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La lingua Sarda :: Scopri la lingua sarda sul Portale Le Vie della Sardegna.

Cultura Sarda > Cultura Sarda e Tradizioni


Lingua Sarda
Storia della lingua


Domenico Bruschi, La disperata resistenza degli Iliesi dai soldati romani

La lingua sarda nasce, al pari delle altre lingue neolatine, dall'evoluzione del latino importato nell'isola dai Romani a partire dal III secolo a.C. Alla crisi dell'impero la Sardegna cadde sotto il controllo dei Vandali per esser riconquistata dai militi greci dell'impero bizantino, ma l'idioma latino era ormai diffuso in tutta l'isola e rimase il carattere primario della sua costituzione linguistica. A fronte di una sostanziale unità dei suoi caratteri costitutivi, verso l'inizio del secondo millennio d.C. i primi documenti scritti testimoniano il sorgere di differenziazioni interne in particolare tra le varianti meridionali e quelle settentrionali. Per gli studiosi della latinità e delle lingue romanze il sardo si è conquistato un suo posto particolare quale caso tipologico di lingua che, nonostante la sua evoluzione, è rimasta molto vicina alle forme del latino originario. Successivamente, per effetto delle diverse genti che giungono nell'isola fino ai giorni nostri, la lingua autoctona viene esposta, in misura diversa, all'influenza di diverse lingue esterne che ne modificano e arricchiscono in modo particolare il lessico. Nonostante le classi dirigenti isolane abbraccino di volta in volta la lingua dominante di turno, dando vita a un sostanziale plurilinguismo, le popolazioni restano attaccate pervicacemente alle varietà della loro lingua facendola sopravvivere fino ai nostri giorni. Negli anni Settanta del secolo scorso, di fronte all'evidenza del rischio di abbandono del sardo e della sua estinzione, nascono movimenti e fermenti popolari per la sua tutela e difesa.

Le origini degli studi linguistici sul sardo

La storia della linguistica sarda è molto antica, anche se non da subito venne utilizzato un metodo scientifico adeguato. Tra i precursori si può annoverare Sigismondo Arquer che nel 1550 diede nella sua opera principale "Sardiniae brevis historia e descriptio" una breve descrizione della situazione linguistica dell'isola e la traduzione del Padre Nostro. In seguito si segnalano gli studi di Girolamo Araolla (1582), Matteo Madao (1723-1800), Vincenzo Porru (1832-1866), Giovanni Spano (1852), Vittorio Angius che molto contribuirono alla conoscenza della lingua ma erano ancora ben lontani dai canoni di ricerca e conoscenza moderni. Da recenti studi di Eduardo Blasco Ferrer risulta che la prima comparazione del sardo col metodo della filologia moderna sia stata effettuata in Germania nel 1866 dallo studioso Friedrich Diez. Successivamente si occuparono del sardo Gustav Hofmann, Wilhelm Meyer-Lubke, Pier Enea Guarnerio e Ernst Gamillscheg. L'approccio dal punto di visto dialettologico della conoscenza del sardo fu inaugurato da Hugo Schuchardt e Graziadio Isaia Ascoli. Quest'ultimo studioso mutua dallo Spano e dall'Angius la tripartizione classificatoria classica che distingue i dialetti sassaresi-galluresi dal sardo meridionale e da quello centrale. Si occuparono della lingua sarda anche Giovanni Campus e Gino Bottiglioni. Il primo scrisse una "Fonetica del dialetto logudorese" nel 1901, il secondo scrisse opere di grande rilievo nel quadro di una glottologia romanza più avanzata. Con Wagner, la linguistica sarda compie un salto notevole di qualità.


Babu nostru


"Babu nostru sughale ses in chelus, santu siada su nomine tuo. Bengiad su rennu tuo, faciadsi sa voluntade tua comenti in chelo et in sa terra. Su pane nostru dogniedie dona a nosalteros hoae, et lassa a nosateros i debitus nostrus, comente e nosateros lassaos a is debitores nostrus, e no nos portis in sa tentatione, impero libera nos de su male, poiteu tuo est su rennu, sa gloria e su imperiu, in sos seculos de sos seculos, amen."


(da Sigismondo Arquer, Sardiniae brevis historia et descriptio, testo e traduzione a cura di Ernesto Concas, in La Regione, rivista mensile di cultura, agosto 1922.



