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Monumenti Archeologici Periodo Prenuragico :: Dove andare, come arrivare, informazioni turistiche sui luoghi più importanti della Storia Sarda, dal Portale del Turismo "Le Vie della Sardegna".

Cultura Sarda > Monumenti in Sardegna


Oniferi, necropoli di Sas Concas
Dorgali, dolmen di Motorra

Monumenti Periodo Prenuragico


Dolmen

Il termine "dolmen" (di origine bretone) significa "tavola di pietra" e fa riferimento alla tipica forma dei monumenti così denominati, realizzati proprio come una sorta di tavola litica. I dolmen (come quello di Motorra, ubicato nel territorio di Dorgali) svolgevano la funzione di tombe.
Domus de janas
Le "domus de janas" (case delle fate) sono le grotte artificiali al cui interno venivano deposti vari corpi. Compaiono nel Neolitico recente (cultura di Ozieri) ma il loro uso perdura, grazie alla pratica del riutilizzo, sino all'Eneolitico e, in qualche caso, al Bronzo antico (cultura di Bonnannaro).
Grotte
Nella storia evolutiva delle culture umane lo spazio fisico della grotta ha assunto una rilevanza cruciale sin dalle fasi preistoriche, giungendo non a caso ad assumere significative valenze simboliche. La rilevanza di alcune delle testimonianze archeologiche rinvenute in tali spazi sono un riflesso eloquente di questo fatto.
Menhir
I "menhir" (noti in Sardegna come "
perdas fittas") sono dei grandi blocchi di pietra di forma generalmente allungata, che possono presentare questa forma sia al naturale sia in seguito ad azione umana tendente a regolarizzare la morfologia dei blocchi, che poi possono essere eretti singolarmente o in allineamenti.
Muraglie megalitiche
Con questa denominazione si fa riferimento a grandi recinti murari posti a difesa di spazi abitativi. Si tratta di una specifica tipologia insediativa ben documentata durante l'Eneolitico sardo, di notevole rilevanza sul piano culturale dal momento che pare preludere, con dinamiche evolutive ancora da comprendere appieno, ai futuri esiti monumentali nuragici.
Stazioni preistoriche
Con questa espressione si designano in ambito scientifico le tracce della presenza umana, inquadrabili cronologicamente in ambito preistorico, rilevate in determinati siti. Essa comprende vari tipi di presenze, come ad esempio le tracce di attività produttive. In Sardegna rappresentano un significativo esempio di questo genere di attività le tracce di estrazione e lavorazione dell'ossidiana rilevabili sul Monte Arci.
Templi prenuragici
Con questo termine si designa una specifica categoria monumentale rappresentata da grandi edifici di culto, come il tempio-altare di Monte d'Accoddi, unico nel suo genere nel Mediterraneo. Tali monumenti appaiono di assoluta rilevanza, sia dal punto di vista strutturale che per l'inquadramento cronologico.
Tombe a circolo
Le "tombe a circolo", attestate in Sardegna a Goni (Cagliari) e a Li Muri (Arzachena), sono composte solitamente da un dolmen centrale circondato da una serie di cerchi concentrici, di diametro variabile, composti con pietrame di piccola pezzatura.

Luras, dolmen di Billella.
Luras, dolmen di Ciuledda

Dolmen dove trovarli


Benetutti, Dolmen di Monte Maone
Come arrivare
Lasciato il paese di Benetutti, si segue il sentiero che costeggia per due lati il cimitero. A 2 km circa, sulla sinistra, si trova il cancello d'ingresso nel fondo denominato Maone. Dopo aver superato una ripida collina, in direzione sud-est, si arriva alla casa colonica Angioy Coda. Sulla destra, in corrispondenza di questa, dietro il muretto a secco, è situato il dolmen di Maone. Il dolmen si isola in sito campestre.
Descrizione
La tomba di Maone è un sepoltura dolmenica di tipo misto, vale a dire in parte scavata nella roccia, in parte costruita con massi di granito di diverse dimensioni disposti su filari irregolari. Su questi poggia il lastrone di copertura. Il monumento (lunghezza m 3,5; larghezza m 1,3) comprende un'anticella di pianta trapezoidale (larghezza m 0,65/1,2; lunghezza m 0,87) orientata a S, e una camera rettangolare in pianta (larghezza m 1,3; lunghezza m 1,75; altezza m 1,90) oggi ricolma di terra. Non è improbabile che l'anticella, attualmente a cielo aperto, fosse in origine coperta da una lastra sovrapposta al lastrone di chiusura.
Storia degli studi Il monumento è noto fin dagli inizi del secolo scorso.

Berchidda, dolmen di Monte Acuto
Come arrivare
Dall'abitato di Berchidda prendere la strada che conduce al lago del Coghinas e proseguire per circa 3 km fino ad incontrare, sulla destra, la strada per il Monte Acuto. Lasciare l'auto dopo poche centinaia di metri, proseguendo a piedi sino quasi a raggiungere la cima del rilievo. Il dolmen si trova in una radura in prossimità delle rovine del castello medioevale del Monte Acuto. Il monumento è ubicato su un pianoro alle pendici del Monte Acuto, in prossimità delle rovine dell'omonimo castello e nell'omonima regione, nella Sardegna settentrionale.
Descrizione
Si tratta di uno dei più grandi dolmen presenti nella zona. Orientato a SO, è stato realizzato sfruttando un affioramento granitico. La sepoltura, a pianta rettangolare (largh. m 1,30/1,50; prof. m 3,50-4,00; alt. m 1,00-1,50), è delimitata lateralmente da due ortostati con facce interne ben lavorate, mentre sul fondo è chiusa da un paramento murario realizzato con pietre di grandi dimensioni. La struttura è coperta da un lastrone poligonale spezzato in due parti (lungh. m 4,00 circa; largh. m 2,80 circa) e mostra sulla lastra d. una coppella emisferica, mentre altre otto coppelle sono presenti su uno dei frammenti della copertura.
L'area circolare antistante il monumento, in corrispondenza del dirupo, è delimitata da un muro e da affioramenti rocciosi. Sul lato d. dell'ingresso, presso i resti di una struttura muraria, è individuabile un menhir aniconico rovesciato. Il monumento è databile al Neolitico finale-Eneolitico. Il sito fu frequentato durante l’età del Bronzo e in periodo medievale.
Storia degli scavi Il dolmen è stato scavato nel 1994 da Paola Basoli.

Berchidda, dolmen di Sant'Andrea
Come arrivare
Dalla periferia dell'abitato di Berchidda seguire le indicazioni per la chiesa campestre di Sant'Andrea. I dolmen sono situati nelle vicinanze. I due monumenti sono ubicati nella valle ai piedi del Monte Abialzos, rilievo granitico della regione del Monte Acuto, nella Sardegna settentrionale.
Descrizione
Il sito di Sant'Andrea presenta due sepolture dolmeniche realizzate con blocchi di granito. Il primo dolmen mostra il vano funerario delimitato, come di consueto in questa tipologia monumentale, da lastre infisse a coltello nel terreno. Tre ortostati con superficie interna lavorata accuratamente costituiscono le due pareti laterali la parete di fondo. Su questi poggia il lastrone di copertura: subcircolare, appiattito e ben lisciato nella superficie inferiore - per assicurare un miglior appoggio sulle strutture sottostanti - e lasciato al naturale in quella superiore. La sepoltura era racchiusa da un peristalite, di cui residuano alcune lastre. La struttura era funzionale a sorreggere il tumulo di terra e pietrame minuto che ricopriva la tomba. Il secondo dolmen, a pianta rettangolare, è delimitato da tre ortostati. Le superfici interne delle lastre sono appiattite e ben lisciate. Manca la lastra di copertura, i cui frammenti sono individuabili all'interno di un vicino muro a secco.
Storia degli scavi I monumenti sono noti fin dalla metà del secolo scorso.

Dorgali, dolmen di Motorra
Come arrivare
Da Dorgali si prende la SS 125 per Orosei. Prima del segnale del km 207 si trova una stradina sulla sinistra, segnalata da un cartello; si lascia l'auto e si percorre un viottolo molto stretto e accidentato tra due terreni, per circa 400 metri. Quindi si varca un cancelletto di legno sulla sinistra, che segnala l'ingresso all'area dove sorge il dolmen. Dopo essere entrati, andare avanti per 50 metri: il dolmen si trova sulla destra.
Il dolmen è ubicato su un breve altopiano basaltico (m 214 s.l.m.), in prossimità dei resti del nuraghe omonimo.
Descrizione
La sepoltura di Motorra rappresenta un raro esempio di dolmen a corridoio.
Costruita in pietra basaltica, presenta pianta esagonale (m 1,80 x 2,10 x 0,80) delimitata da otto lastre rettangolari, ben lavorate nella faccia interna, e coperta da un unico lastrone pentagonale irregolare (m 3,00 x 2,90; spess. m 0,35/0,30). Si accede al vano funerario attraverso un ingresso, rivolto a S-SO, che conserva ancora in situ il chiusino ora frammentario. L'ingresso immette in un breve corridoio - di altezza inferiore a quella della camera sepolcrale - formato, in origine, da quattro ortostati e coperto da tre lastre ora spostate. La sepoltura è racchiusa da un doppio peristalite di forma ellittica (m 4,90x4,10), costituito da undici lastre residue. La struttura era funzionale a sorreggere il tumulo di terra e pietrame minuto che ricopriva la tomba. Presso il lato O del persitalite, in direzione NO della tomba, sono presenti tre lastroni affiancati e infissi a coltello sul terreno (lungh. 2 m circa): gli ortostati sono stati interpretati da alcuni studiosi come i resti di una muratura di rinforzo lungo l'area più esposta alle intemperie, da altri come parte residua di un secondo peristalite più esterno. I materiali recuperati in seguito agli interventi clandestini consentono di datare la tomba e di ricostruire le diverse fasi di utilizzo. I reperti più antichi e significativi sono quattro frammenti fittili di cultura Ozieri. Sono stati inoltre rinvenuti: due perline in calcedonio, un singolare amuleto in osso a forma di testina umana (alt. cm 1,9), un piccolo "brassard" a tre fori in arenaria (lungh. cm 4,4; largh. m 2,1) ed alcune ceramiche di cultura Bonnanaro.
Storia degli scavi Fu scavato dai clandestini.

