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Laconi :: Laconi sorge al centro della Sardegna, su un costone dell'altipiano del Sarcidano; la sua posizione strategica, insieme alla fertilità dei suoi territori, lo ha reso un luogo costantemente abitato dall'uomo fin dal neolitico. Il centro, famoso per aver dato i natali a Sant'Ignazio, si estende attorno al suo bellissimo parco, il Parco Aymerich, ricco habitat per piante, alberi e orchidee, al centro del quale sorgono le suggestive rovine dell'antico castello dei marchesi di Laconi, antichi signori del paese.

Località Sarde > Oristano


Panorama su Laconi. Laconi sorge al centro della Sardegna, su un costone dell'altipiano del Sarcidano; la sua posizione strategica, insieme alla fertilità dei suoi territori, lo ha reso un luogo costantemente abitato dall'uomo fin dal neolitico. Il centro, famoso per aver dato i natali a Sant'Ignazio, si estende attorno al suo bellissimo parco, il Parco Aymerich, ricco habitat per piante, alberi e orchidee, al centro del quale sorgono le suggestive rovine dell'antico castello dei marchesi di Laconi, antichi signori del paese.

Laconi
Laconi sorge al centro della Sardegna, su un costone dell'altipiano del Sarcidano; la sua posizione strategica, insieme alla fertilità dei suoi territori, lo ha reso un luogo costantemente abitato dall'uomo fin dal neolitico. Il centro, famoso per aver dato i natali a Sant'Ignazio, si estende attorno al suo bellissimo parco, il Parco Aymerich, ricco habitat per piante, alberi e orchidee, al centro del quale sorgono le suggestive rovine dell'antico castello dei marchesi di Laconi, antichi signori del paese.

Abitanti: 2.276
Superficie: kmq 124,83
Provincia: Oristano
Municipio: piazza Marconi, 4 - tel. 0782 866200
Cap: 08034
Guardia medica: piazza Marconi, 1 - tel. 0782 869013
Biblioteca: via Don Minzoni - tel. 0782 869102
Ufficio postale: via Cavour, 2 - tel. 0782 869037

Stemma di Laconi provincia di Oristano
Laconi menhir di Corte Noa
Laconi acero nel parco Aymerich

Testi di Beatrice Mura

Tra rocce e grandi alberi Laconi è comune della provincia di Oristano, situato a 550 m slm, a ovest del Massiccio del Gennargentu. Il territorio comunale, di forma allungata da est a ovest, si estende per 124,87 kmq comprendendo anche le frazioni di Crastu e Santa Sofia. Confina a nord con Meana Sardo e Aritzo, a est con Gadoni, a sud con Villanovatulo, Isili, Nurallao, Nurri e e Genoni, a ovest con Genoni Nureci, Senis, Asuni e Samugheo. Adagiato ai piedi dell’altipiano del Sarcidano, Laconi è al centro di una fra le più interessanti regioni geologiche della Sardegna, con componenti che risalgono al Paleozoico antico e al Giurese medio superiore, in un misto di scisto, tufo e trachite. Tagliate spesso a picco, le rocce nascondono profonde fratture da cui hanno origine numerosi corsi d’acqua che si dividono i più bacini imbriferi: quello del Flumendosa, quello del Mannu di Cagliari e quello del Mannu affluente del Tirso. Tra questi Arriu ’e Crastu, Bau ’e Assi, Sinzilesu-Perda Bianca, Bau Onu, Solanas, Noe Ortas e Bidissariu. Il rilievo è molto vario, alterna altipiani calcarei a colline di altitudine media e alta, con più di un rilievo oltre i 500-600 m, ma il monte Bruncu ’e Corumeddos tocca gli 893 m. Numerosi i boschi, tra i quali quello di Funtana Mela, dove regnano il leccio e il sottobosco di ginepri, corbezzoli, eriche, alaterni, viburni, tassi e agrifogli; e poi quelli di Monte Susu, Perd’Abila e Perda Lu Stuncu, ricchi di roverelle; di Pala ’e Mereu e Su Dominariu, dove predominano sughero, lecci e roverelle. È ancora vivo negli anziani il ricordo di alberi “patriarchi” come l’olivastro che si innalzava a Serra ’e Omos, il più grande a memoria d’uomo. Restano alcuni giganteschi lentischi a Gedilis e a Craccheddu. Molti di questi giganti, come pure ampie distese di boschi, sono stati distrutti dal fuoco – già Vittorio Angius nell’’800 denunciava il problema –; oggi però vaste aree attorno al paese sono zone di rimboschimento. Definito “paradiso” per i botanici, il territorio laconese presenta endemismi e rarità che ne fanno un campo di ricerca di grande interesse. Particolarmente rilevante la presenza delle orchidee, alcune molto rare. Boschi e montagne, un tempo regno di avvoltoi, grifoni e aquile reali, oggi ospitano specie più modeste come il picchio, il barbagianni, il gheppio, falchi pellegrini e colombacci, mentre nella macchia daini, mufloni e cervi hanno ceduto a cinghiali, donnole, martore, gatti selvatici e piccoli roditori. Sono di un certo interesse gli animali che vivono nelle cavità ipogeiche, come il geotritone (Speleomantes imperialis funereus), un urodelo endemico della Sardegna. Allo stato semibrado, ma sotto il controllo di enti e di proprietari privati, vivono nel territorio anche branchi di cavalli del Sarcidano; di probabile origine berbera, vengono oggi studiati e se ne tutela lo sviluppo, sulla base della loro biodiversità.

