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Nuoro :: Capoluogo della provincia omonima che occupa la parte centrale della Sardegna. Città natale di Grazia Deledda scrittrice sarda che vinse il Premio Nobel per la Letteratura. Nuoro l'Atene Sarda.

Località Sarde > Nuoro


La cattedrale di Santa Maria della Neve.

Nuoro

Comune capoluogo di provincia, Nuoro si trova al centro della Sardegna ed è situato su un altopiano granitico attraversato dal torrente Isalle e limitato a nord dal rio Marreri e a sud dal fiume Cedrino. Il suo territorio è considerato uno dei polmoni verdi del mediterraneo. Città nota per aver dato i natali a numerosi artisti e pensatori fra i quali Grazia Deledda e Sebastiano Satta.

Abitanti: 36.877
Superficie: kmq 192,19
Municipio: via Dante, 44 - tel. 0784 216700
Cap: 08100
Guardia medica: via Mannironi - tel. 0784 240848
Polizia municipale: via Vittorio Veneto, 48 - tel. 0784 216900
Biblioteca: piazza Asproni - tel. 0784 244500
Ufficio postale: via Santa Barbara, 24 - tel. 0784 232807

Stemma di Nuoro
La piazza Sebastiano Satta progettata e realizzata da Costantino Nivola.

Infomazioni Turistiche e Curiosità su Nuoro

Città capoluogo della provincia che occupa la parte centrale della Sardegna, dalla costa orientale a quella occidentale, con una superficie di 7.044 Kmq e una popolazione di 280.000 abitanti. Il territorio, prevalentemente collinare e montuoso, è quello che ha meglio conservato l'ambiente naturale, ricco di boschi, macchia mediterranea, paesaggi aspri e selvaggi e coste poco affollate. Il clima è temperato, con temperature medie annue intorno ai 13°-14° , moderatamente freddo d'inverno e caldo nel cuore dell'estate, anche se non mancano giornate miti in entrambe le stagioni. Un elemento da sottolineare è l'instabilità del clima, che è poi una peculiarità di tutta l'isola, soggetto a cambiamenti per l'improvvisa irruzione di aria fredda e conseguente calo della temperatura. Più della metà del territorio del Comune di Nuoro è occupato da pascoli, circa un quarto da bosco, il resto da seminativo e colture legnose. Dai pascoli arborati di Sa Serra, dove nelle zone sfuggite agli incendi degli ultimi anni, sono presenti querce da sughero e lecci, si passa ai fochi di Jaccu Piu, di ValVerde e dell'Ortobene, ai coltivi di olivi, mandorli e viti della parte alta di Marreri, di Badde Manna e Su Grumene, ai pascoli di Corte, un tempo destinata ai seminativi. Capitale della Barbagia, Nuoro sorge su un altopiano dominato dal Monte Ortobene e circondato da vallate e catene montuose. La sua origine risale al periodo romano, quando le popolazioni sparse intorno ai nuraghi si rifugiarono in luoghi meno accessibili, incoraggiando quel mito di inviolabilità e isolamento dell'area barbaricina. Grazie alla sua centralità geografica, Nuoro acquistò gradualmente la preminenza territoriale sui paesi del circondario fino a diventare capoluogo di provincia nel 1926. Centro della città è la piazza sistemata da Costantino Nivola e dedicata al poeta nuorese Sebastiano Satta, che animò la cultura cittadina insieme al politico Attilio Deffenu e alla scrittrice Grazia Deledda, nella cui casa natale è allestito il Museo Deleddiano, che conserva ancora intatte oltre le strutture, anche documenti ed oggetti appartenuti alla scrittrice premio Nobel. Tappa d'obbligo è poi il Museo Etnografico, le cui sale espositive ospitano capi di abbigliamento tradizionale, le maschere carnevalesche della Barbagia, gioielleria, tappeti, arazzi, pane e dolci. Per chi ama l'arte è invece consigliato il MAN, Museo d'Arte provincia Nuoro, con la sua collezione permanente dei migliori artisti sardi del XIX e XX secolo e importanti mostre temporanee. A oriente della città sorge poi il Monte Ortobene, vero e proprio monumento naturale, su cui s'innalza la statua del Cristo Redentore. Nell'ultima settimana di agosto si svolge anche la Sagra del Redentore, con la sfilata dei costumi tradizionali isolani e il corteo dei fedeli, che dalla città raggiungono in processione la vetta del colle dove viene celebrata la messa ai piedi della statua.



Monte Ortobene E' un imponente rilievo granitico alto 955 metri sulla cui cima si trova la statua di bronzo del Redentore, innalzata nel 1901 da Vincenzo Jerace. Meta ideale per ammirare i colori vividi della macchia mediterranea, il Monte Ortobene è facilmente raggiungibile partendo dalla Chiesa della Solitudine, situata a destra del viale Ciusa, che da Nuoro sale verso nord est.
La Chiesa della Solitudine venne costruita negli anni '50 del XX secolo su disegno di Giovanni Ciusa Romagna sul sito di un preesistente santuario seicentesco. Il portale di bronzo è opera dell'artista sassarese Eugenio Tavolara, autore anche delle formelle raffiguranti la Via Crucis. Nella chiesetta è sepolta la scrittrice nuorese Grazia Deledda premio Nobel per la letteratura. Il Monte Ortobene comprende numerosi parchi tra cui quello di Sedda Ortai che si trova ad un'altitudine di 740 m sul livello del mare ed è ricoperto di pini e di lecci. Il parco è attraversato da una pista ciclabile e dotato di pista per il pattinaggio. Di grande interesse naturalistico anche i parchi di Farcana e di Solotti, quest'ultimo ubicato a poca distanza dalla Casa Diocesana comunemente conosciuta come "Casa del Vescovo", teatro di incontri e ritiri spirituali. Ogni anno, alla fine di agosto, sul monte Ortobene si svolge la festa del Redentore, con manifestazioni folcloristiche ed esibizioni di gruppi che ballano in costume tradizionale.

Nuoro, Museo Deleddiano lo studio.
Il Museo della Vita e delle Tradizioni popolari a Nuoro.

Musei di Nuoro

Museo d'Arte della provincia di Nuoro, Man di Nuoro
Il Museo espone oltre 200 opere di prestigiosi maestri sardi del XX secolo, tra i quali Antonio Ballero, Giuseppe Biasi, Francesco Ciusa, Giovanni Ciusa Romagna, Mario Delitala, Carmelo Floris, Costantino Nivola. Dispone inoltre dell'unica raccolta di disegni e ceramiche di Salvatore Fancello e del corpus grafico dell'opera di Giovanni Pintori.
Il Man organizza ogni anno almeno quattro mostre temporanee storiche e tematiche sui maggiori rappresentanti della storia dell'arte del Novecento. Queste le esposizioni più importanti:
1999: Edoardo Chillida, "Dal sublime"; Vincenzo Satta, "L'impalpabile luce della pittura"; Matteo Basilè, "Daniele Galliano"; Bruno Munari, "Il metodo dell'invenzione"; Giorgio De Chirico.
2000: 100 Capolavori dalla Raccolta Fotografica della Galleria Civica di Modena, Galleria Civica di Modena; L'arte Pop in Italia; De Pisis; Cingolati- Kirchhoff; Sandy Skoglund; Il disegno Italiano nella Raccolta della Galleria Civica di Modena, Galleria Civica di Modena; Lucio Fontana: Viacrucis; Luigi Veronesi.
2001: Intorno alla fotografia. 37 cornici per 37 fotografi; Magic&Loss. Video Italiano Contemporaneo; I Fiori di Giorgio Moranti; Arte Programmata e Cinetica in Italia 1958-68; Pay attention Please; Miró Orizzonte Lirico, Pittura, scultura e disegni.
2002: Le forme del sedere 100 anni-100 sedie; Vis à vis. Autoritrarsi d'artista; Maria Lai; Manovre 02, Casa dolce casa; Quattro secoli di pittura Andalusa.
2003: Picasso, "Suite Vollard2; Erwin Olaf_Booby Trap; Giovanni Pintori; Catastrofi Minime.
2004: Aligi Sassu; Mulas, dentro la fotografia e rassegna video; Italia quotidiana.
2005: DNA, dal Novecento ad oggi, la collezione del MAN, '50-60.
Informazioni
Indirizzo: via Sebastiano Satta, 15 - 08100 Nuoro
sito web: www.museoman.it


Museo Archeologico Nazionale
È situato nel palazzo appartenuto a Giorgio Asproni, illustre intellettuale e uomo politico ottocentesco. L'esposizione, attualmente limitata al piano terra, è articolata in sei sale, offre uno spaccato del ricchissimo patrimonio archeologico della provincia di Nuoro e della storia dell'uomo dal Neolitico all'alto Medioevo. Alcune sezioni vengono rinnovate ogni semestre.
Informazioni
Indirizzo: Via Mannu, 1 - 08100 Nuoro
sito web:
www.museoarcheologiconuoro.it


Museo Ciusa
Il Museo è dedicato a Francesco Ciusa (1883-1949), grande artista ritenuto l’iniziatore della scultura moderna nell’Isola. Nato a Nuoro, Ciusa ottiene giovanissimo, nel 1907, il prestigioso riconoscimento della critica alla Biennale di Venezia col gesso “La madre dell’ucciso”. Trasferitosi a Cagliari, lavora alle sculture, in gran parte ispirate al mondo pastorale e alla cultura nuorese, l’universo da cui l’artista trae la sua prima e autentica forza creativa. Nel 1919, sposta il suo interesse sulla ceramica e sulle sculture in “stucco a marmo”. Con l’avanzare dell’età e dopo il bombardamento del suo laboratorio (1943), Ciusa interrompe il lavoro. L’ultima, famosa opera è “Il fromboliere” (Orgosolo 1939-1940).
Informazioni
Indirizzo: Piazza S. Maria della Neve 8
sito web:
www.tribunuoro.it


Museo Deleddiano-Casa natale di Grazia Deledda
La casa natale della scrittrice Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926, risale alla seconda metà dell'Ottocento; situata a San Pietro, il rione dei pastori che con Seuna costituisce il più antico agglomerato della città, è un esempio d'abitazione nuorese del ceto benestante. L'edificio si sviluppa su tre piani, con corti interne al pianterreno. La Deledda vi abita fino al giorno delle nozze, avvenute nel 1900.
Informazioni
Indirizzo: Via Grazia Deledda, 42 - 08100 Nuoro
sito web:
www.isresardegna.org


Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde
Nel Museo sono rappresentati tutti gli aspetti della cultura materiale della Sardegna tradizionale (abiti, gioielli, manufatti tessili e lignei, armi, maschere, pani, strumenti della musica popolare, utensili e strumenti domestici e di lavoro, ecc.). Particolare attenzione è anche rivolta alla rappresentazione dei beni immateriali (religiosità popolare, feste superstizione, carnevali tradizionali, musica, canto e danza, ecc.).
Le collezioni comprendono circa 8000 reperti, risalenti in gran parte al periodo compreso tra la fine dell'Ottocento e il primo cinquantennio del Novecento. Sono esposti circa 80 abiti maschili e femminili e diversi capi d'abbigliamento infantile, tutti autentici e realmente utilizzati prima dell'acquisizione museale. Sono rappresentativi delle tipologie delle diverse subregioni storico-geografiche dell'isola e vengono esposti a rotazione sia a fini conservativi sia per rendere possibile la fruizione della gran parte della collezione.
Informazioni
sito web:
www.isresardegna.org


Il Redentore, statua bronzea di Vincenzo Jerace
La casa natale di Grazia Deledda che ora ospita il Museo Deleddiano

Testi di Natalino Piras

Il nome Nùgoro, Nugòro, Nuoro. Il nome viene dal nuragico nur o ur, che dovrebbe significare “casa”, “luce”, “fuoco”, dimora, “luogo abitativo” ma pure “di culti solari”. L’etimologia è comunque incerta. Il sardo dei nuoresi, una variante del logudorese, è una lingua romanza, tra le più conservative.
Il territorio Nuoro è capoluogo di provincia dal 1927. Scrive Giacomino Zirottu in Nuoro dal villaggio neolitico alla città del ’900: «Con regio decreto 2 gennaio 1927 n.1 si ricostituì la provincia di Nuoro, definita ‘Provincia del Littorio’: 88 comuni su una superficie di 7326 kmq, con una popolazione che nel 1931 arrivò a 207.283 abitanti, con una densità di 28 ab. per kmq». Nuoro era stata elevata a rango di città intorno al 1840, quando contava appena 3700 abitanti, dopo l’emanazione della legge delle Chiudende (1820) e quasi trent’anni prima dei moti de Su Connottu (1868) contro la privatizzazione, nel Monte Ortobene, di terre e boschi fino ad allora di uso comunitario. Nuoro è unanimemente considerata il centro storico e geografico, antropologico e spirituale della Barbagia. Il centro abitato si estende ai piedi del Monte Ortobene, «una montagna granitica d’antica origine, generata dalla risalita di un’immensa bolla di magma e dal suo scontro con la preesistente crosta di dura roccia scistosa, circa trecento milioni d’anni fa, duecento ottanta milioni di anni prima della formazione del resto dell’Italia». Dalla punta più alta del Monte Ortobene, dove sta la statua del Redentore, si scorgono la catena del Gennargentu, il Supramonte e il Corrasi, i monti del Goceano, il Montalbo di Lula e il Tuttavista di Galtellì. La città attuale è compresa tra il colle di Sant’Onofrio, quello di Cucculìo, luogo dove cantano i cuculi, gli abbassamenti di Monte Jaca, Pred’istrada, Nugoro Novu, le risalite dalla linea ferroviaria a Ugolìo e la nuova urbanizzazione che si estende da Funtana Buddia a Badu ’e Carros sino a Città Giardino e Predas Arbas.
Il clima Mediterraneo temperato, «con estati moderatamente calde e inverni freschi». Secondo una tradizione il primo forte freddo, certe volte neve, era il giorno delle Grazie, una delle ricorrenze più sentite a Nuoro, il 21 novembre. Altre date “canoniche” di nevicate (20-25 cm annui) furono il giorno dell’Immacolata, sa Purissima, l’8 dicembre e i giorni della merla, a fine gennaio. Anche a Nuoro è rimasta famosa la nevicata del 1956. Nevicò per un mese intero, dalla fine di gennaio a tutto febbraio.
Le feste Il sentire dei nuoresi, per quanto riguarda la festa, mette insieme quella della Madonna delle Grazie, all’inizio del tempo freddo, e il Redentore, sul finire d’agosto. La festa delle Grazie origina nel 1812, il Redentore nel 1901. Pitzinnos e tzente manna, ragazze in fiore e uomini maturi, vegliardi di pietra e anziani che ancora sostengono la speranza. Un tempo la festa era il luogo-tempo di richiamo per tzegos, toppos, istroppiados e ventuleris di diversa genìa. Erano il completamento necessario di novenanti e pellegrini. Oggi ci sono i turisti a registrare l’andare lento e concitato di gente in costume e cadderis, le soste per il ballo e, nelle sere clou, danze e canti sul palco. La superficie non rende appieno il vero sentire. Scrive Salvatore Satta nello Spirito religioso dei sardi che «molte volte, pensando ai Sardi, pensando a me stesso, mi sono chiesto se noi crediamo veramente in Dio. È una domanda alla quale è difficile rispondere». Il vero sentire la festa è sempre una questione che agita i nuoresi. Correva il 1951 quando l’autore del Giorno del giudizio scriveva che la «vocazione di santità» dei sardi è basata sul «senso della legge e del peccato». Ogni festa comportava violazioni e trasgressioni. Nel recinto sacro del santuario si consumavano canti e preghiere ma anche risse, omicidi, mai dimenticate e sopite guerre di fazione. In quello stesso 1951 in cui Satta scriveva dello spirito religioso dei sardi, in un numero unico per il cinquantenario del Redentore, un pezzo a firma m.p., riguardante i “gosos”, poneva altre questioni di contenuto e di forma. «Come per tante altre feste religiose della Sardegna, anche per il Redentore dell’Ortobene sono stati composti dei gosos, e precisamente due: i primi anonimi, d’autore i secondi».
Quale Dio si rivela nella festa? Non sono solo i costumi, l’addobbo delle vesti, a dare chiavi di lettura. C’è anche la linearità delle parole, il valore dei “gosos” del Redentore capaci di mettere insieme sentimento popolare e complesse indagini sull’esistenza di Dio. “Azes passadu sa vida”, così il poeta popolare Antonio Conchedda in una delle 112 strofe dei gosos per il Redentore, “fachende bene a su mundu, / curende ogni moribundu, / torrende mortos in vida”. Antonio Conchedda era “abbastanza noto ai suoi tempi”. Risulta coevo dei poeti de Su Connottu e anche del canonico Solinas, che in versi ritrasse “su nugoresu” tipico e pure cantò, in maniera profana, il diluvio universale. Nel 1908, Antonio Conchedda «fece stampare dal Gallizzi di Sassari i gosos in onore del Redentore ed il ricavato della vendita egli generosamente offerse per la festa». Il poeta è uno in mezzo alla folla. Avrebbe potuto essere anonimo, una postura, un volto tipico come nei quadri classici di Ballero, Biasi, Floris. Invece è uno che canta insieme a molti altri individui che come lui sentono la festa, in abissalità e leggerezza: “In custu monte d’artura, / perdonu bos dimandamus, / cunzedide chi siamus, / assoltos d’ogni amargura”. E il refrain: “Perdonade su peccadu de su mundu peccatore”. Li cantavano cento anni fa. Sono cantabili ancora oggi.

Costumi tradizionali Nuoro.

