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La medicina popolare in Sardegna :: Tra Cultura e Tradizioni scopri curiosità e superstizioni di un popolo. sul Portale Le Vie della Sardegna.

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Interno di ovile.
La visita delle donne in camposanto.

Tra Cultura e Tradizioni

La medicina popolare in Sardegna

La medicina popolare sarda si esprimeva nei tre momenti fondamentali della gestione della malattia: la diagnosi, la cura e gli elementi di natura diversa usati nella cura, che si componevano in una sorta di farmacia collettiva.

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Questa struttura di sistema si è conservata praticamente fino alla vigilia della seconda guerra mondiale, esercitando un ruolo di preminenza, in termini di diffusione delle terapie, nei confronti della medicina ufficiale, che stentava a penetrare in modo capillare nelle comunità.
Le barriere che impedivano la diffusione della medicina convenzionale nella società agropastorale erano di carattere economico, culturale e geografico. Queste barriere sono scomparse con quel profondo processo di trasformazione economica, sociale e culturale affermatosi in tutta l'Europa a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, per cui ormai la società agropastorale è stata soppiantata da un modello di società completamente diverso, di tipo industriale, all'interno del quale anche la gestione della malattia ha assunto, ovviamente, un'organizzazione completamente diversa.
Tuttavia, pur essendo la medicina ufficiale quella dominante, all'interno del sistema di cura della Sardegna operano, in misura più o meno sensibile, anche altre medicine. Considerato che un sistema di cura è costituito dall'insieme delle risorse terapeutiche a cui il malato può fare riferimento, attualmente nel nostro sistema di cura possiamo distinguere tre diversi settori a cui indirizzare la ricerca della cura: il settore convenzionale, altamente professionalizzato, con percorsi di formazione istituzionalizzati e col sostegno dello Stato; il settore popolare, cioè quello della medicina tradizionale, non professionalizzato, con percorsi di formazione "sui generis" (fuori dalle istituzioni convenzionali), comprendente credenze e pratiche sia empiriche sia magiche, come patrimonio non gestito dalle istituzioni; il settore non convenzionale e non tradizionale, comprendente conoscenze e pratiche che non rientrano nei due settori precedenti: riflessologia, yoga, musicoterapica, danzaterapia, shiatsu, pranoterapia, agopuntura ecc. Questo fenomeno del pluralismo dei sistemi di cura è presente in qualche misura in tutti i paesi occidentali, ma in Sardegna sembra che assuma ancora caratteristiche particolari per via della diffusione della medicina tradizionale, che raggiunge dimensioni al di sopra di ogni previsione.
Da una recente ricerca condotta in tutti i paesi della Sardegna, risulta che i guaritori tradizionali ancora in attività sono sicuramente oltre il migliaio; che accanto alle terapie empiriche sono ancora molto diffusi i riti magico-terapeutici; che su alcune patologie l'intervento di carattere empirico produce esiti di guarigione di notevole interesse; che le persone che ancora oggi fanno ricorso a questo sistema di cura sono oltre centomila.
Di questi, oltre il 50% fanno ricorso al rito magico-terapeutico contro il malocchio (36.600 circa). Coloro che ricorrono alle cure tradizionali per i traumi dell'apparato osteoarticolare costituiscono il 14,8% del complesso dei fruitori (10.700 circa). Piuttosto elevato è anche il numero di coloro che ricorrono al rito terapeutico contro gli stati critici attribuiti allo spavento (3650). Altre patologie con un numero di fruitori elevato sono: ustioni (3670); sciatica (2900); porri (2550); emorroidi (2400); fuoco di Sant'Antonio ed erpes Zoster (1800); malattie della pelle (1500 circa).