Cascata nel parco di Laconi
Parco di Laconi ruderi nei dintorni del castello

Uomini e donne di pietra Nella parte alta del paese si apre la grotta di Leori nella quale sono state trovare ceramiche che testimoniano la presenza dell’uomo a partire dal Neolitico più antico (VII-V millennio a. C.). Sono stati trovati reperti delle successive culture di Bonuighinu e Ozieri, e tutto il territorio conserva abbondanti segni della preistoria: numerose le domus de janas disseminate a Is Mureddas, Cirquittus, Monte Perdosu, Pranu ’e Arranas e Pranu Corongiu. Di quest’ultima necropoli Enrico Atzeni ha scritto che «si distribuisce sulle pareti rocciose a nord e a sud dell’omonima collinetta. Consta di cinque tombe bicellulari, domus de janas, articolate in schemi planimetrici a T: tre, aperte sulle pareti verticali di S’Arratràxu, si affacciano a nord con finestrelle d’ingresso rettangolari che introducono in piccole anticelle rotondeggianti e quindi in più ampie caverne funerarie di fondo a sviluppo rettangolare traverso; altre due, con analoghi sviluppi, si affacciano sulla facciata meridionale del piccolo colle». Sempre a Pranu Corongiu è stata rinvenuta una statua raffigurante una figura femminile, con volto stilizzato e due mammelle, probabilmente rozza rappresentazione della Dea Madre. Ma Laconi è soprattutto il paese delle statue-menhir: raffigurazioni in trachite di donne e di guerrieri, ma forse anche sorta di tabernacoli e allo stesso tempo indicatori di confini e di itinerari per i pastori transumanti. Più elementari quelle femminili, più articolate quelle maschili, contraddistinte da un grosso e originale pugnale collocato in vita e, disegnato sul petto, un “capovolto”, figura umana stilizzata a testa in giù, a significare il momento del trapasso. Oggi raccolte in un museo, sono state rivenute a Piscin’e Sali, Sa Tanca ’e s’Arrettore, Perda Iddocca, Genn’e Aidu, Corte Noa, Masone ’e Perdu. Ad epoche più antiche si riferiscono anche, a testimoniare la frequentazione dei luoghi, manufatti vari in pietra e in ossidiana. Alla successiva epoca nuragica risalgono numerose torri megalitiche – Orrubiu, Piccìu, Cannas, Verra, Fruscu, Pilicapu, Lisandru, Genn’e Corte, Pardu Longu, Perd’e Gresia – nelle quali sono stati rinvenuti tra le altre cose uno scalpello in bronzo, una statuina raffigurante un cinghiale, un pugnale in bronzo lungo 15 cm, un modellino di nuraghe monotorre. Alla stessa epoca appartengono una galleria megalitica, una Tomba di giganti; e poi resti di inumati, ceramiche, vaghi di collana, un tripode senza anse, un piccolo vaso biconico. Scarse invece le tracce dei Cartaginesi che, fermatisi a nord della Giara, costruirono una fortificazione sul colle Santu Antini di Genoni. I Romani diedero vita, nell’intento di controllare il territorio, alla città di Valentia e a un castrum del quale resta probabilmente il ricordo nel nome di un rione di Laconi, Crastu. La testimonianza più importante dell’epoca è dovuta a Giovanni Lilliu, che in località Serra ’e Omos ha rinvenuto i resti di un insediamento e di una necropoli dell’epoca, nonché un’epigrafe. Resta anche memoria di una pietra miliare riferito alla strada che da Valentia portava a Mediana (Meana) e quindi ad Augustis (Austis).