Testi di Natalino Piras

Il Novecento. Nel 1931 Nuoro conta 9300 abitanti. La città cominciò ad espandersi attorno alle partes tres di cui parla Salvatore Satta nel romanzo Il giorno del giudizio: i quartieri di Santu Predu, Santa Maria e Seuna. Gli altri dieci rioni erano S’Ispina Santa (via Sassari), Irillai (via della Pietà), Santu Caralu (via Alberto Mario), Su Serbadore (via Malta), Corte ’e susu (via Poerio), Santa Ruche (via Farina), Sette Fochiles (via Lamarmora), Fossu Loroddu (Largo Nino di Gallura), Su Carmine (Piazza Marghinotti), Lolloveddu (via Guerrazzi). «Vi è poi Lollove, frazione che dista circa 15 chilometri dal capoluogo, piccolo centro rurale che mantiene un aspetto quasi incontaminato rispetto alle origini».
Il giorno del giudizio. Il romanzo di Salvatore Satta "Il giorno del giudizio", pubblicato postumo prima nel 1977 e poi nel 1979, rispettivamente Cedam e Adelphi, è un paradigma della storia di Nuoro. Il romanzo è ambientato a inizio Novecento. Uno dei centri di narrazione è la casa del notaio Sanna Carboni che dei cambiamenti e molto più delle stasi, di rimbombi del “tempo fermo” dentro quella Nuoro, è insieme artefice e oggetto. In quella Nuoro ci sono molti miseri deformi: tra i più rappresentativi: Zesarinu, Dirripezza, Baliodda e la prostituta Giggia. E Fileddu, lo scemo del borgo che vive in una spelonca insieme alla madre demente, tormentato dai signori al caffè Tettamanzi. La Nuoro sattiana è una città di beoni, rappresentata dai signori del Tettamanzi che insieme a Fileddu tormentano il più rappresentativo dei bevitori: il maestro Manca. Bevono anche i preti, di nascosto. Ci sono conflittualità di classe, tra don Ricciotti Bellisay e don Sebastiano che alle elezioni politiche viene salvato dal fattore, il contadino tziu Poddanzu. Ma nella nuoresità sattiana la linea dell’orizzonte continua a essere rappresentata dal cimitero e dai fantasmi. Il tempo del giudizio è come eternato. «Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della mia gente. Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. Parole di preghiera o d’ira sibilano col vento tra i cespugli di timo. Una corona di ferro dondola su una croce disfatta. E forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria».
Il fermento culturale e l’allargamento della città. C’era una volta Nuoro, quella di Bustianu Satta, Grazia Deledda e dei poeti de su Connottu. E poi ancora pittori come Antonio Ballero e Giacinto Satta, lo scultore Francesco Ciusa e spiriti liberi come mastru Predischedda e Menotti Gallisay. Individui, isole e però tra di loro legati da parentela, amicizia, affinità ideologica e culturale. Nel computo bisogna far rientrare anche Attilio Deffenu e Francesco Cucca. Perché, fossero nati o abitassero a Santu Predu, Santa Maria o Seuna, destinati alla morte in guerra, a percorrere il Maghreb, alla mondanità di Roma e del continente, restavano intrinsecamente nuoresi. Nuoro era l’Atene sarda, una fucina di menti e di geni quasi tutti irregolari. Ma seppero far conoscere e magnificare all’esterno una società altrimenti arcaica e tradizionale, percorsa da una linea anarcoide. Nel 1907 Francesco Ciusa fu premiato alla Biennale di Venezia, per La madre dell’ucciso. Grazia Deledda vinse il Nobel 19 anni dopo, nel 1926. Tra le due guerre, e specie nel secondo dopoguerra, sos biddaios, letteralmente “i paesani”, provenienti dall’immediato circondario, dalla bassa Gallura, dal Goceano, dalla lontana Ogliastra, diventavano ogni giorno sempre più numerosi. Nuoro passava da Atene ad Atene degli inganni, così il titolo di un pamphlet di Cesare Pirisi, pubblicato nel 1978. Lo stesso Pirisi ha raccontato questa esperienza in diverse vite del giornale da lui fondato: “La Nuova Città”.
Nuoresi alla guerra civile spagnola (1936-1939). C’era anche gente nugoresa alla guerra civile spagnola. Combatterono più di 70 mila italiani, chi nelle Brigate internazionali di repubblicani, anarchici e comunisti, e chi, la maggior parte, tra i franchisti. In un fronte e nell’altro c’erano sardi. 219 caddero nelle file fasciste, oltre 20 sul fronte repubblicano. Appena dopo il primo mese dall’inizio del conflitto, il 28 agosto 1936, morì l’anarchico nuorese Pompeo Franchi, 31 anni. Combatteva la battaglia di Huesca, in Aragona. L’anno dopo cadde in combattimento un altro anarchico nuorese-orgolese, Giovanni Dettori detto “Bande Nere”. Il nuorese più illustre che combatté nelle Brigate internazionali fu l’ingegnere Dino Giacobbe. Alla fine della guerra civile dovette abbandonare la Spagna e riparò in America, a fare lo stiratore in fabbrica. Dino Giacobbe aveva lasciato la Sardegna nel 1937, rispondendo all’appello di Emilio Lussu che chiamava a raccolta spiriti liberi e battaglieri per fare fronte contro il fascismo e il nazismo dilaganti. In Spagna l’ingegner Giacobbe comandava la batteria “Rosselli”, che portava impressi nella rossa bandiera di combattimento i simboli del movimento “Giustizia e Libertà” e lo stemma dei Quattro Mori. Lontano dal fronte, la guerra si combatteva a suon di retoriche. In una ricerca fatta alla biblioteca Satta, lo storico oristanese Giovanni Murru ha recuperato un poema in sei canti che ha come tema proprio la guerra civile spagnola. Il titolo dell’opera è Bilbao, finito di stampare il 21 marzo 1938, anno XVI dell’era fascista, nello stabilimento Arti grafiche “Velox” di Nuoro. Ne è autore Mariano Piccione “del regio liceo di Nuoro”. Figura simbolo è il legionario del Duce: «terribile, forte arcangelo di morte, di civiltà, tu piegherai la storia alla tua volontà». Alle battaglie della guerra civile presero parte anche l’anarchico dorgalese Pasquale Fancello, Crodazzu, i bittesi Lorenzo Giannotti conosciuto come Larenteddu ’e Colombo, e Francesco Burrai, Frantziscu ’e Pajore.
La maestra Maccioni contro il fascismo. Nata il 17 aprile del 1891, è morta il 26 settembre del 1958. Il marito Raffaello Marchi, uno degli intellettuali più rappresentativi del Novecento nuorese, l’ha definita “profondamente resistente”. Angela Maccioni, maestra elementare, si oppose con coraggio al fascismo. Nel 1924 era stata l’unica donna, “fra pochissimi uomini”, a sottoscrivere “pro Matteotti”, il deputato socialista assassinato dai fascisti. Angela Maccioni era perfettamente cosciente di vivere in uno stato totalitario. Era sorvegliata dall’Ovra. Nel 1937 venne incarcerata, rilasciata, poi licenziata da scuola. La causa fu un biglietto indirizzato a Graziella Secchi, moglie dell’ingenere Giacobbe, per informarla della morte in battaglia, nella guerra civile spagnola, di “Bande Nere” Giovanni Dettori. Era il 17 aprile. Verrà rilasciata il 26 maggio e proposta per il confino. Fu salvata dal prefetto Achille Martelli, “fascista tiepido”, da un certificato della dottoressa Adelasia Cocco, prima donna medico condotto della Sardegna, che stilò un referto in cui diceva che le misure restrittive mal si adattavano alle condizioni di salute della Maccioni, e dal commissario di polizia Giuseppe Oddo. Costui tolse una rosa dal mazzo di fiori che Raffaello Marchi aveva portato alla moglie in carcere e lo offrì alla donna «assumendosi la responsabilità del gesto». Angela Maccioni riprese a insegnare nel 1944. Scrisse articoli e saggi e fu anche direttrice della Biblioteca Satta. Nel 1948 accettò, lei cattolica, la candidatura nel Fronte Popolare. Le furono tolti i sacramenti. Visse il tempo che le restava amareggiata e delusa.
Il comunista Diddino Chironi. Il 3 dicembre del 1987, a 85 anni, morì Giovanni Agostino Chironi, noto Diddino o Diddinu. Fondamentalmente ebbe due case: prima a via Deffenu e poi in piazza Crispi, dove insieme alla moglie Chicchina Fadda, originaria di Illorai, crebbe la famiglia. L’altra casa era quella della sua indefettibile fede comunista. Per questa fede fu più volte licenziato, scontò quattro anni e mezzo di carcere al tempo del fascismo. In carcere fu selvaggiamente picchiato e perse un occhio. Continuò a essere perseguitato e caduto il fascismo scontò la guerra fredda. Cresciuto nel mito della Rivoluzione d’ottobre fu sempre un sostenitore dell’Unione Sovietica, dove andò più di una volta, pure aYalta per curarsi. Rimase legatissimo al partito anche dopo i fatti d’Ungheria, nel 1956. I funerali di Diddinu Chironi furono di una solennità laica. Chiamata dalla figlia Antonietta, soprano e fondatrice dell’Ente musicale nuorese, venne la banda della città di Sassari per accompagnare Diddinu a Sa ’e Manca, seguito lungo tutta la risalita del corso da una folla immensa.
Il democristiano Mannironi. Nel gennaio del 1943 da un sommergibile inglese sbarcarono sulla costa ogliastrina un agente del controspionaggio britannico e un sardo di Solarussa, Salvatore Serra, ex carabiniere. Subito arrestati, oltre che molto denaro gli furono trovati una mappa e una lista di nomi di antifascisti nuoresi. Tra questi figuravano anche Ennio Delogu, di matrice sardista, veterinario bittese, e l’avvocato Salvatore Mannironi, cattolico, che diventerà poi ministro democristiano della Marina mercantile. Gli antifascisti furono arrestati e costretti a una lunga odissea carceraria tra Sardegna e continente. Ritornarono in Sardegna il 10 novembre del 1944, quando già era caduto il fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Il Corso. Ciascun paese ha il proprio centro di racconto. Anche Nuoro, che è una sommatoria di molti paesi. Il centro del racconto di Nuoro è il Corso, l’antica bia Majore. Una via che è storia e romanzo. Nomi di cose, di case e di persone. La casa natale di Attilio Deffenu, classe 1890, “intellettuale meridionalista tra i più acuti del Novecento”, morto in battaglia nel 1918 sul Piave, è davanti al bar Majore, il caffè Tettamanzi del Giorno del giudizio. Piazzetta Mazzini non discosta molto dal bar Majore. Lungo il corso, più in basso di piazzetta Mazzini e del Tettamanzi ci sono altri luoghi classici. Uno fu il “Pidocchietto” o Eden, il cinema del Corso. Molte e variegate erano le folle che andavano a vedere film d’amore e di guerra, americanate e documentari. Il Corso era la summa del divertimento. Lungo il Corso scendevano pazzi e savi. E gli amori, gli sguardi, lo struscio, l’intoccabilità, nelle vasche in salire e in quelle a ridiscendere.
E le risse, improvvisati scoppi di violenza, nello stradone e nei vicoli adiacenti. Al buio, al calare della sera o quando era ancora giorno pieno. E gli incontri, l’entrare e uscire dai negozi, dai tabacchini e dai bar. Si stava, al Corso. Ci si viveva. L’avventura della Biblioteca Satta è iniziata proprio al corso di Nuoro, in un locale anche questo davanti al caffè Tettamanzi. Lungo il Corso passarono i funerali di Bustianu Satta e quelli di Fileddu, ultimo degli ultimi. E altri: di gente illustre, di musici, operaios e politici. C’è una raccolta in volume di foto in bianco/nero di Carmelo Folchetti che documenta i cortei del Sessantotto, gli scioperi, comizi e cariche di polizia. «Me ne venivo giù per il corso, quel corso forzoso dove si incontrano sempre le stesse facce, dove si saluta venti volte al giorno la stessa persona». Così Giulio Bechi inizia un capitolo di Caccia grossa. Per il tenente l’impatto con Nuoro, «un brulichio nerastro di villaggio steso fra le stoppie giallicce, in uno scenario fantastico di monti», fu proprio il Corso. La truppa comandata da Bechi, un «drappello di affamati», andò a mangiare «pernici, trote e aragoste» all’“Etrusco”, una specie di albergo-trattoria «condotto da un toscano ». L’albergo si trovava nel basso del Corso, poco più su di Pont’e ferru, sul finire della discesa. L’inizio della parte alta è invece piazza San Giovanni, che al tempo del fascismo fu chiamata piazza Littorio. Da lì il Corso scende per poco più di 500 metri, uno stradone incassato tra case, palazzi ed esercizi commerciali. «Nel 1894», scrive Giacomino Zirottu, «furono terminati i lavori di sistemazione del lastricato. L’intitolazione a Garibaldi fu proposta al Consiglio dal regio delegato straordinario comm.Paolo Bevacqua, “a commemorazione dell’uomo più grande dell’età moderna”».
Il 1977 come anno di sintesi. Tutti i Settanta furono segnati a Nuoro da scontri di piazza, per Ottana soprattutto, lacrimogeni e gente che distribuiva limoni per attutire l’effetto del fumo. Ai botti si rispondeva con biglie metalliche e cuscinetti a sfera. Slogan su e giù per il Corso. Maree di gente a piazza San Giovanni, macchine e pullman pieni da tutta la provincia. C’erano oratori che sapevano infiammare più di altri. Poi venne il 1977. Fu annus horribilis ma carico di utopie. Maxirisse al Corso. Di là da venire “Barbagia Rossa”, quando a Nuoro, il 27 marzo 1978, «viene rivendicato l’attentato incendiario, avvenuto il giorno precedente, contro un cellulare adibito al trasporto detenuti». E poi il 1979, con i fatti di sa Janna Bassa e la “Campagna contro la militarizzazione del territorio”. Numerosi gli attentati contro caserme dei carabinieri a Nuoro, Lula, Orani, Bitti. Ancora, nel 1980, Antonio Savasta ed Emilia Libèra, brigatisti catturati a Cagliari dopo un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. E poi ancora il fenomeno dei pentiti e gente di “Barbagia Rossa” che finisce in carcere per uscirne a volte venti e passa anni dopo. Ci sono segni di tutto questo nel 1977. Anche a Nuoro e dintorni ci furono fuochi, violenza come volontà di rappresentazione del disagio sociale. Numerosi i posti di blocco dentro il centro abitato e nelle strade di campagna. Di giorno e di notte. Escalation di faide, fuoco che covava sotto la cenere. Capitava che le forze dell’ordine facessero irruzione in bar e altri locali pubblici e mettessero faccia al muro gli avventori. A volte perquisivano tutti indistintamente, altre separavano quelli vestiti in panno da altri che indossavano su billutu e avevano scarponi pesanti ai piedi. Non sempre poi il ragionare di chi indossava la tuta blu trovava punti d’incontro con studenti e pastores. Si viveva un clima strano, tra manifestazioni, feste dell’Unità, attese e utopie. La rivoluzione non avvenne, nel 1977. Neppure si materializzò l’anno successivo, quello del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. In Barbagia e a Nuoro il Settantasette potrebbe essere definito un anno di fermenti, di sogni, di utopie. Erano i tempi che le femministe attaccavano i maschi. Il clima cupo degli anni di piombo veniva mitigato dalla sensazione diffusa che si stava e si combatteva insieme per una democrazia di base. Furono tempi importanti anche per “Su populu sardu” e la sua idea di nazione.