La vetrina delle Aziende Sarde
Antonio Ballero. IL PADRONE DELLA TANCA, 1928

Il sardo lingua romanza

Il sardo è una lingua "romanza" o "neolatina", ossia un dominio linguistico che deriva dalla lingua parlata dagli antichi Romani. Allo stesso modo lo sono il portoghese, lo spagnolo, il catalano, l'occitanico, il franco-provenzale, il francese, l'italiano, il ladino, il friulano, il corso, il dalmatico (oggi estinto) e il rumeno. Come scrive Giovanni Lupinu nella sua "Storia della lingua sarda", "adottando una metafora frequente negli studi glottologici ispirata alla parentela umana, queste possono essere definite 'lingue sorelle' in quanto riconducibili a una comune 'lingua madre'. In termini più ampi, ciò significa in sostanza che nel lungo processo di formazione della lingua isolana, che dura fino ai nostri giorni, la conquista romana dell'isola nel 238 a.C. e la conseguente massiccia diffusione del latino nel territorio che parlava paleosardo e punico rappresentano certamente l'episodio centrale e più importante, destinato a disegnare in profondità lo scheletro della lingua che comincerà a manifestarsi documentariamente dopo il 1000 d.C.". Secondo quanto riferisce Max Leopold Wagner, la conservatività della lingua sarda rispetto al latino è un dato acquisito: "Il sardo, come ci si presenta nei documenti antichi e come tuttora suona nelle regioni centrali e soprattutto nel Bittese e nel Nuorese, si può considerare, anche foneticamente, il continuatore più schietto del latino". Una definizione che ha fatto la fortuna della lingua sarda tra tutti gli studiosi e appassionati di filologia.

Morfologia

La parte della grammatica che studia la forma delle parole si denomina morfologia. Soprattutto in questo settore il sardo conserva chiarissima l'impronta di lingua romanza, mostrando numerosi tratti che, secondo il parere prevalente degli studiosi, lo ricollegano a una latinità di tipo arcaico. Dal punto di vista della morfologia, in tutte le lingue romanze e non solo, le parti del discorso sono per convenzione distinte in variabili e invariabili. Dal momento che si ha a che fare con una materia vastissima, difficilmente compendiabile in un breve spazio, si sottolineano in questa occasione alcuni fatti che appaiono particolarmente significativi. I dialetti ai quali si fa solitamente riferimento nella scelta degli esempi sono sempre quelli centrali, in particolare il nuorese-baroniese che forse più di altri ha mantenuto caratteristiche più vicine alla matrice latina. Importanti sottocampi sono lo studio di inflessioni (morfologia inflessionale) e lo studio della formazione delle parole (morfologia derivazionale). Una quantità di concetti generali linguistici sono usati in genere per fare una descrizione più facile di una lingua. Alcuni di questi sono importanti "pro sa limba". La morfologia del sardo può sembrare complessa, ma di fatto è piuttosto regolare e perciò fondamentalmente non difficile da imparare. Non si deve memorizzare un gran numero di eccezioni, solo un numero significativo di modelli regolari.

Sintassi

In molti tratti il sardo si differenzia abbastanza nettamente dall'italiano e dalle altre lingue neolatine, particolarmente nel verbo, nel plurale e nella forma interrogativa. Per esempio il futuro semplice si forma mediante l'ausiliare "avere" più la preposizione "a" e l'infinito. Es. appo a narrere "dirò", as a narrere "dirai". La costruzione risale al tardolatino con "habere ad" + infinito. Anche il condizionale presente si forma utilizzando una forma modificata del verbo "dovere" più l'infinito. Es. dio narrere "direi", dias narrere "diresti". Tipica della lingua sarda è la forma progressiva: si costruisce con l'ausilare "essere" più il gerundio. Es. so andende "vado, sto andando". Analogamente alle lingue romanze iberiche l'imperativo negativo si forma usando la negazione "no" più il congiuntivo. Es. no andes "non andare". Esiste il cosiddetto accusativo personale o preposizionale, cioè l'uso della preposizione "a" nel complemento diretto riferito a persona. Es. appo idu a Zuanne, "ho visto Giovanni", che si può confrontare con lo spagnolo he visto a Juan. L'articolo definito su, sa, sos, is, sas, derivato dal latino ipse, ipsa, viene usato col pronome relativo "chi", che, nelle espressioni sos chi "quelli che", su ki "quello che", simile allo spagnolo los que, las que. Il plurale viene ottenuto aggiungendo "s" al singolare. L'interrogativa si forma con l'inversione dell'ausiliare. Es. Partidu Zuanne est? "È partito Giovanni?", Manigadu as? "Hai mangiato?".

