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La Civiltà Nuragica :: La Storia dei Nuraghi Sardi sul Portale Le Vie della Sardegna-

Cultura Sarda > Storia Sarda


Barumini, veduta esterna di Su Nuraxi.

SARDEGNA ARCHEOLOGICA
Reprints e studi sulla Sardegna antica
Collana diretta da Alberto Moravetti

Carlo Delfino editore


GIOVANNI LILLIU
la civiltà nuragica
Introduzione di
ALBERTO MORAVETTI


La civiltà nuragica ha sempre costituito un tema dominante nell’archeologia sarda, tanto da aver mortificato per lungo tempo lo studio delle culture prenuragiche, dell’età fenicio-punica e della Sardegna romana e altomedievale. La particolare attenzione rivolta dagli studiosi a questo periodo della Sardegna antica, appare, però, ampiamente giustificata ove si considerino le migliaia di monumenti (nuraghi, villaggi, tombe di giganti, pozzi sacri) -spesso grandiosi e sempre suggestivi - che segnano il territorio dell’Isola, quasi a fondersi con esso come parte integrante ed essenziale. Alla prepotente originalità dell‘architettura - che non trova riscontro nell’ambito delle antiche civiltà del Mediterraneo - si aggiunge, poi, il valore delle manifestazioni artistiche (si pensi ai bronzi figurati e le antiche statue di Monti Prama) e il senso di stupore e di mistero che i nuraghi hanno suscitato, in ogni tempo, nel visitatore.
E se gli studi e le ricerche di questi ultimi decenni sono stati particolarmente proficui per la conoscenza del mondo fenicio-punico ed hanno dilatato in misura insospettata l’arco cronologico delle culture prenuragiche, arricchendone e definendone meglio il quadro culturale, è pur sempre la civiltà nuragica quella che ancora oggi esercita maggiore fascino sul pubblico non specialista e sugli stessi studiosi.
Chiarito fin dalla prima metà del secolo, soprattutto con gli scavi e le scoperte del Taramelli, il «mistero» della funzione dei nuraghi - che pure, di tanto in tanto, accende la fervida immaginazione di «astroarcheologi», «ufologi», ed altri, sino agli anni Cinquanta, pur conosciuta sufficientemente nei suoi aspetti generali, l’età nuragica si presentava ancora come un blocco omogeneo scarsamente articolato, con pochi punti di riferimento sicuri, numerose incertezze e non pochi problemi da risolvere.
Con gli scavi di Barumini, condotti dal Lilliu fra il 1949 e il 1956 e rimasti fondamentali fino ai nostri giorni (G. Lilliu, Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica, in «Studi Sardi» XII-XIII (1952-54), venivano riconosciuti nel mondo nuragico momenti di vita differenziati ai quali corrispondevano fasi edilizie distinte, precise forme socio-economiche, prodotti artistici e materiali d’uso. La pubblicazione di importanti monografie (G. Lilliu, I nuraghi, torri preistoriche della Sardegna, 1962; Id., Sculture della Sardegna nuragica, 1966), di lavori di sintesi, di saggi e di articoli da parte dello stesso Lilliu e di altri studiosi fondamentali i recenti contributi apparsi nel volume Ichnussa, 1981) l’edizione critica di materiali, estesi scavi e fortunati ritrovamenti hanno notevolmente ampliato, nell’ultimo trentennio, il panorama delle nostre conoscenze sulla civiltà nuragica, confortando ipotesi già formulate ed aprendo nel contempo nuove tematiche che sono ben lungi dall’essere risolte.
In questo volume che apre la serie di Studi e monumenti, Giovanni Lilliu, il Maestro riconosciuto dell’archeologia sarda, presenta un aggiornato ed in parte nuovo quadro della civiltà nuragica. Abbandonato lo schema cronologico e culturale emerso a Barumini ed esteso poi all’intera età nuragica-troppo riduttivo e non sempre rispondente allo stato attuale della ricerca l’Autore propone una articolazione per fusi della civiltà nuragica; vengono, infatti, individuale cinque fasi svolgentesi dal Bronzo antico alla piena età del Ferro nelle quali sono collocati aspetti monumentali, categorie formali e morali, prodotti della cultura materiale e fisionomie inorfoantropologiche, interpretati sia nel loro divenire storico che in relazione con ambiti culturali esterni.