Laconi, Menhir e dolmen di Corte Noa
Come arrivare
Dall'abitato di Laconi ci si dirige verso la periferia settentrionale del paese seguendo le indicazioni per l'Agriturismo Genna 'e Corte. Percorsi circa 7 km si raggiunge il ponte sul Rio Bidissariu, superato il quale si prosegue ancora per 1,7 km, dopo i quali, in una zona pianeggiante, si trova un cancello di ferro a sinistra. Si entra a piedi e si percorrono poche centinaia di metri, poi ci si dirige a sinistra verso l'avvallamento e si prosegue ancora per altri cento metri, sino a che saranno visibili verso SE i menhirs di Corte Noa. Per il dolmen bisogna proseguire verso la collinetta, 250 metri a NE rispetto ai menhirs.
L'area archeologica è situata sul pendio N del colle di Conca Zerfalìus, a circa km 1,5 a sud di Genna Arrale.
Descrizione
Il sito presenta un allineamento di menhir "protoantropomorfi", evidenziati in superficie dai lavori agricoli. I monoliti, in numero di 7, alti fra i metri 1,25 e 2,23, lavorati a martellina ma privi di figurazioni, presentano slanciato profilo a faccia piana e dorso convesso. Sei di essi, distanti tra loro rispettivamente m 79, m 2,50, m 5,30, m 6,50, sono disposti in asse da NNE a SSO; il settimo, spostato verso O e compreso in origine fra i primi due, è scivolato a valle forse a causa dei lavori agricoli. In superficie si raccolgono sporadiche schegge di ossidiana. A circa 200 metri a E dell'allineamento, ad una quota poco più alta, sulla propaggine N del Conca Zerfalìu, si trova l'omonimo dolmen a galleria ("allée converte"). Il monumento, ora a cielo aperto, ubicato in prossimità di un vecchio ovile, era utilizzato dai pastori come rifugio per piccoli animali. A S, in prossimità dell'ingresso, ancora interrato e poco visibile, emerge una larga pietra fitta in trachite alta poco più di un metro. Il corpo tombale del dolmen, disposto lungo l'asse NS, lungo circa m 9, è delimitato da lastre ortostatiche infisse a coltello disposte su due file parallele, alte circa m 1,50; la testata è costituita da un grosso masso naturale con superficie interna lisciata. La larghezza del corridoio passa da m 1,60 all'ingresso a m 2,10 sul fondo. Una lastra su cui si apriva il portello d'accesso, ed i cui resti si trovano ancora "in situ", separava la zona d'ingresso dalla cella funeraria vera e propria. Il monumento, causa antiche profanazioni, risulta, come già detto, privo di copertura. Lo scavo ha restituito scarsi resti scheletrici; numerosi invece gli elementi dei corredi funerari che evidenziano fasi eneolitiche assimilabili alle culture di Filigosa e Abealzu. Ricordiamo le numerose punte di freccia in ossidiana con corpo triangolare peduncolato e con ritocco coprente bifacciale, alcuni elementi metallici, quali anellini piatti o di sezione tonda, spiraline in argento e piccoli frustoli di piombo metallico. Tra il materiale ceramico, oltre a pochi frammenti decorati di tipologia Ozieri da riferire, probabilmente, alla prima frequentazione (inquadrabile dunque nel Neolitico finale, 3200-2800 a.C.), bisogna segnalare il rinvenimento di numerosi vasi a collo lungo, tripodi, olle, che orientano verso tipologie eneolitiche.
Storia degli scavi Il dolmen è stato scavato nel 1982 da Enrico Atzeni.

Luras, dolmen di Alzoledda
Come arrivare
Poco prima di Calangianus si gira a s. sulla SP 10 direttamente per Luras: il dolmen è situato a margine del campo sportivo comunale, sulla s. prima di entrare in paese. Attualmente il sito è inglobato nel tessuto urbano del piccolo centro gallurese: si trova di fronte allo stadio comunale, sul declivio E di un basso rilievo granitico di cui sfrutta la cavità.
Descrizione
La piccola sepoltura dolmenica di Alzoledda è stata danneggiata - nel corso dei lavori di sbancamento effettuati per la realizzazione dello stadio comunale - da mezzi meccanici che probabilmente hanno asportato i resti del peristalite o del tumulo. Il dolmen presenta una camera di pianta trapezoidale (lungh. m 2,50; largh. m 1,40; alt. m 0,80) con ingresso rivolto verso E. Le pareti laterali sono formate ciascuna da un ortostato sul quale poggiano massi che regolarizzano il piano di posa della copertura. La parete di fondo è costituita da un unico grande lastrone a coltello. Funge da copertura un unico lastrone quadrangolare (m 2 x 2,20 x 0,40) che sporge di cm 40/50 sulle sottostanti pareti. La lastra presenta superficie superiore grezza e convessa mentre quella interna è piatta e ben lavorata per assicurare un miglior appoggio sulle strutture sottostanti.
Storia degli scavi Nel 1996 il monumento fu oggetto di indagine archeologica seguita da B. D'Arragon.

Luras, dolmen di Billella
Come arrivare
Da Luras si prende la strada a s. del monumento a Padre Pio che, in leggera discesa, esce dal paese. Si tiene sempre la s. ai due incroci che si incontrano sino a percorrere km 1,5 circa: il dolmen, segnalato da un cartello, si trova più in là di un muretto a secco, sulla d. della strada.
Il dolmen sorge sul piano roccioso nelle campagne a S del paese.
Descrizione
Presenta una camera a pianta rettangolare (m 2 x 1,70 x 1,70) alla quale si accede tramite un ingresso rivolto a NE. Il lato di fondo e le pareti laterali sono formati da lastre ortostatiche: il lato di s. è delimitato da due massi, uno dei quali è sagomato nella faccia superiore quasi a ogiva per consentirne l'inserimento in una concavità della lastra di copertura; la parete d. è costituita, invece, da un unico ortostato rettangolare di grandi dimensioni (m 2,20 x 0,60 x 1,20). La superficie di posa dei lastroni delle pareti laterali presenta un dislivello notevole (m 0,70), caratteristica che non sembra trovare riscontro, sino ad ora, in monumenti dello stesso tipo. Il lastrone di copertura arrotondato (m 2,20 x 2,30 x 0,60) è appiattito nella superficie inferiore e lasciato al naturale in quella superiore.
Storia degli studi Il monumento è noto fin dalla metà del secolo scorso.

Luras, dolmen di Ciuledda
Come arrivare
Da Luras si esce sulla SP 10, in direzione di Luogosanto, si svolta a d. nell'ultima strada del paese (via Ariosto) e la si percorre sino alla fine. Si seguono le indicazioni per arrivare al dolmen di Ciuledda. La sepoltura si raggiunge proseguendo a d., dopo poche centinaia di metri, su una stradina in discesa. Il dolmen sorge su un terreno recintato accessibile attraverso un cancelletto di legno.
Il dolmen si trova a NE di Luras, su un pendio che domina ampie zone pianeggianti.
Descrizione
La tomba è stata costruita su un bancone di roccia granitica in una piccola conca pianeggiante dotata di numerosi massi erratici e cavità con canalette naturali – forse parzialmente adattate dall'uomo – che costituiscono un ottimo sistema di deflusso delle acque piovane attorno al monumento. La sepoltura presenta una camera di pianta semicircolare (largh. m 1,50; lungh. m 3; alt. m 1-0,60) – con ingresso rivolto a E – delimitata sul lato d., rettilineo, da tre lastre lavorate nella faccia a vista, e su quello s., curvilineo, da quattro ortostati intervallati da pietrame minuto. La parete di fondo è costituita da due lastre sovrapposte. Un'unica lastra poligonale (lungh. m 3,40; largh. m 2,50; spess. m 0,50) – che alterna tratti rettilinei e curvilinei e si assottiglia ai margini – costituisce la copertura del vano.
Storia degli scavi Nel 1996 il monumento è stato oggetto di indagine archeologica a cura di B. D'Arragon.




Domus de janas dove trovarle


  • Alghero, Necropoli di Anghelu Ruju
  • Alghero, Necropoli di Santu Pedru
  • Anela, Necropoli di Sos Furrighesos
  • Benetutti, Domus di Molimentos
  • Bonnanaro, Necropoli di Corona Moltana
  • Bonorva, Necropoli di Sant'Andrea Priu
  • Bosa, Necropoli di Coroneddu
  • Buddusò, necropoli di Iselle
  • Buddusò, necropoli di Ludurru
  • Busachi, Necropoli di Campu Maiore
  • Cargeghe, Domus di Pescialzu
  • Cargeghe, Necropoli di S'Elighe Entosu
  • Castelsardo, Domus dell'Elefante
  • Cheremule, Necropoli di Moseddu
  • Chiaramonti, Necropoli di Su Murrone
  • Florinas, Necropoli di Pedras Serradas
  • Florinas, Necropoli di S'Abbadia
  • Illorai, Necropoli di Molia
  • Ittireddu, Necropoli di Partulesi
  • Ittiri, Necropoli di Sa Figu
  • Lotzorai, necropoli di Tracucu, Genna 'e Tramonti, Fund 'e Monti
  • Macomer, necropoli di Filigosa