La "medicina dell'occhio"
Fra le diverse denominazioni locali usate per definire il rito magico-terapeutico contro l'aggressione dell'occhio, quella di "medicina dell'occhio" è l'unica che sia stata riscontrata in maniera diffusa in tutte le province sarde.
I guaritori contattati sono 339, di cui 321 donne e 18 uomini. Quelli sicuramente accertati ma non contattati sono circa 500. Inoltre, per capire meglio la diffusione del fenomeno, si tenga presente che i guaritori intervistati a Padria hanno dichiarato che in quel paese gli operatori che praticano questa terapia magica sono almeno 100; gli intervistati di Sorso ne hanno dichiarato circa 200; l'associazione Pro Loco di Calasetta ne ha segnalato circa 300; a Talana "la praticano tutti", nel senso che non c'è famiglia in cui non ci sia almeno uno che la sappia fare.
Coloro che hanno appreso questa pratica in famiglia sono numericamente di poco superiori a quelli che l'hanno appresa da estranei. Il momento dell'apprendimento presenta una grande varietà di situazioni attraverso le quali diventare guaritori, ma per tutti la condizione imprescindibile è prima di tutto essere riconosciuti persona adatta. Solo in pochissimi casi il passaggio alla condizione di guaritore è avvenuto attraverso prove di verifica o attraverso un vero e proprio rito.
È opinione diffusa che tutti potenzialmente sono nella condizione di scatenare l'aggressione dell'occhio, il cui verificarsi o meno dipende dalla concomitanza di fattori diversi. Molti sostengono che il prendere occhio è un fenomeno dovuto al sangue, per cui vi sono persone che appartengono ad un ceppo familiare che per tradizione esercita questo influsso in maniera forte e continua. Sono portatori di aggressione anche i guerci e coloro che hanno gli occhi verdi. Nella provincia di Cagliari di quelli che suscitano questo particolare stato di crisi si dice che hanno la capra nell'occhio, oppure che hanno l'occhio di capra, cioè l'occhio del diavolo. In tutti i casi, ciò che determina lo scatenarsi della crisi è un atto istantaneo, immediato, difficile da controllare, quale l'incontro degli sguardi, precisamente l'incontro delle pupille.
Per far fronte all'aggressione dell'occhio sono previsti numerosi interventi di prevenzione e un numero ancora più elevato di riti terapeutici. Per quanto riguarda la terapia per il superamento della crisi provocata dall'aggressione dell'occhio, sono stati registrati ben ventiquattro modi diversi di esecuzione del rito terapeutico, modi nei quali si riscontra la presenza, diversamente combinata, dei seguenti elementi: i "brebus", preghiere quali il Padre Nostro, l'Ave Maria, la recitazione del Credo, spesso assieme all'uso di grano, acqua, sale, olio, orzo, riso, pietra, corno (di muflone, di cervo, di bue), occhio di Santa Lucia, carbone, carta. Per conseguire la guarigione il rito va ripetuto da un minimo di tre ad un massimo di nove volte. Per la risoluzione dei casi più gravi in genere è previsto l'intervento di tre diversi operatori.
Nella sola Ogliastra, e soltanto in pochi paesi, è stata riscontrata la presenza di un particolare rito terapeutico, detto "s'abba faulada", in cui la medicina dell'occhio assume la forma di un vero e proprio placebo.


