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Miniere in Sardegna

Territorio > Informazioni Turistiche sul Territorio della Sardegna


BACU ABIS MINATORI ALL'USCITA DA UNA GALLERIA.

BACU ABIS MINATORI ALL USCITA DA UNA GALLERIA fondo Guido Costa


Miniere in Sardegna

Sin dalle epoche più remote, la Sardegna attrasse mercanti e navigatori di tutto il Mediterraneo, desiderosi di impossessarsi delle favolose ricchezze minerarie di una terra definita addirittura dai Greci l'isola dalle vene d'argento, "Argyrophleps nesos". Ma prima ancora dei metalli già l'ossidiana, il prezioso vetro vulcanico nero, aveva portato i navigatori neolitici nell'Isola, ponendola così al centro di contatti internazionali che avrebbero contribuito a plasmare le culture che si alternarono sul suo suolo. E poi il rame, il ferro, che scandiscono le epoche storiche e costituiscono motivo di interesse costante per la Sardegna da parte non solo di coloro che vollero commerciare con essa, ma soprattutto da parte delle potenze che vollero impossessarsi delle sue terre. Ma le attività estrattive hanno avuto un ruolo centrale nell'economia dell'Isola fino a pochi decenni fa, quando le nuove dinamiche mondiali hanno reso antieconomico lo sfruttamento dei giacimenti minerari sardi, distogliendo così l'attenzione dai suoi giacimenti di carbone, piombo, zinco, antimonio. In seguito alle dismissioni che hanno coinvolto la maggior parte dei sistemi estrattivi sardi, un prezioso patrimonio edilizio ha rischiato di andare in rovina, salvato solo dai recenti interventi di tutela e valorizzazione che stanno facendo dei siti minerari sardi degli affascinanti luoghi della memoria, in cui recuperare il sapere, la cultura, il modo di vivere e di lavorare di un tempo non ancora lontano. Così in numerosi territori dell'Isola, in particolare nell'Iglesiente, nel Sulcis, nell'Arburese e Guspinese e nell'Argentiera, ma anche in numerose altre località con minore estensione geografica, rimangono i ricordi dell'attività estrattiva e della vita che in tale attività aveva il proprio centro, riflessi negli edifici dismessi delle miniere, nei muri in rovina delle strutture per le lavorazioni del minerale, nei villaggi abbandonati che un tempo erano abitati da minatori ed impiegati con le loro famiglie (spesso anch'esse impiegate nelle attività di contorno). È stato il profondo interesse per le ricchezze del sottosuolo sardo che ha portato alla nascita e ormai alla morte dei numerosi siti estrattivi che oggi costellano il paesaggio sardo, dando luogo a scenari di fascino incantato, nei quali il visitatore ha l'impressione di fare un salto a ritroso nel tempo e di poter toccare da vicino le vicende di fatica e sofferenza dei tanti minatori che consegnarono le proprie esistenze ad estrarre i preziosi minerali dalle viscere della terra (spesso non solo in senso metaforico: sono 1514 i minatori che ufficialmente persero la vita nelle miniere sarde, un numero senz'altro in difetto).

Un paesaggio talmente suggestivo da portare l'Unesco, alla fine degli anni '90, a dichiarare le zone minerarie sarde patrimonio dell'umanità, dando origine al Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna.

Per maggiori informazioni visita il sito: www.parcogeominerario.eu

Grande Miniera di Serbariu galleria di servizio. Informazioni turistiche sulle miniere in Sardegna.
Grande Miniera di Serbariu galleria di tracciamento. Informazioni turistiche sulle miniere in Sardegna.

Storia delle Miniere in Sardegna

L’attività delle miniere in Sardegna, favorita dalla particolare ricchezza del suolo e dalla posizione dell’isola nel Mediterraneo, è documentata sin dal VI millennio a.C.