Ma se le fasi II-IV, dal Bronzo medio all’età del Ferro (1500-500 a.C.), mostrano una linea di sviluppo coerente e sufficientemente definita, non poche perplessità sorgono in relazione alle fasi I e V.
Alla fase I, del Bronzo antico (1800-1500 a. C.), vengono riferiti esiti finali ed attardati di Abealzu e M. Claro nonché la cultura di Bonnanaro, la quale, finora, è sempre stata considerata a sestante e strettamente legata a quella del vaso campaniforme; ne consegue un polimorfismo culturale nel quale la «linea» nuragica sembra essere ancora troppo esile e indeterminata. Un quadro, come si vede, piuttosto complesso e confuso che però, a tutt’oggi, almeno sulla base delle scarse prove archeologiche in nostro possesso, appare come l’unico proponibile. Infatti, a parte le indicazioni emerse dall’esplorazione dei protonuraghi di Sa Korona e Bruncu Màdugui e la presenza di ceramica M. Claro segnalata presso numerosi nuraghi, particolare significato acquistano i fittili M. Claro rinvenuti di recente in una tomba di giganti di Lunamatrona, della quale viene data notizia per la prima volta in questo volume.
In quanto alla cultura di Bonnanaro, giova ricordare che, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze, essa si presenta caratterizzata quasi esclusivamente dalla produzione vascolare, mentre sembrano mancare testimonianze precise su tutti quegli aspetti civili e morali che concorrono a formare una cultura; né, d’altra parte, si può ignorare che ceramiche esclusive di questa cultura sono presenti in un numero sempre crescente di tombe di giganti, ed ora, seppure in misura episodica, anche in nuraghi.
E una fase, questa, ove insieme ai germi di una civiltà nascente convivono ancora motivi eneolitici; occorrerà, quindi, vagliarne attentamente i vari elementi costitutivi e studiarne le interrelazioni al fine di poter distinguere sempre più nettamente il filo conduttore che segna la Sardegna del Bronzo.
Per la fase V dal 500 al 238 a.C., le difficoltà d’inquadramento culturale derivano dal fatto che si tratta di un’epoca particolarmente travagliata e assai poco studiata, nella quale la Sardegna nuragica cessa, probabilmente, di produrre cultura; per questo riesce estremamente difficile distinguere elementi culturali che per caratteristiche proprie possano definirsi nuragici.
Nuove scoperte, ricerche finalizzate e, la revisione critica di materiali già noti potranno dare risposta a questi e agli altri complessi problemi che ancora pesano sulla ricostruzione storico-culturale della civiltà nuragica. Occorrerà spiegare, ad esempio, l’assenza della ceramica a «pettine» nella Sardegna meridionale, ove, tra l’altro, è quasi del tutto sconosciuta la tomba di giganti con stele centinata, largamente diffusa, invece, come quella stessa ceramica, nel centro-nord dell’Isola. La mancanza, poi, di stratigrafie significative impone lo studio tipologico della ceramica, la quale, a causa dell’esclusività del suo patrimonio formale, offre un tenue quadro comparativo con la produzione vascolare delle contemporanee culture del Mediterraneo, fornendo, di conseguenza, scarsi riferimenti cronologici. Si avverte, inoltre, nello studio dell’età nuragica, la carenza di esami chimici sii bronzi e di analisi su resti faunistici e botanici, mentre sono poche e non sempre accertate le datazioni al Carbonio 14.
Si sono voluti sottolineare alcuni punti critici che la stessa impostazione problematica del libro ha suggerito; essi, tuttavia, non alterano in alcun modo la visione complessa, omogenea e dinamica di una civiltà che per lungo tempo è parsa chiusa ed isolata e che ora si apre ed entra in un vasto e fervido contesto mediterraneo ed europeo di contatti fisici e ideali.
Il volume si segnala, infine, per il ricco apparato illustrativo, grafico e fotografico, che non vuole essere pura espressione documentaristica, ma tende a far rivivere, attraverso le immagini, una fra le più affascinanti e misteriose civiltà dei Mediterraneo.
All’Autore dobbiamo gratitudine per questo stimolante e prezioso contributo, mentre all’Editore vanno riconosciuti coraggio e sensibilità culturale per il non lieve impegno editoriale.