La "terapia dello spavento"
I guaritori che attualmente praticano ancora questo rito terapeutico, secondo quanto emerso dalla ricerca, sono 47, di cui 45 femmine e 2 maschi. Quasi tutti questi guaritori sono concentrati nelle province di Cagliari e Nuoro (rispettivamente 25 e 17). Le persone che fanno ricorso a questa terapia nell'arco di un anno sono circa 3650.
Il numero dei guaritori che ha appreso questa pratica terapeutica in famiglia è pressoché uguale a quello di coloro che l'hanno appresa da estranei o da persone del vicinato. Nell'ambito dell'apprendimento risulta frequente l'esperienza di chi da malato-guarito diventa a sua volta guaritore.
Tutti i riti terapeutici hanno come base comune la recitazione di "brebus" e preghiere, mentre si differenziano per gli elementi usati e per la struttura del rito. In alcuni guaritori l'elemento centrale del rito è l'acqua, possibilmente benedetta, che il guaritore consegna al malato perché se ne cosparga segnandosi con la croce; qualche altro, invece, usa gettarla all'improvviso sul collo del malato in modo che questo si spaventi.
Un gruppo numeroso di guaritori pratica ancora il rito terapeutico con le fumigazioni. Gli elementi usati per la produzione del fumo sono i seguenti: incenso, palma e diversi fiori benedetti, la cera del santo sepolcro del giovedì santo, oppure della Candelora o anche di una qualsiasi candela benedetta, alloro e rosmarino. Qualcuno usa bruciare, assieme a questi elementi, un pezzo di tessuto di un indumento indossato dal malato, oppure una sua ciocca di capelli. C'è chi getta sul recipiente che contiene le braci anche del caffè macinato, per accrescere la produzione del fumo.
Nel rito magico-terapeutico delle fumigazioni il fumo esercita un ruolo di fondamentale importanza, perché porta via con sé l'ombra che si era insediata nel corpo del malato in seguito allo spavento. E siccome quest'ombra tende ad insediarsi nel corpo del primo essere vivente che incontro, ecco che i guaritori escludono categoricamente che al rito possano assistere altre persone. Qualcuno, invece, pratica il rito in presenza di un cane, che dovrebbe prendere su di sé l'ombra, evitando così di danneggiare qualche altra persona.
Nel rito di un altro gruppo di guaritori l'elemento centrale è costituito dalla terra, possibilmente presa dal luogo in cui si è verificato il fatto che ha determinato lo spavento. Qualcuno di questi guaritori su quella terra pratica poi il rito della "imbruscinadura" facendo stendere il malato su di essa e invitandolo a fare dei movimenti a croce. Qualche altro, mentre recita le preghiere, gira attorno al malato lasciandogli cadere sulla testa parte di quella terra. Qualche altro ancora versa la terra in un bicchiere aggiungendovi dell'acqua, di cui il malato deve bere tre sorsi.
C'è ancora qualche guaritore che pratica il rito della "imbruscinadura" nel cimitero, facendo stendere il malato su tre tombe di persone morte di morte violenta e un necroforo che prepara la medicina per lo spavento utilizzando le ossa dei defunti.
Infine, particolarissimo è il rito terapeutico praticato da una guaritrice di Villanovatulo. Questa si reca in un crocevia e qui raccoglie, uno per ogni ramo del crocicchio, quattro sassi grandi ciascuno quanto la capienza di una mano. Per l'esecuzione del rito, queste pietre vanno arroventate, poi versate in un recipiente contenente dell'acqua in modo da produrre vapore, di cui deve essere investito il malato. È evidente che in questo rito il vapore ha la stessa funzione del fumo nel rito delle fumigazioni che abbiamo visto prima.


La "terapia delle ustioni"
I guaritori che attualmente curano le ustioni sono 44, di cui 29 femmine e 15 maschi. La maggior parte ha dichiarato di aver appreso questa pratica attraverso qualcuno del nucleo familiare. Quattro hanno affermato di essere arrivati da soli a scoprire la medicina, due per passione e dopo anni di tentativi, gli altri due passando attraverso personale dell'ustione, scoprendo l'erba adatta per caso.
Dei 15 guaritori sopra citati 4 operano con terapia magica e 11 con terapia empirica; fra le 29 guaritrici, 18 praticano una terapia magica e 11 una terapia empirica. Tra i guaritori che curano le ustioni con terapia magica, 12 si limitano a recitare i "brebus" segnando il malato con la croce, o soffiandolo o fingendo di sputarlo.
Fra i guaritori che praticano la terapia empirica, due uniscono all'elemento empirico che esplica l'efficacia terapeutica anche la recitazione di "brebus" e preghiere che devono restare segrete. Per quanto riguarda le sostanze usate da questi guaritori, è emersa la seguente situazione: due curano con un olio (uno di questi usa un olio particolare ricavato dal tuorlo delle uova), cinque con un decotto, nove con un unguento, quattro con un liquido non oleoso costituito probabilmente dal succo dell'erba officinale, ricavato con sistemi differenti da un guaritore all'altro. Quest'ultimo percorso terapeutico, in qualche caso dichiarato esplicitamente dal guaritore, a Tula risulta praticato in maniera diffusa, tanto che ogni famiglia si prepara da sé la medicina per le ustioni.
In virtù della presenza di sostanze precise oggettivamente efficaci nella cura delle ustioni, nell'ambito di questa patologia il rapporto tra medicina tradizionale e medicina ufficiale ha manifestato, ovviamente a livello di situazioni locali, una certa consistenza, con momenti anche di aperta collaborazione. In genere i medici sanno della presenza di questi guaritori e ne tollerano l'attività. Sono stati accertati numerosi casi in cui i medici, davanti a pazienti con ustioni gravi, li indirizzano presso i guaritori tradizionali. C'è anche qualche guaritore che, come riconoscimento dell'efficacia terapeutica della propria medicina, ha avuto più di un attestato del medico locale, attestato in cui gli viene riconosciuta la risoluzione di casi di ustioni difficili da curare. Infine, qualche guaritore ha già acquisito il brevetto per la propria medicina e altri si stanno muovendo nella stessa direzione.
Per quanto riguarda la trasmissione di queste competenze, tutti i guaritori con terapia empirica hanno già provveduto ad istruire adeguatamente qualche membro della famiglia, mentre quelli con terapia magica hanno dichiarato di non averla ancora effettuata.
Infine, va segnalato che quasi tutti i guaritori delle ustioni con terapia empirica curano anche alcune malattie della pelle.