Domus de janas dove trovarle


  • Mamoiada, necropoli di Sa Conchedda Istevene
  • Morgongiori, Necropoli e menhir di Prabanta
  • Nughedu Santa Vittoria, Necropoli di Sas Arzolas de Goi
  • Nuoro, necropoli di Maria Frunza/Ianna Ventosa
  • Oniferi, necropoli di Brodu
  • Oniferi, necropoli di Sas Concas
  • Ossi, Necropoli di Mesu 'e Montes
  • Pimentel, Necropoli di S'Acqua Salida e di Corongiu
  • Porto Torres, Necropoli di Su Crucefissu Mannu
  • Putifigari, necropoli di Monte Siseri
  • San Giovanni Suergiu, necropoli di Locci Santus
  • Sassari, Necropoli di Ponte Secco
  • Sedini, Domus della Rocca
  • Sennori, necropoli dell'Orto del Beneficio Parrocchiale
  • Sorradile, Necropoli di Prunittu
  • Sorradile, Necropoli di Sas Lozas e Isterridorzu
  • Suni, Necropoli di Chirisconis
  • Villa Sant'Antonio, Necropoli di Genna Salixi
  • Villa Sant'Antonio, Necropoli di Is Forrus e menhir di Monte Corru Tundu
  • Villanova Monteleone, Necropoli di Puttu Codinu
  • Villaperuccio, necropoli di Montessu
Porto Torres, domus de janas Su Crocefissu Mannu
Bonorva, domus de Janas
Nuoro, Monte Ortobene, Sas Birghines

Porto Torres, domus de janas Su Crocefissu Mannu

La necropoli comprende almeno 22 sepolture, alcune delle quali, rinvenute sigillate, documentano singolari pratiche sepolcrali. Gli ipogei sono accessibili mediante un ingresso a pozzetto verticale o attraverso un corridoio ("dromos") discendente. Le planimetrie, piuttosto articolate – tipiche delle necropoli ipogeiche del Sassarese - presentano numerosi vani disposti intorno ad un'ampia camera principale. La necropoli è databile al neolitico finale, con fasi dell'Eneolitico e del Bronzo antico (3200-1600 a.C.). Tra le sepolture sinora rinvenute, si segnalano le tombe VIII, XII e XXI, per la complessità dell'impianto planimetrico e per la presenza di elementi simbolici (protomi bovine) scolpiti alle pareti. La tomba VIII si compone di un breve "dromos" che introduce in due piccoli vani quadrangolari; da questi si passa in un'ampia cella rettangolare intorno alla quale si dispongono dieci vani secondari. La tomba XII si compone di ben 15 vani. Un lungo "dromos" immette in un'anticella, di dimensioni ridotte, sulla cui parete destra si affaccia un vano quadrangolare che immette in altre quattro camere.
Come arrivare
Percorrere la SS 131 in direzione di Porto Torres sino al Km 224,1; svoltare a destra in una stradina a fondo naturale e percorrerla sino alla fine (circa 400 metri): la necropoli è situata sul tavolato calcareo a sinistra del viottolo. La necropoli si apre in un banco calcareo, in località Li Lioni, a pochi km dal Golfo dell'Asinara, nella Sardegna nord-occidentale.

Bonorva, Necropoli di Sant'Andrea Priu

La necropoli è ubicata sul limite orientale della piana di Santa Lucia, a pochi km di distanza dalla fonte nuragica di Lumarzu, dal nuraghe Puttu de Inza e dal nuraghe Monte Donna. Le domus de janas che compongono questa necropoli, una delle più estese ed importanti della Sardegna, sono scavate sulla parete verticale e sul pianoro di un affioramento trachitico - alto circa 10 m e orientato a S - e consisono in una ventina di sepolture disposte per lo più ad una certa altezza rispetto al livello di campagna.
Cronologicamente sono inquadrabili nel neo-eneolitico, fra IV e III millennio a.C., ma le prime fasi di utilizzo sono da ricondurre alla Cultura di Ozieri (Neolitico finale: 3200-2800 a.C.). Gli ipogei risultano accessibili solo in parte, in quanto il cedimento parziale del fronte di roccia ha causato la distruzione di alcuni vani e dei gradini o pedarole che consentivano di raggiungerli. L'impianto planimetrico delle sepolture è monocellulare o pluricellulare: a quest'ultimo tipo appartengono tre tombe di particolare interesse: la "Tomba del Capo", la "Tomba a capanna circolare" e la "Tomba a camera".
Come arrivare
Dall'abitato di Bonorva, prendere la strada per Bono e percorrerla per circa 6 km, quindi svoltare a destra in una strada asfaltata che conduce alla chiesa campestre di Santa Lucia. Superarla e proseguire per altri 500 metri circa fino a raggiungere, sulla sinistra della strada, l'area recintata della necropoli.

Nuoro, necropoli di Maria Frunza/Ianna Ventosa

La necropoli è ubicata sulle pendici del Monte Ortobene, rilievo granitico a pochi chilometri da Nuoro, nella Sardegna centro-settentrionale.Il complesso ipogeico, scavato in un'altura rocciosa, è costituito da cinque sepolture: la tomba di Janna Ventosa e le quattro tombe dette di "Maria Frunza". La tomba di Janna Ventosa – la più conosciuta – è di tipo misto: alla grotticella artificiale è stato addossato un corridoio megalitico.
Come arrivare
Da Nuoro prendere la strada per il Santuario della Solitudine e Marreri e procedere per circa 2 km sino a trovare sulla destra una casa bianca e sulla sinistra un bosco di pini. Imboccare a piedi il sentiero presente sul limitare del bosco per circa 300 m: sulla sinistra appare un costone roccioso sul quale si trova la prima sepoltura di Maria Frunza, mentre le altre tombe sono ubicate più in basso a valle seguendo il medesimo costone. La tomba di Janna Ventosa è invece ubicata un chilometro prima, sempre sulla strada di Marreri: si raggiunge anche in questo caso svoltando a sinistra in una stradina che si inoltra nell'area di rimboschimento.

Titolo della foto: Nuoro, Monte Ortobene, Sas Birghines. Autore: Wagner Max Leopold. Curiosità: la foto fu pubblicata nel 1908 nel numero XCIII della rivista tedesca di geografia ed etnologia Globus, insieme ad appunti di viaggio dalla regione del Gennargentu, con rimando alle domus de janas site all’estremità settentrionale del Monte Ortobene. La firma dell'articolo era ovviamente dello stesso Wagner.

Ozieri, grotta di San Michele

Grotte con testimonianze archeologiche, come trovarle


Dorgali, figurazioni della grotta del Bue Marino

Come arrivare
La grotta è raggiungibile via mare con traghetti che attraccano nel porticciolo di Cala Gonone. La grotta del Bue Marino (comune di
Dorgali) si apre direttamente sul mare, nelle scenografiche falesie calcaree del golfo di Orosei. È costituita da due vaste gallerie che hanno uno sviluppo totale di 4 km.
Descrizione
Sono state individuate una ventina di figure antropomorfe, una coppella e due cerchi con piccola coppella centrale; i motivi sono per lo più raggruppati. Un piccolo gruppo di tre figure è inciso a circa 2 m a s., una figura isolata si trova a 2,5 m di distanza, in alto. Le figure sono del tipo "a doppia forcella", con un segmento verticale (il corpo) e due semicerchi contrapposti (le braccia sollevate e le gambe piegate). Il segmento verticale è lungo mediamente 30 cm. Il solco dell'incisione è di 1 cm. Lo schema presenta numerose varianti: una figura isolata "a candelabro", con arti multipli; due figure con appendice laterale obliqua; una figura con gambe e braccia piegate nella stessa direzione. Gli arti sono più o meno lunghi, inclinati e arcuati. Le figure appaiono erette e si dispongono con grande libertà tra di loro e rispetto ai tre motivi circolari. L'interpretazione della scena è problematica. Gli studiosi suppongono che si tratti di una danza che vede coinvolti esclusivamente uomini (la parte inferiore del segmento verticale rappresenterebbe il sesso maschile). La coppella e i cerchi con coppella sarebbero connessi con una simbologia solare. Per quanto riguarda la datazione, non si hanno elementi decisivi. Confronti con una figurina del riparo di Frattale (Oliena), col motivo "ancoriforme capovolto" delle statue-menhir sarde, e con motivi dell'arte camuna, portano a collocare le figurazioni nell'orizzonte dell'Eneolitico finale (2100-1800 a.C.).
Storia degli scavi Le figurazioni sono incise all'ingresso della grotta, nella superficie ricurva della roccia, poco prima del passaggio alla Sala della Dama Bionda, dove negli anni quaranta del Novecento fu effettuato un breve intervento di scavo ad opera di Giovanni Lilliu. Lo scavo restituì materiali della cultura di San Michele (Neolitico finale, 3200-2800 a.C.). La scoperta delle figurazioni, nel 1977, destò un grande interesse poiché per la prima volta nell'isola si rinvenivano incisioni preistoriche in una grotta per la quale poteva essere ipotizzato un uso non sepolcrale. La loro lettura è resa difficile dalle irregolarità del calcare e dallo stato di corrosione provocato dalla salsedine nelle superfici della grotta.