Lessico

Nonostante le varie genti avvicendatesi nell'isola, con le loro lingue (quasi sempre romanze), abbiano rinnovato in buona misura l'originaria compagine latina del lessico sardo, resiste un nucleo centrale di vocaboli in cui spesso si concentrano i segni di maggiore salienza cognitiva e culturale della civiltà isolana. Il sardo è una lingua neolatina, cioè deriva dall'evoluzione del latino parlato dagli antichi Romani nell'isola. Ovviamente tale matrice ha lasciato tracce pesanti nel lessico, ovvero nelle parole usate in questa lingua per comunicare. Come la morfologia della lingua, anche l'analisi del lessico fondamentale permette di cogliere con facilità il carattere romanzo del sardo. "Infatti, - scrive Giovanni Lupinu - anche ipotizzando per un momento che niente ci fosse noto del latino (la "lingua madre" unitaria, che per altre "famiglie linguistiche", come quella germanica, non è conosciuta attraverso testimonianze scritte), le corrispondenze nel lessico fondamentale – oltreché, più importanti, nella morfologia – fra il sardo e le altre lingue neolatine risulterebbero tanto numerose e pervasive da non potersi spiegare con la casualità o con fenomeni di imprestito, ma solamente pensando alla continuazione di forme identiche ereditate da una comune madrelingua e continuate secondo sviluppi fonetici particolari. Pertanto, le somiglianze che oggi si possono notare tra le diverse lingue neolatine discendono proprio da questa comune matrice". Vediamone alcuni esempi: latino patre(m) > sardo pátre (nel sardo antico, mentre oggi si usa bábbu; cfr. italiano padre, spagnolo padre); lat. matre(m) > sd. mátre (nel sardo antico, mentre oggi si usa máma; cfr. ital. madre, sp. Madre); lat. homo, homine(m) > sd. ómine (cfr. ital. uomo, sp. hombre).

Fonetica storica
Fra i tratti che disegnano la peculiarità del sardo nel panorama della fonetica storica delle lingue romanze, i più importanti sono quelli che riguardano il vocalismo, il consonantismo e il trattamento di labiovelari e occlusive. Si sa che il latino classico aveva un suo sistema fonetico particolare che, venendo meno il centralismo linguistico garantito dall'impero, si è modificato dando vita ad altre lingue. La lingua di Cicerone e Virgilio possedeva cinque vocali di timbro differente, ognuna delle quali poteva essere realizzata come breve oppure come lunga. La differenza quantitativa fra vocali dello stesso timbro aveva valore fonologico, così come in italiano avviene che parole di significato differente, per il resto uguali, si distinguano soltanto in base alla diversa quantità di una consonante. Col passare del tempo, tuttavia, questo meccanismo che permetteva di utilizzare la quantità delle vocali per attuare distinzioni di significato si perse, probabilmente anche per il fatto che il latino, nella sua diffusione sempre crescente, fu parlato da popolazioni che impiegavano in origine lingue differenti e non furono in grado di acquisire perfettamente l'idioma dei Romani. In sostituzione delle vecchie opposizioni fondate sulla quantità vocalica, si affermò in generale un nuovo sistema che prevedeva che le vocali originariamente brevi fossero pronunciate più aperte delle vocali lunghe corrispondenti, pronunciate pertanto più chiuse (ad es. e( breve venne pronunciata come e aperta, e- come e chiusa)


Le lingue di sostrato
Quando per effetto di migrazioni o di guerre di conquista una popolazione invade un territorio, solitamente impone la propria lingua e la propria cultura alle genti che in origine abitavano quelle terre. Per effetto di processi storici di lunga e media durata, il popolo che assimila la nuova lingua tende a mantenere e trasportare alcuni caratteri della vecchia lingua madre nella nuova lingua acquisita. Questo è il motivo per cui dalla latinizzazione seguita alla conquista romana dell'Europa si sono sviluppate poi numerose lingue romanze con particolarità e unicità locali. Probabilmente l'influsso soprattutto fonetico, ma in qualche caso anche lessicale e sintattico, delle lingue preesistenti ha dapprima condizionato il latino parlato e, successivamente, la nascita della lingua romanza. La lingua originaria è considerata lingua di sostrato, ovvero nel caso della Sardegna quella lingua, o quelle lingue, che preesistevano all'arrivo, imposizione e stabilizzazione del latino. In particolare, si può ipotizzare il paleosardo (o nuragico) e il punico (o fenicio-cartaginese). Secondo Giovanni Lilliu, infatti, con la conquista cartaginese si ruppe l'unità linguistica e nazionale degli abitanti dell'isola, in quanto una buona parte della popolazione delle coste e delle pianure finì per abbracciare la cultura e la lingua semitica.

Le lingue di superstrato

Gli apporti linguistici successivi alla latinizzazione

Attorno al 460 d.C. la Sardegna, ormai completamente latinizzata, fu occupata dai Vandali. È la prima di una serie di presenze straniere, che tuttavia non avranno per conseguenza l'imposizione duratura delle rispettive lingue o di almeno una di esse, come era accaduto in precedenza coi Romani. Più semplicemente provocheranno l'accoglimento da parte dell'idioma locale di una serie cospicua di elementi esterni, destinati in ogni caso a non alterarne in profondità l'originaria anima latina più antica. Si ricostruisce qui di seguito l'elenco delle lingue di superstrato secondo lo schema proposto nella "Storia della lingua sarda" di Giovanni Lupinu. In generale, per indicare uno strato linguistico che in seguito a eventi storici diversi si sovrappone a un idioma già in uso in una determinata area, provocando in esso una serie di mutamenti di ordine fonetico, talvolta morfosintattico ma soprattutto lessicale, si impiega in linguistica storica il termine "superstrato": una causa invocata dagli studiosi per spiegare il diverso sviluppo assunto dalle lingue romanze nelle varie località - che si aggiunge a quella costituita dalle differenti condizioni di sostrato incontrate dal latino, come abbiamo già accennato - è data appunto dai differenti superstrati che su di esse si posarono, interagendo nel corso del tempo. Per il sardo possiamo annotare che le lingue di sostrato sono quelle giunte con i dominatori: il vandalico, il greco dei bizantini, il pisano medievale, il catalano, il casigliano e l'italiano. Ognuna di queste lingue ha lasciato in eredità qualcosa al sardo, mentre l'italiano rischia oggi di soppiantarlo quale lingua principale dei sardi.