Sotto il castello L’attuale insediamento è sorto probabilmente intorno al Mille, in seguito alla erezione del castello. Di poco successiva la costruzione delle prime chiese: San Martino, citata in una bolla pontificia del 1224; San Giovanni Battista, ancora aperta al culto, che per quanto ristrutturata conserva ancora il carattere medioevale; Santa Sofia, citata in una bolla di Onorio III, ma forse di origine bizantina e di cui restano i ruderi. In epoca giudicale Laconi faceva parte della curatoria di Parte Valenza ed era un centro importante, tanto che nel 1388 fu scelto per la firma della pace tra Eleonora d’Arborea e Giovanni I il Cacciatore. Caduto il giudicato di Arborea, paese e castello passarono nelle mani di Ferdinando II d’Aragona che nel 1436 li infeudò a Giovanni de Sena. Subentrarono poi i Castelvì, che nel 1559, con Araldo, ottennero il titolo di conti, e nel 1603, con Giacomo, quello di marchesi. Questa famiglia fece di Laconi la propria residenza e il capoluogo del feudo; il Castello venne ristrutturato e venne riorganizzata la vita amministrativa, ma si manifestarono anche segni di malessere e di malcontento a causa di soprusi e balzelli. La rivolta si fece più decisa sul finire del Settecento, e andò a coincidere con la ribellione antifeudale capitanata da Giovanni Maria Angioy. Ai Castelvì succedette, per diritto ereditario, la famiglia degli Aymerich che tennero il feudo sino al momento del riscatto, nel 1839. Nel 1840 Laconi fu inserito nella provincia di Isili efatto sede di mandamento; anche in queste contrade nacquero contrasti e polemiche in seguito all’applicazione della legge delle “chiudende”. La popolazione e l’amministrazione si distinguono in questo periodo per alcune iniziative d’avanguardia come la somministrazione gratuita di medicine a favore delle famiglie indigenti e le misure a favore dell’igiene e sanità pubblica; nonché per le prese di posizione contro l’invadenza dei paesi vicini. Nel 1851 il paese ebbe ufficialmente i nomi delle vie e dei rioni e venne firmato il primo progetto per la costruzione di un edificio che doveva servire da Monte granatico, Casa comunale, Giudicatura, Carceri Caserma, Scuola maschile e femminile (ma ancora nel 1867 rimaneva un progetto dalle vicende tormentate che si conclusero solo nel 1886). Nel frattempo il paese, inserito nella neo costituita provincia di Cagliari, migliora le comunicazioni con la costruzione di una nuova strada statale, e l’istituzione di un servizio di linea – con carrozze a cavalli – per il collegamento con Samassi. In questo periodo vengono costruiti il lavatoio pubblico e, nell’area a fianco della chiesa di San Giovanni, il nuovo cimitero; mentre sono in corso i lavori per la ferrovia a scartamento ridotto. Al finire della Grande Guerra, cui Laconi diede il suo contributo di giovani vite, fece la sua comparsa la luce elettrica, per iniziativa del marchese Carlo Aymerich (caduto il feudo, gli Aymerich continuavano ad avere un ruolo importante nel paese, alcuni ne furono sindaci), mentre il 1940, anche questo anno di guerra, vide l’inaugurazione del primo impianto telefonico realizzato a spese del Comune.