Oliena, grotta Corbeddu
Come arrivare
La grotta Corbeddu (Comune di
Oliena) è attualmente chiusa ai visitatori e comunque difficile da individuare. È raggiungibile attraverso un sentiero che ha inizio a d. dell'ingresso della grotta "Sa Oche" e risale la montagna.
La grotta Corbeddu è ubicata all'interno della valle di Lanaittu.
Descrizione
La grotta Corbeddu deve il suo nome al famigerato bandito barbaricino Giovanni Corbeddu, vissuto verso la metà dell'Ottocento, che la scelse come rifugio. Si tratta di una cavità a sviluppo pressoché orizzontale, lunga circa 130 m, suddivisa in tre "sale" principali e terminante in un piccolo ambiente. Gli scavi archeologici hanno consentito il recupero di reperti di notevole importanza per la ricostruzione della storia sarda: è infatti da questo sito che provengono le prime attestazioni archeologiche che testimoniano la presenza umana in Sardegna nel Paleolitico superiore, assieme ad altri reperti forse inquadrabili nel Mesolitico e ad attestazioni relative al Neolitico antico. I reperti inquadrabili nel Paleolitico superiore sono un osso temporale ed uno mascellare umani, entrambi giacenti nel medesimo livello ed appartenenti ad uno stesso individuo, rinvenuti nella seconda sala. Sono databili, attraverso le analisi al radiocarbonio, a 13.500 anni dal presente (con un margine di errore di 140 anni). Sempre nella seconda sala della grotta è stato recuperato più recentemente un altro singolare resto fossile umano, consistente nella porzione prossimale della prima falange di una mano, datata circa 20.000 anni dal presente. A tutt'oggi questi reperti risultano essere i più antichi resti umani rinvenuti in un contesto archeologico insulare del Mediterraneo. Altra particolarità consiste nel fatto che queste ossa presentano caratteristiche morfologiche che evidenziano un marcato endemismo rispetto alle altre specie del genere "Homo" attestate in Europa in quel periodo. Dallo stesso strato in cui furono rinvenuti i resti ossei umani provengono fossili appartenenti ad un numero ridotto di specie endemiche di fauna selvatica, il cervide "Megaceros cazioti" e il roditore "Prolagus sardus", entrambi ormai estinti, in associazione a pochi manufatti del Paleolitico superiore. Di particolare rilievo è inoltre il ritrovamento, effettuato successivamente nel fondo della sezione di scavo della prima sala, di una porzione prossimale di un'ulna umana, assegnata ad un individuo diverso da quello a cui appartenevano le parti di cranio, che erano state rinvenute nella seconda sala. Anche questo interessante frammento osseo presenta una morfologia differente da quella dell'"Homo sapiens" e appare caratterizzato da un accentuato endemismo. Sono stati rinvenuti anche frustoli di carbone misti ad ossa di animali selvatici, con tracce di fuoco, databili a circa 25.700 anni da oggi. Significativo inoltre il rivenimento di industria in osso e litica: raschiatoi, lame, bulini, ecc., in selce, quarzo, calcare marnoso, databili tra i 14.500 e i 12.000 anni dal presente.
Si segnalano infine reperti riconducibili alle fasi del Neolitico antico e medio.
Storia degli scavi Nel 1967 Bruno Piredda, uno dei fondatori del "Gruppo Grotte Nuorese", notò la presenza nella grotta di ossa di "Prolagus sardus", un roditore della taglia d'un coniglio, ormai estinto. Nel 1968 la paleontologa statunitense Mary Dawson del "Cornegie Museum" di Pittsburg (USA), venuta a conoscenza della scoperta, progettò una campagna di scavi scientifici. Nel 1982 vennero intrapresi scavi sistematici in alcuni ambienti della grotta, sotto la direzione di P.Y. Sondaar dell'"Instituut voor Aardwetensc-happen e Rijksuniversiteit" di Utrecht (Olanda), con la collaborazione della Soprintendenza alle Antichità di Sassari e di Nuoro, rappresentata dall'archeologo Mario Sanges. Gli scavi proseguirono negli anni 1983 e 1986.

Ozieri, Grotta di San Michele
La grotta sprofonda nel calcare per un'ottantina di metri ed è articolata in sale e cunicoli tappezzati di stalattiti, alimentate da piccole gocce d'acqua. In parte distrutta, fu riutilizzata sia come abitazione, sia come luogo di culto e necropoli, a sepoltura ipogea, scavata nella roccia e destinata a tomba collettiva, detta "domus de janas" (casa di fate).
Descrizione
Da questa grotta prende il nome la cosiddetta cultura di "Ozieri" o di "San Michele", inquadrata nel Neolitico finale in Sardegna, tra il 3.200 e il 2.800 a.C.
Si tratta di una cultura basica o di fondo, quasi popolare, che si differenzia dalla precedente cultura di Arzachena per provenienza e mantenimento dell'integrità delle origini etnologiche ed economiche-funzionali. Una cultura, dunque, di tipo urbano sedentario, democratica, ma che, giunta alla periferia provinciale, si trasforma in cultura rurale e contadina che degrada dal modello dell'accentramento urbano a quello di villaggio. Gli agricoltori e pastori di questa cultura vivono in abitazioni a tipologia duplice: in caverna naturale o in raggruppamento elementare, su cui forse hanno influito l'ambiente e il modo economico di vivere, ovvero la pastorizia. Oppure, complesso di capanne costruite con vari materiali (pietre, frasche ed erbe palustri), come manifestazione di comunità che ricorda quella di culture primitive dell'Oriente mediterraneo, forse introdotte dai "cercatori di metallo". I materiali ceramici rinvenuti nella grotta sono tecnicamente perfetti, nettamente superiori alle ceramiche di tutte le culture successive, con particolare produzione e decorazione di vasi di pietra. Il disegno dei semicerchi concentrici prevale. È realizzato con la tecnica "dentellata", accanto alla quale si delineano motivi decorativi più semplici quali taccheggiature sugli orli, impressioni a grosso punteggiato, a profonde virgolature, a lunule. Anche la decorazione ceramica è di tipo orientale, importata dai navigatori e cercatori di rame, colonizzatori della Sardegna, e successivamente incrementata dai continui contatti commerciali e culturali coi vari popoli dell'Oriente mediterraneo. La cultura di Ozieri è caratterizzata inoltre da una produzione di strumenti in selce e ossidiana. Tra i materiali rinvenuti, sono di notevole importanza una pisside finemente decorata con motivi ornamentali a spirale corniformi, di influenza egeo-orientale, presente anche nell'ipogeo a pozzetto di Corongiu-Pimentel e nella groticella artificiale di Mandra Antine di Thiesi; un idoletto femminile di tipo cicladico, di piccole dimensioni, in marmo bianco, del tipo cruciforme senza il traforo delle braccia e con parte inferiore tondeggiante; vasi in pietra (steatite, calcite, clorite), tra cui un vasetto a cestello di piccole dimensioni, decorato a bande tratteggiate e riempite di ocra rossa sulla superficie esterna, verso il basso; mentre, sulla superficie interna, è decorato con motivi a semicerchio, a bande tratteggiate, disposti a corona intorno all'orlo. I reperti sono conservati nel Museo Nazionale "G. A. Sanna" di
Sassari.
Storia degli scavi Gli scavi sono stati condotti a partire dal 1914 e successivamente nel 1949.


Goni, menhirs

Menhir come trovarli


Goni, Menhir e sepolture megalitiche di Pranu Mutteddu
Come arrivare
Dalla SS 131 si svincola per Senorbì, all'altezza di Monastir, direzione Oristano-Sassari. Si svolta a destra e si percorre la SS 128. Si attraversa Senorbì e si imbocca la SP 23. L'area archeologica di Pranu Muteddu si può vedere sulla s., qualche chilometro prima dell'abitato di Goni. L'area archeologica è situata nel Pranu Mutteddu, un'estesa piattaforma arenacea e scistosa del Gerrei, regione della Sardegna sud-orientale. Gli scavi si estendono all'interno di una lussureggiante sughereta.
Descrizione
Pranu Mutteddu è una delle più suggestive e importanti aree funerarie della Sardegna preistorica. A N del pianoro, in località Su Crancu, si localizza l'agglomerato capannicolo di riferimento della necropoli.
A S di esso si trovano i sepolcreti di Pranu Mutteddu e di Nuraxeddu, eccezionalmente attorniati da folti gruppi di menhir (in coppie, in allineamento o presenti all'interno delle stesse tombe) e da costruzioni rotonde di probabile carattere sacrale. Più a S, sul roccione di Genna Accas, è situata l'omonima necropoli ipogeica a domus de janas con tre circoli tombali. Altre strutture affiorano nella zona circostante, particolarmente interessanti i resti dell'"allée converte" di Baccoi. I sepolcri, costruiti con l'arenaria locale, sono in genere costituiti da due-tre anelli concentrici di pietre, talvolta presentano un paramento gradonato per il sostegno del tumulo. Al centro è presente la camera funeraria, costruita in tecnica sub-ciclopica, alla quale si accede tramite un corridoio formato da lastroni ortostatici (talvolta menhir) coperti a piattabanda. Le celle interne si diversificano per forma, circolari o allungate, in base al numero di sepolture che dovevano ospitare: non mancano le ciste monosome dove il defunto veniva introdotto attraverso un portello quadrangolare e deposto rannicchiato. Le coperture delle celle erano tabulari o a pseudovolta a mensole aggettanti. La tomba II, particolarmente grandiosa, presenta l'ingresso, l'anticella e la cella funeraria scavati in due distinti blocchi rocciosi trasportati in loco e adagiati su una massicciata accuratamente predisposta; nella fine lavorazione della pietra, ottenuta con la martellina, e nel disegno architettonico e planimetrico richiamano fedelmente le sepolture a domus de janas. Lo scavo della tomba II ha restituito vasetti miniaturistici, un pomo sferoide, punte di freccia in ossidiana, uno stiletto e un pugnaletto in selce, un piattello fittile, un'accettina in pietra bianca ed elementi di collana in argento. Gli oggetti evidenziano un contesto Ozieri (Neolitico finale, 3200-2800 a.C.) con attardamenti nel primo Calcolitico (2800-2600 a.C.). Per quanto riguarda i menhir, Pranu Mutteddu restituisce, con i suoi 50 esemplari, il maggiore raggruppamento della Sardegna. Distribuiti variamente, in coppia, in allineamenti, in piccoli gruppi, talora sulle stesse architetture tombali, sono realizzati con l'arenaria locale. Sono del tipo "protoantropomorfo", a forma ogivale o subogivale e superficie anteriore piana.
Storia degli scavi Il complesso è stato scavato a più riprese da Enrico Atzeni, a partire dal 1980.

