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La Barbagia :: Leggendario nucleo della Sardegna più selvaggia, la regione della Barbagia deve il suo nome ai Romani, che la chiamarono Barbaria perché inconquistabile.

Territorio > Territori Storici Sardi


Foto Antonio Ballero, il Padrone della Tanca. Barbagia Sardegna.

Testi di Antonello Satta


La Barbagia Alla voce “Barbagia” le più accreditate enciclopedie dicono: regione della Sardegna centrale i cui confini, soprattutto nella pubblicistica, sono soggetti a frequenti ampliamenti o riduzioni a seconda che si voglia esaltare l’identità culturale ed etnica dei Barbaricini, oppure la si voglia collocare in una significativa “zona delinquente”. In realtà, oggi, la Barbagia di Ollolai, quella di Belvì e quella di Seulo (trascurando le Barbagie d’Ogliastra, di Bitti e del Mandrolisai, di cui non esiste traccia nelle carte geografiche) non corrispondono più a circoscrizioni amministrative e, di conseguenza, la loro definizione territoriale diventa labile e finisce per adattarsi alle più diverse esigenze degli antropologi, degli scrittori, dei politici, dei giornalisti e delle correnti turistiche. Nell’usare il termine Barbaria (da cui Barbagia deriva), i Romani non miravano a fare geografia descrittiva. Barbaria era il luogo dei barbari, degli estranei cioè, dei Pelliti resistenti alla dominazione, appartenenti soprattutto alle tribù degli Iliesi o Ioalesi, che avevano scelto come rifugio il massiccio del Gennargentu e le sue boscose propaggini. Attraversata da strade costruite per collegare stazioni militari, se fu in qualche modo controllata con azioni di guerra o di antiguerriglia (Pomponio Matho utilizzò mute di cani per stanare i ribelli), o talvolta con patti, la Barbagia non fu mai pienamente dominata dai Romani. Gli uomini delle trenta civitates Barbarie di cui parla una iscrizione latina, d’altro canto, non mostravano una precipua vocazione a vivere pacificamente nella “riserva” degli insani montes. Di quando in quando scendevano a valle per occupare con le loro greggi i pascoli invernali delle basse colline o per condurre bardanas, scorrerie rapide dalle quali, mordi e fuggi, traevano il bottino necessario per sopravvivere nell’indipendenza dei loro villaggi di montagna. Piombavano a valle, i Pelliti, soprattutto nei periodi del raccolto, si appropriavano di tutto ciò che potevano trasportare e mettevano fuoco al resto. Se sotto Augusto i Barbaricini sembravano in qualche modo propensi ad accettare la sovranità romana, sotto Tiberio Roma dovette inviare truppe fresche per arginare i loro colpi di mano e, ancora sotto Giustiniano, cinque secoli dopo, non Roma ma Bisanzio dovette stabilire un presidio miliare di controllo a Forum Traiani (Fordongianus). L’invaso del Taloro ha ricoperto un ponte romano di solida fattura, a quattro arcate, che guadava il Gusana, nella vallata omonima, tra Gavoi e Fonni; i resti di un altro ponte romano si ritrovano un po’ più a monte, a Gosogolèo, in territorio di Lodine. Non erano opere di viabilità ordinaria; erano costruzioni militari che consentivano il transito dei carriaggi anche nella stagione invernale, con il fiume in piena.


Gavoi fiore sardo. Barbagia Sardegna.
Gavoi tradizionale coltello a serramanico. Barbagia Sardegna.