Tratto dal Sito della Regione Sardegna



Laconi, Festa di Sant'Ignazio, agosto 1956.
Giovane donna che indossa l'abito tradizionale (area centro-occidentale).

Medicina e Superstizioni

I Sardi del passato, a sentir parlare di medicina omeopatica, non avrebbero certo pensato a terapie mediche basate sull'utilizzo di elementi naturali, in particolare erbe. Con molta probabilità se ne sarebbero meravigliati, interpretando la definizione alla stregua di una parola misteriosa. E, invece, proprio a questi principi si allineavano, in larga misura, i rimedi tradizionali, ai quali si ricorreva per curare molte malattie, sia degli esseri umani che degli animali.
Peraltro, le preoccupazioni per la salute erano forti che, in caso di malanni, non ci si limitava alle erbe, ma si faceva ricorso a tutti gli elementi ritenuti in grado di procurare la guarigione. Si passava, così, con la massima disinvoltura, dall'acqua ai rituali magici, dalle superstizioni alle invocazioni a Dio e ai Santi. Vastissima era, dunque, la gamma di terapie per curare i diversi mali.
Incominciando dall'acqua, va rilevato che il popolo ha sempre fatto molto affidamento sulle sue proprietà terapeutiche: una credenza che ha avuto origine nell'antichissimo culto pagano, ed ha conservato validità anche con l'avvento del cristianesimo.
Sul culto delle acque merita di essere riportato quanto ha scritto Gino Bottiglioni (1922): <<.... di queste superstizioni si impossessò ben presto la Chiesa, che le adattò alle sue pratiche ed ai suoi riti, sicché oggi nulla di pagano si ritrova nelle credenze sarde intorno alla virtù delle acque, le quali anzi, quasi sempre, portano il nome di un Santo. La civiltà pagana e la cristiana si trovarono di fronte e dovettero lottare accanitamente anche in Sardegna, ma è fuori dubbio che anche qui la vittoria completa rimase al cristianesimo, dal momento che esso potè spegnere nella fantasia del popolo tutta la serie di superstizioni e di leggende, che dovettero fiorire in età romana e preromana.>>
Va rilevato, comunque, che questa vittoria del cristianesimo ha implicato l'accettazione dell'acqua nel suo culto (basta pensare all'acqua benedetta). Perfino in questo secolo ha trovato terreno fertile nel popolo il convincimento che molti torrenti e sorgenti avessero proprietà curative eccezionali, ed alle loro acque, dopo essercisi immersi in particolari circostanze (ad esempio, la notte di San Giovanni), si sono attribuite guarigioni improvvise e, per ciò stesso, considerate miracolose.
Si è verificato, insomma, un sincretismo che va al di là del culto delle acque, per interessare numerosissimi aspetti nel campo della medicina, delle superstizioni e degli amuleti in cui la commistione fra sacro e profano è quanto mai evidente.
E a ben poco sono valse le ripetute condanne di diversi sinodi (Torres nel 1606 e 1644, Ampurias nel 1695, Bosa nel 1729).
Un esempio di questa commistione viene dal modo con cui si cercava di curare gli effetti del malocchio, particolarmente temuto dai sardi, che si manifestavano con spossatezza, emicrania e febbre.
Fra i vari rimedi, uno consisteva nel procurarsi un bicchiere (che probabilmente simboleggiava il calice) d'acqua, possibilmente benedetta, e tre chicchi di grano.
Il bicchiere andava tenuto con la mano destra ed i chicchi con la sinistra, lasciandoli cadere, uno alla volta, dentro l'acqua e recitando versetti indirizzati a Dio ed ai Santi.
Se intorno ai chicchi si formavano bolle d'aria, ciò significava che effettivamente si trattava di malocchio.
In questo caso si facevano sul bicchiere alcuni segni di croce ed il paziente doveva sorseggiare un po' d'acqua. Quel che restava veniva versato nella cenere per evitare che altri lo bevessero e, al tempo stesso, che potesse subire contaminazioni.