Laconi, Cromlech e menhir di Is Cirquittus
Come arrivare
Da Laconi, si percorre la SS 442 per Uras; dopo circa 6,5 km si volta a destra per Asuni. Circa 1,5 km prima di arrivare a quest'ultimo centro, 200 metri prima del campo sportivo si volta in una stradina sulla destra, ed immediatamente dopo in un'altra stradina sempre sulla destra, che si percorre per circa 1 km, sino al bordo dell'altura di Cuccuru Mandareddu: il circolo è a sinistra del viottolo, mentre a destra sono i menhir allineati. L'area archeologica è sul bordo dell’altura di Cuccuru Mandareddu, nell'Arborea, regione della Sardegna centrale.
Descrizione
Il complesso cultuale è costituito da un "cromlech" affiancato da un allineamento di menhir. Nell'area circostante, ad attestare l'intensa frequentazione del territorio nella preistoria, è presente una necropoli ipogea. Il "cromlech", di forma sub-circolare (diam. m 20 x 30), è costituito da grandi massi rotondeggianti di pietre di diversa natura (trachite, granito grigio e bianchissimo quarzo) trasportati anche da notevoli distanze. Lo affiancano un allineamento di almeno cinque menhir protoantropomorfi. Dell'allineamento fa parte uno splendido monolite alto due metri, forgiato nella trachite bruna locale, che presenta uno slanciato prospetto a lati rettilinei e paralleli; l'apice - arrotondato - si mostra arcuato. Un secondo menhir, che residua oggi per un'altezza di 2 metri, in trachite gialla, spezzato al vertice ma di foggia simile al precedente, presenta la superficie frontale interamente ricoperta da 135 coppelle. Nell'area circostante sono presenti resti di probabili strutture funerarie; una singolare costruzione di pianta subquadrangolare (m 9 x 7,5), delimitata da ortostati, aveva probabilmente una funzione sacra. Il complesso è ascrivibile al Neolitico finale (3200-2800 a.C., cultura di Ozieri) ed Eneolitico iniziale e medio (2800-2400, culture di Filigosa e Abealzu).
Storia degli scavi Sono in corso le ricerche a cura di Enrico Atzeni.

Laconi, Menhir e dolmen di Corte Noa
Come arrivare
Dall'abitato di Laconi ci si dirige verso la periferia settentrionale del paese seguendo le indicazioni per l'Agriturismo Genna 'e Corte. Percorsi circa 7 km si raggiunge il ponte sul Rio Bidissariu, superato il quale si prosegue ancora per 1,7 km, dopo i quali, in una zona pianeggiante, si trova un cancello di ferro a sinistra. Si entra a piedi e si percorrono poche centinaia di metri, poi ci si dirige a sinistra verso l'avvallamento e si prosegue ancora per altri cento metri, sino a che saranno visibili verso SE i menhirs di Corte Noa. Per il dolmen bisogna proseguire verso la collinetta, 250 metri a NE rispetto ai menhirs. L'area archeologica è situata sul pendio N del colle di Conca Zerfalìus, a circa km 1,5 a sud di Genna Arrale.
Descrizione
Il sito presenta un allineamento di menhir "protoantropomorfi", evidenziati in superficie dai lavori agricoli. I monoliti, in numero di 7, alti fra i metri 1,25 e 2,23, lavorati a martellina ma privi di figurazioni, presentano slanciato profilo a faccia piana e dorso convesso. Sei di essi, distanti tra loro rispettivamente m 79, m 2,50, m 5,30, m 6,50, sono disposti in asse da NNE a SSO; il settimo, spostato verso O e compreso in origine fra i primi due, è scivolato a valle forse a causa dei lavori agricoli. In superficie si raccolgono sporadiche schegge di ossidiana. A circa 200 metri a E dell'allineamento, ad una quota poco più alta, sulla propaggine N del Conca Zerfalìu, si trova l'omonimo dolmen a galleria ("allée converte"). Il monumento, ora a cielo aperto, ubicato in prossimità di un vecchio ovile, era utilizzato dai pastori come rifugio per piccoli animali. A S, in prossimità dell'ingresso, ancora interrato e poco visibile, emerge una larga pietra fitta in trachite alta poco più di un metro. Il corpo tombale del dolmen, disposto lungo l'asse NS, lungo circa m 9, è delimitato da lastre ortostatiche infisse a coltello disposte su due file parallele, alte circa m 1,50; la testata è costituita da un grosso masso naturale con superficie interna lisciata. La larghezza del corridoio passa da m 1,60 all'ingresso a m 2,10 sul fondo. Una lastra su cui si apriva il portello d'accesso, ed i cui resti si trovano ancora "in situ", separava la zona d'ingresso dalla cella funeraria vera e propria. Il monumento, causa antiche profanazioni, risulta, come già detto, privo di copertura. Lo scavo ha restituito scarsi resti scheletrici; numerosi invece gli elementi dei corredi funerari che evidenziano fasi eneolitiche assimilabili alle culture di Filigosa e Abealzu. Ricordiamo le numerose punte di freccia in ossidiana con corpo triangolare peduncolato e con ritocco coprente bifacciale, alcuni elementi metallici, quali anellini piatti o di sezione tonda, spiraline in argento e piccoli frustoli di piombo metallico. Tra il materiale ceramico, oltre a pochi frammenti decorati di tipologia Ozieri da riferire, probabilmente, alla prima frequentazione (inquadrabile dunque nel Neolitico finale, 3200-2800 a.C.), bisogna segnalare il rinvenimento di numerosi vasi a collo lungo, tripodi, olle, che orientano verso tipologie eneolitiche.
Storia degli scavi Il dolmen è stato scavato nel 1982 da Enrico Atzeni.

Mamoiada, menhir di Boeli - Sa Perda Pintà
Come arrivare
Uscire dall'abitato di Mamoiada e seguire le indicazioni per la SS 389. Alla periferia del paese sono visibili, sulla sinistra, i cartelli turistici per raggiungere il monumento. La stele si trova all'interno del cortile del Bed & Breakfast omonimo. La stele è collocata in un cortile alla periferia di Mamoiada, centro della Barbagia di Ollolai, nella Sardegna centrale.
Descrizione
La stele di Boeli, detta anche Sa Perda Pintà, è una grossa statua-menhir di granito (alt. m 2,67; largh. m 2,10-1,30; spess. m 0,57) con sezione piano-convessa e sommità arcuata. Le superfici maggiori sono entrambe ben rifinite. Quella anteriore si caratterizza per la presenza di una fitta decorazione incisa: si tratta di motivi formati da un minimo di due ad un massimo di sette cerchi concentrici - ottenuti con incisioni a sezione concavo-convessa e piano-convessa - che si sviluppano attorno ad una coppella centrale (diam. cm 4/5; prof. cm 0,8). Da quest'ultima ha inizio un'incisione rettilinea che taglia tutti i cerchi terminando in un'appendice uncinata. Completano la decorazione 23 coppelle di diverse dimensioni che si addensano nella parte superiore e nel settore inferiore sinistro della lastra: in quest'ultima parte sono scavate sette coppelle con disposizione a semicerchio regolare intorno a uno dei motivi a cerchi concentrici intersecati da incisione rettilinea. I simboli sono, con buona probabilità, da collegare con i culti legati alla fertilità e al ciclo della morte-rinascita, peculiari della religiosità delle comunità agricole di età neolitica. La presenza, nell'area circostante al luogo di rinvenimento della statua, di frammenti ceramici con la decorazione tipica della cultura di Ozieri (3200-1800 a.C.), consente di datare la stele a questo periodo.
Storia degli scavi La stele fu rinvenuta casualmente nel 1997 a Mamoiada, nel corso dei lavori di costruzione di una casa.

Morgongiori, Necropoli e menhir di Prabanta
Come arrivare
Si esce da Morgongiori in direzione di Ales e si svolta subito a destra in una recente strada comunale che si diparte dalla SS 442, poco oltre il cimitero; dopo circa 350 metri si svolta a sinistra e, dopo altri 350 m ancora a sinistra. Si procede lungo la strada comunale per circa 1150 metri: poco prima di un ponticello, si lascia l'auto e si procede a piedi (o in fuori-strada) per un viottolo, sulla destra. Dopo più di un chilometro, la stradina sterrata risale il pendio a sinistra; sull'altura ha inizio l'area archeologica, ubicata nel pianoro alla sinistra. Il sito archeologico è ai piedi del versante S del Monte Arci, su un'altura che domina l'alto corso del Rio Mogoro (Riu Funtana Canna, in questo tratto), nel retroterra del golfo di Oristano.
Descrizione
Il complesso comprende un menhir e
due piccole domus de janas. Il menhir, conosciuto col nome di Su Furconi de Luxia Arrabiosa, si erge isolato su un breve pianoro; intorno si notano altre lastre atterrate, e pressoi scavati in blocchi di marna calcarea, segno di una frequentazione del sito in epoca romana e tardoantica. Il menhir è di forma quadrangolare, assottigliato in alto in forma quasi conica, e misura m 3,60 di altezza. Sulla faccia principale, rivolta ad E, sono scolpite 12 piccole coppelle, o incavi, lungo una linea verticale longitudinale impostata alla mezzeria della pietra, ma dall'andamento discontinuo, quasi a zig-zag, in cui si susseguono quattro segmenti spezzati costituiti ciascuno da tre coppelle. Gli incavi, circolari, hanno diametri che variano da 2 a 3 cm, e sono profondi circa cm 1,5. Intorno all'area del menhir, e sul sentiero che risale al pianoro, si rinvengono numerosi frammenti di ossidiana. La domus de janas nota come "Su Forru de Luxia Arrabiosa" è situata circa 500 metri a N del menhir. È costituita da tre celle disposte su un asse longitudinale; l'ingresso, rivolto a SO (portello di m 0,58 x 0,60), immette nell’anticella (m 1,80 x 1 x 0,70 h.) con volta a forno; la cella principale misura m 2,20 x 1,60 x 1,70 di altezza, mentre l'ultima cella (forse una nicchia sopraelevata di m 0,10) misura m 1,30 x 0,80 x 0,60 di altezza. Cornelio Puxeddu vi rinvenne numerosi strumenti di ossidiana, mentre all'esterno notò anche la presenza di ceramica d'impasto. La seconda tomba, nota come "Su Stabi de Luxia Arrabiosa", è molto più semplice e di fattura meno accurata: è costituita da un unico ambiente dalla planimetria irregolare. Il complesso è riportabile al Neolitico finale (cultura di Ozieri, 3200-2800 a.C.), Eneolitico.
Storia degli scavi Il menhir era già noto al La Marmora nell'Ottocento, che però lo attribuì erroneamente ad Ales, indicandolo con il nome inesatto di "Lucia Rajòsa". L'area è attualmente interessata da lavori di valorizzazione.