La stessa penetrazione della Chiesa avvenne lentamente. Il vescovo di Barbagia dovette risiedere per lungo tempo a Suelli, non perché la sua diocesi si spingesse fin lì, in terre di grano, come qualche storico sostiene dilatando oltremisura le capacità resistenzali dei Barbaricini, ma perché non era possibile porre una sede vescovile in partibus infidelium. Gregorio Magno chiedeva ad Ospitone, dux Barbaricinorum, di convincere i suoi sudditi ad adorare il vero Dio, «che ignoravano», e ad abbandonare il culto delle pietre e degli alberi. La richiesta, per quanto se ne sa, non sembra aver provocato conversioni in massa. E tuttavia, con il trascorrere dei secoli, una paziente e assidua opera di evangelizzazione doveva portare il Cristianesimo ad insediarsi saldamente in Barbagia costruendo le sue chiese campestri nei luoghi degli antichi santuari consorziali pagani e altre chiese e parrocchie nei villaggi. E molti furono gli eremiti, come ancora rivelano i toponimi S’Erimu, S’Erimu ’e Sa Mela, S’Eremosa. Dietro la chiesa di Lodine affiorano i resti di un nuraghe. Conquiste militari e penetrazione religiosa e culturale della Chiesa non sembrano, tuttavia, aver distrutto l’antico sostrato della regione. È significativo che nella lingua della Barbagia di Ollolai, la Barbagia per eccellenza, quella cui si riferiscono sempre le enciclopedie e le guide turistiche, non esiste l’equivalente del termine italiano “Barbaricini” (Barbarizinos è un brutto italianismo di dubbia acquisizione e di provenienza retorica), mentre esiste nel sardo meridionale (Brabaxinus). I tardi discendenti delle trenta civitates della iscrizione romana (da intendersi come villaggi, non come città) quando parlano in italiano si autodefiniscono, appunto, Barbaricini, trovando in questo termine anche una sorta di gratificazione; quando parlano in sardo, invece, preferiscono impersonare la comunità di origine chiamandosi ollolaesos, mamujadinos, fonnesos e così via, a seconda che siano di Ollolai, di Mamoiada o di Fonni. E se vogliono in qualche modo accomunarsi, pur appartenendo a diversi paesi, usano talvolta il termine montagninos, che non si può tradurre con l’italiano “montanari” perché sempre contiene una implicazione etnica. Viene da credere, dunque, che questa famosa Barbagia, a tanti secoli dalla nascita del suo nome, soffra ancora oggi di una definizione proveniente da culture esterne. E si può anche pensare che in questa regione continuino ad abitare i barbari, con tutto il fascino o la riprovazione che può loro attribuire la società contemporanea e con l’autocompiacimento che, di riflesso, può derivare ai Barbaricini dal sentirsi sempre considerati diversi, residenti e resistenti in una sorta di repubblica federale o, addirittura, confederale, cioè priva di troppe e riconosciute autorità unificanti. Storicamente (forse sarebbe meglio dire “amministrativamente”) si sono avute diverse Barbagie. L’antica Barbaria si è via via frantumata in curatorie, mandamenti, distretti con la penetrazione e sovrapposizione delle esigenze di governo, statali, esattoriali. Nel Medioevo si hanno la Barbagia di Ollolai, quella del Mandrolisai, quella di Belvì (con Aritzo, Meana e Gadoni) e quella di Seulo (con Seui, Sadali, Esterzili e Ussassai), ma in senso ristretto per Barbagia si intende quella di Ollolai, comprendente, oltre al villaggio che le dà il nome, Fonni, Gavoi, Lodine, Mamoiada, Ovodda, Olzai. Questa l’indicazione geografica dei manuali e delle enciclopedie. Ma può essere, ancora una volta, una indicazione esterna. Vista dall’interno, la Barbagia di Ollolai può allargarsi, a seconda delle circostanze, nei confini. E altre comunità possono sentirsi autorizzate, in assenza di specifiche sanzioni, ad entrare in questa confederazione di villaggi; i loro abitanti possono ambire, in un sistema geografico e giuridico aperto, ad essere considerati barbaricini e, in realtà, spesso barbaricini diventano. Se si dovesse condurre una indagine linguistica, si dovrebbero collocare nella Barbagia di Ollolai anche Orgosolo e Oliena per via del “colpo di glottide” caratteristico delle loro parlate. Orgosolo, più che Oliena, oltretutto, viene spinto in Barbagia non soltanto dalla sua parlata, ma anche dai rapporti intensi che intrattiene con le repubbliche incentrate su Ollolai. Tra queste repubbliche che hanno un patto di associazione non scritto, ma che sempre un foedus è, corrono di quando in quando relazioni dure e sofferte, a volte sanguinose, ora attutite, ora esasperate dalla società dei consumi in un intreccio complesso di arcaico, di contemporaneo e di postmoderno. Dall’“entente cordiale” (amistade) si può passare all’inimicizia e alla lotta (disamistade).

