regione di Osilo fa riferimento a Sassari (e al Sassarese, s’intende) quel versante settentrionale che non solo guarda verso il mare turritano ma insieme “vede” direttamente Sassari – mentre non appartiene al Sassarese il versante nord-orientale dello stesso sistema collinare di Osilo e più in generale della stessa regione, che guarda verso l’Anglona; della regione del Coros lo stesso capoluogo, Ittiri, è tra i centri maggiori della provincia che hanno più diretti rapporti con il capoluogo. Un piccolo rompicapo, dunque, che si potrebbe “aggravare” mettendo nel conto che per i geografi fa parte del Sassarese anche il territorio di Florinas in cui, a partire dagli stessi abitanti del paese, meglio si riconosce la medievale curatoria di Figulinas. In una regione come questa, dunque, in cui il paesaggio magari non “cambia a palmi” , come dice una riflessione famosa di Maurice Le Lannou, ma certo si presenta difficile da sussumere come un tutt’unico (che sarebbe invece l’indicazione di Mori), o ci si accontenta di una descrizione così “generale” da non risultare somigliante ad alcuno dei pezzi che la compongono, o si accetta il principio che la definizione – e dunque anche l’individuazione – del Sassarese è una finzione (in senso buono), cioè il risultato di un’operazione di astrazione che giova a portare in luce una identità reale del paesaggio, ma fatta di impressioni diverse e specifiche per aree diverse e specifiche. Basta tenere presente, peraltro, il problema dei confini: tutti quelli che si sono occupati del Sassarese si sono esercitati in un gioco di metti-e-togli delle tessere di questo puzzle almeno geografico che è. Dice Mori: «I limiti naturali più netti, oltre al mare (il Golfo dell’Asinara), su cui il Sassarese si affaccia, si trovano a nord-est e a nord-ovest, dove il contatto fra i calcari miocenici e i terreni trachitici segna il confine rispettivamente con l’Anglona e con la Nurra. Lungo tutta l’estrema fascia meridionale il Sassarese sfuma senza limiti netti nel Meilogu, ma poggia qualche caposaldo costituito da lembi di coperture basaltiche come il Monte Unturzu (558 m), il Monte Guerra (658), il Monte Pittu (490) e lo stesso Monte Santo (733)». «Sfuma senza limiti netti», dice Mori: limiti nel senso di confini, làcanas che peraltro sono nitidamente sentiti dagli abitanti di questi bordi più di quanto non siano definibili con gli strumenti metodologici dei geografi; già l’idea di annettere al Sassarese non tanto il Monte Santo (meglio sentito come un contrafforte quasi sacro del Meilogu) quanto l’intera zona circostante, così ricca di coni post-vulcanici da aver meritato la denominazione di “Alvernia sarda” mostra la difficoltà di segnarli, appunto, questi limiti. Il paesaggio, dunque. «L’aspetto generale del paesaggio – è sempre Mori che parla, e dunque andrà controllato se la descrizione vale per l’intero spazio compreso nel “suo” Sassarese – dà in complesso un’impressione di calma e di semplicità, formato com’è da un altopiano calcareo inclinato moderatamente verso il mare e inciso da profonde valli, la più nota delle quali è la Scala di Giocca, formata dal torrente Màscari poco a sud di Sassari». Questo segmento di descrizione, preso a sé, funziona. Ma esclusivamente per il “nocciolo” turritano, tanto è vero che, per dettagliare meglio la descrizione, Mori aggiunge: «Ma qua e là il paesaggio viene movimentato da colate vulcaniche sia trachitiche che basaltiche, le quali, con i loro tufi, brecce e conglomerati, si estendono di più nella parte orientale e sud-occidentale del Sassarese»: in realtà, sarebbe più facile restringere l’area cui attribuire il termine di “Sassarese” limitandola, se non al solo Turritano, al “paese del calcare”. Dove finisce il calcare e subentrano le trachiti e i basalti, finisce anche quell’impressione “di calma e di semplicità” di cui parla Mori: a parte il fatto che lo stesso paesaggio più propriamente sassarese, per esempio la Scala di Giocca e la Valle del Mascari (molto amate dagli incisori ottocenteschi), non è meno drammatico, e in qualche senso pittorescamente romantico, di quanto non sia la quieta “Alvernia” che sta al confine sud-orientale della regione. Ed è propriamente sassarese anche il tavolato miocenico che – dice Mori – «scende uniformemente al mare con ondulazioni morbidissime, ornate da imponenti complessi di dune post-tirreniane che impediscono alla maggior parte dei torrenti di raggiungere il mare e hanno altresì determinato la formazione del caratteristico e allungato stagno di Platamona».