Casa Aymerich a Laconi foto di Gabriella Viviana
Costume maschile di Laconi

Un paese di confine Nel descrivere la regione il Fara cita Laconi dicendolo «fregiato del titolo di contea», ma il paese appare poche volte nei documenti medioevali. Secondo Massimo Pittau il nome può derivare da termini preromani come “laccone”, che significa pozzanghera, o “làccana”, confine, entrambi adatti a definire natura e posizione dell’abitato. La varietà del sardo che vi si parla è, dice Giovanni Corongiu, «una lingua di confine» in cui si ritrovano assieme elementi campidanesi e barbaricini, ma fra i pastori la parlata è soprattutto barbaricina: c’è la caduta della -r- nell’infinito del verbo: andai per andari, e della -d- intervocalica: andau e non andadu; c’è un diverso esito delle finali in -i- e in -e- ed è presente la metatesi: Sracidanu per Sarcidanu. Il paese è circondato e anche internamente punteggiato di verde; viali ampi ed alberati si alternano a viuzze dove si affacciano le antiche case tradizionali in pietra. Qua e là sorgono le palazzine costruite dalle famiglie più abbienti tra Ottocento e Novecento: quella liberty dei Piacenza, ad esempio, lungo il corso Garibaldi, quindi quelle dei Manurrita, dei Martelli e degli Zairo. Ma la casa più famosa, e continua meta di pellegrinaggio, è quella modestissima di fra Ignazio, il santo che ha fatto di Laconi la Assisi della Sardegna (si calcola che i visitatori siano almeno 100 mila all’anno). In piazza Marconi, al centro del paese, è stato collocato il monumento ai Caduti della Grande guerra; di fronte sorge il Palazzo municipale, che ospita anche il Museo delle statue-menhir. Unico nel suo genere, custodisce una quarantina di queste e vari altri reperti. In un punto dominante al si sopra della piazza sorge il palazzo marchionale degli Aymerich: costruito nel 1846 su progetto di Gaetano Cima, divenne la sede dei signori feudali quando questi abbandonarono in castello; ora, acquisito dall’Amministrazione comunale, è stato restaurato e sta per divenire polo culturale, sede tra l’altro del Museo e della Biblioteca comunale. In posizione appena più elevata è la Chiesa parrocchiale, fulcro del centro storico. Intitolata in origine a Sant’Ambrogio e oggi anche a Sant’Ignazio, è sorta nel secolo XIV. Rimaneggiata a più riprese nel corso dei secoli, nell’Ottocento ha subìto le trasformazioni più radicali che le hanno dato l’aspetto odierno, misto di vari stili. Al fianco un piccolo museo dedicato a Sant’Ignazio ospita tra le altre cose un reliquiario d’argento con un osso della mano del Santo, i documenti della causa di beatificazione, statue, arredi e paramenti di pregio. Dal retro della chiesa si può accedere al più pregiato tra i gioielli del paese, il grande parco, il maggiore tra quelli a carattere urbano in Sardegna. Già proprietà della famiglia Aymerich, è stato acquisito al patrimonio della Regione sarda. Si estende per 35 ettari ed è caratterizzato da un reticolo di sentieri, ruscelli, cascate e laghetti all’interno di un bosco nel quale le piante spontanee convivono con piante importate, quali il platano, il cedro del Libano, l’eucalipto. All’interno si trovano i ruderi del Castello: eretto dai giudici d’Arborea nell’XI secolo, divenne poi residenza dei feudatari che lo adattarono alle nuove esigenze, arricchendolo di elementi gotico-aragonesi: il corpo principale è del Cinque-Seicento.




Agricoltura, allevamento, turismo L’agricoltura, un tempo fiorente, ha registrato un preoccupante declino. Già dagli anni Cinquanta del Novecento l’Ente di trasformazione agraria aveva cercato di invertire la tendenza promuovendo nuovi insediamenti nella campagna, ma la crisi non è stata superata. Si è di molto ridotto il lavoro dei campi e si è ridotta la produzione. Una risorsa è rappresentata dalla orticultura: è nata qualche azienda che, grazie a moderni impianti di serre, immette sul mercato ortaggi e primizie. Risultati promettenti ottiene anche la frutticoltura che produce prugne, albicocche, agrumi. Resiste meglio il secondo cardine dell’economia laconese, l’allevamento del bestiame: vi sono ancora molti piccoli e grandi proprietari di bestiame con azienda zootecniche nelle quali si allevano suini, bovini, cavalli e vacche il cui latte viene conferito presso caseifici dei paesi vicini ma anche alla “Coapla” di Sassari. In passato hanno avuto una certa importanza le attività estrattive, dell’argilla (Funtana Mela), del caolino, delle sabbie silicee. Quest’ultima è l’unica ancora in vita, ma alcune piccole ditte locali si occupano anche del calcare dolomitico, utilizzato per l’edilizia. Poco è rimasto della produzione artigianale di un tempo: sopravvive qualche bottega per la lavorazione del legno e della pietra, per la produzione di ceramiche, nonché di dolci e liquori tipici. Nuovo impulso all’economia viene oggi dalle iniziative del turismo, legate al forte richiamo esercitato dalle bellezze naturali e dai luoghi del Santo. Laconi è sede di un consorzio turistico, “ Sa perda ’e Iddocca”, che riunendo più paesi promuove i prodotti locali, incanala i visitatori, pubblicizza itinerari (a piedi, a cavallo, in mountain bike) ecc. Di recente il Touring Club Italiano ha conferito al paese la “Bandiera Arancione”, che ne certifica la qualità di borgo accogliente.

Il castello di Laconi
Museo civico delle statue-menhir Laconi.