Sassari, giugno 1982

ALBERTO MORAVETTI


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Giovanni Lilliu, il Maestro individua cinque fasi svolgentesi dal Bronzo antico alla piena età del Ferro nelle quali sono collocati aspetti monumentali, categorie formali e morali, prodotti della cultura materiale e fisionomie inorfoantropologiche, interpretati sia nel loro divenire storico che in relazione con ambiti culturali esterni.



Vedi Tabella


Tabella Civiltà Nuragica
La vetrina delle Aziende Sarde

Civiltà nuragica

di Paolo Melis
Carlo Delfino editore



La Civiltà Nuragica nasce nella prima età del Bronzo, intorno al XVIII secolo avanti Cristo; il nome deriva dal suo monumento più caratteristico: il “nuraghe”. Non sappiamo come i nuragici chiamassero se stessi, perché non ci è rimasta alcuna testimonianza scritta di quel periodo, ed è lecito ritenere che essi non conobbero mai una loro scrittura. Le testimonianze di altri popoli, che parlino delle antiche genti della Sardegna, sono tutte di epoca molto tarda (soprattutto di età romana) e non ci sono di grande utilità: si tratta di notizie composte, forse sulla base di lontane leggende tramandate per generazioni, quando ormai la Civiltà Nuragica, nei suoi tratti caratteristici, non esisteva più da diversi secoli. Sull’origine del popolo dei nuraghi, gli studiosi sembrano abbastanza concordi nel ritenere che queste genti non provenissero dall’esterno ma fossero gli stessi sardi che già avevano dato vita, nelle epoche precedenti (Neolitico ed Età del Rame), alle grandi culture della Sardegna prenuragica, e che ora, a seguito delle trasformazioni sociali ed economiche seguite alla scoperta e all’uso del metallo (bronzo, soprattutto), si erano evolute verso forme più complesse di organizzazione sociale, determinando anche la fioritura di una architettura originale: è il periodo che, nell’Europa occidentale e mediterranea, viene indicato con il termine di “Protostoria”. Già in precedenza nell’Età del Rame, all’epoca della cultura di “Monte Claro” (intorno alla metà del III millennio a.C.), si avverte, soprattutto nella Sardegna settentrionale, l’esigenza di proteggere gli abitati, ubicandoli su alture scoscese, difese, nei lati più esposti, da poderose muraglie megalitiche; talvolta, oltre alle grandi muraglie, venivano realizzati dei recinti-torri di piccole dimensioni, semicircolari (Monte Baranta, Olmedo-SS) o quadrangolari (Fraigata, Bortigiadas-SS), provvisti di ingressi, che racchiudevano degli spazi ridotti sul bordo del pianoro: quasi una sorta di ultimo baluardo di difesa. Sarà forse proprio da questo tipo di edifici che nascerà, nei secoli successivi, l’idea del “nuraghe”.
La Civiltà Nuragica vera e propria comincia a svilupparsi negli ultimi tempi della cosiddetta “Fase di Bonnanaro”: l’aspetto culturale della più antica Età del Bronzo (nella prima metà del II millennio a.C.), caratterizzato soprattutto dallo sviluppo del megalitismo funerario. Sarà in questo periodo che, dagli antichi dolmen della fine del Neolitico, si perverrà, attraverso il dolmen “a galleria” (o allée couverte), alla tipica sepoltura megalitica nuragica: la “tomba di giganti”.
La prima fase, denominata Nuragico I (1700-1500 a.C.), vede il formarsi dei caratteri principali di questa civiltà; fra la fine del Bronzo Antico e gli inizi del Bronzo Medio (XVIII-XV sec. a.C.) si ha l’edificazione dei primi “protonuraghi”, conosciuti anche come “nuraghi a corridoi”.