Il vandalico

Nel sardo attuale non compaiono tracce dirette di un superstrato linguistico germanico, che possa univocamente riferirsi al periodo in cui l'isola fu soggetta ai Vandali. Del resto sappiamo pochissimo sull'idioma dei Vandali, popolazione germanica considerata barbara dagli storiografi latini dell'epoca, che nel 429 sotto la guida di Genserico dalla Spagna invase l'Africa romana impadronendosi di Cartagine. Fra il 456/468 e il 534 d.C. assoggettò anche la Sardegna, imponendo propri governatori soprattutto nei centri costieri. I Vandali erano cristiani di fede ariana, cioè seguaci della eresia di Ario, che sminuiva la natura divina di Cristo. I re vandali, ariani, confiscarono i beni della Chiesa d'Africa e perseguitarono il clero cattolico, imprigionandolo o esiliandolo in Sardegna e in Corsica.
È tuttavia da ricordare che durante la dominazione vandalica (così come nella successiva età bizantina) la Sardegna fu unita amministrativamente all'Africa e incrementò in misura sensibile i contatti con la cristianità di quella regione, della quale accolse anche eminenti rappresentanti costretti all'esilio dai sovrani vandali. Alla luce di questi eventi si può ritenere che l'età vandalica abbia favorito in Sardegna l'influenza di modelli linguistici latini di ascendenza nordafricana, determinando in alcuni casi l'avvio di particolari fenomeni fonetici, morfologici e lessicali, fra i quali ci limitiamo a ricordare l'assunzione della "i" prostetica davanti a "s" impuro (iscola, iscaddare, isciolliri).

Il greco-bizantino

Al contrario del germanico, il superstrato greco-bizantino ha lasciato tracce consistenti nella lingua dell'isola, relative alla lunga età bizantina, dal VI al X secolo. L'imperatore Giustiniano, forse chiamato da Goda, autoproclamatosi re di Sardegna, decise di intervenire ed inviò nell'isola un esercito comandato dal generale Belisario coadiuvato dal duca Cirillo. Quest'ultimo, giunto nella baia di Karales, prima di attaccare la città mostrò la testa mozzata di Zazo, capo vandalo; questo gesto bastò a far desistere i difensori, che si arresero. Era il 534 e la Sardegna passava di mano ancora una volta, rientrando a far parte dell'impero romano con capitale Costantinopoli e dell'esarcato d'Africa. In origine si pensava che l'influsso bizantino in Sardegna fosse stato minimo. Studi recenti hanno invece messo in evidenza, attraverso gli strumenti dell'analisi linguistica, la maggiore articolazione e profondità dell'influsso bizantino in Sardegna, allargando la considerazione, in precedenza ristretta soprattutto all'ambito della corte e della chiesa, alla vita quotidiana, alle strutture sociali ed economiche e alla cultura materiale. Il risultato di tale mutato atteggiamento nella ricerca si è concretizzato nell'identificazione di un più consistente e variegato apporto al lessico sardo da parte del superstrato bizantino.

Il pisano medievale

L'Islam allontanò l'isola da Bisanzio e, nel vuoto di potere sorsero i quattro giudicati o regni indipendenti di Cagliari, d'Arborea, di Gallura e di Torres. A partire dall'inizio del Mille iniziò la penetrazione commerciale e politica di Genova e di Pisa in Sardegna, cui si deve l'introduzione di termini linguistici soprattutto pisani medievali. In particolare, l'ingerenza pisana si affermò più decisamente nei giudicati di Cagliari e di Gallura, mentre nel giudicato di Torres il predominio genovese fu in progresso di tempo più netto, specialmente nella città di Sassari. La conseguenza linguistica più evidente delle vicende storico-politiche appena ripercorse per grandi linee fu la penetrazione nel sardo di un numero considerevole di voci italiane antiche, come si riscontra in alcuni casi già nei primi documenti dell'XI sec.

Il catalano

Nel 1323 un corpo di spedizione guidato dall'infante Alfonso, figlio di Giacomo II d'Aragona, sbarcò in Sardegna. L'evento può essere considerato l'atto iniziale di un nuovo periodo della storia sarda che vide l'isola, sino al 1718, soggetta in modo pressoché ininterrotto dapprima al dominio catalano-aragonese e poi a quello spagnolo. Dal punto di vista linguistico, queste vicende hanno lasciato un'impronta profondissima nella fisionomia del sardo. La diffusione del catalano, lingua ufficiale dei conquistatori sino al 1479, fu più rapida e intensa nella regione meridionale dell'isola che non in quella settentrionale, ove in ogni caso fu tutt'altro che blanda.