I servizi Oltre che di una fornita Biblioteca pubblica il paese è dotato di due Scuole materne, una statale e una comunale, di una Scuola elementare e del Liceo classico. Per gli altri studi di Scuola media superiore i ragazzi di Laconi si recano quotidianamente a Isili, Laconi o Sorgono; per l’università a Sassari o Cagliari. La viabilità si fonda sulla statale 442, che si dirige verso la Carlo Felice, e la raggiunge a Uras, e dalla 128, che provenendo da Cagliari si dirige verso nord; la vecchia ferrovia secondaria viene utilizzata solo a scopo turistico, anche con itinerari legati al culto di Sant’Ignazio. Altri locali di uso pubblico sono un Centro di aggregazione e una Sala polifunzionale, né mancano i campi per il calcio e il tennis e, a Santa Sofia, un ippodromo e un maneggio. La ricettività è assicurata da un albergo-ristorante, un ristorante e alcuni bed and breakfast.
Al tempo della festa Mentre a gennaio si accende un grande fuoco per Sant’Antonio abate, la terza domenica di maggio si festeggia San Daniele: la statua del Santo viene trasportata su un carro a buoi seguito da una folla di fedeli nella chiesetta campestre a lui dedicata. Il 24 giugno cade la festa San Giovanni, che ora si svolge in tono minore ma un tempo richiamava tutto il Sarcidano. Ma la vera festa religiosa è alla fine di agosto, quando tre giorni di manifestazioni sono dedicati a Sant’Ignazio, e migliaia di fedeli accorrono da tutti gli angoli della Sardegna. In queste occasioni festive si possono ammirare i costumi tradizionali, specie quello femminile. Comprende un fazzoletto scuro con ricami a fiori; la camicia bianca, ricamata sul petto, sulla quale va indossato il corpetto, s’umbustu, anche questo ornato di fiori colorati; quindi la giacca di lana o raso nero, su gippone, dalle maniche strette e chiusa fino al collo con ganci. Infine la gonna, sa unnèdda, di colore scuro, plissettata e composta di sette veli; su di questa il grembiule, su sautzu, di raso o lana, ornato anch’esso di motivi floreali. Tra i cibi tipici la panada che viene preparata per Pasqua a base di carni miste; tra i dolci i conch’’e moro, ottenuti con lo stesso composto delle frittelle ma ripieni di sangue di maiale, uva passa e miele.
Il Santo fraticello In una povera casa di Laconi nacque nel 1700 Francesco Ignazio Vincenzo Peis, il futuro santo fra Nassiu, il santo fraticello di Laconi. Di modeste origini, a vent’anni manifestò la sua vocazione per la vita religiosa e, non senza qualche difficoltà, venne accettato fra i Cappuccini di Cagliari col nome di Ignazio. Condusse una vita di preghiera e di penitenza, non sottraendosi alle fatiche e ai lavori più umili. Divenne frate cercatore e ben presto la fama della sua santità e dei suoi miracoli si diffuse nella città e in tutta l’isola. Canonizzato il 21 ottobre 1951, è diventato con Sant’Ambrogio titolare della Chiesa parrocchiale e protettore del paese. Oggi è possibile visitare la sua casa, situata a poca distanza dal Parco e dalla parrocchiale, in una viuzza stretta che la fede popolare adorna con vasi di fiori. A celebrarlo nel paese, oltre un monumento al centro del sagrato della parrocchiale, una statua in bronzo di notevoli dimensioni, collocata sulla punta Su Carradore, affacciata da un precipizio sull’abitato. Ignazio, ancora ragazzo, è raffigurato in sella a un cavallo che impennandosi lo salva dal precipizio. È il ricordo di un episodio saliente della sua vita, che lo confermò nella decisione di dedicare la vita agli altri.

Laconi nuraghe Genna Corte. Il nuraghe è di tipo complesso, costituito da un bastione pentalobato che racchiude la torre originaria e un cortile. Il mastio, di pianta circolare (metri 13 di diametro esterno), si conserva per un'altezza massima residua di oltre 12 metri. Il paramento murario esterno, è costituito da blocchi di trachite di medie dimensioni, disposti a filari orizzontali.

Testi tratti dal sito della Regione Sardegna

Nuraghe Genna Corte

Come arrivare Si segue una strada sterrata che parte dall'estrema periferia di Laconi (verso Meana), per circa 11 km. Poco prima di innestarsi in un'altra strada trasversale, la carrabile costeggia una stretta e lunga collina, sulle pendici della quale sorgono i capannoni di una azienda agricola. Imboccato il sentiero che conduce all'azienda, lo si segue per circa 200 metri, lasciandolo poi per proseguire a piedi verso la sommità del rilievo, su cui si trova il nuraghe. Il nuraghe, tra i più maestosi del Sarcidano, si isola in sito campestre e versa in pessimo stato di conservazione.
Descrizione Il nuraghe è di tipo complesso, costituito da un bastione pentalobato che racchiude la torre originaria e un cortile. Il mastio, di pianta circolare (m 13 di diametro esterno), si conserva per un'altezza massima residua di oltre 12 metri. Il paramento murario esterno, è costituito da blocchi di trachite di medie dimensioni, disposti a filari orizzontali. Ingombro di pietrame nella camera inferiore, mostra dell'interno solamente la linea delle pareti del corridoio del piano superiore, disposto in modo trasversale rispetto alla scala elicoidale - ostruita anch'essa - che si dipartiva dal piano terra. Delle cinque torri del bastione, obliterato per gran parte del suo sviluppo planimetrico dalle macerie, si conservano quella esposta a E e parte di quella esposta a SW. La torre E presenta al suo interno un vano circolare dal quale si diparte un lungo corridoio di sezione ogivale che immette nel cortile; sulla parete laterale si osserva una nicchia-ripostiglio sopraelevata dal piano pavimentale. Le cortine murarie che raccordavano le torri presentano andamento rettilineo e un'altezza massima residua di m 7. Il cortile è quasi completamente invaso dai crolli.
Storia degli studi Il nuraghe è segnalato da Enrico Atzeni.