Nuoro, panoramica città.
Nuoro, nuraghe Sa Tanca Manna.

Feste, sagre ed eventi nella città di Nuoro


Carnevale a Nuoro Il carnevale di Nuoro si articola ogni anno di una serie di eventi che si svolgono nelle vie del centro cittadino e che coinvolgono popolazione e turisti. Come per altri paesi della Barbagia, anche qui la festa si apre il 16 gennaio con i falò in onore di Sant'Antonio Abate. Il carnevale vero e proprio prende avvio il pomeriggio del 26 gennaio con la sfilata per le vie del centro, cui partecipano le maschere tradizionali della Barbagia, fra le quali i Mamuthones e gli Issohadores di Mamoiada, i Thurpos di Orotelli, i Bundos di Orani e i Tumbarinos di Gavoi. Il programma della manifestazione prevede quindi per il 2 febbraio l'organizzazione del carnevale dei bambini e i tradizionali balli in piazza. Altre iniziative (cacce al tesoro, eventi di spettacolo, concorsi ecc.) possono, invece, variare di edizione in edizione.
Redentore Sono 106 anni che nel mese di agosto, si festeggia a Nuoro il Redentore, manifestazione sacra che attira nel capoluogo barbaricino circa 100.000 visitatori all'anno. Il Redentore è infatti una tra le più suggestive manifestazioni della Sardegna. La prima edizione risale al 1900 quando, per celebrare solennemente l'inizio del XX secolo dell'era cristiana, fu innalzata sulla vetta del Monte Ortobene una grande statua bronzea raffigurante il Redentore, divenuta poi meta di un suggestivo pellegrinaggio dedicatorio. La suggestione della festa viene accresciuta dalla sfilata dei costumi sardi: sono, infatti, numerosi i gruppi folkloristici che partecipano alla rassegna. Il corteo è permeato da un vivido significato religioso: la parte civile e la parte sacra della festa si fondono in una soluzione che apparirà di sicuro interesse al visitatore attento e desideroso di profonde emozioni spirituali. L'interminabile corteo parte dalla città alle prime luci dell'alba, procede con ritmo lento e composto, cadenzato dalle severe note di inni liturgici e percorrendo sentieri tracciati nel folto dei boschi raggiunge la cima del monte. La distanza della statua del Redentore non scoraggia i migliaia di fedeli che invece proseguono con forte motivazione spirituale verso la personificazione della pace: il Redentore. Ai piedi della statua vengono celebrate messe e si svolgono riti tradizionali. Il programma della Sagra comprende una serie di iniziative collaterali, che con danze, canti e suoni si protraggono per l'intera giornata, tutte lontano dal monte quasi per rispettare la sacralità del luogo e venerare il culto del Redentore immersi in un avvolgente silenzio.




Monumenti e siti archeologici

  • Antica chiesa delle Grazie
  • Cattedrale di Santa Maria della Neve
  • Complesso di Noddule
  • Liceo classico "G. Asproni"
  • Necropoli di Maria Frunza/Ianna Ventosa
  • Ospedale sanatoriale "Cesare Zonchello"
  • Palazzo del Governo
  • Palazzo delle Poste e Telegrafi
  • Piazza Satta
Nuoro, Nuraghe Sa Tanca Manna

Cattedrale di Santa Maria della Neve

Come arrivare Si percorre la SS 131 e si esce al bivio per Nuoro cui si giunge dopo circa 4 km. Giunti ai giardini pubblici si prosegue dritti per qualche metro e si arriva in cattedrale. La chiesa si trova nell'omonima piazza. Nuoro è un centro di antica origine ma di formazione urbana recente. La cattedrale è nel centro, sul colle che i Nuoresi chiamano "sa tanchitta", appartato rispetto ai quartieri storici di Seuna e di San Pietro.
Descrizione La cattedrale di Santa Maria della Neve sorge sull'area di un'antica chiesa che il vescovo Giovanni Maria Bua decise di ricostruire, benedicendo nel 1835 la prima pietra. Numerose le vicende che rallentarono i lavori: nel 1840 morì il progettista fra Antonio Cano, cadendo da un ponteggio allestito nella fabbrica; dopo poco tempo morì anche Bua. Solo nel 1846 i lavori vennero ripresi sotto la direzione del sassarese Vittorio Fogu, lo stesso che dieci anni prima aveva portato a termine la costruzione dei cappelloni del transetto nel duomo di Oristano. Nel 1853 monsignor Zunnui-Casula poté benedire la nuova cattedrale. L'edificio, maestoso, domina una vasta piazza. Il prospetto timpanato presenta ai lati due campanili gemelli. La facciata è segnata da quattro monumentali colonne in granito sormontate da capitelli ionici che sorreggono una semplicissima trabeazione e si conclude con un timpano triangolare che richiama suggestioni palladiane, tanto care al progettista Antonio Cano. I fianchi esterni sono caratterizzati dal disegno sinuoso delle absidi delle cappelle laterali, con chiari riferimenti borrominiani. L'interno ha un'unica navata coperta con volta a botte con ampie finestre da cui entra una buona luce, che crea effetti chiaroscurali tipici del Cano. Tre cappelle per lato, absidate e coperte con piccole volte emisferiche, comunicano tra loro attraverso arconi. Si creano così tre navate e viene tracciata una pianta a croce sebbene non esista una crociera con relativa cupola. La trabeazione accentua gli effetti chiaroscurali.
Il presbiterio, sopraelevato, è caratterizzato da una struttura in cui dominano rigorose geometrie, con un alternarsi del marmo bianco e delle specchiature policrome unite a festoni dorati

I 52 Comuni della Provincia di Nuoro

ARITZO
ATZARA
AUSTIS
BELVI'
BIRORI
BITTI
BOLOTANA
BORORE
BORTIGALI
DESULO
DORGALI
DUALCHI
FONNI
GADONI
GALTELLI'
GAVOI
IRGOLI
LEI
LOCULI
LODE'
LODINE
LULA
MACOMER
MAMOIADA
MEANA SARDO
NORAGUGUME

Cattedrale Santa Maria della Neve

I 52 Comuni della Provincia di Nuoro

NUORO
OLIENA
OLLOLAI
OLZAI
ONANI
ONIFAI
ONIFERI
ORANI
ORGOSOLO
OROSEI
OROTELLI
ORTUERI
ORUNE
OSIDDA
OTTANA
OVODDA
POSADA
SARULE
SILANUS
SINDIA
SINISCOLA
SORGONO
TETI
TIANA
TONARA
TORPE'