I protonuraghi

I protonuraghi sono edifici che differiscono in maniera significativa dai nuraghi classici: di aspetto più tozzo e di planimetria generalmente irregolare, al loro interno non ospitano la grande camera circolare tipica del nuraghe, ma uno o più corridoi e qualche rara celletta coperta a falsa-volta. La loro altezza non sembra superare i 10 metri (contro gli oltre 20 di alcuni nuraghi a tholos), mentre è quasi sempre ben maggiore la superficie occupata da questi edifici rispetto ai nuraghi classici (con una media di mq 245 registrata nel Marghine-Planargia, mentre la torre di un nuraghe a tholos difficilmente supera i 100 mq).
In queste costruzioni, caratterizzate da una notevole massa muraria sfruttata solo in minima parte da pochi e angusti spazi, la parte più funzionale doveva essere la piattaforma della terrazza superiore, ove potevano venire ricavati degli ambienti di abitazione, anche con copertura lignea.
Spesso, un lungo corridoio coperto con lastre orizzontali (a “piattabanda”) attraversava tutto l’edificio, per sfociare sul lato opposto della costruzione, che in tal modo presentava un doppio ingresso (protonuraghi a “corridoio passante”). Il tipo più diffuso era, tuttavia, quello caratterizzato da un corridoio cieco, che poteva essere affiancato da piccole nicchie o essere intersecato da uno o più corridoi trasversali, e sul quale si affacciava anche l’accesso al vano della scala che conduceva nella parte superiore della costruzione.
In alcuni casi, lungo i corridoi potevano aprirsi piccoli vani coperti a tholos, e in qualche protonuraghe (Friarosu, Mogorella-OR) la massa muraria non ospitava corridoi ma soltanto piccole cellette con ingressi indipendenti.
Una evoluzione di questi ultimi protonuraghi, è costituita da un tipo di edificio in cui il corridoio, dopo un tratto iniziale stretto e basso coperto a piattabanda, si amplia in larghezza e in altezza, presentando una copertura ad aggetto dalla tipica sagoma a “schiena d’asino”, o meglio a forma di chiglia rovesciata (protonuraghe a “camera naviforme”). È questo il preludio della realizzazione della camera coperta a “tholos” (o “falsa-cupola”), che caratterizzerà il nuraghe vero e proprio.
I protonuraghi accertati, attualmente, sono circa 300: un numero decisamente esiguo se rapportato al numero complessivo di oltre 6500 monumenti (fra protonuraghi e nuraghi), anche se altri potrebbero essere compresi fra i moltissimi edifici segnalati genericamente come “nuraghi”, ed ancora non indagati.
I protonuraghi, probabilmente, continueranno ad essere utilizzati anche quando si sarà già diffusa l’architettura più evoluta dei nuraghi a tholos, assolvendo forse a compiti di tipo particolare.


I nuraghi a “tholos”