Laconi menhir di Corte Noa. Il sito di Corte Noa presenta un allineamento di menhir "protoantropomorfi", evidenziati in superficie dai lavori agricoli. I monoliti, in numero di 7, alti fra i metri 1,25 e 2,23, lavorati a martellina ma privi di figurazioni, presentano slanciato profilo a faccia piana e dorso convesso.

Menhir e dolmen di Corte Noa
Come arrivare Dall'abitato di Laconi ci si dirige verso la periferia settentrionale del paese seguendo le indicazioni per l'Agriturismo Genna 'e Corte. Percorsi circa 7 km si raggiunge il ponte sul Rio Bidissariu, superato il quale si prosegue ancora per 1,7 km, dopo i quali, in una zona pianeggiante, si trova un cancello di ferro a sinistra. Si entra a piedi e si percorrono poche centinaia di metri, poi ci si dirige a sinistra verso l'avvallamento e si prosegue ancora per altri cento metri, sino a che saranno visibili verso SE i menhirs di Corte Noa. Per il dolmen bisogna proseguire verso la collinetta, 250 metri a NE rispetto ai menhirs. L'area archeologica è situata sul pendio N del colle di Conca Zerfalìus, a circa km 1,5 a sud di Genna Arrale.
Descrizione Il sito presenta un allineamento di menhir "protoantropomorfi", evidenziati in superficie dai lavori agricoli. I monoliti, in numero di 7, alti fra i metri 1,25 e 2,23, lavorati a martellina ma privi di figurazioni, presentano slanciato profilo a faccia piana e dorso convesso. Sei di essi, distanti tra loro rispettivamente m 79, m 2,50, m 5,30, m 6,50, sono disposti in asse da NNE a SSO; il settimo, spostato verso O e compreso in origine fra i primi due, è scivolato a valle forse a causa dei lavori agricoli. In superficie si raccolgono sporadiche schegge di ossidiana. A circa 200 metri a E dell'allineamento, ad una quota poco più alta, sulla propaggine N del Conca Zerfalìu, si trova l'omonimo dolmen a galleria ("allée converte"). Il monumento, ora a cielo aperto, ubicato in prossimità di un vecchio ovile, era utilizzato dai pastori come rifugio per piccoli animali. A S, in prossimità dell'ingresso, ancora interrato e poco visibile, emerge una larga pietra fitta in trachite alta poco più di un metro. Il corpo tombale del dolmen, disposto lungo l'asse NS, lungo circa m 9, è delimitato da lastre ortostatiche infisse a coltello disposte su due file parallele, alte circa m 1,50; la testata è costituita da un grosso masso naturale con superficie interna lisciata. La larghezza del corridoio passa da m 1,60 all'ingresso a m 2,10 sul fondo. Una lastra su cui si apriva il portello d'accesso, ed i cui resti si trovano ancora "in situ", separava la zona d'ingresso dalla cella funeraria vera e propria. Il monumento, causa antiche profanazioni, risulta, come già detto, privo di copertura. Lo scavo ha restituito scarsi resti scheletrici; numerosi invece gli elementi dei corredi funerari che evidenziano fasi eneolitiche assimilabili alle culture di Filigosa e Abealzu. Ricordiamo le numerose punte di freccia in ossidiana con corpo triangolare peduncolato e con ritocco coprente bifacciale, alcuni elementi metallici, quali anellini piatti o di sezione tonda, spiraline in argento e piccoli frustoli di piombo metallico. Tra il materiale ceramico, oltre a pochi frammenti decorati di tipologia Ozieri da riferire, probabilmente, alla prima frequentazione (inquadrabile dunque nel Neolitico finale, 3200-2800 a.C.), bisogna segnalare il rinvenimento di numerosi vasi a collo lungo, tripodi, olle, che orientano verso tipologie eneolitiche.
Storia degli scavi Il dolmen è stato scavato nel 1982 da Enrico Atzeni.