Il castigliano

Per quanto riguarda lo spagnolo, o meglio il castigliano assunto a lingua ufficiale della Corona di Spagna, il suo uso tardò a farsi strada nell'isola, soprattutto in quelle zone in cui più aveva preso piede il catalano.
Nella Sardegna meridionale bisognerà attendere la fine del Seicento per constatare una vera e propria fruizione del nuovo codice linguistico. Anche per questa ragione si è potuto affermare che l'influsso linguistico spagnolo è stato più sensibile nella regione settentrionale dell'isola, come mostrano alcuni casi in cui, per esprimere un medesimo significato, si ha in campidanese un termine di origine catalana e in logudorese uno di provenienza spagnola: così, per es., per "brutto" si ha in campidanese léggiu (dal catalano Lleig) e in logudorese feu. Resta infine da rilevare che per numerose voci riesce difficile stabilire con certezza se esse provengano al sardo dal catalano o dallo spagnolo, stante la stretta affinità esistente fra le due lingue.

L'italiano

L'influsso italiano inizia intenso dopo che, nel 1718, la Sardegna è passata ai Piemontesi e in seguito è divenuta parte dello Stato italiano o, meglio, della compagine solo politicamente e amministrativamente unitaria dell'"Italia delle nazioni". In particolare, l'apertura verso l'esterno imposta dall'esperienza delle due guerre mondiali, il servizio militare obbligatorio (svolto spesso in caserme del continente), la creazione di una rete stradale che ha in parte annullato l'antico isolamento delle regioni centrali, la scolarizzazione di massa e la diffusione capillare sul territorio dei mezzi di informazione nazionale hanno fatto sì che la conoscenza dell'italiano si diffondesse in misura massiccia, tanto che oggi è l'italiano e non il sardo la lingua materna di numerosi giovani. I mass media (soprattutto la televisione) hanno fatto il resto. Il risultato è sintetizzabile in un apporto lessicale dal continente sempre crescente anche nei parlanti la lingua di identità storica dell'isola. Attraverso il contatto con l'italiano, il lessico sardo si è arricchito notevolmente, mentre la sintassi ha resistito di più. Anzi, la sintassi della lingua madre sarda ha influenzato notevolmente quella dell'italiano parlato nell'isola, dando vita al cosiddetto "italiano regionale di Sardegna". In ogni caso, è stato proprio il diffondersi dell'italiano nelle classi popolari, e la progressiva sua sostituzione alle varietà della lingua sarda, a provocare un maggiore interesse di tutela nei confronti de "sa limba" da parte di intellettuali e politici a partire dagli anni Settanta del secolo scorso.

Il Sardo


Giovanni Battista Quadrone, Alt in Sardegna – Una fermata, 1886

In Sardegna, lingua e territorio non coincidono: oltre a "sa limba" propriamente detta sono presenti infatti altre varietà e parlate di origine alloglotta quali il catalano di Alghero, il gallurese e il sassarese (che sono considerate varietà-ponte con il corso) e il tabarchino, dialetto di origine genovese parlato a Carloforte dai discendenti di coloni liguri provenienti dall'isola di Tabarca (Tunisia). All'interno della lingua sarda si distinguono numerose varianti e pronunce sulle quali i linguisti e gli storici dei fenomeni linguistici da tempo cercano di mettere ordine. L'orientamento prevalente dei linguisti è quello di individuare due macro-aree di dialetti, una centro-settentrionale (o logudorese) e l'altra meridionale (o campidanese) che si suddividono a loro volta (a seconda della scuola di studi) in diverse aree sottostanti (come quella barbaricina e quella "di confine" arborense). In realtà ogni paese parla la sua variante locale. Da tempo politici e studiosi cercano l'accordo per stabilire quale sia la forma scritta ufficiale per il sardo.