A
Sassari nel bicchiere d'acqua si gettava una piccola pietra e dalle bolle che venivano in superficie, dopo aver fatto il segno della croce, si deduceva se il malocchio era stato vinto o se occorreva ripetere l'operazione.

Un'altra procedura imponeva di mettere l'acqua in una pentola, dove si facevano cadere i chicchi di grano e, per ciascuno di essi, una goccia di olio e un po' di sale. Contro la rogna, invece, era sufficiente lavarsi abbondantemente viso e mani con la sola acqua.

Per gli spaventi e qualsiasi trauma psichico si ricorreva a
s'imbrusciadùra (letteralmente, avvoltolarsi per terra), che constava di molte varianti.
Una di esse si traduceva nel condurre l'interessato nel luogo in cui aveva subito il trauma e farlo rotolare tre volte per terra in una sequenza di precisi movimenti: il tutto da ripetere per alcuni giorni.
La stessa procedura si poteva attuare anche di primo mattino presso il cancello di un cimitero o sulle sponde di un fiume, e perfino in casa, facendo adagiare l'ammalato su una coperta, nella quale si stendeva un po di terra presa dal luogo in cui aveva riportato lo spavento. In quest'ultimo caso, il paziente veniva avvolto nudo in un lenzuolo ed era assistito da un'esperta: si credeva che, col rivoltarsi, lo spavento passasse dal malato alla terra della coperta, e venisse infine assorbito da un qualsiasi animale fatto entrare proprio a tale scopo nella stanza.

Sassari, Fontana del Rosello (facciata anteriore), 1854.
Sassari, vista dal Palazzo Vallombrosa (Palazzo Ducale), 1854.


Le erbe e l'utilizzo, curiosità

A Sassari si combatteva l'eritema della pelle - definito lu foggu di lu purgaddòriu in quanto lo si attribuiva a contatti con anime del purgatorio - facendo una questua per pagare la celebrazione di una messa in suffragio di quelle anime; subito dopo si impastavano olio, incenso e cera per ottenere un impiastro, da applicare sulla parte malata.


Il capelvenere era ritenuto efficacissimo per i dolori della matrice e le foglie di malva (narbèdda) erano utilizzate sia come infuso per purificare il sangue o lenire il mal di stomaco, sia come impiastro per far maturare un bubbone.
Per i calli si ricorreva al succo di asfodelo o di giglio selvatico, ed i semi di lino, dopo esser stati fatti bollire a lungo nell'acqua, avvolti in un pezzo di tela, si applicavano al petto, quando ancora l'impiastro era caldissimo, per curare costipazioni e bronchiti. L'asfodelo era indicato anche per i reumatismi, il fico per l'ernia, l'alloro per il mal di pancia, e tante altre erbe, messe in una bacinella d'acqua bollente, con ripetuti suffumigi erano una panacea per influenze e raffreddori.
La medicina del passato spaziava in tutti i campi: per curare gli occhi malati li si bagnava col sangue di fegato di bue (Padria) o sfregandovi il guscio de
su buccòni, meglio noto come murice (Cagliari).

A
Sassari, invece, chi soffriva agli occhi, a mezzanotte della vigilia di Santa Maria Maddalena, raggiungeva la chiesa di Santa Maria dei frati claustrali e bussava tre volte alla porta invocando l'aiuto della Santa; poi si lavava gli occhi con acqua di un vicino abbeveratoio, convinto che si trattasse di eba miragulòsa (acqua miracolosa), nonostante in genere non si verificasse l'auspicata guarigione.