«La Barbagia offre l’esempio di una società semplice e in parte primitiva», scrive la Treccani. La “voce” della famosa enciclopedia non è stata aggiornata da tanto tempo. C’è da credere, però, che la Barbagia, per le sue stesse origini, per la sua storia, per i suoi miti non sia mai stata “semplice”, e forse neppure “primitiva”.

Mamoiada campagna. Barbagia Sardegna.
Mamoiada Mamuthone. Barbagia Sardegna.

Così poteva apparire al viaggiatore e allo studioso impossibilitati a cogliere la “vita invisibile”, il sottosuolo delle comunità, con le sue vibrazioni, le sue interiorizzazioni collettive. La Barbagia è stata fin troppo folklorizzata dagli “stranieri” che si sono affacciati a guardarla e ne hanno, nel bene e nel male, subìto il fascino, segnando talvolta nei loro taccuini cose inesistenti. Spesso, però, è stata folklorizzata anche dai residenti, in una sorta di ripiegamento su se stessi, o nella esibizione di una straripante diversità. David Herbert Lawrence scriveva: «dirimpetto all’ampia cresta si avanzano le torri di Gavoi». Mai sono esistite torri, a Gavoi. C’è un bel campanile, svelto e ancora marcato e dominante ad onta della recente crescita in altezza delle case: quello di San Gavino. Recenti restauri lo hanno privato, chissà perché, dell’antica cuspide su cui – si dice – era posta una piccola statua del Santo a cavallo, abbattuta da un fulmine nel secolo scorso. Ma torri proprio, a Gavoi, mai se ne sono viste. Il turista che usasse come baedeker Sea and Sardinia di Lawrence, da cui abbiamo tratto la citazione, potrebbe imputare ai Gavoesi, o ai Barbaricini, o al consumismo o al diavolo che se lo porti la scomparsa delle torri. In realtà le torri sono nate da suggestioni letterarie. E dalle stesse suggestioni può essere nata la “semplicità”. Eppure, quello barbaricino è un mondo complesso, gonfio di pieghe, labirintico. E tanto più oggi, con gli sconvolgimenti dovuti all’accoglimento spesso acritico di modelli culturali di altre contrade, mentre risorge in modo contorto l’insofferenza per il potere, soprattutto quando viene esercitato dai Comuni. Lo stesso aspetto esteriore della Barbagia, nel paesaggio e nell’assetto urbanistico dei villaggi, risulta oggi largamente modificato rispetto al passato, anche ad un passato abbastanza recente. Ma c’è sempre qualche elemento, nelle cose e negli uomini, che rivela una peculiarità, una identità. Anche la quinta di un edificio stile Ina-Casa lascia scorrere squarci di pareti antiche o di vecchi orti, o la visione di un pero secolare, sicuramente innestato sul perastro. Le Pro Loco non possono afferrare tutta la vita di relazione che si intesse nelle piazze, nei vicinati, nelle famiglie. Nei bar, sempre più spesso arredati su progetti standard con abbondanza di laminati plastici, non si può non cogliere l’alito della pastorizia: salvo acculturazioni estreme. L’allevamento ovino, con alcune centinaia di migliaia di capi, costituisce la fonte prima del reddito della regione e crea un “indotto” diffuso. La cultura pastorale, pur modificandosi di anno in anno nei confronti con il mercato, con le banche, con gli uffici statali e regionali, con i sindacati e i partiti politici, continua a tenere la sua egemonia. Il pastore può arredare la sua casa con i mobili della Brianza, ma non rinuncia ad essere padrone di un grande spazio nella vita comunitaria, spazio di fucile e di aristocrazia. Se hai la fortuna di poter dormire tranquillo con la coscienza pulita sotto un