Le prime testimonianze sono legate allo sfruttamento dell’ossidiana, grazie alla quale l’isola si trovò al centro di una fitta rete di scambi che la posero in contatto sia con i popoli del sud della Francia che con quelli del Nord Africa. Al III millennio a.C. risale invece la nascita della metallurgia del rame, seguita circa mille anni dopo dallo sviluppo della metallurgia del bronzo e dall’inizio delle attività di sfruttamento dei giacimenti di piombo e d’argento. Si hanno tracce di modeste attività estrattive a Funtana Raminosa a partire dal 1300-1200 a.C. Dal 900 a.C. in poi si hanno le prime tracce di scavi di piombo e d’argento nell’Iglesiente. L’attività estrattiva ebbe un incremento a partire dal secolo VI a.C. con l’arrivo dei Cartaginesi: essi, infatti, arrivarono a scavare piccoli pozzi, talvolta profondi anche 20 m, con cui riuscirono a individuare affioramenti di minerali e a seguire il filone con continuità. Per asportare il minerale si servivano di mazze e di scalpelli e tra il 400 e il 300 a.C. svilupparono anche la metallurgia del ferro, utilizzando materiali che provenivano anch’essi dall’Iglesiente. I Romani svilupparono ulteriormente l’attività e riuscirono a scavare pozzi profondi 60-70 m; essi inoltre cominciarono a sfruttare anche le zone minerarie della Nurra e del Sarrabus. Nell’Iglesiente costruirono il centro di Metalla e nel Sarrabus quello di Sarcapos, che divennero la residenza di tutti coloro che erano interessati alle attività di miniera. Essi costruirono anche, accanto ai pozzi, alcuni forni per la fusione, come dimostrano gli enormi depositi di scorie che furono nuovamente sfruttati a partire dal secolo XVIII.

CAPUT ACQUAS IL TRENINO DEL SITO MINERARIO

CAPUT ACQUAS IL TRENINO DEL SITO MINERARIO fondo Guido Costa

Nel Medioevo il crollo dell’Impero e le invasioni barbariche fecero entrare in crisi le attività minerarie nell’isola. Tracce di ripresa si individuano solo a partire dagli inizi del secolo XI in età giudicale. In questo periodo iniziarono a frequentare la Sardegna i Pisani e i Genovesi; il centro principale di questa rinnovata attività fu il Sulcis, dove agli inizi del secolo XIII i Della Gherardesca impressero uno sviluppo decisivo a Villa di Chiesa, dopo che il territorio fu loro assegnato nel 1258 con la spartizione del giudicato di Cagliari.
La città crebbe rapidamente, si abbellì con la costruzione del Duomo e di altre chiese e fu cinta da mura; nello stesso periodo i signori del territorio si preoccuparono di regolamentare l’attività mineraria e insieme la vita civile nella città, promulgando gli statuti meglio conosciuti come Breve di Villa di Chiesa. Ormai la tecnologia consentiva uno sfruttamento più intensivo dei filoni e ben presto si fu in grado di costruire pozzi come quello di Reigraxius sul Marganai, che toccò la profondità di 156 m. Nei pozzi lavoravano pochi operai specializzati, generalmente pisani, che si facevano aiutare da alcuni manovali; essi per facilitare l’estrazione facevano riscaldare le rocce con grandi fuochi, perchè l’aumento della temperatura rendeva più facile il distacco del minerale. Il materiale così ottenuto veniva caricato in ceste e trasportato in superficie da un sistema di argani mosso da cavalli.
Con l’arrivo degli Aragonesi l’attività estrattiva dell’argento fu monopolizzata dal governo, che se ne serviva per far funzionare la zecca che era stata impiantata a Iglesias. L’attività di estrazione del piombo, invece, entrò in crisi a causa di un sistema esoso e fiscale con il quale essi regolamentarono le concessioni.
Nel corso del secolo XIV, poi, a causa della lunghissima guerra che dilaniò la Sardegna, le attività minerarie ebbero un ulteriore tracollo; si puù dire che quando, dopo cento anni, l’isola fu nuovamente pacificata, la crisi del settore fosse ormai irreversibile; venivano estratte solo modeste quantità d’argento destinate esclusivamente a sorreggere l’attività artigianale, sviluppatasi a Cagliari e a Iglesias.
Agli inizi del Cinquecento il governo tentò di rilanciare l’attività, favorendo la ricerca con la concessione di notevoli privilegi; questi tentativi, circoscritti peraltro al Sulcis e all’Iglesiente, non ebbero successo: così troviamo tracce dello sfruttamento delle miniere di San Giovanni e di Monteponi e del funzionamento di piccole laverie e fonderie, che venivano sfruttate da consorterie di operai. Ben presto, però, le difficoltà delle condizioni ambientali, la mancanza di vie di comunicazione, ma soprattutto la concorrenza dei minerali che giungevano dall’America in quantità enormi, provocarono nuovamente rallentamenti e crisi nel settore. Solo agli inizi del Seicento sembrò che potessero crearsi le condizioni per una ripresa: vennero così concesse numerose licenze, ma anche questi tentativi fallirono.



MONTEPONI MINIERA E PANORAMA DEGLI IMPIANTI 1920.

MONTEPONI MINIERA E PANORAMA DEGLI IMPIANTI 1920.