Pane Frattau
Porcetti Sardi
Ravioli Ricotta e Spinaci

La gastronomia tipica del Nuorese

La gastronomia sarda deriva dallo stretto legame fra l'economia agricola e quella pastorale, che hanno caratterizzato per secoli la vita sociale e lo sviluppo dell'Isola. Le pietanze sono semplici e i prodotti genuini e saporiti: si usano poche spezie, fatta eccezione per le erbe di campagna, poche salse e molto olio d'oliva, che in passato spesso era sostituito dallo strutto (grasso di maiale). Nel nuorese prevalgono i piatti a base di carne e sono rinomati i primi, di pasta fresca, i formaggi e i dolci.
Gli antipasti sono costituiti soprattutto da olive, formaggi e salumi. Si servono il pecorino, fresco o stagionato, Su casizzolu (caciocavallo), fresco o arrosto (talvolta abbinato con miele), la ricotta e Sa frue (latte cagliato fresco). Abbiamo poi la salsiccia, il prosciutto locale e vari tipi di pancetta, coppa, lonza di maiale. Particolare è sa purpuzza, carne di maiale tritata e condita con aromi, cotta in padella anziché insaccata. Il pane tradizionale più diffuso è su pane carasau, dischi sottilissimi e croccanti ottenuti mediante una doppia cottura al forno a legna. Il pane carasau, abbrustolito e cosparso di olio e sale, prende il nome di pane guttiau. Abbiamo poi diverse varianti di spianata sarda a pasta morbida e il pane bianco, chiamato su coccone, lavorato lungamente, tuttora prodotto e consumato in occasioni di festività e di ricorrenze particolari. Questo pane è caratterizzato da una pasta finissima e dall'elaborazione delle forme più svariate.
I primi piatti Fra i primi piatti ricordiamo su pane frattau, fatto col pane carasau immerso nell'acqua bollente, disposto in strati conditi con abbondante sugo di pomodoro e formaggio pecorino, con sopra un uovo in camicia; sos maccarrones cravaos, versione nuorese degli gnocchetti sardi, ottenuti schiacciando a mano un pezzetto di pasta su una superficie bucherellata; sos macarrones de busa, grossi bucatini fatti stendendo la pasta attorno a un apposito ferro allungato; sos maccarrones furriaos, gnocchetti conditi con formaggio pecorino freschissimo, fuso con la semola fino a formare una sorta di crema. Sono rinomati i ravioli barbaricini nelle due versioni: con ripieno di formaggio fresco o con ricotta e spinaci, conditi con pomodoro, o ragù, e pecorino. Molto diffusa è la minestra di merca, fatta con pasta, patate e pomodoro, con aggiunta finale di latte di pecora cagliato. Grazia Deledda cita più volte nei suoi romanzi un altro primo piatto tipico, su filindeu, una pasta di semola finissima intrecciata come una tela, cotta come una minestra nel brodo di pecora con aggiunta di abbondante formaggio fresco.
I secondi piatti Il re della cucina barbaricina è il porcetto cotto allo spiedo. Abbiamo poi gli arrosti di agnello, capretto, vitello. La pecora viene lessata con patate, cipolle, pomodoro e altre verdure, servita con pane carasau bagnato nel brodo di cottura (pecora in cappotto). Sono numerosi i secondi piatti a base di interiora: la coratella (fegato, cuore e polmoni) cotta in tegame con vari aromi (cipolla e spesso carciofì), sa cordedda, treccia fatta con le budella dell'agnello o del capretto ben pulite, cotta allo spiedo oppure in tegame con i piselli, su tataliu, una treccia più grossa con pezzi di coratella, arrostita allo spiedo. Un altro piatto tipico è su zurrette: il sangue della pecora, condito con menta, timo selvatico, formaggio e pane carasau sbriciolato, cotto all'interno dello stomaco dell'animale e mangiato accompagnato da pane carasau.
I dolci Il dolce nuorese per eccellenza è sa sebada, un disco di pasta sottile che racchiude un ripieno di formaggio fresco aromatizzato al limone, fritto e ricoperto di miele o zucchero. Fra i dolci a base di formaggio abbiamo sas casadinas, tortine di pasta ripiene di formaggio fresco o ricotta. Altro dolce tipico è s'aranzada, preparato con scorze d'arancio candite, miele e scaglie di mandorle tostate. Per la ricorrenza di Tutti i Santi si cucinano sos papassinos, rombi di pasta friabile con noci, mandorle, nocciole e uvetta, e a carnevale sas orillettas, strisce di pasta di farina e uova, fritte e cosparse di miele. Ampia la scelta dei dolci di mandorle e miele: da sos coriccheddos croccanti decorati con motivi floreali (tipici dei matrimoni), agli amaretti, morbidissimi, e ancora ai guelfos, simili a grandi bonbon di pasta di mandorle, per finire con i gattò, fatti di mandorle tostate tenute insieme con miele.
Vini e liquori A Nuoro la produzione vinicola è soprattutto a carattere privato per consumo familiare, con netta prevalenza di vini rossi corposi. In provincia si ha invece una varietà considerevole. Ad Oliena abbiamo diverse qualità di Cannonau, rosso o rosato con gradazione alcolica intorno ai 14°, tra cui il famoso Nepente, cantato fra l'altro da Gabriele D'Annunzio. Notevole anche la produzione di Dorgali, che propone vini rossi, rosati e bianchi, e dell'Ogliastra, Jerzu e Tortolì, dove prevalgono vini rossi e cannonau. Merita una citazione l'aromatica malvasia di Bosa, ottenuta da uve bianche. Il liquore sardo per eccellenza é il mirto, prodotto in due versioni ottenute dall'infusione di bacche (mirto nero) o foglie (mirto bianco). Sono diffusi anche il limoncello e altri liquori di varie essenze, fatti in casa. Infine abbiamo l'acquavite, qui chi amata abbardente o filu 'e ferru, un distillato ad alta gradazione alcolica.

Pane Tipico Sardo
Salsiccia Sarda
s'aranzada dolce tipico Sardo
Nuoro, sposi in costume