ciliegio in campo aperto, e in qualche modo hai dato qualcosa alla comunità, e vai da povero intellettuale inurbato a mangiare in ristorante può capitare che un pastore, mantenendo un impenetrabile anonimato, ti paghi il conto. Ma niente mafia. La doppietta barbaricina non ha mai le canne mafiose. Anche nel passato, sempre, in Barbagia è arrivato qualcosa dall’esterno, ma sempre ha subìto adattamenti. La vecchia lingua protosarda è scomparsa lasciando tracce soprattutto nei toponimi; è penetrato il latino, ma la lingua sarda neoromanza ha una sua peculiarità, sta quasi sola tra le lingue neolatine del gruppo occidentale che traggono il plurale dall’accusativo e non dal nominativo, come accade, invece, all’italiano e al romeno. A Mamoiada, per costruire la casa signorile dei Meloni (oggi distrutta) e a Gavoi per la casa del Seicento de Sa Corte Manna (largamente manomessa) s’è importata la trachite dal lontano salto di Sorradile trasportandola col carro a buoi o a cavallo: la stessa trachite che s’è usata per le chiese importanti, portandola perfino a spalla, se c’era da adempiere ad una “promessa”. Il granito in cantoni squadrati, considerato tipico dell’architettura barbaricina per la sua diffusione, è d’impiego abbastanza recente; una novità – si dice dilatando le microstorie familiari – portata da scalpellini del Trentino, e non per niente – si argomenta – in Barbagia ci sono i De Gasperi. Prima dei cantoni di granito, le case di costruivano con pietre raccogliticce (perda collìa) e fango; i tetti erano in scandule di legno e pure in legno erano i lunghi ballatoi che si affacciavano su strade strette, rusticamente lastricate per resistere al passare dei carri e dei cavalli. Gli stipiti e gli archi di alcuni portali di Fonni e Olzai si trovano identici a Edolo, in Alta Lombardia. Il mondo ha sempre girato, evidentemente. S’è squadrato il granito. I mulini ad acqua sono stati sostituiti prima da quelli a “gas povero”, poi da quelli elettrici, infine sono scomparsi del tutto, come le gualchiere che servivano per follare l’orbace con due grossi magli spinti a pestare con moto alternato da una ruota a pale che un rigagnolo bastava a far girare. Nel ballo si è quasi sostituito del tutto il coro tradizionale che lo muoveva (su concordu), o il piffero, o le launeddas con l’organetto bitonale che a Ollolai chiamano violino (su violinu). Di fuori è venuta la chitarra. Oggi arriva la canapa indiana e qualche dose di eroina. Ma la Barbagia rimane. Ha inglobato scalpellini triestini, organetti bitonali e chitarre adattandoli alle sue dimensioni e alla sua cultura. Più difficile è digerire la canapa indiana e l’eroina anche se la si vuole assimilare al vino che si è sempre bevuto nei bicchieri da dodici a litro. Eppure, nonostante le disperazioni, c’è da credere o soltanto da sperare che questo processo di inglobamento possa continuare: con rotture, contorsioni, ripiegamenti, distruzioni, transfert. Tutto, se non avverrà il diluvio, potrebbe trovare, nel bene e nel male, una sua versione originale in questo lembo di Sardegna. L’impatto con la cultura e con la subcultura contemporanea, soprattutto negli ultimi decenni, è stato brusco, talvolta devastante ed ha ostacolato la crescita dall’interno delle comunità. Ma la Barbagia, nonostante tutte le minacce di distruzione, non s’è ancora rifatta ad una “espressione geografica”. Più che mai, oggi, questa regione è tutta da scoprire.


E scoprirla non è facile. Tutt’altro.