Castello medievale all'interno del Parco Aymerich. Il castello nacque originariamente in epoca medievale (forse sui resti di un castrum bizantino antibarbaricino) per difendere la frontiera del Regno di Arborea da quello di Cagliari. La torre maestra, a pianta rettangolare, risale all'XI-XII secolo e nel XVIII fu trasformata in un carcere. Accanto ad essa sorge il castello vero e proprio, suddiviso in due piani: quello inferiore è contemporaneo alla torre, mentre quello superiore presenta una sala principale dove è possibile vedere alcune sedute in pietra ed una bellissima finestra gotica. Il castello, che fu la residenza dei signori di Laconi fino alla metà dell'800 è oggi un'affascinante rovina dal quale è possibile godere di un bel panorama sul paese sottostante e sulla Marmilla con l’altopiano della Giara; immerso nel Parco Aymerich è il luogo ideale dove passeggiare e magari trascorrere l’intera giornata con la famiglia.

Castello Aymerich
Come arrivare Si lascia la SS 131 prima di Sanluri, imboccando la 197 e percorrendola per circa 50 km fino a Laconi. Il castello è ubicato all'interno di un parco. Al centro del Sarcidano, l'abitato di Laconi si trova a 550 m s.l.m., nelle vicinanze di un parco di quasi 22 ettari, all'interno del quale si trovano i resti del castello Aymerich. Ad E e a N l'abitato è protetto dalle barriere calcaree di S'Atza 'e Carradore e di S'Atza 'e ziu Chiccu.
Descrizione La tradizione indica nei resti all'interno del parco Aymerich i ruderi del castello di Laconi appartenente alla nobile famiglia e oggi immerso in una pittoresca vegetazione. Scavi archeologici e stratigrafie murarie hanno consentito di stabilire interventi di tempi diversi, che ne rendono la lettura assai difficoltosa. Si individua un edificio più antico, a pianta rettangolare, attraversato da un passaggio voltato a botte e preceduto da un ingresso con volte a sesto acuto. Sul lato destro del passaggio voltato è murata un'epigrafe, non ancora del tutto decifrata, che tuttavia riferisce della presenza di una porta e comprende una data: 1053. Probabilmente l'epigrafe apparteneva ad altro edificio ed è stata reimpiegata, in quanto le strutture denotano modi costruttivi propri del XIII secolo. Accanto a questa sorta di torre si erge il palazzo vero e proprio, residenza della famiglia degli Aymerich, marchesi di Laconi, dal XVII secolo. È costituito da un'ampia sala a pianta rettangolare, nel perimetro della quale si apre una serie di finestre ad arco inflesso, di tipo gotico-catalano.
Storia degli studi Sul castello Aymerich si segnala il contributo di Foiso Fois nel volume "Castelli della Sardegna medioevale", del 1992. Più recenti i lavori di Giorgio Murru, del 2001 e del 2003, con interessanti notazioni sulla storia e le tecniche murarie.


Sottobosco del Parco di Laconi
Parco Aymerich sottobosco

Parco Aymerich Il Parco Aymerich è il più grande parco urbano della Sardegna e si articola intorno ai resti del castello Aymerich, il cui primo impianto è probabilmente da ascriversi al 1053. L'area del parco si estende su una superficie di quasi 22 ettari nel comune di Laconi ed è importante per l’alta valenza naturalistica ed in termini di biodiversità delle diverse specie autoctone, come le fitte leccete secolari, ed esotiche introdotte nel tempo dai proprietari del castello come i bellissimi Cedri dell'Atlante. Il Parco è un bene demaniale gestito dall’Ente Foreste a partire dal 1991con l’allora Azienda Foreste Demaniali di Nuoro.
Castello medievale all'interno del Parco Aymerich Il castello nacque originariamente in epoca medievale (forse sui resti di un castrum bizantino antibarbaricino) per difendere la frontiera del Regno di Arborea da quello di Cagliari. La torre maestra, a pianta rettangolare, risale all'XI-XII secolo e nel XVIII fu trasformata in un carcere. Accanto ad essa sorge il castello vero e proprio, suddiviso in due piani: quello inferiore è contemporaneo alla torre, mentre quello superiore presenta una sala principale dove è possibile vedere alcune sedute in pietra ed una bellissima finestra gotica. Il castello, che fu la residenza dei signori di Laconi fino alla metà dell'800 è oggi un'affascinante rovina dal quale è possibile godere di un bel panorama sul paese sottostante e sulla Marmilla con l’altopiano della Giara; immerso nel Parco Aymerich è il luogo ideale dove passeggiare e magari trascorrere l’intera giornata con la famiglia.