Nella media Età del Bronzo, intorno al XVI-XV secolo a.C (nella fase detta “Nuragico IB”), fa la sua comparsa il nuraghe a tholos, o, se vogliamo, il “nuraghe” tout court. Come accennato in precedenza, i nuraghi di cui si abbia notizia, secondo recenti stime, sono circa 6.500, anche se la maggior parte versa in un grave stato di rovina, e moltissimi sono ormai scomparsi del tutto, soprattutto negli ultimi 150 anni; deleteri furono, a questo riguardo, due fatti: la legge delle “chiudende”, alla metà del XIX secolo, che causò lo smantellamento di molti nuraghi per erigere le recinzioni dei terreni, e lo sviluppo della rete stradale (a cominciare dall’asse principale della “Carlo Felice”) che vide la demolizione di molte torri nuragiche allo scopo di ottenere pietre per le massicciate.
Cos’è un nuraghe?
Nella sua forma più semplice, è una torre troncoconica costruita con massi di dimensioni variabili, collocati senza l’uso di leganti cementizi o, come si suol dire, “a secco”. Le murature sono realizzate a filari di pietre disposte più o meno ordinatamente, in molti casi lasciate allo stato naturale, ma più spesso semi-lavorate per facilitarne la posa in opera: nella parte superiore delle torri – quella più soggetta al degrado – i conci sono generalmente lavorati con cura (nelle caratteristiche sagome a “coda” e a “T”), per garantire un perfetto incastro fra gli elementi e quindi una maggiore stabilità. La presenza di mensole litiche, rinvenute in alcuni casi ancora in posizione sulle murature ma più sovente riverse al suolo nel punto di caduta, e soprattutto le numerose raffigurazioni in pietra e in bronzo delle torri nuragiche di cui si dispone, ci portano a ipotizzare che i nuraghi (ma anche i protonuraghi) terminassero superiormente con un ballatoio sporgente sul bordo della terrazza, in modo da recuperare la verticale sulla base della torre.
All’interno della semplice torre nuragica sono ospitate una o più camere sovrapposte e coperte a falsa volta, o a “tholos”, con la tecnica cosiddetta ad “aggetto”, cioè facendo sporgere il giro di pietre superiore su quello sottostante e restringendone progressivamente il diametro, sino ad ottenere alla sommità un circolo minimo che veniva chiuso da un’unica lastra di pietra. Le pietre così disposte rimanevano in posizione stabile grazie al peso e alla spinta dell’opera muraria che gravava sulla parte non aggettante del masso. In genere, venivano realizzati due paramenti murari – esterno ed interno – in grosse pietre, mentre gli interstizi venivano colmati con pietrame di minori dimensioni.
Il termine “tholos” indica una costruzione circolare con copertura ad aggetto, e fa riferimento alle analoghe costruzioni dell’area Egea, soprattutto alle grandi tombe Micenee (si pensi, ad esempio, al famoso “Tesoro di Atreo”), delle quali, tuttavia, il nuraghe condivide solo in parte la tecnica costruttiva, trattandosi, nel caso delle “tholoi” micenee, di strutture realizzate entro un tumulo di terra o comunque all’interno di una collina artificiale, mentre i nuraghi sono edifici costruiti interamente in murature a cielo aperto (o “subaerei”). Alla torre si accede da un ingresso quasi sempre a fior di suolo, ma in alcuni casi anche sopraelevato, seppur di poco; non è mai stata trovata traccia della porta, che si suppone fosse di legno, sebbene taluni ipotizzino che potesse essere in pietra. L’ingresso immette sempre in un andito più o meno lungo che conduce alla camera
del piano-terra: da una delle pareti (in prevalenza quella sinistra) parte in genere la scala che sale al terrazzo o ai piani superiori, compiendo un percorso “a spirale” entro lo spessore della massa muraria (nuraghe Santu Antine, Torralba-SS). In moltissimi nuraghi (ritenuti con ogni probabilità più arcaici), tuttavia, la scala, anzichè dall’andito, ha origine dall’interno della camera (nuraghe Su Nuraxi, Barumini-CA), ed in questo caso non parte quasi mai da terra ma da una certa altezza dal suolo – in alcuni casi anche notevole (6 metri nel nuraghe Is Paras, Isili-NU) – e dobbiamo quindi supporre che l’accesso avvenisse tramite una ulteriore scala di legno.
Non mancano nuraghi, anche di notevole imponenza, dove la scala interna parrebbe del tutto assente (nuraghe Arrubiu, Orroli- NU, nuraghe Piscu, Suelli-CA) e per i quali si deve ipotizzare un accesso alle parti superiori della torre dall’esterno, con scale di legno o, in rari casi, con travi incassate in interstizi e sporgenti dal paramento esterno a brevi intervalli. Oltre alle camere vere e proprie, all’interno di una torre nuragica potevano essere realizzati numerosi altri spazi. Lungo la circonferenza delle celle principali, sovente venivano ricavati degli ambienti secondari, chiamati nicchie, che potevano anche prolungarsi lateralmente fino ad articolarsi in veri e propri anditi anulari intorno alla camera stessa: al nuraghe Santu Antine di Torralba, quest’andito comunica con la camera attraverso tre diversi accessi.
Nel corridoio d’ingresso, generalmente affrontata al vano della scala, è spesso ricavata un’ulteriore nicchia, che per la sua posizione a controllo dell’ingresso stesso è stata definita, impropriamente, “garetta di guardia”: in alcuni nuraghi con scala di camera, in luogo del vano della scala d’andito si può avere una seconda nicchia di fronte alla c.d. “garetta”. Altre cellette potevano essere ricavate nello spessore dell’opera muraria, sovente al di sopra dell’andito di ingresso e in comunicazione con quello tramite piombatoi o canali acustici sempre risparmiati fra le murature. Le cellette potevano essere raggiunte da anguste scale che avevano origine dalla camera del piano terra (da una nicchia, oppure direttamente da un accesso sopraelevato nella parete della camera stessa) oppure dalla camera del piano superiore, con andamento discendente; in alcuni casi (esempio: Santu Antine di Torralba) la celletta si raggiungeva direttamente – con una scala di legno – da una finestrella affacciata sulla camera interna.
Nel pavimento della camera di alcuni nuraghi venivano anche scavati dei pozzi o dei silos per conservare liquidi o derrate, mentre altri ripostigli più piccoli venivano realizzati entro le murature, in genere nel pavimento del terrazzo o di un piano superiore, ma anche lungo il percorso della scala. Oltre a queste, numerose altre potevano essere le soluzioni architettoniche adottate dalle genti nuragiche nella realizzazione delle loro torri, per soddisfare l’esigenza di recuperare quanto più spazio possibile: soluzioni per le quali l’unico limite era dato dalla possibilità tecnica di accrescere i vuoti all’interno della massa muraria senza pregiudicare la tenuta strutturale dell’edificio.