Fonni  la sagra dei Martiri 1950. Barbagia Sardegna.
Vecchio di Oliena. Barbagia Sardegna.


Un conto è la versione turistica che se ne può fare, e che non è disprezzabile; altro è dipanare la sua interiorità. Perché, allora, non bastano le metodologie sociologiche, per aggiornate che siano. Scriveva Carlo Levi che per penetrare appieno nel Mezzogiorno d’Italia occorre sempre una chiave di magia, e si prendeva i rimbrotti severi dei meridionalisti “scientifici”. Anche qui la magia occorre, ma non è l’elemento essenziale della cultura barbaricina. Sopravvivono Sibille e amuleti, ma pungas e sinicurzis, che un tempo assicuravano l’incolumità delle armi da fuoco, sono stati sconfitti dalla balistica contemporanea. Sopravvivono le scarpe di pelle di cane per proteggere i bambini dal malocchio e tanti altri amuleti non hanno ancora completamente varcato il confine tra l’oggetto magico e quello ornamentale. Ma è inutile provvedere con talismani d’altre terre. Per chi soffre d’insonnia – è stato sperimentato – i piccolissimi idoletti guatemaltechi appositamente importati non agiscono: meglio ricorrere alla tradizionale teca dove la mantide religiosa depone le uova; non per nulla la si chiama mama ’e sonnu (mamma del sonno): posta sotto il guanciale può ancora essere efficace. Per penetrare in Barbagia occorrono tensioni e modestia, capacità di ascoltare e di riflettere più che di fare domande. Le buone trattorie di Gavoi e Fonni, dove si può mangiare “in sardo” e “in italiano” (perfino le rane), i buoni alberghi, gli impianti sciistici di monte Spada possono soddisfare le esigenze del turista, anche di quello di riguardo. Per il turismo con pretese culturali ci sono i monumenti megalitici. I nuraghi, forse, sono più poveri che altrove, ma esistono. Due tombe di giganti sono state messe in luce con scavi accurati, qualche anno fa, in territorio di Fonni e, sempre in questo territorio, nei pressi di Oratu, c’è un gruppo di “pietre fitte”, idoli monolitici, maschili e femminili. Le domus de janas (sepolture scavate nella roccia) non sono rare. Ci sono chiese di buona fattura. La parrocchiale di Gavoi, gotico-aragonese, ha un rosone; il pulpito, il battistero e il coro sono stati intarsiati nel legno dalle buone mani di Juan Peddio ed fratres nel 1706. Il Santuario dei Martiri di Fonni è un barocchetto austriaco del secolo XVIII; nel suo interno vi sono decorazioni e pitture di Pietrantonio e Gregorio Are. Per chi si occupasse di etnologia c’è il carnevale di Mamoiada con i mamuthones, maschere con mastrucca che agitano ritmicamente un accordo di campanacci; l’ardia di San Basilio a Ollolai con le esibizioni dei migliori cavalli della zona. Ovunque vi sono le feste di San Giovanni con la vestizione (muda) del verbasco. Il giorno dopo la vestizione, se su questa pianta trovi una formica, puoi star sicura che sposerai un operaio, se trovi un piccolo coleottero, un carabiniere. È in atto, ovunque, una ripresa delle sacre rappresentazioni in lingua sarda della Settimana santa con i canti nel gregoriano locale eseguito dalle quattro voci tradizionali del coro sardo (boghe, bassu, contra, mesuboche). Ma c’è ancora dell’altro. E non è l’ancestrale o il buon selvaggio. Già il paesaggio ha una sua personalità. Nel 1834 Vittorio Angius, nel Dizionario di Goffredo Casalis, censiva, per la Barbagia di Ollolai, 11.800.000 ghiandiferi (roveri, lecci, sughere). «Sono esclusi dal calcolo – scriveva – gli alberi non sviluppati ad una certa maturità e grandezza».