Sassarese. Lo stagno di Platamona e gli insediamenti turistici della costa sassarese.

Ma Mori parla anche di una “unità di caratteri umani”. E questo chiama in causa la grande, importante quantità di storia che è passata in questo territorio, e che ha lasciato le sue tracce nei monumenti, nell’alternarsi di dominatori esterni e di popolazioni locali, nell’insediarsi e nel mutare delle stesse varietà di lingue che vi si sono parlate e vi si parlano, infine in quegli elementi che tutti insieme costituiscono l’identità del territorio. A voler prendere un monumento come logo (o luogo) simbolo del Sassarese forse varrebbe la pena di scegliere il più originale lascito dell’antichità preclassica: il tempio-altare di Monte d’Accoddi, collocato – non a caso? – a metà strada fra Sassari e Porto Torres, dunque al centro di una larga striscia in cui abitano quasi 150mila “sassaro-turritani”, nel punto stesso in cui dovranno incontrarsi le due espansioni urbanistiche di Sassari e Porto Torres quando la spinta dei sassaresi verso il mare e dei portotorresi verso un retroterra più agevolmente abitabile finirà per mettere capo, negli atti, a quel “matrimonio” fra le due città che, sognato e progettato a metà del Novecento, fu respinto dalla volontà politico-egoistica dei due centri (con particolare responsabilità, sia detto senza offesa da un sassarese, da parte dei portotorresi). La notizia che negli scavi furono trovati cumuli di molluschi bivalvi ma anche di lumache terragne è suggello a questa augurale appartenenza bipartisan dello straordinario monumento. L’ipotesi storiografica che Sassari sia stata fondata da portotorresi in fuga da una città desertificata dal declino di ogni tipo di antico commercio (e dunque dalla crisi irreversibile dell’approdo) e messa a repentaglio nella sua stessa sopravvivenza dalle incursioni degli arabi a partire dagli anni intonro al 720, è una ipotesi alla quale non basta essere supportata dalla ricorrente immagine di Sassari “figlia di Torres”. La contrastano tanto l’ipotesi nettamente opposta, quella di una Sassari nata da un castrum romano, quanto la considerazione che la Sassari dell’anno Mille, che già mostra non solo una sua esistenza ma anche una sua consistenza registrata in documenti ufficiali come il Condaghe di San Pietro di Silki, può sì agire da luogo di accoglienza e di coagulo di abitanti in fuga da Torres, ma è una città già dotata di una sua autonomia: e forse anche di una identità così forte da funzionare come primo melting pot delle varie etnìe che vi approdano, primi fra tutti, insieme ai sardi provenienti dalla Romangia e dalla Flumenargia, gli energici rappresentanti di etnìe e potentati “continentali” come i signori liguri Doria e Malaspina e i mercanti e funzionari genovesi e i signori pisani Visconti e i mercanti e funzionari toscani. Lo stesso dialetto sassarese, che acquista sapore di mare a Porto Torres e rustica cantilena a Sorso, è figlio di questa convergenza di parlanti diversi su Sassari: se poi il sassarese sia un logudorese italianizzato – attraverso la Corsica e migrazioni da quell’isola – sino a figurare, meglio che come una variante della lingua sarda, come uno dei tanti dialetti locali di Toscana, o sia piuttosto una “lingua franca” di abitatori continentali di Sassari in concorrenza con il più ufficiale logudorese – quello in cui vengono tradotti e volgarizzati, nel 1316, gli “Statuti” sassaresi – è questione da linguisti. È un fatto, comunque, che questa specifica parlata caratterizza il “cuore” sassarese del Sassarese, annettendosi anche, sul piano di una identità più generale, l’enclave clamorosamente logudorese di Sennori ma anche estendendosi a centri distanti come, ad occidente, l’estrema Stintino e ad oriente Castelsardo e gli altri centri litoranei dove si celebra l’incontro del corsosassarese con il fratello corso-gallurese. La lingua e i monumenti, dunque. Lo stesso fiorire delle grandi architetture religiose romanico-pisane ha praticamente come sua sede privilegiata, nell’isola, questo territorio che accanto a quell’autentico prodigio che è la Basilica della Trinità di Saccargia, a Nostra Signora di Ardara, a San Michele di Salvenero, altre tre-quattro grandi chiese sembrano poste sui suoi confini come a marcarli pure nel segno di questa loro collocazione liminare: Sant’Antioco di Bisarcio, all’intersezione con il confine nord-occidentale del Logudoro, la Basilica di San Pietro di Sorres sul breve colle da cui il Sassarese s’affaccia sui bordi del Meilogu, le chiese ittiresi dedicate alla Madonna a Paulis e Coros già verso il Paese di Villanova.