Quando nel 1720 l’isola passò ai Savoia, la nuova dinastia, comprendendo il valore strategico delle miniere sarde, tentò di rilanciarne lo sfruttamento; esse furono considerate parte del Regio Patrimonio e si cercò di riavviare l’attività estrattiva, concedendo a privati permessi di ricerca in determinate zone. Così nella seconda metà del secolo XVIII, oltre alla tradizionale zona di Monteponi, furono individuate altre aree e furono impiantati nuovi cantieri in diverse parti dell’isola. L’attività fu coordinata, in un primo tempo, da Vincenzo Mameli, cui succedette con il titolo di sovrintendente delle miniere il Belly, che concluse la propria attività nel 1791. Dopo alcuni anni di incertezze l’incarico fu affidato ad Alessio Vincard di Saint Real che si preoccupò di costituire un fondo di autofinanziamento per procurarsi le risorse necessarie ad avviare lo sfruttamento. A partire dal 1805 lo sviluppo delle miniere sembrò assicurato dalla costituzione di una compagnia, che però faceva capo a un avventuriero, il conte Vargas, cui era stato concesso lo sfruttamento di tutte le miniere dell’isola per 25 anni. Ma già nel 1808 la società fallì, provocando una lunga crisi nel settore; la situazione prese a modificarsi solo nel 1831, quando fu nominato direttore generale delle miniere l’ingegner Francesco Mameli. Egli intuì per primo l’importanza della funzione dello Stato nel promuovere l’attività mineraria e nel sorreggere gli imprenditori che avessero voluto investire capitali nel settore. Sulla base di questa intuizione dopo il 1847 fu estesa alla Sardegna la legge piemontese del 1840, in base alla quale la proprietà dei terreni veniva distinta dalla proprietà delle risorse del sottosuolo e fu introdotto il principio secondo cui la miniera era da considerarsi come una entità a sè rispetto al terreno su cui essa insisteva. Questo principio consentì di creare le condizioni per la costituzione delle società minerarie che, a partire dal 1848, impegnarono ingenti capitali nello sviluppo delle attività minerarie. Molte di queste società erano straniere e presero a operare, oltre che nell’Iglesiente anche in altre parti dell’isola.

Tra il 1848 e il 1870 furono rilasciate più di cinquanta concessioni a società o a privati e l’attività estrattiva ebbe un notevole sviluppo; furono anche impiantate alcune piccole fonderie, ma la maggior parte del materiale scavato veniva trasportato in terraferma. L’attività estrattiva era comunque legata all’andamento dei prezzi sul mercato internazionale, per cui a seconda delle loro oscillazioni in Sardegna si registravano variazioni del livello di produzione che ebbero gravi ripercussioni sull’occupazione. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, poi, fu introdotta la meccanizzazione di alcune lavorazioni che elevò ancor di più il totale della produzione: si calcola che nel 1903 venissero estratte mediamente 300 000 t di minerale all’anno e fossero complessivamente impiegati più di 13 000 operai.

GUSPINI VEDUTA DELLA MINIERA DI MONTEVECCHIO.

Dopo la pausa dovuta alla prima guerra mondiale, nel dopoguerra sembrò avviarsi una certa ripresa, furono aperti nuovi impianti e furono introdotte nuove tecnologie. La crisi del 1929 lasciò i suoi segni anche sul sistema minerario sardo, ma il regime fascista, già impegnato nella prima fase della sua politica autarchica, lo sostenne adeguatamente. Anzi, dopo la guerra d’Etiopia sembrò poterlo condurre a una nuova fase di sviluppo: così fu avviato lo sfruttamento delle miniere di carbone e fu costruita Carbonia. Ma finita la seconda guerra mondiale, con la riapertura dei mercati (e della concorrenza), dopo un breve periodo di illusoria ripresa la produzione delle miniere sarde calò vistosamente. In primo luogo perchè cominciò a essere chiaro che per quanto riguardava il settore del piombo e dello zinco i filoni erano oramai esauriti, in secondo luogo perche´ nel settore del carbone il prodotto sardo non poteva reggere la concorrenza per qualità e prezzo con quello proveniente da altre realtà minerarie. Così in un primo momento si pensò di far gestire il sistema da società pubbliche: quando poi fu chiaro che le prospettive per una ripresa non c’erano, entro il 1980 l’insieme dell’attività fu fermato e la maggior parte degli impianti chiuso. Nuove speranze si sono accese da qualche anno a questa parte con la scoperta (e la ricerca) dell’oro. La maggior parte degli antichi impianti, però, è oramai considerata solo nella prospettiva dell’archeologia industriale.