Incendi e tagli sconsiderati hanno fin troppo ridotto questo patrimonio ed hanno fatto scomparire l’acero e il tasso, mentre gli alberi di agrifoglio si trovano soltanto in rari esemplari sui costoni del Gennargentu. Eppure l’altipiano che corre tra Fonni, Orgosolo, Lodine, Gavoi e Mamoiada apre a ogni passo visioni inedite, fa intuire presenze occulte, brani di storia considerati ingiustamente “minori”. Però tutto va colto più per sensibilità che per indagini. In questo altipiano, l’antica chiesa della Madonna d’Itria, che fino ai primi del Novecento era una piccola casa bianca di calce ricoperta d’edera con attorno i loggiati rustici (muristenes), è stata malamente rifatta per l’intraprendenza di un intellettuale “innovatore”. Ma nel suo orto, un tempo coltivato dal guardiano-eremita (su remitanu), è rimasta la preistorica “pietra fitta”, l’idolo fallico, e accostandovisi si possono intuire gli antichi rapporti tra uomo e divinità. San Cosimo di Mamoiada, appena più in là, sempre sull’altipiano che respira di timo, ha mantenuto una migliore integrità. Se è interessante visitare questi santuari quando vi si tengono le feste consorziali (fine luglio a Sa Itria, primi di settembre a San Cosimo), mentre si svolgono le gare poetiche e le corse dei cavalli, meglio ancora è andarvi per le novene, possibilmente con un amico barbaricino accreditato, e cogliervi l’alito più intimo delle famiglie che vi risiedono, i balli tradizionali con poche persone, l’ospitalità non esibita. Anche nei paesi è meglio andare di giorno feriale. Dall’altipiano dove stanno i Santuari dell’Itria e di San Cosimo, che è sempre stato un punto centrale della Barbagia per i suoi pascoli estivi e per lo snodo delle correnti dell’abigeato, si raggiugono agevolmente Mamoiada da una parte e dall’altra Lodine, Gavoi, Fonni e Ollolai. Ovodda e Olzai sono posti nella parte bassa della Barbagia. Dal primo si accede al Mandrolisai, dal secondo alle colline del Barigadu e all’Alta Valle del Tirso. Mamoiada si apre verso le valli che portano a Nuoro. «Solitario paese» dice per Mamoiada la vecchia Guida del Touring Club. Chissà perché “solitario” un paese che, nonostante le sue faide, ha sempre voluto proiettarsi verso l’esterno con intellettuali di prestigio e con una economia volta non soltanto alla pastorizia, ma anche ad una sapiente coltivazione della vite. Si dice, ma non è appurato, che Mamoiada abbia dato i natali al generale argentino Juan Peron (che in origine sarebbe stato un Piras). Si dice che Peron trovasse spesso l’occasione per rivendicare la sue origini sarde. «Per questo – diceva – amo la vendetta». Non sapeva, nella sua acculturazione castrense, che i Barbaricini raramente si vantano della vendetta, ammesso pure che questa famosa vendetta barbaricina non sia stata un po’ mitizzata. Se sono incerte le origini di Peron (secondo un’altra versione sarebbe disceso dalla famiglia gallurese dei Peru), è certo, invece, che durante la guerra civile spagnola un mamoiadino, Pietro Golosio, o meglio don Pedro Golosio, teneva conversazioni antifasciste in lingua sarda dai microfoni della radio libertaria di Barcellona e la Barbagia, di soppiatto, le ascoltava. Dando le spalle a Mamoiada per tornare verso il Gennargentu, troviamo Lodine, frazione di Gavoi fino a qualche anno fa, paese di pochi abitanti posto in una zona che in periodo nuragico deve aver goduto di un certo splendore. Questo villaggio, un tempo molto esposto alla povertà, ha sempre fornito alla Barbagia valentissimi cercatori di tracce, capaci di leggere nella polvere dei sentieri i più contorti itinerari delle greggi rubate. Fino alla seconda guerra mondiale i lodinesi davano impulso alla fabbricazione di mattoni e tegole. L’argilla veniva impastata in larghe fosse con l’aiuto dei buoi. Tolti dalle forme ed asciugati al sole, i mattoni e le tegole venivano cotti in rudimentali forni a legna. Di quest’attività ora rimangono come ricordo le rovine dei forni.