Muravera, Menhir di nuraghe Scalas e Cuile Piras
Come arrivare

Da Muravera, dirigersi verso Castiadas; dopo San Priamo, all'altezza di Olia Speciosa, girare a sinistra per Costa Rei. Al termine del lungo rettilineo che corre a margine della piana di Pranu Malloccu, dopo circa 2-2,5 km, poco prima dell'inizio delle curve, si volta a destra in una strada di penetrazione agraria che conduce alle case Toneddu. Si procede per circa 1,5 km, superando la fattoria, sino a giungere ai piedi dell'altura di Nuraghe Scalas, dove è ubicato il complesso dei menhir. L'area archeologica è situata nel vasto pianoro di Moddizzi o Giba sa Siliqua, delimitato ad E dalla cresta granitica che si sviluppa parallelamente alla Costa Rei, nel Sarrabus, regione della Sardegna sud-orientale.
Descrizione
I menhir di nuraghe Scalas si trovano a circa 200 m dalla sommità del rilievo roccioso su cui sorge l'omonimo protonuraghe. Sono 43 e si dispongono in gruppi e allineamenti di 3, 4 o 5 elementi. Infissi profondamente nel terreno, presentano un'altezza che oscilla tra i m 2,00 e i m 1,00; la larghezza media è di m 0,60/0,70. Mostrano per lo più sezione triangolare, quadrata o rettangolare. I menhir 1 e 2, di dimensioni maggiori rispetto a tutti gli altri e, forse, gli unici di foggia antropomorfa, situati ad una distanza reciproca di m 1.80, sono stati messi in opera con inclinazione simmetrica.
Questi monoliti sono stati studiati mediante l'impiego di un elaboratore elettronico e di una procedura meccanografica finalizzata ad individuare le modalità di utilizzo e lo scopo di edificazione del raggruppamento. I risultati dell'indagine lasciano ipotizzare che i menhir fungessero da calendario di pietra per l'individuazione dei cicli stagionali; sono state inoltre evidenziate correlazioni giornaliere che permettono un controllo costante, durante tutto l'anno solare, del sorgere e del tramontare del sole e della luna.
Ricognizioni di superficie effettuate nell'area del complesso megalitico hanno portato al rinvenimento di alcuni strumenti in ossidiana (lame, raschiatoi) e di frammenti ceramici attribuibili alla cultura di Ozieri, del Neolitico finale (3200-2800 a.C.). I reperti erano associati a materiali di epoca nuragica e romana imperiale.
Un altro complesso megalitico, in località Cuile Piras, è stato studiato con gli stessi procedimenti utilizzati per i monoliti di nuraghe Scalas. Il complesso di Cuile Piras è composto da 53 menhir disposti in allineamenti di 3-5 elementi attorno ad un raggruppamento centrale. I monoliti, ancora in posizione ortostatica originaria, sono stati messi in relazione con le posizioni che assumono il sole e la luna nel sorgere e nel tramontare. Presso il raggruppamento centrale sono stati raccolti materiali ceramici di cultura Ozieri, del Neolitico finale (3200-2800 a.C.).
Storia degli scavi I menhir sono stati studiati soprattutto nell'ambito di un censimento archeologico del 1985.

Sant'Antioco, menhir Su Para e Sa Mongia
Come arrivare
Partendo dalla SS 130 in prossimità di Iglesias, si percorre la strada in direzione di Carbonia. Si attraversa la SP 126, si oltrepassano Carbonia e San Giovanni Suergiu e si prosegue fino all'Isola di Sant'Antioco, collegata alla terra ferma da un ponte. I menhir si trovano lungo questo ponte, a breve distanza dalla strada.
I menhir di Su Para e Sa Mongia (il frate e la monaca, in lingua sarda), si trovano in un'area pianeggiante, presso lo stagno di Santa Caterina, sull'istmo che collega da tempi recenti la terraferma sulcitana con l'isola di Sant'Antioco, nella Sardegna sud-occidentale.
Descrizione
I monoliti sono in trachite, sono alti rispettivamente m 3 e m 2, e presentano un corpo prismatico. Si dispongono a m 6 di distanza reciproca lungo l'asse nord-sud. Sa Mongia (ossia la monaca o pietra "femminile") presenta - sulla faccia esposta a est - numerose coppelle simboliche (m 0,30 di diametro). Di queste coppelle un gruppo di sei si dispone nella metà inferiore del lato sinistro, altre quattro nella metà superiore del margine destro. Le facce esposte a sud e ad est mostrano invece una sola coppella.
I due menhir hanno ispirato misteriose leggende popolari collegate con l'impietrimento di esseri reali o fantastici. Si datano presumibilmente al neolitico finale (cultura di San Michele, 3200-2800 a.C.).

Villa Sant'Antonio, Necropoli di Is Forrus e menhir di Monte Corru Tundu
Come arrivare
Le località di Is Forrus e di Monte Corru Tundu possono essere raggiunte da una strada comunale che parte dalla periferia del paese, poco prima dell'uscita per la Provinciale che conduce a Mogorella.
La necropoli di Is Forrus è immersa in un paesaggio di grandi tavolati vulcanici affacciati su strette vallette, in un'area al confine tra la Marmilla e il Sarcidano.
Descrizione
È costituita da 18 domus de janas articolate in tre gruppi distanti tra loro circa 200 m. Gli ipogei del primo gruppo sono 5, allineati sull'asse E/O; quelli del secondo gruppo, a S del primo nucleo, sono 3, allineati lungo l'asse N/S; il terzo gruppo, a m 250 m ad E, è costituito da 10 grotticelle di difficile accesso e lettura.
Le sepolture sono del tipo a proiezione orizzontale con ingressi tra E e S. Un sistema di canalizzazione scavato nella roccia preservava gli interni delle tombe dall'infiltrazione dell'acqua piovana. Lo schema planimetrico degli ipogei è a sviluppo longitudinale, con un vestibolo per lo più coperto, un'anticella e una cella di dimensioni maggiori (tombe 1, 5, 6); talvolta comunica con questa una seconda cella (tombe 2, 3, 4). I vestiboli delle tombe 7 e 8 sono preceduti da un lungo corridoio (m 7,40; m 2,80). Le domus hanno una superficie media di mq 3,4 ed un'altezza media di cm 95. Gli ambienti che le compongono sono rettangolari, quadrangolari, rotondeggianti, ellittici e comunicano attraverso portelli rettangolari.. I soffitti sono generalmente pianeggianti e si congiungono alle pareti con angoli dolci. I vani presentano nicchie alle pareti o aperte al piano del pavimento: erano probabilmente destinate a contenere offerte, o, nel caso di quelle più ampie, ad accogliere deposizioni distinte da quelle collettive nelle celle. Una coppella per offerte liquide e solide in onore dei defunti è scavata nel pavimento dell'anticella della tomba 4. Particolarmente interessante la cella della tomba 6, semiellittica, che riproduce una capanna. Lo attestano i risalti verticali paralleli delle pareti che simulano le impalcature lignee di sostegno del tetto. Le tombe 7 e 8 si differenziano dalle altre, oltre che per i già citati lunghi corridoi d'accesso, anche per le maggiori dimensioni degli ambienti. La cella della tomba 8 è divisa in tre parti da due diaframmi di roccia risparmiati nel pavimento, che si elevano per 10 cm . Le situazioni di ritrovamento di due piccoli menhir (lunghezza residua cm 50, cm 82) fanno pensare che dei betili fossero originariamente collocati all'ingresso degli ipogei quali simbolici custodi dei defunti. Nei pressi delle tombe sono visibili due grosse prominenze della superficie rocciosa, presumibilmente altari per cerimonie funerarie all'esterno delle tombe; hanno forma ellittica e presentano una cavità superiore. A m 150 dal secondo gruppo di domus, ai piedi del Monte Corru Tundu, è presente un colossale monolite in tufo trachitico dalla sommità troncata (altezza residua m 5,75). Il menhir, uno dei più grandi della Sardegna, è fortemente affusolato, con una faccia spianata e l'altra arrotondata; in questa sembrano individuabili tre coppelle circolari. Monolite e necropoli, tra loro correlati, erano funzionali all'insediamento di Monte Padrillonis, situato a 700 m a N/E. L'area ha restituito industria litica e reperti fittili del Neolitico finale (cultura di San Michele, 3200-2800 a.C.).
Storia degli scavi Violata da tempo immemorabile, non è mai stata oggetto di scavi scientifici.