Testi di Natalino Piras

I grandi nuoresi

Grazia Deledda Il romanzo di formazione di Grazia Deledda è in realtà per la sua ricerca sul campo per la Rivista di tradizioni popolari. Nacque a Nuoro il 27 settembre 1871, nel rione di Santu Predu. Frequentò le scuole elementari e poi prese lezioni da un professore ospite di una sua parente. Si può dire che fu un’autodidatta. I suoi primi racconti furono pubblicati nella rivista “L’ultima moda” e le prime poesie, Nell’azzurro, dalla casa editrice Trevisani, nel 1890. Visse a Nuoro sino ai trent’anni. Poi conobbe a Cagliari Palmiro Madesani, funzionario del Ministero della guerra. Si sposarono e andarono a vivere a Roma. Dopo la pubblicazione di Anime oneste, nel 1895, de Il vecchio della montagna, 1900, la critica iniziò a interessarsi alle sue opere. In quel tempo collaborava alle riviste “La Sardegna”, “Piccola rivista” e “Nuova Antologia”. Nel 1903 esce Elias Portolu. Poi Cenere, 1904, da cui nel 1916 venne tratto un film con Eleonora Duse, L’edera, 1906, Sino al confine, 1911, Colombi e sparvieri, 1912, Canne al vento, 1913, L’incendio nell’oliveto, 1918, Il Dio dei viventi, 1922. Nel 1927 ricevette a Stoccolma il premio Nobel, assegnatole l’anno prima. Morì a Roma il 15 agosto del 1936. L’anno dopo uscì il suo romanzo autobiografico Cosima. Nel 1959 la salma venne traslata a Nuoro. La sua tomba è nella chiesetta della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene.
Bustianu Satta Bustianu Satta, soprannominato Pipieddu, bambinello, visse 47 anni. Nuoro:nasce il 21 maggio 1867 muore il 29 novembre 1914. Fu un grande avvocato, spesso dalla parte di contadini, di più pastori, inseguiti e perseguiti dalla giustizia. Su questa sua fama di “difensore degli oppressi” fioriscono storie e leggende smentite dallo stesso Satta. Quando per esempio annota a margine di carte avvocatesche che «l’alibi è il fondo di bottega di tutti i processi». L’opera più nota di Bustianu sono i Canti. I Canti barbaricini furono pubblicati per la prima volta nel 1910 e Canti del salto e della tanca uscirono postumi nel 1924. «Parola forza luce suono», così Salvatore Ruju in un numero del “Il Nuraghe”, sempre nel ’24. Diceva Mario Ciusa Romagna nel 1985, a conclusione di un convegno su Sebastiano Satta e sul figlio Vindice, che rimaneva ancora irrisolta una questione: se cioè per la poesia sattiana non fosse giunto il tempo di essere sprofondata in mare dentro “una bara / Grande grave profonda”. Memorabile l’edizione mondadoriana nella prestigiosa collana “Lo Specchio” dei Canti sattiani, per la cura appunto di Mario Ciusa Romagna: nel 1955, nel 1962 e nel 1980.
Mario Ciusa Romagna Nei primi mesi del 1985 ho lavorato insieme al professor Mario Ciusa Romagna per organizzare la mostra dei manoscritti di Sebastiano Satta, di proprietà del consorzio per la pubblica lettura nuorese, già Biblioteca, che del poeta porta il nome. Lo stesso Consorzio era promotore del Convegno “Sebastiano Satta: dentro l’opera dentro i giorni” che si sarebbe tenuto, nell’auditorium della Biblioteca, il 9 e il 10 marzo. Due giornate di studio molto intense che hanno visto la partecipazione dell’intellighentia letteraria della Sardegna intera e non solo. Tra gli altri enti organizzatori di quell’avvenimento, iniziato l’anno prima, nel settantennale della morte di Bustianu con una giornata, il 9 aprile, dedicata al figlio Vindice, figuravano ISRE, Comune, Provincia e Comunità montana del nuorese. Di tutto esistono gli atti, pubblicati in due volumi nel 1988 dalla Biblioteca a cura di Angela Quaquero e Ugo Collu: Dentro l’opera e dentro i giorni per Bustianu, La parola negata per il figlio Vindice. La mostra dei manoscritti venne inaugurata l’8 marzo di quel 1985. Ricordo Ciusa Romagna che chiosava con notazioni di vita vissuta – Satta morì che lui era bambino – e lessico-grammaticali ogni singolo foglio. C’è stato da imparare. A lavoro ultimato, allestita la mostra, Mario Ciusa Romagna ritornò alla sua città di adozione, Cagliari. Sarebbe risalito a Nuoro per l’inaugurazione e per i giorni del convegno. Prima di partire ci fu comunque il tempo per organizzare una intervista, annotare, in forma di dialogo, parole e pensieri intorno e sulle carte di Bustianu che io vedevo per la prima volta e che invece professor Ciusa Romagna già ben conosceva. Fu lui a raccontarmi dei “canti della culla” da Bustianu depositati nella bara della figlia morta bambina, nel 1908. Raimonda si chiamava, Biblina. Quelle poesie ritornarono alla luce nel 1924, 10 anni dopo la morte di Bustianu, quando la bara di Biblina venne appositamente riaperta. Ciusa Romagna non attribuiva grande valore letterario a quei canti di dolore. Era lo stesso Ciusa, poi, a commentare le parole inusuali e “difficili” del lessico sattiano. Quelle che lo stesso Bustianu annotava in un quaderno-vocabolario e quelle restate inusuali: per le quali bisogna approntare un glossario. Ricordo che studiammo e scrivemmo didascalie semplici e brevi, concise. Dovevano servire per commentare e chiarire. Ciusa Romagna chiedeva e noi bibliotecari gli trovavamo i testi che di volta in volta servivano per stabilire una data o un riferimento. Ripeteva il professore che si trattava di una mostra didattica, limitata ai soli manoscritti in possesso della Biblioteca. Ciononostante continuava nel suo lavoro di indagine e ricostruzione. Ci fu da imparare. Di quei dialoghi di lavoro con Ciusa è rimasta comunque traccia, l’intervista finora inedita che viene qui riproposta. Alcuni passaggi suonano ancora attuali.
– Professore, lei ha visto o rivisto i manoscritti di Sebastiano Satta che saranno esposti in un percorso cronologico. Cosa può dire, alla vigilia della mostra?
“Prima di tutto preciso che non si tratta affatto di una mostra bibliografica, bensì di una semplice mostra di manoscritti. Che non sono molti e neppure di notevole interesse. La maggior parte di questi, almeno parzialmente, sono stati riprodotti in varie occasioni. Io li ho rivisti con interesse perché ogni riesame suggerisce sempre qualche cosa a cui prima non si era pensato. Lo sforzo è stato nello stabilire le date dei vari manoscritti e nel tentativo di ordinarli cronologicamente in modo di soddisfare il proposito della Biblioteca Satta che era ed è quello di una rassegna didattica, illustrativa, nei limiti del possibile, di alcune vicende politiche e culturali del poeta. Per questo si è pensato di documentare queste vicende con una serie ricchissima di fotografie”.
– Lei, professore, accenna al fatto che il riesame dei manoscritti gli ha suggerito qualcosa di nuovo. In che senso?
“Prima di tutto si nota il tormento, la ricerca sofferta del termine. L’osservazione delle varianti può dare la prova delle due anime di Satta. Da una parte il trapasso da un termine all’altro è sforzo di ricerca fonica, tonale, della parola, una tendenza che definirei epifanica, immaginifica. Dall’altra, invece, si nota lo sforzo al raggiungimento di una puntualità semantica, profonda. In Satta è sempre presente il mistero esistenziale della sua regione, il rapporto tra anima e corpo, terra e storia. L’elemento più positivo che viene fuori da questi manoscritti è nello sforzo, nella costanza con cui persegue la conoscenza della lingua italiana. Lo studio dei vocabolari, la trascrizione dei termini è quasi sempre in relazione al sardo”.
– Cosa intende dire?
“Secondo il mio modesto avviso il poeta nella lingua italiana non solo cercava il corrispondente termine sardo, ma la semantica e perfino l’esistenzialità del corrispondente termine. Insomma la lingua italiana doveva dargli la misura e l’essenza, la stessa verticalità del sardo. In questo senso mi pare che il suo sforzo sia veramente notevole. L’argomento, certamente, richiede una maggiore analisi, che, penso, sarà fatta in sede di convegno”.
Così fu, anche se non in maniera esaustiva. Certo quei giorni dell’85 hanno tramandato memoria di sé. Per Satta comunque bisogna ancora creare qualcosa, forse attualizzare il suggerimento dato da Ciusa Romagna a conclusione di dialogo: occasioni, per “riparlare più a fondo” della poetica di Bustianu. Forse c’è ancora da imparare.
Gonario Pinna Nato l’11 settembre del 1898 e morto nella primavera del 1991, continua a essere una figura portante della storia e della cultura nuoresi. Il padre di Gonario, Giuseppe Pinna, era di Sarule. Fu ragazzo pastore prima di diventare «avvocato di prestigio nel foro di Nuoro», così Guido Melis, «progressista, legato al gruppo dei democratici sassaresi della Nuova Sardegna, deputato al Parlamento per quattro legislature». Giuseppe Pinna fu ucciso mentre usciva dal tribunale di Nuoro, da «un calzolaio mezzo pazzo». Gonario fece le scuole a Nuoro, Sassari e Firenze, frequentando aule di tribunali, circoli anticlericali intitolati a Giordano Bruno e il «liceo severissimo Michelangelo» del capoluogo toscano. «Quasi diciottenne ritorna a Nuoro per le vacanze e vi conosce una ragazza che diverrà la compagna della sua vita».
Poi la guerra. Era studente in giurisprudenza a Roma nel 1918 quando partì volontario per il fronte. Conobbe notti gelide, bombardamenti e anche la prigionia in un campo di concentramento ungherese. Ritorna dalla guerra, riprende gli studi sotto la guida, principalmente, di Enrico Ferri, «il più prestigioso esponente della scuola italiana del diritto positivo». Sarà lo stesso Ferri dopo la laurea nel 1921 a indirizzare Gonario Pinna verso Berlino, perché si specializzi in sociologia criminale: il professore vorrebbe che Gonario Pinna gli fosse accanto nella carriera accademica. Le cose andranno diversamente. Nella capitale tedesca Gonario incontra Max Leopold Wagner cui era stato raccomandato da Antonio Ballero. L’amicizia con uno dei più grandi studiosi del sardo rafforza gli interessi linguistici del giovane Gonario che poi, una volta rientrato in Italia, sceglierà definitivamente di rimanere nell’universo da dove era partito: Nuoro. Correva il 1923. La scelta del ritorno alle origini è motivata principalmente con il fatto di restare accanto alla madre ormai anziana, anche per amministrare il patrimonio di famiglia e per esercitare la professione del penalista nel foro nuorese. In queste due motivazioni, nella linea di confine tra privato e pubblico, sta la nascita, la crescita e la durata del mito di Gonario Pinna. Non c’è campo che non abbia attraversato e di tutto ha lasciato scrittura. Di spirito repubblicano, fu sorvegliato speciale durante il fascismo, intellettuale scomodo e fuori dal coro. Finite la dittatura e la guerra, negli anni cinquanta entrò a fare parte del partito socialista, nella corrente autonomista di Nenni. Si candidò alla Camera per la trentesima circoscrizione di Cagliari. Primo dei non eletti, subentra a Emilio Lussu che in suo favore opta per il Senato. Sarà deputato dal 1958 al 1963. Presenterà 20 proposte di legge e innumerevoli interrogazioni orali e scritte. Al centro di questo operare politico ci sono “la Sardegna e il vasto mondo”. Il centro d’interesse, il punto di andata e di ritorno, l’osservatorio privilegiato, resta comunque il tribunale dove l’avvocato Gonario Pinna, tanto abile nell’arte oratoria quanto suadente in quella della scrittura, è uno dei protagonisti principali, se non il più importante. Su primu, il principe. Sarà più tardi Salvatore Satta a rivelare nel Giorno del giudizio come il processo rappresenti l’esperienza dei vivi e quali e quanti
fantasmata agitino i comportamenti, in un tempo dilatabile all’infinito, dei nuoresi e dei barbaricini. Ma, in un ideale raffronto, è Gonario Pinna a preparare il terreno. Si potrebbe sostenere che nel parlare, nello scrivere e nel ritornare al nodo del “pastore sardo e la giustizia”, che è anche il titolo di uno dei suoi libri più importanti e conosciuti, Gonario Pinna riversi tutta la storia non solo dei nuoresi ma della Sardegna intera. Ne viene fuori uno spaccato enciclopedico. Nell’esperienza dell’avvocato Pinna, da lui vissuta prima che appresa sui libri, leggiamo della questione sarda inserita in quella meridionale, di Benedetto Croce, di Antonio Pigliaru e della rivista “Ichnusa”, ma anche della resistenza di fattori magici nelle aule dei tribunali, con veggenti e donne capaci di berbos a condizionare il processo. Entrano in scena ancora antiche madri che, come in trance, nello studio dell’avvocato “vedono” e “sentono” compiersi, proprio in quel momento, l’uccisione del figlio. Gonario Pinna comente homine fu un penalista intransigente. Entrando nella conflittualità dei codici che opponevano lo stato del “noi pastori” all’altro Stato, quello che programma ed esercita la Giustizia, non indulge a nessuna compassione della realtà delinquenziale. Così come spoglia di aura nostalgica la civiltà contadina. Però quella realtà tanto antica e conflittuale, oppositiva e remissiva insieme, la sente come proprio mondo. È lo stesso mondo di Sebastiano Satta, di Grazia Deledda, di Salvatore Cambosu, tutta gente conosciuta personalmente o per eredità di affetti e comune sentire. Gonario Pinna, «intellettuale laico, criminologo, studioso di demologia giuridica», come dice Gianni Sannio, fa vedere come nonostante tutto l’anarchia barbaricina sia capace di vaste campiture. Oltre Nuoro come microcosmo.
Predu e Antonio Mura Il poeta Predu Mura, quello della “luche soliana” e degli “ottanta cabaddarjos”, fu in Africa Orientale, dal 1936 al 1939, al tempo della sciagurata colonizzazione italiana. Partì per le campagne di Eritrea e Somalia da Nuoro dove si era accasato dopo una vita da ramaio girovago. Parte per l’Africa in seguito a una crisi finanziaria seguita all’acquisto di una cartoleria. Ha moglie e cinque figli. Si arruola volontario, nella seconda compagnia del 315° battaglione bersaglieri, “con un numero complessivo di figli di 1151”. Molti sono richiamati. Il battaglione è composto perlopiù da contadini e braccianti, operai, artigiani, impiegati, commercianti. C’è anche “un sardo padre di 16 figli”. I molti bisognosi e “finanche i 4 benestanti” del battaglione sono tutti alla cerca di fortuna e di gloria. Il tempo è quello del fascismo trionfante. Comanda il battaglione Ennio Giovesi che fu compagno d’armi di Gabriele D’Annunzio, nella conquista del monte Veliki durante la prima guerra mondiale. All’antico commilitone in partenza per la guerra etiopica il Vate invia un lungo messaggio pieno di “buccine”, di “percosse di battaglia”e di orizzonti d’oltremare. “Teneo te Africa”, si esalta D’Annunzio rivolgendosi a Giovesi ma anche ai «200 sardi, non diversi da quelli della Brigata Sassari che nella guerra grande io condussi al combattimento, non diversi da quelli che superarono l’apice d’ogni coraggio». Predu Mura è uno dei 200. La sua storia è come quella di tanti altri meridionali, sardi, nuoresi, dei paesi del circondario. Ne circolano ancora tante di storie provenienti da quelle conquiste italiche. Storie che si trovano alcune nei manuali e altre no, quella dell’eccidio ad opera del maresciallo Graziani, compiuto nel monastero di Debrà Libanòs, e quelle ancora impregnate di gas, usato per lo sterminio di intere popolazioni. Ancora fino all’altro ieri Indro Montanelli polemizzava con lo storico Angelo Del Boca che gli rammentava appunto l’uso dei gas. Montanelli negava l’evidenza. Ci sono storie sintetizzate da un’immagine, cartoline con impiccati, teste tagliate, gente gasata: libici e moros. Gli italiani invece sono sorridenti e indifferenti. Quanto mai lontane queste storie e immagini da quelle comiche e grottesche che ancora appartengono all’oralità. Come quella di un tale tziu che raccontava che lui i bambini arabìos li metteva ad alluminzare il fuoco. E altre dove c’è il cocente sole africano, grande come un canestro. E sos nieddos che quando qualcuno dei nostri gli cadeva nelle mani, liberanos domine! E l’acquavite ricavata dalla buccia di patata e dalle cipolle nei campi di concentramento inglesi, dopo che i soldati di Sua Maestà sconfissero definitivamente Rommel, la volpe del deserto, e i suoi alleati italici. Il sogno coloniale si era definitivamente frantumato. Di quel sogno, vissuto tra consapevolezza