Ollolai confezione cestini asfodelo. Barbagia Sardegna.
Orgosolo 1955 uomini. Sardegna Barbagia.

Da Lodine sono a pari distanza Fonni e Gavoi. Fonni vanta una lunga tradizione di lotta contro le “chiudende”, quando con la recinzione a muro si creava la cosiddetta “proprietà perfetta” della terra inglobando i salti comunitari. Ed ha avuto anche banditi famosi. Fino a tempi recentissimi Fonni è sempre entrato in accese rivalità con Orgosolo, occhio per occhio dente per dente. Il paese si adagia sulle falde settentrionali del monte Spada e gode di una consolidata agiatezza pastorale. Sa die primarja (il giorno dell’inizio), la festa di primavera che segnava il ritorno dei pastori dai pascoli invernali, descritta in una composizione in ottave dal poeta gavoese Giovanni Zurru, aveva qui più che altrove un ricco rituale in parte assorbito dalla festa che si tiene, dal giovedì alla domenica di Pentecoste, nel Santuario della Vergine dei Martiri. Il Santuario ha una Madonna modellata con un impasto di ossa di martiri cristiani ridotte in polvere. Ha perso di recente i noci secolari che piacevano a Grazia Deledda. Ma se, per questa perdita, non ha più una parte vistosa del suo fascino, rimane sempre un richiamo per pellegrini e festaioli di tutta l’Isola. A Gavoi, e siamo a pochi chilometri di distanza, il clima sociale e culturale è, almeno in parte, diverso. Qui si sono avute le prime lotte barbaricine contro le “chiudende”, ma tutto immediatamente si è spento in meditate transazioni, talvolta guidate dal deputato locale Carlo Mastio che ancora durante la seconda guerra d’indipendenza mandava dal fronte ai suoi familiari indicazioni per la sistemazione della proprietà fondiaria locale. Il popolo, escluso dall’afferra-afferra di cui parla una famosa canzone logudorese, si è anche qui lamentato con i versi di Micheli Ibba che imputa tutti i maneggi della divisione dei benes de cumone a un segretario comunale, Luigi Mulas, soprannominato Leone, ucciso, successivamente, con un preciso colpo di fucile mentre prendeva il fresco di una sera estiva in un balcone della sua casa d’ Olzai.

Dice la canzone:
Cando mori’ Leone aze a bie’ burrascas de granzola abba e bentu, sas àgheras si ponen in turmentu chi hada a parrer notte sende die, b’han a esser sos diaulos inie leandechelu dae su pamentu; in cussa domo faghen iscramentu dividinde sos benes de cumone, totus semus in manos de Leone.
(Quando muore Leone vedrete / burrasche di grandine acqua e vento, / il cielo si mette in tormento / che sembrerà notte essendo giorno, / ci saranno i diavoli lì / portandolo via dal catafalco; / in quella casa fanno ribalderie / dividendo i beni comunitari, / tutti siamo in mani di Leone).

Gavoi, nella storia della Barbagia, ha sempre avuto un ruolo diplomatico, di abile mediazione nelle vicende dell’abigeato e nelle lotte tra comunità e comunità. Dal ’700 in poi non ha avuto grandi banditi, ma ha sempre benevolmente ospitato e nascosto i banditi delle altre comunità, anche la famosa Paska Devaddis, orgolese, sofferente – dicono – di mal sottile. Chi da Gavoi voglia andare verso il Mandrolisai, passa per
Ovodda, paese sereno posto in una conca che ancora oggi consente alle querce e ai ciliegi di penetrare fin dentro l’abitato. Paese quieto, Ovodda è famoso, oltre che per le sue frutta, per un diffuso patriziato non di grande agiatezza, ma di buona educazione e modestia. Al lascito di un nobile ovoddese si deve uno dei primi asili infantili della Barbagia.