Villaperuccio, menhir di Monte Narcao e di Terrazzu
Come arrivare
Il Monte Narcao è situato a Ovest della necropoli di Montessu; il monolito si trova sulla sommità.
Nel territorio di Villaperuccio, oltre a quelli di Monte Narcao e di Terrazzu, sono noti altri menhir: in località Is Pedras Crocadas, Is Pireddas, Is Melonis, Bacc'e Fraus e tra le località di Is Faddas e Is Cotzas.
Descrizione
Il menhir di Monte Narcao, alto circa m 6, presenta sezione ogivale con angoli arrotondati.
Il menhir di Terrazzu, detto "Luxia Arrabiosa", benché mutilato da un fulmine nell'estremità superiore, è il più grande e il più imponente. Il monolite, con la faccia principale esposta a SE, presenta sezione trasversale trapezoidale con angoli arrotondati.
I menhir del territorio di Villaperuccio sono realizzati in trachite o granito. Talvolta sono mutili e con le superfici abrase, e raramente occupano la posizione originaria. Benché in alcuni di essi si noti la tendenza all'appiattimento della faccia principale e all'assottigliamento dell'estremità superiore, sono di tipo aniconico, non presentano cioè elementi che richiamano la figura umana.
Hanno in genere forma parallelepipeda, talvolta tendente al conico con sezione trasversale subtrapezoidale o subellitica. I menhir, espressioni di un culto legato alla fertilità della terra, si collocano tra il Neolitico e l'Eneolitico.
Storia degli studi I menhir sono segnalati nei principali studi sul territorio di Villaperuccio.

Asuni (OR), menhir
Laconi, menhir di Corte Noa
Olmedo, Monte Baranta
Olmedo, Monte Baranta

Muraglie megalitiche come trovarle


Castelsardo, Muraglia di Monte Ossoni
Come arrivare
Da Castelsardo si percorre la SS 134 dell'Anglona verso Perfugas, sino a Multeddu; si imbocca sulla s. la strada sterrata che risale la collina della "Roccia dei Cacciatori" e si procede entro l'area di rimboschimento forestale per circa km 2, all'estremità E del Monte Ossoni, ove è situata la postazione del servizio antincendi. L'area archeologica è situata sulla sommità di un rilievo trachitico tronco-piramidale (m 348 s.l.m.) con ampio dominio visivo sulla vallata sottostante, sulla foce del Coghinas e su un buon tratto di costa a E di Castelsardo.
Descrizione
Il complesso comprende un piccolo villaggio d'altura difeso da una muraglia megalitica, secondo una tipologia insediativa ben documentata durante l'Eneolitico. La muraglia (lungh. m 60 circa) delimita l'area orientale del pianoro (mq 1.636, 60 di superficie) proteggendone l'unico lato non difeso dalle pareti a strapiombo. La cortina (alt. max. m 3,45 su tre filari), che si sviluppa con andamento curvilineo e orientamento da NE a SE, è realizzata con blocchi di trachite di notevoli dimensioni e appena sbozzati, posti in opera su filari orizzontali quasi regolari. Allo stato attuale risulta difficile individuare l'ingresso alla cinta a causa del crollo di buona parte delle strutture; tuttavia, è probabile che l'accesso si aprisse, in posizione facilmente difendibile, in corrispondenza dell'estremità meridionale, a una distanza di appena 6 m dal dirupo. Il villaggio si estende sia all'interno dell'area delimitata e difesa dalla muraglia sia all'esterno lungo il margine scosceso dell'altura. Le strutture abitative ubicate all'interno, un tempo individuabili fra la fitta vegetazione arbustiva, non sono state scavate e sono state purtroppo distrutte dalla realizzazione di un edificio del servizio antincendi; anche all'esterno i mezzi meccanici hanno in parte sconvolto e devastato i resti dell'abitato. Gli scavi condotti dal
Moravetti hanno restituito materiale ceramico in prevalenza di cultura Monte Claro e del Vaso campaniforme (Eneolitico evoluto e finale). Il rinvenimento di materiali di cultura Bonnannaro e di età storica attesta una prolungata frequentazione dell'area.
Storia degli scavi Il sito fu oggetto di uno scavo d'urgenza (condotto nel 1979 da Alberto Moravetti) a seguito dei danni causati alle strutture dai lavori per l'installazione di un ripetitore RAI. Il breve intervento si limitò ad alcuni saggi effettuati a ridosso della parete interna della muraglia.

Olmedo, Muraglia di Monte Baranta
L'area archeologica è situata sul margine SE dell'altopiano trachitico di Monte Baranta, nella Nurra, regione della Sardegna nord-occidentale.
Descrizione
Il complesso comprende un recinto-torre, una muraglia che racchiude un abitato e un circolo megalitico con menhir. Il recinto-torre, a ferro di cavallo (corda m 20,65; freccia m 15,30; alt. m 3,45), è costruito sul limite della scarpata. La muratura del recinto-torre (spessore m 4,14-6,50) è costituita da due paramenti: quello esterno realizzato con grandi lastroni di trachite, sovrapposti con l'ausilio di grosse zeppe di rincalzo; quello interno costruito con massi di minori dimensioni, sbozzati e disposti a filari regolari. Le due pareti sono unite da un riempimento di pietrame senza alcun elemento di raccordo.
Il recinto, che delimita un ampio cortile a cielo aperto, è accessibile attraverso due ingressi (largh. m 1,20; alt. m 2,10; alt. m 1,73), orientati a N e ad O, che introducono in corridoi coperti a piattabanda.
Il cortile, semiellittico (corda m 12,60; freccia m 9,75), presenta nella parete SO una scaletta che conduce ad una sorta di cammino di ronda (largh. media m 1,50) che gira per m 6, interrompendosi in corrispondenza col corridoio O. È probabile che, piuttosto che ad esigenze di difesa, scala e "cammino di ronda" fossero funzionali al sostegno di strutture lignee impiantate sullo spessore murario.
Nella parete interna dell'edificio, ad O, è presente una nicchia sopraelevata - ora in gran parte rovinata - mentre a N, sopra il corridoio, si nota una torretta a difesa dell'ingresso esterno. Il pavimento del cortile, per lo più costituito dalla roccia naturale, presenta tratti regolarizzati da pietre.
A circa 100 m a NO del recinto-torre, in posizione più elevata, si trova un breve terrazzo roccioso difeso da una poderosa muraglia nell'unico tratto sguarnito. La cortina (lungh. m 97; alt. m 1,48-3,00; spess. m 3,75-5,00), rettilinea per gran parte del tracciato, con orientamento NS, piega nel tratto S verso l'interno, in parallelo con il profilo roccioso. La muraglia, costruita con la stessa tecnica muraria del recinto-torre, presenta un solo ingresso a N (largh. m 0,65; alt. residua m 1,70), prossimo alla scarpata, che introduce in un corridoio rettangolare (lungh. m 5,10; largh. m 0,90; alt. m 1,60) oggi a cielo aperto. Alla parete d. interna della muraglia, in prossimità del corridoio, è addossata una scala costituita da un muro di un solo filare, a profilo scalare. Non resta traccia, viceversa, del cammino di ronda. Nell'area interna ad E della muraglia si individuano numerose capanne rettangolari, talora absidate (m 5,82 x 6,40; alt. m 0,80); i vani sono spesso tramezzati e i pavimenti poggiano su un vespaio di piccole pietre o sono lastricati. All'esterno, a pochi m ad O della muraglia, è ubicato un circolo megalitico (diam. m 10) delimitato da una ottantina di lastroni di varie dimensioni, fra i quali alcuni menhir, oggi spezzati o riversi sul terreno. Ad una decina di m a NO, isolata ed atterrata, si trova una pietra fitta di maggiori dimensioni (lungh. m 3,95); si tratta di un monolito mai eretto: sul piano di roccia, infatti, è stato rinvenuto il riquadro inciso dell'alveolo che avrebbe dovuto contenere la base del monolito e lo stesso menhir appare non ancora rifinito. I materiali rinvenuti nel corso degli scavi sono riferibili alla cultura calcolitica di Monte Claro (2400-2100 a.C.), periodo al quale risale la costruzione del complesso. Il sito venne abitato per un periodo piuttosto breve, come sembrano documentare la scarsa quantità di reperti risalenti a questa fase di occupazione e il mancato compimento dell'area sacra. Il sito venne frequentato successivamente nel Bronzo antico (1800-1600 a.C.) – limitatamente al recinto-torre – e in misura più sporadica in età nuragica e romana.
Storia degli scavi Fu scavata nel 1980 e nel 1981 da Alberto Moravetti.

Muraglia megalitica di Monte Baranta, Olmedo (SS)
Ossidiana
Museo dell'Ossidiana Pau

Stazioni preistoriche come trovarle


Pau, Sentiero dell'ossidiana
Come arrivare
Dalla SS 131, al bivio di Uras si prende la direzione per Laconi e si percorre la SS 442 attraversando Morgongiori e Ales. All'uscita di
Ales in direzione di Laconi, si svolta al bivio per Pau, SP 48. All'ingresso del paese si seguono le indicazioni per il sentiero dell'ossidiana. Il sito è localizzato geograficamente in una superficie fortemente acclive interessata consistenti accumuli detritici di blocchi e noduli di ossidiana in giacitura secondaria, provenienti dagli affioramenti situati sui sovrastanti rilievi.
Descrizione
L'ossidiana, vetro di origine vulcanica largamente utilizzato dall'uomo neolitico per produrre utensili di varia natura, definita "l'oro nero" dell'antichità, fu di straordinaria importanza anche per lo sviluppo della preistoria sarda. Manufatti ottenuti con l'ossidiana del Monte Arci, sfruttata a partire dal IV millennio a.C., sono stati ritrovati in svariati insediamenti neolitici della Sardegna, dell'Italia settentrionale e della Francia meridionale.
Nel complesso vulcanico del Monte Arci, di cui sono note almeno tre colate distinte di ossidiana: SA (Conca Cannas–Uras), SB1 e SB2 (Santa Maria Zuarbara–Marrubiu), SC (Perda Urias/Sennixeddu-Pau), il territorio di Pau è l'unico che abbia consentito, almeno per ora, di documentare attraverso resti archeologici di notevole entità, centri di riduzione e trasformazione della materia presso le sorgenti primarie. Il centro di lavorazione dell'ossidiana di Sennixeddu, localizzato lungo l'omonima valle, è uno dei più vasti del Monte Arci. Il Lamarmora scriveva: "Facendo una piccola deviazione a destra passando vicino a due luoghi detti Conca 'e Cervu e Sennixeddu, si può prendere un sentiero incassato, che conduce alla cima del Monteverso la Trebina. Lungo il sentiero, il viaggiatore ha qualche volta l'impressione di camminare sui cocci di una vecchia fabbrica di bottiglie nere tanto sono numerose le scaglie di un vetro nero vulcanico che è chiamato ossidiana". In quest'area sono state evidenziate ed analizzate grandi concentrazioni di noduli di ossidiana e, soprattutto, di prodotti di scheggiatura che si distribuiscono lungo entrambi i versanti del canale di Sennixeddu, su una superficie di oltre 20 ettari. Sezioni stratigrafiche occasionali dei versanti hanno messo in evidenza depositi di residui dell'attività di lavorazione dell'ossidiana di oltre m 1 di potenza. Recenti prospezioni di superficie hanno permesso di individuare, sotto il ciglione che da Perda Urias raggiunge il canale di Fustaiolu, altri centri di riduzione della materia prima (Mitza Fustiolau, Mitza Niu Crobu, Mitza Mereu). Inoltre, in località Su Forru de Sinzurreddus, a circa 350 m a est dell'area di lavorazione di Sennixeddu è stato individuato un potenziale sito di insediamento, ora in fase di scavo.
Storia degli scavi Gli scavi e le indagini sono in corso a cura di Carlo Lugliè.