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Betili femminili presso la tomba di giganti di Tamuli, Macomer (NU).

Nuragico
(1.800-238 a.C.)


Il passaggio dall'Eneolitico all'Età del Bronzo rappresenta un momento cruciale della storia sarda. Dalle culture precedenti si passa infatti alla civiltà nuragica e già il cambio terminologico "cultura/civiltà" intende esprimere la natura profonda di tale mutamento.
La civiltà nuragica deve il suo nome al termine con cui in sardo viene chiamato il monumento considerato più rappresentativo di tale civiltà, il "nuraghe" appunto.
Si tratta di un edificio a torre, costruito con l'impiego di pietre di grandi dimensioni (utilizzate grezze o più o meno regolarmente lavorate), al cui interno si trovano una o più camere sovrapposte caratterizzate dalla tipica copertura denominata a "falsa cupola" o "tholos".
Si presenta sia nella versione monotorre sia nella versione complessa, con torre centrale ed altre di contorno. Intorno a numerosi nuraghi vengono poi edificati i villaggi di capanne in pietra.
Esistono anche altri tipi di edifici: i "protonuraghi" (noti anche con gli appellativi di "pseudonuraghi" o "nuraghi a corridoio"), le "tombe di giganti", i "templi a pozzo" e le "fonti sacre", i tempietti a "megaron".
I dati archeologici consentono di affermare che la civiltà nuragica si reggeva su un'economia agro-pastorale, ma praticava anche un significativo sfruttamento delle risorse minerarie (in particolare rame e piombo).
Dal punto di vista sociale, la civiltà nuragica sembra essere stata caratterizzata da una struttura fortemente gerarchizzata, il cui vertice doveva essere occupato dai guerrieri, ma anche da personaggi legati alle pratiche cultuali, in particolare al culto delle acque che doveva essere praticato nei templi a pozzo.



Bronzo antico



Tempio Pausania, nuraghe Majori

Sulla soglia d'ingresso alla civiltà nuragica si colloca, inquadrata nel Bronzo antico (1800-1600 a.C.), la cultura detta di Bonnanaro dal nome del paese, in Logudoro, dove si trova la necropoli ipogeica di Corona Moltana in cui ebbe luogo il primo rinvenimento di reperti tipici.
Questa cultura, considerata dagli studiosi come la prima fase della civiltà nuragica, mostra un significativo mutamento nella produzione ceramica, in quanto al perdurare di molte delle morfologie vascolari peculiari della cultura campaniforme si associa la scomparsa della sovrabbondante decorazione che aveva caratterizzato le produzioni campaniformi.
Le conoscenze attuali per ciò che concerne gli spazi abitativi pertinenti alla cultura di Bonnanaro sono piuttosto esigue e quasi sempre relative a siti in cui la presenza di materiali Bonnanaro non appare esclusiva, ma anzi è da interpretarsi come testimonianza di una pratica di rifrequentazione di siti preesistenti che appare tipica di tale cultura.
Per questo motivo merita di essere rimarcato il notevole valore documentario dell'unico sito a carattere abitativo certamente ascrivibile in forma esclusiva alla cultura di Bonnanaro: si tratta di un insieme di capanne realizzate con muretti a cui si sovrappongono le strutture lignee con funzione di copertura, ubicato a Sa Turrìcula di Muros (Sassari).
Per quanto riguarda i rituali funerari, alle genti di cultura Bonnanaro vanno ascritte sia la pratica del riutilizzo delle domus de janas realizzate e utilizzate nelle fasi cronologiche precedenti, sia la realizzazione di strutture tombali monumentali, come le allées couvertes, i corridoi megalitici che, nel loro sviluppo architettonico, porteranno alla nascita delle tombe dei giganti, di cui in alcuni casi giungono addirittura a rappresentare il nucleo strutturale di origine.
Merita infine una segnalazione la pratica medica della trapanazione in vita del cranio con sopravvivenza del soggetto sottoposto all'operazione, attestata dalla ricalcificazione ossea. Ne sono testimonianza i resti di una donna sepolta nella grotta naturale di Sisaia (Oliena), in associazione ad un povero corredo costituito da una ciotola, un tegame, una macina di granito e tracce di legno combusto.