Le diverse parlate locali


Giuseppe Biasi, I Paraj, 1928 circa

Come tutte le lingue anche il sardo è caratterizzato dal fenomeno della variazione continua e costante. Questa mutazione perpetua della lingua può verificarsi secondo un criterio storico, sociale, soggettivo, funzionale e geografico. Da un punto di vista storico la lingua cambia nel tempo e abbiamo quindi delle "varietà storiche" che si differenziano tra loro. È ovvio che il sardo parlato e scritto nel Medioevo, vista l'evoluzione costante e continua della lingua, è diverso da quello parlato oggi. Lo stesso sardo che parlavano i nonni non è, e non può essere, quello che parlano i giovani di oggi. Da un punto di vista sociale le lingue cambiano a seconda del loro uso in determinati gruppi sociali. Per esempio la lingua che parlano le classi benestanti non è quella che parlano i ceti meno abbienti. In questo caso si parla di "socioletto". Allo stesso tempo la lingua cambia anche in funzione di elementi soggettivi (ognuno nella lingua compie scelte individuali) e abbiamo allora "l'idioletto", il linguaggio che parla ognuno di noi. Così come, a livello funzionale, si distinguono i vari linguaggi di settore (tecnoletti) che sono i linguaggi tecnici di ogni singola categoria professionale. Ma la mutazione linguistica che più ci interessa è quella "geografica", ovvero la divisione della lingua in dialetti (o geoletti, per gli esperti) che riguarda ovviamente anche il dominio linguistico sardo. Ogni classificazione dei dialetti è una convenzione, il tentativo di mettere ordine in una situazione naturalmente confusa.

Varietà campidanesi

Ogni classificazione è sempre arbitraria, ma in Sardegna all'interno dei dialetti propriamente sardi la prima e fondamentale divisione riguarda lo spazio linguistico settentrionale, in cui è parlato il logudorese, e quello meridionale, in cui è parlato il campidanese. Le differenze tra le due grandi famiglie dei dialetti sardi sono più apparenti che sostanziali, in quanto si riscontra una sostanziale unità linguistica e sintattica. Non sono certissimi neanche i confini tra le due aree in quanto esiste un'area mediana dove esistono parlate che manifestano esiti contemporanei del logudorese e del campidanese. Da Wagner in poi si suole indicare nei dialetti dell'area campidanese (che comprende grosso modo anche il Sulcis, il Sarrabus, la Trexenta, la Marmilla, parte dell'Ogliastra e il Sarcidano) quelli che sarebbero stati maggiormente trasformati dal contatto innovativo con il pisano e il toscano nel medioevo. In particolare: la palatalizzazione delle occlusive velari, esemplificata dal tipo "c(éntu", e l'esito italiano delle labiovelari, come mostra il tipo "ákwa"). Tali conclusioni sono messe in discussione da nuovi studi che farebbero derivare le differenze dai tempi diversi della latinizzazione. Le varietà campidanesi sono caratterizzate dall'articolo plurale unico "is", dall'infinito della prima coniugazione in "ai" (andai, torrai, giogai), dalle uscite della seconda e terza coniugazione in "iri".

Varietà arborensi

Rispetto alla presenza nel sardo di un'area dialettale che sfugge alla classificazione scolastica del campidanese e logudorese si sono pronunciati studiosi illustri, primo fra tutti Vittorio Angius, seguito recentemente da Antonio Sanna, Giulio Paulis e Maurizio Virdis. A prescindere dalla sua origine storica, tra le due principali tendenze dialettali della lingua sarda si è sviluppata una zona di transizione che ha assunto, con caratteri diversi da zona a zona, una morfologia e un trattamento lessicale originale, mischiando quello delle principali varianti. La fonetica e il vocalismo in genere sono quelli del logudorese. Alcuni tratti discendono invece dal campidanese. In particolare, in riferimento alla storia, si rintraccia questo tipo di lingua negli atti e documenti prodotti nel giudicato di Arborea in epoca medievale. Sia da alcuni Condaghi sia, in misura maggiore, dalle prime trascrizioni della Carta de Logu, risulta evidente l'autonomia di una varietà della lingua che conserva caratteri, mantenuti fino ai nostri giorni. Attualmente questa "zona grigia" dialettale si attesta particolarmente nella parte settentrionale e centrale della provincia di Oristano (Guilcer, Barigadu, Sarcidano), in alcune parti della provincia di Nuoro (Barbagia di Belvì e Mandrolisai) e nelle parlate dell'Alta Ogliastra che hanno avuto comunque uno sviluppo originale rispetto alle zone arborensi. Un termine sardo per indicare questo particolare esito delle varianti è "limba de mesania".

Varietà logudoresi

Le varietà logudoresi della lingua sarda sono state considerate dagli studiosi per molto tempo quelle più caratteristiche e conservative rispetto al latino. Gli esiti delle labiovelari ("limba" invece che "lingua", "abba" invece che "acua") e delle occlusive, nonché il trattamento morfologico e lessicale hanno confermato spesso questa tesi. Molti altri fatti potrebbero essere ancora enumerati per rendere conto delle differenze oggi osservabili fra il logudorese e il campidanese: l'articolo plurale diverso per genere (maschile "sos", femminile "sas" contro l'unico "is" delle varietà meridionali), la resistenza nell'uso di alcune forme pronominali ("nos ant bidu", ci hanno visto, per "s'ant biu"), una diversa impostazione della domanda con la particella "A" davanti ("A benis a domo?" per Vieni a casa?, contro "Benis a domu?". Nel logudorese inoltre le tre coniugazioni del paradigma verbale sono in "are", "ere" e "ire". Anche le varietà logudoresi (che si estendono ben al di là del Logudoro propriamente detto) al loro interno si suddividono in zone con caratteristiche divergenti e, in definitiva, volendo essere precisi ogni villaggio o paese ha la sua parlata differenziata. Le varietà più settentrionale hanno per esempio risentito del contatto con il toscano nel medioevo (si dice "fiore" invece che "frore") e hanno fonemi particolari nei nessi consonantici "sc", "lc" e altri. Le varianti del Baroniese, più vicine al barbaricino, hanno mantenuto la "t" intervocalica del latino "andatu" o "annatu" invece che "andadu". Il logudorese comune e regolare è considerato quello del Marghine e Goceano.