e no, Pedru Mura è testimone.Ci sono fotografie che lo ritraggono in momenti di sosta, sotto una palma, e altre in ricognizione sui monti, armato di tutto punto, in divisa coloniale. In altre ancora è in mezzo ad abissini che improvvisano danze per festeggiare un’azione vittoriosa degli italiani. In una il poeta è seduto davanti a un tavolo, nel fortino di Uogòro, intento a scrivere lettere. Tante le lettere indirizzate alla moglie Mura Bande Mariantonia, via Efisio Tola 12, Nuoro. Si inizia con grandi speranze. “Carissimi”, scrive Mura che si firma sempre Piero, il 13 novembre del 1936, “Spero che due o tre anni di soggiorno in questa terra ci bastino per farci una buona posizione”. L’idea è quella di diventare ricchi, una nuova terra dove finalmente dimenticare il girovagare per le strade della Sardegna e le angustie di Nuoro. “Cosa vuoi che io faccia”, si sfoga Predu in una missiva, sempre sul finire di quel 1936, “a scrivere al duce ogni momento non è cosa tanto delicata”. Il duce è considerato ancora l’uomo della Provvidenza. Il soldato Pietro Mura di Antonio partecipa alle operazioni militari e riceve una paga. Manda a casa i soldi, vaglia postali di 200, 500, 700, 1110, 1150, 1200 lire. Sfrutta gli spazi delle “comunicazioni del mittente” per dire della salute: “io sto sempre bene”. Raccomanda la cura con l’olio di merluzzo. Per quanto può governa da lontano l’andamento delle cose nuoresi. Nel retro dei vaglia e nelle altre lettere si avverte in Pietro Mura una grande passione per i libri e le scritture, per le opportunità che offre lo studio. Si preoccupa dell’andamento scolastico dei figli, specie Pinuccio e Tonino, quest’ultimo destinato a diventare anche lui uno dei più grandi poeti sardi del Novecento. I segnali di crisi, nell’avventura africana di Predu, iniziano ad avvertirsi nell’autunno del 1937. Scrive Mura da Massaua, il 9 ottobre, quindicesimo anno dell’era fascista: “Carissima Tonia, mi dispiace che mentre io avevo proposto di rimpatriare a fine d’anno, sia costretto entro il corrente mese. La compagnia si è sfasciata per cui stanno facendo rientrare tutti i componenti di essa. Eravamo 1400 ed ora siamo solo 250 che entro ottobre dovremo pure rientrare. Io, malgrado con poca forza e anche con poca volontà perché ne sono più che stanco, sto tentando di cercarmi un posto ma ho molto dubbio che non riesca. Questo clima è solo adatto per i serpenti. Scrivo poco perché sono stanco”. C’è anche un post scriptum: “Da un mese ci hanno fatto sulla paga il ribasso del 30% ed essendoci pure stato poco lavoro la paga è diminuita di più della metà. Non hanno però pagato ancora e ci devono 3 quindicine”. Qualche segnale di ripresa sembra avvertirsi pochi giorni dopo. “È arrivato il piroscafo ‘Sardegna’, con a bordo molti volontari fra i quali c’erano parecchi nuoresi. Tutti stanno ottimamente, abbiamo bevuto una birra assieme ma sono dovuti partire subito appena sbarcati perché gli autocarri erano in loro attesa. Non sapevano per quale zona dovessero andare ma di certo gli hanno portati verso Gondar, ove so che c’è bisogno di rinforzi. Dirai alle loro famiglie che stiano tranquille, tutti erano contenti”. Illusioni. Il colonialismo italiano era iniziato con la sconfitta di Adua nel 1896. Finisce per sempre ad El Alamein, nel 1942. Per la campagna d’Africa Pietro Mura fu decorato con la medaglia del gladio romano e con la croce di guerra. Ma cosa valgono rispetto ai suoi versi che già allora, nel sole del deserto, maturavano: «Chie andat tessende luche, / e corbulas d’erba cana, / ube creschen sos arbores, / chi faghen progher sos chelos?».
Breve ma intensa, “irrequieta” dice Gonario Pinna nel suo Antologia dei poeti dialettali nuoresi, la vita di
Antonio Mura, morto nel 1975 a 49 anni. Poeta figlio di poeta. Nugoresu, Antonio, Tonino in accezione famigliare. Isilese il padre, nato nel 1901, Pedru figlio di Antonio, ramaio stirpe di ramai. Approdò a Nuoro nel 1925 dopo aver camminato per l’isola intera a vendere i manufatti tipici: lapiolos e sartàinas. A Nuoro Pedru Mura sposò Mariantonia Bande Ticca, nipote del canonico Giuseppe Ticca, che la allevò fin da bambina. Il figlio Tonino ne registrò la voce che recita, in perfetta dizione logudorese, rispettando scansioni e accelerazioni, pause e ripetizioni, i brani ormai classici di Su mortu de Orolai e Cherimus un’arbor’e pache. Una voce che si sente ancora con emozione. Così come quella di Tonino che nel magnetofono, si chiamava così allora, marca “Geloso”, faceva prove di incisione circondato dai figli bambini: “Non tocches”, “Ista a sa muda”, “Non bi l’ar galu compresa”, “Tue ti dias ponner finas a pranghere”, “Ista a sa muda t’appo nau”. Una voce intonata, comunicativa. «In uno di questi nastri», dice Nereide Spano, la moglie, mentre il figlio Ludovico fa andare i cd dove tutto è stato riversato, «Tonino leggeva le poesie del padre alla maniera di Ungaretti». Si sente il vento. «At intesu su ventu / e lu cheriat tennere chin sa manu / ma si nche l’er fughiu». Pedru Mura morì nel 1966. Padre e figlio godono di meritata fama. Furono e sono entrambi vivide presenze al premio “Ozieri”. Venti anni fa le loro composizioni furono inserite nella mondadoriana Le parole di legno, un’antologia della poesia “in dialetto” del ’900 italiano. L’opera poetica di Antonio è raccolta in un solo libro ma quanto mai importante. Lo pubblicò a proprie spese nel 1971 per le “Edizioni Barbaricine” di Nuoro. Importante anche per la prefazione di Raffaello Marchi di cui Mura fu allievo e con cui collaborò, tra il 1947-‘48, per il periodico “Aristocrazia”. Il titolo del libro, sulla coperta color carta da pacchi, ideologicamente imposto da Marchi, era: Lingua e dialetto. Poesie bilingui. Nel 1982 fu tradotto in tedesco da Wolfgang Dietrich e pubblicato dalla Huber & Klenner di Monaco. L’edizione Ilisso del 1998, a cura di Maurizio Virdis, nella collana “Bibliotheca sarda”, riprende il titolo-tema che voleva dargli Antonio: Su birde. Sas erbas. Il verde e le erbe di una terra, kusta, inoche, che è «resto pietroso di tutto lo sconquasso di prima del diluvio». Il versificare di Mura è una parlata nuorese resa scrittura dura e aspra. A fronte, nelle pagine del libro, un italiano essenziale. In sardo, Antonio Mura traduceva Eliot, Auden, Neruda, Pavese, Fortini ma anche Le opere e i giorni di Esiodo. È uscito per la Cuec un libro con le sue traduzioni di Poesia interrompia di Paul Eluard e Campusantu marinu di Paul Valéry. «Ogni giorno» ricorda Nereide Spano «rientrava a casa con un volume nuovo. Diceva che glielo avevano regalato. Ma si vedeva che era comprato». Prima dei libri, nonostante tutto, ci sono l’uomo, la persona, la vita. Questa vita racconta con sobria eleganza Nereide Spano, in una stanza arredata di libri e di quadri, nella casa al numero 20 di via Tola, l’antica abitazione del canonico Giuseppe Ticca. Una vita che sa di durezza ma anche di luminoso, di “splendore dell’erba”, per riprendere lo stesso Mura. Una vita a tratti romantica. La famiglia degli Spano, di origine gallurese, abitava in una palazzina a Istiritta. Qui, da via Tola veniva Antonio Mura a fare ripetizione di francese e di inglese a Nereide Spano, una ragazzina allora. Tra lei e Antonio c’erano 15 anni di differenza. Antonio era ragioniere. Aveva fatto anche studi universitari, a Napoli, iscritto nella facoltà di Scienze economiche e marittime: una scelta sbagliata per uno che si sentiva ed era un letterato. Non si laureò mai perché mai riuscì a sostenere l’unico esame che mancava: matematica. Nella prima giovinezza fu comunista e andava in giro per i paesi del nuorese a fare comizi con Salvatore Nioi. A Napoli frequentò gli anarchici riuniti intorno alla rivista “Volontà”. Fu anche arrestato mentre distribuiva volantini di solidarietà con gli anarchici spagnoli allora perseguitati e repressi, anche con la garrota, dalla spietata dittatura di Franco: fece cinque giorni di galera e di questo resta testimonianza negli addobios delle poesie bilingui. Quando va a casa degli Spano, Mura ha già esperienze lavorative alle spalle, tutte all’insegna del precariato. Per un anno scolastico, dal 1962 al 1963, insegnò nelle scuole serali, al Crucis, a Oliena. Dava ripetizioni di inglese. Si innamorò di Nereide e si dichiarò in francese: «Je suis tombé d’amour, sono caduto in amore». E la ragazza Nereide: «Je non». «Sbagliato», replicò subito Antonio. «Non si dice je ma moi non». E scoppiò in una grande risata. «Faceva cose impossibili per me», ricorda la signora «Veniva sottocasa fischiettando Douce France. Io mi affacciavo alla finestra e calavo al basso uno spago con legato un foglio dove lui mi scriveva tenere frasi d’amore». Si sposarono nel 1963, con rito civile, nel Comune che allora era al Corso, nell’attuale sede del Banco di Sardegna. Il sindaco, l’ingegnere Moncelsi, regalò alla sposa che aspettava il primo figlio un mazzo di garofani rossi. Fuori attendevano funzionari e colleghi della Camera di commercio dove allora lavorava la giovane Nereide, che niente aveva detto loro del matrimonio. Uscirono dal Comune in un clima di intesa commozione. Tonino emigrò subito in Germania, dopo il viaggio di nozze che fecero a Isili. Fece quattro mesi «i’ ssas terrar frittar dessu nord Europa». Era Hilfsarbeiter, aiuto-operaio nella fabbrica della Wolskwagen. In kussu iskurikore, in quella tenebra, «ho appreso come muore la luce / e come nasce un giorno già alto nella rumoreggiante officina». Il poeta apprende pure «la misura esatta d’essere fratello/degli uomini pronti alla giustizia». Smerigliava parafanghi d’automobile. Il sudore si impregnava con la polvere del ferro. Ritornò a casa «con gli indumenti diventati color ruggine» ricorda la moglie. Quando Tonino ritornò a Nuoro, Nereide aveva già parlato con Bustianu Sanna, preside dell’Istituto tecnico cittadino e anche della succursale, ancora a Isili. Qui Antonio Mura insegnò inglese, ragioneria e persino matematica. Rientrava a Nuoro una volta la settimana. Non finì l’anno scolastico perché ci fu un ricorso. In questo andalibeni di partenze e ritorni, l’intensità della vita di Mura si consumava oltre che nelle attenzioni per la giovane moglie e per il piccolo Ludovico anche nella letture e nella scrittura. «Mi rendeva orgogliosa che lui fosse un uomo colto, un intellettuale», dice Nereide Spano. Finita l’esperienza di insegnamento, Antonio Mura entrò a fare il ragioniere, “per sbaglio”, nella Camera di commercio, dove si occupò tra l’altro anche del patronato Enarco. Leggeva e scriveva. La moglie trovò impiego all’INPS. Vennero gli altri figli: Luca, Tomas e Alessandra. I genitori li fecero battezzare tutti e don Cabiddu chiamava Tonino “compare”. Antonio Mura iniziò a star male nel 1972, quando cominciò un altro peregrinare per gli ospedali di Bologna. Era affetto da plasmocitoma, una forma di leucemia. Ebbe anche l’illusione di guarire. Ma fu solo un’illusione. Morì a Bologna l’11 dicembre del 1975. I funerali furono laici, senza prete, una folla immensa dalla casa di via Tola sino a Sa ’e Manca. Disse una volta tzia Battistina Ladu, vicina di casa e di officina, a Nereide: «A Tonino una missa bi la do. Prus cristianu de isse non bi n’at», “più cristiano di lui non ce n’è”.
Romano Ruju Nell’opera di Romano Ruju, partecipazione emotiva e distacco significano la coscienza e la conoscenza della storia che dialogano con la capacità del mezzo, la scrittura, sulla possibilità di descrivere e di comprendere la solitudine: le solitudini del sé come individuo e del sé che appartiene a una terra senza fortuna, chene sorte, malaefafada, per dirla con Francesco Masala che di Ruju è stato ed è sodale, affine in pensiero, sentimenti, ed opera. Solitudine e sorte ma anche ribaltamento e ribellione, attivazione degli spiriti e dei sensi della rivolta contro tutte le oppressioni. Gridare ragionando, calibrando, musicalmente quasi, il timbro di una voce, di più voci. Mamma mia su moro... La nostra terra è questo disperato tumulto... cantate e ballate voi... Abbiamo lottato per il sorriso dell’uomo / per il sorriso dell’uomo.
In Ruju c’è l’urgenza di dire queste cose. Quasi davvero siano state per lui, Nuoro e le sue estensioni, il luogo-tempo dell’avveramento del terribile sogno che ciascun adolescente coltiva come rosa e come spina: il triste presagio della morte, il morir giovane come massima gratificazione. «Piano piano mi convinco che non potrò che fare il poeta, nei pochi anni di vita che mi restano». Così nel romanzo Il salto del fosso. Il veterinario Luisi Farina. Dottor Luigi Farina, familiarmente tziu Luisi, veterinario, scrittore di vocabolari, da ultimo ricercatore archeologico, è morto nel 1994, in età avanzata. La sua memoria durerà a lungo. Fu personaggio per tutte le stagioni e su di lui esiste vasta aneddotica. Per gli scherzi e le beffe che ordiva da studente universitario ma anche per la sapienza delle sue parole. Sia che le dicesse a voce oppure le scrivesse. L’essere caustico si mescolava in lui con una grande capacità dialettica e didattica. Si portava appresso la fama di tante “recite” in età giovanile, magari in quel teatro naturale che è il Corso, in luoghi classici come bar, edicole e farmacie. Ma fu pure, in età matura, titolare di una rubrica sull’importanza della lingua sarda a Radio Barbagia, “cada jobia a sas chimbe ’e bortadìe”. Parlava a tutto campo dell’importanza della satira. Lo faceva usando un lessico nuorese dove figurano termini come medischìa, per dire della supponenza di certa gente, oppure inzaschìa per definire una persona capricciosa. E ancora irmugiu per la poesia di stroncatura, chi cheret narrere chin su sale e che quindi ha che vedere con la salamoia. Sempre a proposito di atteggiamenti da hidalgos di certe persone, dottor Farina parla di “banosos, borrumballéris e abbascaramenaos”. Per inverso, un poeta come il bittese Remunnu ‘e Locu, remitanu e autore di roventi satire, è per tziu Luisi palicoriattu, quasi letteralmente “uno che ha le spalle indurite”. Per sopportare molti pesi. Capitava di incontrare dottor Farina in diversi punti della città. Da solo o in compagnia. Dicevi una parola e subito ti faceva l’etimologia. Il sacro si mescolava al profano, il serio al salace, il lieve al pesante. L’ultima volta che lo vidi e lo stetti ad ascoltare fu a una lezione sull’acqua e sul vento che tziu Luisi dedicò ai bambini delle scuole elementari di Santu Predu. Doveva essere il 1992 e fu un grande lezione. Abba e bentu sono due parole che abbondano nel lessico del nostro mondo tradizionale. Proverbi, racconti, canzoni. C’è tutto un universo da cui attingere, una geografia storica dove hanno soffiato diversi tipi di vento e un territorio da molte acque innervato. Acqua e vento ma anche i loro contrari: la siccità-siccagna, la calura, il fuoco. Si diceva che “bentu bosanu battit abba”. Dai pozzi nascevano figure fantasmatiche. C’erano acque ferme e altre medicamentose. Durante i temporali venivano recitate “sas doichi paraulas”. C’è un vasto patrimonio di berbos ma anche di contos su poios, rivos e trajnos, mannos et minores. Si parla d’acqua ma necessario è il vento. Se conosciuti, acqua e vento servono per orientarsi. Di questo era convinto dottor Farina. «Io», disse quel giorno ai bambini di Santu Predu, «mi siedo al centro». Il centro, raffigurato dentro un quadrato, è Nuoro. «Mi siedo al centro con le spalle a nord per non prendere il vento freddo in viso». Nord come settentrione, come tramontana, «il freddo più freddo». Ma anche come condizione indispensabile, tra realtà e favole, come se ne conoscevano un tempo. «Se uno si trova sperduto nel bosco», affabulava il vecchio, «può notare sulle rocce o che sopra alcuni alberi sono cresciuti muschi, licheni e talora pure felci. Quella è sicuramente la parte più fredda: cioè il nord». La lezione diventava sempre più racconto. Dottor Farina parlò dei punti cardinali al singolare e combinati tra di loro. Facendo entrare l’acqua e il vento nel discorso, dimostrò ai bambini come in questo gioco di combinazioni anche italiano e sardo possono mescolarsi. C’era di che restarne affascinati.