Bronzo medio



Orroli, nuraghe Arrubiu

Il passaggio dal Bronzo antico al Bronzo medio (1600-1300 a.C.) segna l'inizio vero e proprio nella fase culturale che denominiamo civiltà nuragica.
Il suo monumento-simbolo è il nuraghe, un edificio a torre, in pietre di grandi dimensioni più o meno regolarmente lavorate, al cui interno troviamo una o più camere sovrapposte caratterizzate dalla copertura a "falsa cupola" o" tholos".
Si presenta sia nella versione monotorre sia in versioni planimetricamente complesse in cui ad una torre centrale si aggiungono torri di contorno raccordate tra loro da cortine murarie. A queste strutture complesse, denominate "bastioni", si aggiungono poi ulteriori cinte murarie anch'esse turrite, denominate "antemurali".
Intorno a numerosi nuraghi vengono poi edificati i villaggi di capanne in pietra con copertura in frasche o lastrine litiche, talvolta organizzati come santuari federali.
Esistono anche altri tipi di edifici: i protonuraghi o pseudonuraghi o nuraghi a corridoio, le tombe di giganti, le strutture templari.
I protonuraghi sono edifici che differiscono in maniera significativa dai nuraghi classici: di aspetto più tozzo e di planimetria generalmente irregolare, al loro interno non ospitano la grande camera circolare tipica del nuraghe, ma uno o più corridoi e qualche rara celletta coperta a falsa volta.
Le tombe di giganti, adibite alle sepolture collettive, sono caratterizzate dalla planimetria a forma di testa taurina. Due sono i tipi principali: quello con camera ed esedra ad ortostati, come nel caso di Li Lolghi (Arzachena), e quello con camera ed esedra in muratura a filari, come la tomba di Domu 'e s'Orku (Siddi).
I templi nuragici sono ripartiti in tre categorie: i "templi a pozzo" (strutture ipogeiche con copertura a tholos riservate al culto delle acque), le "fonti sacre" (che svolgevano analoga funzione ma pescavano la falda acquifera direttamente al livello del piano di calpestio); i tempietti a "megaron" (che traggono il nome dalla somiglianza strutturale con il "megaron" greco).




Bronzo recente e finale




Olbia, pozzo sacro di Sa Testa


Nelle fasi del Bronzo recente e finale (1300-900 a.C.) la civiltà nuragica raggiunge l'apogeo della propria parabola storica.
Per ciò che concerne la situazione isolana, le presenze monumentali giungono ad occupare e controllare ogni porzione di territorio, consentendo il pieno ed efficace sviluppo delle potenzialità sociali, politiche ed economiche di cui le genti nuragiche erano portatrici.
Vengono costruite altre tombe di giganti, che sperimentano nuove soluzioni architettoniche, e vengono eretti molti nuraghi, mentre altri edifici più antichi vengono trasformati da nuraghi monotorre in nuraghi polilobati, cioè a più torri.
Per quanto rivelino fasi più antiche, assumono la loro forma definitiva nuraghi come Su Nuraxi di Barumini (classificato dall'UNESCO tra i monumenti che costituiscono il patrimonio culturale dell'umanità), Santu Antine di Torralba, Losa di Abbasanta, Arrubiu di Orroli.
Molti dei villaggi nati nella fase precedente, specie quelli associati topograficamente con nuraghi, subiscono una crescita dimensionale significativa (un esempio eclatante di tale fenomeno ci viene offerto dal villaggio di Su Nuraxi di Barumini). Non sono però affatto rari, come gli studi e le ricerche più recenti dimostrano in maniera sempre più decisa, i villaggi topograficamente autonomi, nati cioè non in prossimità di un nuraghe. Anche questo dato può legittimamente essere interpretato come segno eloquente dell'intensificarsi del controllo territoriale nuragico che caratterizza questa fase cronologica.
In questa fase cronologica si concentra inoltre la realizzazione di edifici sacri, sia di quelli legati al culto delle acque, come i templi a pozzo (ad esempio Sant'Anastasia di Sardara, Santa Vittoria di Serri, Santa Cristina di Paulilatino, Predio Canopoli di Perfugas) e le fonti sacre (come Su Tempiesu di Orune, Rebeccu di Bonorva); sia dei tempietti a "megaron" (come Cuccureddì di Esterzili, Serra Orrios di Dorgali), la cui specifica valenza cultuale non è ancora del tutto chiara.
In prossimità di alcuni templi nuragici particolarmente importanti (come nel caso di Santa Vittoria di Serri) nascevano i "santuari federali", vasti villaggi interpretati come aree in cui dovevano aver luogo periodici incontri tra fedeli provenienti da zone diverse in occasione di festività particolarmente importanti per la religiosità isolana.
In questa fase si intensificano inoltre i contatti economici e politici con popolazioni coeve del Mediterraneo, in particolare con Micenei e Ciprioti, interessati alle risorse minerarie della Sardegna. Significativi in proposito i rinvenimenti di lingotti a "panella" e a "pelle di bue".