Basilica della Trinità di Saccargia nel Sassarese.

All’interno di questa unità di caratteri umani che non è mera somiglianza antropologica ma condivisione di una storia comune (ad onta del luogo comune per cui chi non è sassarese non solo è biddùnculu, billòi, cioè proveniente dalle “ville” del vasto territorio rustico tutt’intorno, ma anche accudiddu, cioè”arrivato” da un generale “fuori”) gli eventi condivisi furono sempre più delle differenze che dividevano. Sin dentro l’Ottocento i nobili possessori di feudi paesani che abitavano a Sassari parlavano logudorese, secondo la testimonianza di Pasquale Tola, dunque erano, loro sì, antropologicamente meno distanti dai pòberos de sas biddas di quanto non lo fossero i proletari sassaresi o i “maestri” delle corporazioni artigiane. E proprio quei poberos ebbero i loro più generosi e radicali difensori nei “giacobini” sassaresi alla Gioachino Mundula e gli altri martiri angioiani. E oggi, al giro del Duemila, forse i parlanti logudorese sono, nella stessa Sassari, più numerosi dei cosiddetti sassaresi in ciabi. Ogni centro ha poi, naturalmente, le sue caratteristiche, condensate in genere intorno al santo protettore e alla chiesa (quasi sempre coeva alla fondazione del paese, quand’anche non preesistente ad esso, e anzi sua cellula generatrice). Conserva tradizioni sue proprie, ha memorie del proprio passato tramandate oralmente spesso in forma di favole eziologiche (“prima il paese stava là, poi, quando una pestilenza ne distrusse tutti gli abitanti…”), difende specificità gastronomiche che arrivano al litigio sui dettagli non solo delle materie ma anche dei condimenti, conserva nelle cassepanche intagliate i costumi degli avi attraverso cui ogni paese diventava inconfondibile agli occhi degli abitanti di ogni altro paese intorno. Volendo disporre questi 16 comuni di cui abbiamo parlato in un sistema di cerchi concentrici (con qualche approssimazione), bisogna partire da Sassari, e disporli secondo la maggiore o minore distanza dal capoluogo. Al primo cerchio, il più vicino alla città, appartengono Sorso, Sennori, Tissi, Ossi, Muros e Cargeghe e Osilo; al secondo Uri, Usini, Codrongianos, Ploaghe e Florinas; a un cerchio ancora più esterno Ardara, Ittiri e (curiosamente, dal momento che dà in parte il nome al territorio) Porto Torres. Se invece si vuole usare il criterio della popolazione, disponendo i 16 comuni in un ordine decrescente di abitanti (secondo i dati del censimento 2001) partiremo ancora da Sassari (112.959) e quindi, in ordine, Porto Torres (21.066), Sorso (12.852), Ittiri ( 9051), Sennori (6989), Ossi (5728), Ploaghe (4798), Osilo (3496), Uri (3050), Tissi (1875), Florinas (1573), Codrongianos (1281), Putifigari (700), Muros (754), Cargeghe (606). In realtà, si possono aggiungere, in questo ordinamento, altri due tipi di criteri: il primo è quello della distanza dal capoluogo misurata non più in chilometri ma in tempi medi di percorrenza (dunque in ordine di agevolezza delle comunicazioni); il secondo è quello della intensità dei rapporti (di lavoro, di acquisto di merci, di riferimento ai servizi della città, primi tra tutti gli istituti dell’assistenza sanitaria e gli istituti d’istruzione). In questo caso Sorso e Sennori vengono per primi, Tissi e Ossi subito dopo: Sorso e Sennori sono oggi, pure nella loro autonomia, quasi pertinenze della città maggiore (ma l’autonomia potrebbe crescere il giorno in cui i due abitati dovessero