Varietà barbaricine

Una delle zone linguistiche più caratteristiche della Sardegna è la Barbagia di Ollolai, le cui parlate si distinguono per peculiari fenomeni fonetici, lessicali e toponimici. Chi ha individuato e segnato i limiti propriamente linguistici di questa subregione della Sardegna e del relativo dialetto barbaricino è il grande Max Leopold Wagner, maestro della linguistica sarda, in base ad alcuni fenomeni caratteristici e propri di questo dialetto: sul piano fonetico il cosiddetto "colpo di glottide" e l'"avversione alla consonante f", sul piano lessicale e su quello toponimico la conservazione, meglio che altrove, dei relitti della lingua che i Sardi parlavano prima della loro totale latinizzazione linguistica. Anche lo studioso tedesco Wolf ha dedicato molto del suo interesse a questi relitti, che si ritrovano sia allo stato di appellativi, sia e soprattutto allo stato di toponimi. Nell'opera "Studi barbaricini - Miscellanea di saggi di linguistica sarda" (Cagliari, 1992), Wolf sostiene che la Barbagia costituisca una zona assolutamente unica in tutta la Romània, perché in essa si registra la più alta percentuale di toponimi prelatini: addirittura più del 33%. La Barbagia attualmente è una delle zone dove il sardo è ancora parlato in misura notevole e resiste alla sostituzione dell'italiano. Alcune zone della Barbagia però parlano una varietà meridionale della lingua (Barbagia di Seulo), mentre altre parlano una varietà di transizione o mediazione (Mandrolisai, Barbagia di Belvì e Desulo).



La Sardegna crocevia di popoli e di lingue
Il sardo non è l'unica realtà linguistica nel territorio isolano. Le vicende storiche della Sardegna, da sempre crocevia di traffici, scambi e passaggio di popoli nel Mediterraneo, hanno notevolmente arricchito e complicato il paesaggio linguistico isolano. In particolare, la città di Alghero conserva all'interno delle sue mura una varietà locale della lingua catalana che fu importata nel medioevo dagli Aragonesi che ripopolarono di catalani il centro del Nord Sardegna, dopo averne evacuato i precedenti abitatori sardi, rei di aver resistito alla conquista. Sul turritano, o sassarese, non abbiamo queste certezze storiche, ma certamente si tratta di una lingua di contatto nata dall’esigenza di una lingua franca per i commerci e la comunicazione fra i vari gruppi linguistici. L'elemento sardo, quello corso, quello aragonese e quello genovese si mescolarono originalmente dando vita all'attuale parlata di Sassari, Porto Torres e Sorso. In epoca moderna l'isola di San Pietro, nel sud ovest dell'isola, fu ripopolata per volere dei regnanti sabaudi, con una colonia di pescatori liguri di Tabarca, in Tunisia, che aveva problemi di convivenza con le autorità africane. Questa comunità diede vita ai due centri di Carloforte e Calasetta che conservano anche ai giorni nostri l'antica parlata genovese. La medesima valenza attribuita alla lingua sarda è riconosciuta dalla legge regionale 26 al catalano di Alghero, al tabarchino delle isole del Sulcis, al dialetto sassarese e a quello gallurese.

L'algherese

Alghero, città sarda per vocazione ed elezione, conserva l'antica parlata catalana dei suoi abitatori medievali. L'antica "S'Alighera" resistette non poco agli invasori iberici e per questo fu oggetto di una vera e propria "pulizia etnica" che eliminò per sempre i sardi che l'abitavano originariamente. Si trasformò in "L'Alguer", centro abitato da genti di lingua catalana. Per quanto sia stato detto che il dialetto algherese tenda a sparire, è da credere che l'essersi questa lingua conservata per oltre sei secoli, nonostante la distanza con Barcellona, rassicura sul fatto che si debba inevitabilmente spegnere in avvenire. Il dialetto algherese odierno non è altro che la lingua parlata in Catalogna fra la metà del secolo XIV e la fine del XVII, isolata dalla restante area catalana evolutasi molto poco indipendentemente da essa, sotto l'influsso sempre crescente prima del sardo, poi dell'italiano. In altre parole, nel dialetto algherese, cessata la dominazione spagnola, ha continuato a sopravvivere una lingua del '400. Il catalano d'Alghero dunque è il catalano veramente antico di fronte al catalano d'oggi, nel senso che, mentre il primo è rimasto storicamente alla situazione del XIV-XV secolo, il catalano di Catalogna e quello delle Baleari hanno attraversato parecchi secoli di evoluzione, di adattamenti e di trasformazioni.