Deo soe don Dominigu Marcello / cavalleri de Ovodda numenau (Io sono don Domenico Marcello/ cavaliere d’Ovodda famoso) dice una canzone; e si racconta che don Domenico, cavaliere nobile don, non disdegnasse mai di partecipare alle gare poetiche, sempre che i cantori, per quanto rustici, fossero esperti.

La capitale della Barbagia,
Ollolai, è forse il paese che ha tenuto meglio le sue caratteristiche etniche. Si dice che, ancora alla fine del secolo scorso, Ollolai non fosse raggiungibile dagli esattori dei tributi e delle tasse. Venivano tempestivamente avvistati a chilometri di distanza e, raggiunti da una esigua compagnia di armati, dissuasi con le buone e con le cattive dal mettere piede in paese. Entro l’abitato, invece, il compito di guidare le ribellioni è sempre stato affidato alle donne, abilissime, in tempo di pace, nel lavorare, come ad Olzai, l’asfodelo ricavandone corbule e canestri indistruttibili. Nel 1472 si trasferirono a Ollolai da Silì, dove li tormentava la malaria, alcuni francescani minori conventuali e costruirono, alla periferia dell’abitato, il piccolo convento di Santa Maria Maddalena (di cui non è rimasta traccia). Poterono rimanervi, paghi del clima salubre della zona, fino al 1490, quando furono cacciati a furor di popolo sotto accuse infamanti. A niente valse che il clan dei Ladu prendesse le loro difese. Gli Arbau furono irremovibili e con essi la maggioranza della popolazione. Si racconta dell’ultimo frate in fuga che, in un attimo di sosta, scuotesse i suoi sandali per non portarsi addosso neanche un pizzico di terra ollolaese. La cacciata dei minori conventuali è rimasta nella memoria storica collettiva. E forse di qui è nata la canzone a ballo settecentesca secondo la quale a Ollolai “non vogliono Dio”.

In Ollolai non cheren a Deu nen prade mannu nen prade minore, mortu noll’hana su preicadore in sa Cappella de Santu Matteu (Ad Ollollai non vogliono Dio / né frate grande né frate minore, / ci hanno ucciso il predicatore / nella cappella di San Matteo). C’è da osservare, però, che ad Ollolai non esiste una cappella di San Matteo e che la stessa canzone viene cantata, con la variazione del nome del paese, anche per Mamoiada.

Dietro il displuvio che sovrasta Ollolai, a brevissima distanza se si segue la strada campestre de S’Iscala (La scala), c’è
Olzai. In tutta la Barbagia è il paese che ha mantenuto l’assetto urbanistico più composto. L’edificio della mutua pastorale (su sozu) s’è salvato dalla distruzione e mantiene, assieme ad alcune case patrizie, un tratto di imponenza. È stato, invece, demolito l’edificio del Monte granatico. Mutua pastorale e Monte granatico sono testimonianze di una vita comunitaria ricca, più che altrove, di intense relazioni e di capacità di aggiornamento: non per niente Olzai ha una buona tradizione culturale. Nella chiesa di Santa Barbara vi sono le pitture del famoso Maestro d’Olzai, un anonimo di educazione valenziana vissuto nella seconda metà del secolo XV. La biblioteca Meloni Satta è ricca di diverse migliaia di edizioni rare che riguardano la Sardegna. Siamo, qui ad Olzai, nella propaggine più esterna della Barbagia. Anche il paesaggio lo denuncia. Il lentischio e gli olivastri, che in montagna non crescono, introducono alla bassa collina e alla macchia mediterranea. Di qui, con la montagna alle spalle, si intuiscono i pascoli immensi della pianura che i Barbaricini si ripromettono sempre di riconquistare per le loro greggi.

Paesaggio della Barbagia in Sardegna.
Cartina partecolareggiata della Barbagia di Sardegna.

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