fondersi in uno: ora i loro bordi edificati sono così vicini che, in memoria di ataviche rivalità e inimicizie, c’è chi chiama la breve terra intermessa “la striscia di Gaza”. E si passi la battuta, che peraltro dice molto sullo spirito degli abitanti), Ossi è uno dei comuni del territorio che è cresciuto di più proprio per il suo carattere (aggiunto) di quartiere-dormitorio del capoluogo. Un ruolo più autonomo, pure nella frequenza dei rapporti con Sassari, esercitano tanto Porto Torres grazie allo sviluppo del porto (e anche come conseguenza degli “anni della Sir”, seppure così drammaticamente al tramonto) e Ittiri grazie all’intraprendenza dei suoi cittadini, in particolare gli specialisti dell’edilizia (varrà la pena di citare un’altra battuta, autore il più noto degli ittiresi di oggi, il senatore Giuseppe Pisanu, che tempo addietro ribattezzò un quartiere di Sassari, verso via Napoli, interamente costruito da imprenditori e manovalanze del suo paese, “Little Ittiri”). Carattere fondamentale del territorio è peraltro, come è già capitato di accennare, la densità del suo popolamento. Su una superficie territoriale di 995 kmq, la densità di popolazione risulta di 191 abitati per chilometro quadrato, poco meno della stessa media nazionale, quasi tre volte la media della Sardegna. C’è, a questo, una naturale vocazione nella geografia del luogo, e cominciò a funzionare sin dall’antichità più alta: la facilità degli approdi, la fertilità della terra, la relativa “morbidità” dei suoli (il facile calcare giustifica l’abbondanza di domus de janas e la stessa trasformazione del modello della Tomba di giganti in luoghi di sepoltura scavati nel tufo).Ossi con Sa Mandra ’e sa Giua, Muros con Sa Turricola, Porto Torres con Su Crucifissu mannu, Sassari con le tombe di Molafà e della stessa via Besta completano quelle presenze preistoriche di cui Monte d’Accoddi è la più originale testimonianza; Porto Torres con il suo vasto parco d’archeologia romana celebra i fasti di una colonia da cui l’insediamento si diffuse in un’area più interna non casualmente chiamata Romània-Romangia; l’intero Medioevo è documentato non soltanto dalle grandi basiliche o dai gioielli dell’architettura romanica ma anche dalle piccole, gentili chiese campestri (una per tutti, per dire di Sassari, San Giacomo di Tàniga), dai rari castelli come quello dei Malaspina a Osilo, e soprattutto dagli sparsi nuclei di villaggio scomparsi, che ora gli archeologi del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari vanno riscoprendo e segnalando uno a uno (esemplari gli scavi di Gèridu); anche l’età moderna, che ha lasciato così poche tracce nell’isola, soprattutto fuori delle due città maggiori, si intravede nelle ricche dotazioni di altari, statue e dipinti: accanto a una più antica serie di presenze attribuite alla scuola di Baccio Gorini, è l’intero patrimonio della Pinacoteca di Ploaghe, lascito indimenticabile dell’indimenticato canonico Spano. E se si volesse, accanto a Monte d’Accoddi, trovare un altro luogo-simbolo non solo per questo solo territorio ma forse per l’intera Sardegna, lo additerei (foscolianamente?) nel cimitero “vecchio” di Ploaghe con le sue lapidi funerarie epigrafate nel modello classicissimo (e classicista) del logudorese dello stesso canonico Spano: un autentico Pantheon, per non dimenticare le radici.

La vetrina delle Aziende Sarde
Cartina del Sassarese

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