Il gallurese

Il gallurese è l'idioma parlato dalle genti che abitano la Sardegna nord-orientale. Secondo gli studiosi, si tratta di una lingua di contatto tra la parlata corsa e il sardo settentrionale. In sostanza sarebbe successo che, in successivi momenti dell'età moderna, gruppi consistenti di popolazioni corse avrebbero varcato lo stretto di Bonifacio e si sarebbero stabiliti nella Gallura, spopolata a causa di guerre e pestilenze. Da allora sarebbe comunciato una sorta di fenomeno a doppia dimensione. Da un lato il gallurese ha guadagnato sempre più terreno e numero di parlanti nei confronti del sardo; dall'altro, pur conservando una forma sintattica estranea alla lingua sarda, ha conformato il suo lessico a molte espressioni del logudorese. In questo modo è diventato il gallurese odierno, una lingua che non può considerarsi non pienamente sarda, anche se obiettivi criteri di scientificità obbligano a classificare questo idioma tra le varietà alloglotte. La legge regionale n. 26 del 1997 ha riconosciuto pari tutela al "dialetto" gallurese, insieme al sassarese, al carlofortino e al catalano di Alghero, nei confronti della lingua sarda propriamente detta. Da osservazioni recenti sembra che i parlanti galluresi siano in numero costante, mentre il sardo continua a perdere terreno. La presenza di genti corse in Sardegna, già in epoche anteriori rispetto a quanto si riteneva, è stata indagata recentemente da Mauro Maxia con crescenti conferme scientifiche sugli scambi di popolazione tra le due isole.


Il turritano

Il turritano, o sassarese, possiede caratteristiche intermedie tra il gallurese (di cui conserva la grammatica e la struttura) e il logudorese (da cui deriva gran parte del lessico). È un dialetto derivato, oltre che da una continua migrazione corsa, anche dalla forte influenza esercitatavi dai dominatori pisani, genovesi e catalani. Appartiene, unitamente al gallurese, al gruppo delle cosiddette varietà-ponte con il corso. Il dialetto sassarese è parlato in una piccola ma popolata fascia della Sardegna nord-occidentale: a Sassari, Porto Torres, Sorso, Stintino, nella Nurra. Comprende inoltre il nord dell'Anglona e i dialetti parlati a Castelsardo, Tergu, Sedini e a La Muddizza di Valledoria sul corso del fiume Coghinas al confine con il dominio del gallurese. Il turritano, chiamato anche sassarese, vede le origini agli albori della costituenda Repubblica di Sassari (XI sec.) con l’affermarsi della città in libero Comune protetto da Pisa e Genova, e la necessità di una lingua franca per i commerci e la comunicazione fra i vari gruppi linguistici. Ha la grammatica e la struttura dei verbi tipicamente simile al gallurese e al corso. Registra l'assenza del fenomeno fonetico della metafonia, tipico del sardo, e la caduta delle consonanti finali, ampiamente presenti in sardo.


Il tabarchino

Tipico caso di eteroglossia interna, - come scrive lo studioso Fiorenzo Toso - il tabarchino è una varietà di genovese trasferita dapprima (XVI sec.) sull'isola di Tabarca in Tunisia, e successivamente trapiantata in Sardegna nelle sedi attuali. Contestualmente, il tabarchino fu impiantato anche sull'isola di Nueva Tabarca (Alicante, Spagna), dove però risulta estinto dall'inizio del XX secolo. In Sardegna è parlato nei comuni di Carloforte (L'Uîza) e Calasetta (Câdesedda), rispettivamente sulle isole di San Pietro (San Pê) e Sant'Antioco (Sant'Antiócu) nella Sardegna sud-occidentale. La popolazione complessiva dei due comuni è di circa 10.000 unità delle quali, secondo le stime locali, oltre l'80% parla abitualmente il tabarchino. Questa variante della lingua ligure trapiantata nell'isola grazie ai Savoia gode di una certa tutela all'interno della Regione Sardegna in base alla legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997. Non è stata riconosciuta invece, al pari del sardo e del catalano di Alghero, dalla legge statale 482 del 1999. Gli statuti comunali di Carloforte e Calasetta prevedono l'utilizzo pubblico del tabarchino, ad esempio nelle sedute dei Consigli Comunali. Sebbene in forma non ufficiale, a livello orale il tabarchino trova impiego corrente in tutte le situazioni pubbliche e nei rapporti tra i cittadini e le istituzioni. Sebbene a livello non ufficiale, l'utilizzo del tabarchino è abitualmente inserito nelle attività didattiche delle scuole materne, elementari e medie dei due comuni.


Testi e Immagini tratti dal Sito della Regione Sardegna.


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