Templi prenuragici come trovarli






Arzachena, circoli di Li Muri
Goni, circoli megalitici

Tombe a circolo come trovarle


Arzachena, circoli di Li Muri
Come arrivare
Da Olbia si prende la SP 82 fino all'incrocio con la SS 125, da percorrere in direzione di Arzachena. Dal centro abitato del paese si imbocca la SP 115 per Bassacutena. Percorsi 4,5 km si prende un bivio a s., da percorrere per circa 2 km, e si giunge alla tomba di giganti di Li Lolghi. Si prosegue per altri 500 m e si imbocca un bivio a d. Percorsi altri 500 m si giunge ai circoli funerari.
La necropoli è situata nell'entroterra gallurese, a circa 10 km dal golfo di Arzachena. Si sviluppa in una piccola radura tra dolci e verdi rilievi.
Descrizione
Costruita col granito locale, è costituita da cinque ciste litiche, di cui quattro circondate da circoli di pietre infisse verticalmente. Le ciste, quadrangolari, accoglievano probabilmente un solo defunto ed erano dotate all'origine di un lastrone di copertura. Una volta chiuse, venivano ricoperte da tumuli di terra e pietrisco, come dimostra la fitta serie di lastrine disposte in circoli concentrici attorno alle celle sepolcrali, che servivano a contenere il tumulo proteggendolo dal dilavamento operato dalle piogge. La necropoli doveva dunque presentarsi al suo tempo come una serie di cupole ravvicinate.
I circoli (diametri da m 5,30 a m 8,50) sono tangenti tra loro e nell'area risultante al loro interno e a S di essi si trovano piccole cassette litiche destinate probabilmente a ricevere periodiche offerte alimentari per i defunti. Stele frammentate sono inserite nei circoli che delimitano esteriormente le sepolture, mentre una stele isolata è inserita in una cassetta litica: sono la testimonianza di un culto funerario, forse contrassegni dei morti o effigi tutelari. Le tombe hanno restituito pochi resti di ossa, il che non consente di ricostruire il rituale funerario praticato. Il rinvenimento di ciottoli con residui di ocra rossa ha fatto pensare alla preparazione del colorante, che veniva forse utilizzato sullo stesso corpo dei defunti. Le ceramiche rinvenute sono inornate e poco significative, mentre sono notevoli i reperti litici: una coppetta in steatite con coppia di prese ad anello, di influenza egea, pomi sferoidi, lame in selce, accettine e vaghi di collana. Questo sito ha dato per lungo tempo nella storia degli studi il nome ad una cultura considerata a sé stante: quella "dei circoli megalitici" o "di Arzachena", poi interpretata come una facies gallurese della cultura di San Michele o di Ozieri (Neolitico recente, 3200-2800 a.C.). Oggi, per la forte somiglianza tipologica tra la famosa coppa in steatite verde rinvenuta nella necropoli e le produzioni ceramiche pertinenti alla facies San Ciriaco (3400-3200 a.C.), si tende ad attribuire culturalmente la necropoli a questa facies del Neolitico recente sardo.
Storia degli scavi Fu scoperta nel 1939 e scavata tra il 1939 e il 1940 da Salvatore Puglisi.

Goni, Menhir e sepolture megalitiche di Pranu Mutteddu
Come arrivare
Dalla SS 131 si svincola per Senorbì, all'altezza di Monastir, direzione Oristano-Sassari. Si svolta a destra e si percorre la SS 128. Si attraversa Senorbì e si imbocca la SP 23. L'area archeologica di Pranu Muteddu si può vedere sulla s., qualche chilometro prima dell'abitato di Goni.
L'area archeologica è situata nel Pranu Mutteddu, un'estesa piattaforma arenacea e scistosa del Gerrei, regione della Sardegna sud-orientale. Gli scavi si estendono all'interno di una lussureggiante sughereta.
Descrizione
Pranu Mutteddu è una delle più suggestive e importanti aree funerarie della Sardegna preistorica. A N del pianoro, in località Su Crancu, si localizza l'agglomerato capannicolo di riferimento della necropoli.
A S di esso si trovano i sepolcreti di Pranu Mutteddu e di Nuraxeddu, eccezionalmente attorniati da folti gruppi di menhir (in coppie, in allineamento o presenti all'interno delle stesse tombe) e da costruzioni rotonde di probabile carattere sacrale. Più a S, sul roccione di Genna Accas, è situata l'omonima necropoli ipogeica a domus de janas con tre circoli tombali. Altre strutture affiorano nella zona circostante, particolarmente interessanti i resti dell'"allée converte" di Baccoi. I sepolcri, costruiti con l'arenaria locale, sono in genere costituiti da due-tre anelli concentrici di pietre, talvolta presentano un paramento gradonato per il sostegno del tumulo. Al centro è presente la camera funeraria, costruita in tecnica sub-ciclopica, alla quale si accede tramite un corridoio formato da lastroni ortostatici (talvolta menhir) coperti a piattabanda. Le celle interne si diversificano per forma, circolari o allungate, in base al numero di sepolture che dovevano ospitare: non mancano le ciste monosome dove il defunto veniva introdotto attraverso un portello quadrangolare e deposto rannicchiato. Le coperture delle celle erano tabulari o a pseudovolta a mensole aggettanti. La tomba II, particolarmente grandiosa, presenta l'ingresso, l'anticella e la cella funeraria scavati in due distinti blocchi rocciosi trasportati in loco e adagiati su una massicciata accuratamente predisposta; nella fine lavorazione della pietra, ottenuta con la martellina, e nel disegno architettonico e planimetrico richiamano fedelmente le sepolture a domus de janas. Lo scavo della tomba II ha restituito vasetti miniaturistici, un pomo sferoide, punte di freccia in ossidiana, uno stiletto e un pugnaletto in selce, un piattello fittile, un'accettina in pietra bianca ed elementi di collana in argento. Gli oggetti evidenziano un contesto Ozieri (Neolitico finale, 3200-2800 a.C.) con attardamenti nel primo Calcolitico (2800-2600 a.C.). Per quanto riguarda i menhir, Pranu Mutteddu restituisce, con i suoi 50 esemplari, il maggiore raggruppamento della Sardegna. Distribuiti variamente, in coppia, in allineamenti, in piccoli gruppi, talora sulle stesse architetture tombali, sono realizzati con l'arenaria locale. Sono del tipo "protoantropomorfo", a forma ogivale o subogivale e superficie anteriore piana.
Storia degli scavi Il complesso è stato scavato a più riprese da Enrico Atzeni, a partire dal 1980.

Laconi, Cromlech e menhir di Is Cirquittus
Come arrivare
Da Laconi, si percorre la SS 442 per Uras; dopo circa 6,5 km si volta a destra per Asuni. Circa 1,5 km prima di arrivare a quest'ultimo centro, 200 metri prima del campo sportivo si volta in una stradina sulla destra, ed immediatamente dopo in un'altra stradina sempre sulla destra, che si percorre per circa 1 km, sino al bordo dell'altura di Cuccuru Mandareddu: il circolo è a sinistra del viottolo, mentre a destra sono i menhir allineati.
L'area archeologica è sul bordo dell’altura di Cuccuru Mandareddu, nell'Arborea, regione della Sardegna centrale.
Descrizione
Il complesso cultuale è costituito da un "cromlech" affiancato da un allineamento di menhir. Nell'area circostante, ad attestare l'intensa frequentazione del territorio nella preistoria, è presente una necropoli ipogea. Il "cromlech", di forma sub-circolare (diam. m 20 x 30), è costituito da grandi massi rotondeggianti di pietre di diversa natura (trachite, granito grigio e bianchissimo quarzo) trasportati anche da notevoli distanze. Lo affiancano un allineamento di almeno cinque menhir protoantropomorfi. Dell'allineamento fa parte uno splendido monolite alto due metri, forgiato nella trachite bruna locale, che presenta uno slanciato prospetto a lati rettilinei e paralleli; l'apice - arrotondato - si mostra arcuato. Un secondo menhir, che residua oggi per un'altezza di 2 metri, in trachite gialla, spezzato al vertice ma di foggia simile al precedente, presenta la superficie frontale interamente ricoperta da 135 coppelle. Nell'area circostante sono presenti resti di probabili strutture funerarie; una singolare costruzione di pianta subquadrangolare (m 9 x 7,5), delimitata da ortostati, aveva probabilmente una funzione sacra. Il complesso è ascrivibile al Neolitico finale (3200-2800 a.C., cultura di Ozieri) ed Eneolitico iniziale e medio (2800-2400, culture di Filigosa e Abealzu).
Storia degli scavi Sono in corso le ricerche a cura di Enrico Atzeni.


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