Prima età del ferro



Buddusò, nuraghe Loelle

Il passaggio dal Bronzo finale all'Età del Ferro (900-500 a.C.) è contrassegnato da profondi mutamenti, innescati da vari fattori, tra i quali va certamente annoverato l'insediamento stabile in Sardegna dei Fenici.
Mutano le produzioni ceramiche, che tornano ad essere riccamente decorate nello stile detto "geometrico" e "orientalizzante".
Muta l'assetto di alcuni nuraghi, che subiscono seri rimaneggiamenti quando non addirittura il parziale smantellamento di torri e bastioni, come testimoniato dal nuraghe Genna Maria di Villanovaforru.
Muta l'assetto dei villaggi, con il passaggio dalla capanna circolare isolata al complesso di ambienti delimitati da un unico perimetro murario con cortile centrale comune (i cosiddetti "isolati").
La produzione di armi in bronzo subisce un incremento, come pure quella dei bronzetti. Le statuine in bronzo, create con funzione di ex voto, raffigurano varie figure: arcieri, opliti, pugilatori, lottatori, varie figure femminili, vari animali, oggetti legati alla vita quotidiana, modellini di nuraghe, navicelle e altro ancora.
Merita una particolare menzione il rinvenimento delle grandi statue in pietra presso la necropoli di Monti Prama (Cabras). Si tratta infatti di manufatti artistici che (ad esclusione delle sculture della Grecia arcaica) non trovano analogie tra le produzioni mediterranee coeve, anche se, va detto sin d'ora, proprio la cronologia di queste opere rappresenta un serio problema scientifico.
Le sculture di Monti Prama vennero rinvenute presso una necropoli ad inumazioni singole, e già questo fatto rappresenta un dato di rilievo, dal momento che in età nuragica la norma era rappresentata dalle sepolture collettive all'interno delle "tombe dei giganti". Ne venne rinvenuta una trentina circa di esemplari, frammentari.
Queste sculture raffigurano, seguendo uno stile iconografico assolutamente coerente con quello adottato per la piccola statuaria in bronzo, varie figure umane maschili: arcieri, opliti, pugilatori. Oltre alle figure umane però vennero rinvenuti (e anche questo è un dato rilevante) diversi esemplari dei cosiddetti 'modellini di nuraghe', ovvero sculture interpretabili come raffigurazioni in scala ridotta di questa tipologia monumentale.
La realizzazione - in pietra o in bronzo - di modellini di nuraghe rappresenta uno dei segni più eclatanti ed eloquenti dei profondi mutamenti in atto all'interno del sistema culturale nuragico in questo periodo, soprattutto se posto nella dovuta relazione con un altro fenomeno di grande rilievo: il cessare della realizzazione di nuovi nuraghi, l'abbandono di alcuni di essi e la parziale distruzione di alcuni monumenti con sovrapposizione di nuove capanne (ad opera, è opportuno precisarlo, degli stessi nuragici).
In un simile quadro di mutamenti culturali, appare legittimo interpretare la realizzazione dei modellini di nuraghe, così come delle grandi statue di Monti Prama, come espliciti simboli della memoria culturale a cui veniva affidato il compito di arginare il rischio di deriva identitaria che ogni mutamento culturale porta inevitabilmente con sé.




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