Da molte parti, se il male all'occhio era determinato da un orzaiolo, vi si faceva sopra, per tre voltre, il segno di croce con una chiave (Gallura). Sempre per l'orzaiolo, la cura praticata da certe guaritrici consisteva nell'indirizzare verso la parte malata le fiche, fatte con entrambe le mani, ossia mettendo ciascun pollice fra l'indice e il medio (gesto che poteva essere anche malaugurante). Per eliminare le lentiggini vi si spalmava sangue di pipistrello; i dolori reumatici si combattevano con massaggi di grasso di cavallo; l'itterizia bevendo acqua in cui era stata sciolta la cenere ottenuta bruciando penne di barbagianni (
stria); il mal di denti appoggiando sulla parte dolorante il dente di un morto, recuperato in cimitero, e pronunciando nel contempo alcuni versi, in genere sacri; l'emicrania sfregando sulle tempie un uovo appena deposto dalla gallina; i porri seppellendo un pezzetto di carne in un pozzo e recitando versi (il che avrebbe dovuto farli scomparire in appena tre giorni); il favismo immergendo l'ammalato dentro il letame; le scottature con impacchi caldi di cera vergine fusa con olio d'oliva; la scabbia spalmando sul corpo un unguento di zolfo con strutto. Un'arancia selavatica, scaldata nella cenere e strofinata su un gelone, riusciva a guarirlo dopo un paio di applicazioni; le malattie della prostata si curavano con i cicerchi tostati e sciolti in una bevanda.
Per far passare il raffreddore ai bambini gli si stendeva sul petto la retina (
sa nappa) ben calda di un agnello, oppure gli si avvolgevano i piedi con ramoscelli scaldati di assenzio; mentre per il raffeddore con catarro bronchiale degli adulti si applicava sul petto carta oleata o pezzi di lana e si collocavano pentole di acqua bollente intorno al letto dell'ammalato (Gallura).
Ancora, la ferite di vario genere venivano curate pasandovi sterco di gallina ancora caldo; l'idrofobia mangiando il fegato del cane che aveva dato il morso, o bevendo caffè in cui era mescolata la polvere ottenuta abbrustolendo alcuni peli dello stesso cane.
Due curiosi rimedi erano indicati per altrettanti mali: per dissuadere un alcolizzato dal bere gli si offriva vino nel quale era stato aggiunto sangue d'anguilla, mentre il bicarbonato era considerato l'ideale per l'impotenza.
I pezzi di carbone residui dei falò di Sant'Antonio Abate venivano conservati come amuleti in grado di evitare gli incendi: ma di primo mattino e a digiuno si potevano sfregare sulle infiammazioni della cute, a scopo naturalmente terapeutico. La cura banalissima per altri acciacchi di vario genere consisteva nel far distendere il paziente sulla copertura di un pozzo

Per i Sassaresi un dolore fra il petto e lo stomaco (lo si definiva
l'ossu di lu cori, ossia l'osso del cuore) imponeva l'intervento della fattucchiera (ma poteva anche trattarsi di un uomo) la quale, provvista di una pezzuola qualsiasi, ne porgeva un capo al paziente che se lo puntava sulla parte dolente; quindi la fattucchiera piegava diverse volte la tela e la "stendeva dal gomito alla parte sofferente, e se la piegatura cadeva sullo stomaco, la guarigione era effettuata" (Enrico Costa). In caso contrario si ripeteva più volte l'azione.