Laconi fontana nel Parco Aymerich
Laconi castello medioevale Aymerich

Museo della Statuaria Preistorica in Sardegna

Indirizzo: Palazzo Aymerich, Piazza Marconi 10, Laconi
telefono 0782 693238 (Museo) – 342 3507760 (Museo) – 0782 866202 (Uffici- Direzione Museale); fax 0782 869579
Ente titolare: Comune di Laconi
Gestione: Società Perda Iddocca snc di Porcu Luca & C., via Sant'Antonio 25, Laconi
Orari: orario invernale: mattina: 10.00 – 13.00; pomeriggio: 15.00 – 18.00
orario estivo: mattina: 10.00 – 13.00; pomeriggio: 15.30 – 19.00
chiuso ogni lunedì, il 25 dicembre e il 1 gennaio
Biglietto: € 5 (intero), € 3 (gruppi di almeno 20 persone; ragazzi dai 6 ai 18 anni; over 65 anni; soci TCI), € 2 (scolaresche).
sito web: www.comune.laconi.or.it
contatto facebook “museo delle statue menhir”
e-mail: menhirlaconi@tiscali.it - negri.museo@comune.laconi.or.it

Il museo Il Museo è ospitato negli spazi di Palazzo Aymerich, ultima residenza dei marchesi di Laconi progettata a metà Ottocento dall’architetto Gaetano Cima e di recente inserita nel novero delle 50 dimore di pregio della Sardegna. Il corpo principale dell’edificio, oggi centro polifunzionale, si sviluppa su 3 piani, ed è contraddistinto dalla facciata principale, in tipico stile neoclassico, scandita da finestre ed eleganti balconcini. All’interno, nel “piano nobile” destinato fin dalle origini ad ambiente di rappresentanza, sono ancora visibili preziose carte da parati e “papiers peints” d’epoca, realizzati dalla prestigiosa tipografia francese Dufour. Il percorso espositivo, attualmente articolato in 11 sale distribuite tra il piano terra e il secondo piano, delinea lo sviluppo cronologico e tipologico della grande statuaria antropomorfa preistorica sarda., avvalendosi prevalentemente di testimonianze provenienti dal territorio di Laconi. Dieci sale sono destinate ai menhir ritrovati in varie zone della Sardegna centro-meridionale (areali del Sarcidano, Grighine e Mandrolisai), l’undicesima, "la galleria" affacciata sulla grande corte interna, ospita invece reperti di cultura materiale provenienti da scavi archeologici di contesti funerari megalitici sarcidanesi (ceramiche, elementi metallici,strumenti in pietra e in terracotta). I menhir presenti sono riconducibili sostanzialmente a 3 tre classi di riferimento: menhir protoantropomorfi di sagoma ogivale ma privi di raffigurazioni, menhir antropomorfi assessuati, che mostrano i primi tratti somatici del viso (naso e occhi), e infine statue-menhir vere e proprie, chiara evoluzione dei menhir antropomorfi assessuati, più ricche di dettagli e di simboli che ne consentono anche la distinzione tra i sessi. Tra i monoliti esposti, i 36 pezzi laconesi, scolpiti nella trachite locale, (in località Mind'e Putzu è stata individuata una vera e propria cava preistorica), si distinguono per le singolari volumetrie e per le espressioni iconografiche, con le molteplici tipologie di “capovolti” e i pugnali che caratterizzano le statue maschili. Gli altri esemplari in allestimento, restituiti dai territori di Samugheo, Allai e Villa S. Antonio, (presto ne seguiranno da Isili, Nurallao e Senis), si segnalano per la simbologia iconografica nettamente diversa da quella espressa dai menhir dell’area sarcidanese. Il museo, unico nel suo genere in Sardegna, coniuga l’interesse scientifico con il fascino dell’esposizione, che ci riporta tra i simboli e le esperienze figurative della cultura sarda dell’età dei primi metalli. Si aggiunge la suggestione del Palazzo Aymerich, elegante esempio di architettura neoclassica.
Servizi Visita guidata compresa nel prezzo del biglietto e, su prenotazione, visite guidate nel territorio. Bookshop. Assenza di barriere architettoniche. All’ultimo piano di Palazzo Aymerich è ospitata la biblioteca comunale che possiede un’ ampia sezione dedicata all’archeologia preistorica e protostorica della Sardegna, con volumi e articoli, consultabili durante gli orari di apertura al pubblico (www.bibliosarcidano.it).

Museo della Statuaria Preistorica in Sardegna. Laconi museo delle statue-menhir.
Museo della Statuaria Preistorica in Sardegna. Laconi museo delle statue-menhir.

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