I SITI MINERARI

I luoghi dove si sono svolte, lungo i secoli, le principali attività estrattive sono distribuiti un po’ in tutta l’isola.

SULCIS, IGLESIENTE, ARBURENSE
Genna Sciria, miniera abbandonata di piombo e argento non lontana da Montevecchio; Gennemari, miniera abbandonata di piombo e zinco a sud dell’abitato in direzione Fluminimaggiore; Ingurtosu; Medau Ganoppi; Monreale, miniera abbandonata di fluoro nei pressi del castello; Montevecchio, miniera inattiva di piombo e zinco; Nieddoris, miniera abbandonata di piombo e argento nei pressi della cantoniera di Bidderdi; Nuracauli, miniera abbandonata di piombo e zinco in prossimità di Ingurtosu; S’Acqua Bona, miniera abbandonata di piombo e argento nei pressi di Bidderdi; Su Scivu, miniera abbandonata di piombo nei pressi di capo Pecora; Malfidano; Nanni Frau; Planu Sartu; Barbusi; Cortoghiana; Serbariu; capo Becco; capo Rosso; Barraxiutta; Is Murvonis; Mucciurru; Perdaniedda; Sa Duchessa; Santa Barbara; Tinì; Acqua bona, miniera di Piombo e argento; Arenas, miniera di piombo e zinco; Baueddu; Candiazzu; Gutturu Pala; Perdas de Fogu; Perda S’Oliu; Pira Roma; Planu Dentis; Porcile Seddori; Sa Mena de S’Oreri; Santa Lucia; Su Menga; Su Zurfuru; Bacu Abis; Funtanamare; Monte Oi; Monte Onixeddu; Nuraxi Figus; Serucci; Monte Uda; Seddas Moddizzis; Fenugu Sibiri; Perda ’e Pibera; Sa Nuedda; Acquaresi, miniera di piombo e zinco; Barena; Cabitza; Campo Pisano; Canal Grande; Coremo; Enna Murtas; Fontanaperda; Fossa Muccini; Genna Luas; Genna Rutta; Gruguas; Malacalzetta; Marganai; Masua; Matoppa; Monte Agruxiau; Montecani; Monte Cuccheddu; Monteponi; Monte Scorra; Nebida; Nebidedda; Pala is Luas; Pubuxeddu; Punta della Torre; Reigraxiu Marganai; San Benedetto; San Giorgio; San Giovanni; San Luigi; Terras Nieddas; Monte Ega; Rosas; Sa Marchesa; Monte Tamara; Su Sinibraxiu; Llaio; Truba Niedda; Canale Serci; Orbai; Villamassargia. Teulada: Monte Lampanu; Su Benatzu.

SARRABUS, GERREI, TREXENTA, CAMPIDANO DI CAGLIARI
Armungia: Sa Lilla; Gutturu Cardaxius; Miniera dei Genovesi; Corti Rosas; San Leone; Donori: S’Ortu Becciu; Masoni Pizzudo; Monte Marraconis; Mandas: Genna Gureu; Muravera: Baccu Arrodas, miniera di argento; Su Zippiri; Perdasterria; Giuanni Bonu; Masaloni; Nicola Secci; S’Acqua Arrubia; Sarcilloni; Su Lionarzu; Tacconis; Is Istrias; Serrenti: Monte Porceddu; San Vito:Genna Flumini Brecca; Monte Lora; Monte Narba; Peddiatu; Perd’Arbe; Silius: Acqua Frida, piombo e fluoro; Genna Tres Montis; Muscadroxia; Sinnai: Serra S’Ilixi; Tuviois; Soleminis: Terramala; Villasalto: Perredis; Su Suergiu; Villasor: Monte Zippiri; Villaputzu: Baccu Locci, miniera di piombo e arsenico; Bruncu Crabilis; Gibas.

PLANARGIA, MARGHINE, CAMPIDANO DI ORISTANO
Asuni: Sa Perduccia; Sa Zuddia; Monte Grighini; Morgongiori: Nuraghe Onigu; Planargia: Porto Baosu.

BARBAGIA, OGLIASTRA, NUORESE
Genna Contu; Monte Idolo; Baunei: Genna Olidoni; Gadoni: Funtana Raminosa; Lula: miniera di piombo e zinco; Guzzurra; Sos Enattos; Orani: Sa Matta; San Francesco; San Paolo; Samugheo: Is Cardaxius; Scala Sa Bingia; Posada: Aidu entu, miniera di piombo, bario e fluoro; Seui: Corongiu; Talana: Zippiri de Castiadas; Tertenia: Baccu Talentino; Bau Arenas; Perda Majori; Sarralà; Torpè: Barisone; Punta Gortonedda; Villanova Strisaili: Correboi.