Dorgali, 1962.
Lana al sole. Antica Sardegna

Streghe e Amuleti


La superstizione riusciva a far capolino anche quando la cura si basava su normali rimedi. Alla loro azione, infatti, si dava una spinta recuperando un pugno di terra calpestara da una "donna di vita" nella sua abitazione. La terra veniva sparsa sul letto del malato "con la convinzione" che dovesse guarirlo. Una valida spiegazione di ciò è fornita dallo scrittore Domenech (1867):
".....non è il caso di supporre che questo genere di donne siano considerate dai sardi come sante e che abbiano potere di fare miracoli: bisogna perciò ricercare in questa superstizione un vago ricordo, una tradizione snaturata dei costumi fenici.......Il gran numero di idoli d'Astarte e d'Adone, trovati in Sardegna, da adito a ritenere che l'isola possedesse molte sacerdotesse dette
kedeschotch nelle sacre scritture e meretrices da San Gerolamo. Queste donne di abbandonavano a tutte le vergogne della lussuria ed allo stesso tempo facevano professione di guaritrici delle malattie col solo contatto delle mani.
Le sacerdotesse di Tiro e di Sidone, votate al culto delle stesse divinità, erano le più famose per le turpitudini e per l'arte di guarire: più erano svergognate e più considerevole era la loro reputazione. Proviene senza dubbio da ciò la stupida credenza del popolo sardo che le donne impure avessero ereditato dalle sacerdotesse pagane, con il vizio, la virtù miracolosa di guarire le infermità del corpo".

A proposito di guaritrici, non si può disconoscere che la loro presenza è piuttosto consistente nel passato della Sardegna. Ai casi già citati se ne possono aggiungere altri in cui le cure erano basate quasi esclusivamente sull'intervento di queste guaritrici (incantadòras o mèjgas) che vantavano facoltà divinatorie, lasciando intendere che gli spiriti dei santi o dei demoni fossero entrati nelle loro anime. Molto esiguo è, invece, il numero di guaritori di sesso maschile. Tant'è che le disposizioni emanate dal concilio di Trento, e che potevano giungere fino alla scomunica, erano indirizzate esclusivamente alle donne.
Le guaritrici si valevano, per la loro attività, di acqua benedetta, della loro saliva, di amuleti e talismani di vario genere e di particolari versetti, detti
brebus (dal latino verbum), che erano spesso semplici preghiere, ma il cui misterioso fascino suggestionava soprattutto gli strati più umili del popolo.
Da molte parti, la guaritrice doveva rispondere a determinati requisiti.
Ad Oliena, per esempio, potevano intervenire su taluni mali solo donne che avessero partorito gemelli, mentre per curare gli sfoghi della pelle era indispensabile un uomo (come già detto, caso assai raro) che avesse ucciso un suo simile, oppure un proprietario di bestiame di diverso genere ma col medesimo marchio, oppure il maggiore o minore di sette figli maschi. Comunque, perchè l'intervento fosse positivo, occorreva che venissero pronunciate le parole magiche che solo il guaritore conosceva.
Infatti, chi ne usufruiva si doveva impegnare a conservare il segreto, onde evitare di subirne gravi conseguenze, come quella di diventare muto.


Gli amuleti della Sardegna rimandano a tradizioni religiose e a conoscenze mediche, agrarie, mineralogiche, naturalistiche ampiamente diffuse e tuttora parte rilevante del complesso dei saperi popolari dell'isola.
L'analisi degli amuleti rivela un mondo di uomini e donne che conoscono e sono vicini al complesso dell'universo, agli elementi naturali, al mondo vegetale e minerale. Essi parlano e un po' contrattano con la natura, non si sentono di dominarla ma se ne considerano parte – e neppure la più forte – e ne invocano l'aiuto. La Natura, della quale si riconosce la grandezza, che offre rimedi e risposte alla debolezza dell'uomo di fronte alle difficili prove del vivere, viene allora associato al complesso della religiosità cristiana.
Gli oggetti sardi connessi a pratiche e aspettative magico-protettive sono per la maggior parte assimilabili ai gioielli, per la presenza di materiali preziosi (argento, corallo, e, in quantità molto ridotta, oro), associati a materiali organici e inorganici quali pietre fossili, ambra, giavazzo, conchiglie, denti, legno, tessuti.
La più ampia raccolta di amuleti della Sardegna è conservata nel Museo della vita e delle Tradizioni popolari di Nuoro. Altre importanti raccolte sono nel Museo nazionale "G. A. Sanna" di Sassari, nel Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, nella Collezione Giuseppe Bellucci al Museo archeologico nazionale di Perugina, nella Collezione "Luigi Cocco" della Regione Autonoma della Sardegna, Cagliari.




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