NURRA, ANGLONA, LOGUDORO
Alghero: Calabona; La Speranza; Pedra de Fogu; Anglona: Nuraghe Cannarzu; Cheremule: Sos Furrighesos; Nurra: Monte Doglia; Monte Trudda; Olmedo: Olmedo; Ozieri: Bena de Padru; Palmadula: Argentiera, miniera di piombo, argento e zinco; Canaglia.


Masua porto Flavia Iglesias. Storia delle Miniere in Sardegna.
Masua porto Flavia Iglesias. Storia delle Miniere in Sardegna.



Monteponi
Importante complesso minerario di piombo e di zinco situato nel territorio di Iglesias. Era conosciuto fin dall’antichità più remota; in tempi moderni, gia` dal 1725 era considerata la più interessante delle miniere conosciute in Sardegna.Vi operò per primo Carlo Gustavo Mandel, che vi fece scavare una galleria e cominciò a estrarre dell’ottimo minerale che servì ad alimentare una fonderia, che aveva fatto costruire a Villacidro. In seguito Monteponi fu affidata al Belly, che però non riuscì a ottenere risultati apprezzabili; solo dopo la riforma della legislazione del 1848 sulle miniere il complesso fu concesso a un gruppo di imprenditori piemontesi, che costituirono la società Miniera di Monteponi destinata ad avere un ruolo decisivo nella storia mineraria sarda. Lo sfruttamento ebbe inizio nel 1850; nei decenni successivi, grazie all’opera di tecnici di grande livello come gli ingegneri Guido Kellere Adolfo Pellegrini, l’attività di estrazione si sviluppò giungendo a livelli rilevanti, per cui nel 1870 fu necessario costruire una ferrovia lunga 22 km per consentire il trasporto del minerale estratto fino al porto di Cannelle, vicino a Gonnesa, dove avveniva il caricamento. Negli stessi anni furono impiantate alcune laverie semimeccaniche e fu avviata la costruzione del villaggio per i minatori. Poichè precedentemente i cantieri erano costantemente esposti al pericolo di una inondazione dell’acqua proveniente dai pozzi, nel 1889 fu scavato un canale di scolo, lungo più di 4 km, che permise di convogliare all’esterno tutta l’acqua trovata nel sottosuolo, di tenere all’asciutto i cantieri estrattivi e dimigliorare notevolmente le condizioni degli operai. In seguito furono modernizzate le laverie e fu avviata la costruzione di una fonderia; nel 1904, però, la grande miniera risentì degli scioperi che agitarono l’intero comparto. Nei decenni successivi la produzione continuò a crescere e gli impianti furono ulteriormente modernizzati e sviluppati.Nel 1930 la Monteponi si unì alla Montevecchio e dalla fusione nacque la Società Italiana del Piombo, che rese possibile la costruzione della fonderia di San Gavino. Poichè, però, il problema dell’eduzione dell’acqua che proveniva dai pozzi si era ripresentato, fu necessario realizzare alla profondità di 60 m una nuova centrale di eduzione, che rese possibile l’ulteriore sviluppo della produzione. Scoppiata la seconda guerra mondiale, quando Portovesme e Porto Marghera – che erano i centri di lavorazione del materiale estratto nel grande complesso sardo – vennero bombardati, si determinò il collasso nell’attività estrattiva. Nel 1944, però, il governo militare alleato favorì la ripresa: furono riparati i danni provocati dai bombardamenti e la produzione ritornò a buoni livelli. Poichè ancora una volta si ripresentò il problema dell’acqua, furono impiantate nuove pompe di eduzione, che consentirono lo sfruttamento di nuovi filoni di minerale; la produzione fu meccanizzata e nel 1965 fu costruita la grande galleria Sartori. Poco dopo, tuttavia, cominciò amanifestarsi l’esaurimento dei filoni e la produzione scemò e andò in crisi. La miniera passò allora alla gestione statale: dapprima fu affidata all’EGAM e dal 1971 alla SOGERSA. Furono elaborati progetti per la costruzione di altre pompe che avrebbero consentito lo sfruttamento di nuovi filoni da ricercare a profondità maggiore, ma i costi dell’impresa scoraggiarono l’investimento. Nel 1991, pertanto, gli impianti furono fermati; attualmente gli edifici della miniera, alcuni dei quali di notevole valore artistico e documentario, sono stati compresi nel Parco geominerario.


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