Ritratto del poeta Sebastiano Satta
Ritratto Francesco Ciusa
Pastore di Orgosolo, 1924

Piero Pirari,
pittore e fotografo, visse a Nuoro tra il 1886 e il 1972. Ereditò dalla famiglia, particolarmente attenta agli stimoli culturali e intellettuali della città, la passione per l'arte. Il padre Giovanni Antonio era un pittore abbastanza conosciuto a Nuoro, così come il fratello Antonino, illustratore di novelle deleddiane e autore del manifesto della Festa del Redentore del 1919. L'obiettivo di Piero Pirari si rivolge in particolare verso la società sarda dei primi del Novecento: soggetti preferiti sono le vedute di Nuoro e dei paesi circostanti, l'architettura civile, i monumenti archeologici. Grande interesse anche per i ritratti: Pirari immortalò pastori e contadini, donne e uomini con gli abiti tradizionali, gruppi di persone riuniti per le feste. Tra i nuoresi celebri, lo scultore Francesco Ciusa e lo scrittore Sebastiano Satta. Le immagini fanno parte del Fondo Pirari di proprietà dell'ISRE, costituito da oltre 1800 stampe originali e in parte dai relativi negativi. Fa parte del Fondo anche una raccolta di 201 negativi su lastre di vetro risalenti ai primi decenni del '900.

Nuoro, la portatrice acqua
Nuoro, il maestro F. Ganga e la sua classe, 1904
Cortes Apertas a Nuoro, Autunno in Barbagia a Nuoro.
Cartina Cortes Apertas a Nuoro 14-15-16 novembre 2014, Autunno in Barbagia 2014 a Ovodda

Autunno in Barbagia a Nuoro 2016
Mastros in Nugoro 11/12/13 novembre 2016


VENERDÌ 11 NOVEMBRE

Dalle ore 18.00 - Apertura cortes e butecas de Nùgoro, botteghe artigiane e studi artistici, musei, gallerie d’arte e luoghi di culto
Dalle 16.00: - Esposizione e degustazioni prodotti tipici Bio.
Ore 19.00: - Concerto


SABATO 12 NOVEMBRE

Dalle ore 10.00: - Apertura cortes e butecas de Nùgoro, botteghe artigiane e studi artistici, musei, gallerie d’arte e luoghi di culto.
Dalle 10.00: - Esposizione e degustazioni prodotti tipici Bio.

DOMENICA 13 NOVEMRE

Dalle ore 10.00: - Esposizione e degustazioni prodotti tipici Bio
Ore 11.30: - Antichi giochi in cortile.
Ore 12.00: - Pranzo con piatti della tradizione.
Ore 16.30: - Balli sardi con accompagnamento di organetto.
Ore 19.30: - Cena con piatti della tradizione e intrattenimento musicale.

VISITE DA NON PERDERE
Cortes e tappe con il coinvolgimento di Artigiani del ferro, del legno, tessuti antichi.
Prodotti locali quali formaggio,miele, vino ecc.
Mostre fotografiche e di pittura e artistiche
Creazioni artistiche in ferro battuto, ceramica, materiali di riciclo e tessili.
Santuario N.s. delle Grazie - via delle Grazie.
Casa Pinna - via delle Grazie.
Ex Mercato Civico - Piazza Mameli.
Casa Ex ASL via Ferracciu.
Centro Polifunzionale - via Roma.
Casa Sulis - via Alberto Mario.
Casa dei Contrafforti - piazza San Carlo.
Casa Ciusa - via Chironi.
Casa dell’Atelier - via Sassari.
Casa del Parco Grazia Deledda - via G. Deledda
e tanto altro lungo tutto il percorso.

Punti ristoro ed esposizioni lungo il percorso
Aree Parcheggio:
- Auto: parcheggio di superficie piazza Italia, parcheggio sotterraneo piazza Vittorio Emanuele.
- Autobus: via Nenni, via Ballero.

INFO E VISITE GUIDATE
Punto info e visite guidate a cura dell’Istituto Tecnico Comm.le S. Satta: Prenotazioni: www.itcsatta.nu.it – Tel. 0784 202029 – riferimenti: prof.sse Cherchi e Gaddari.


MUSEI Tribu in Piazza Santa Maria della Neve, 8 – ISRE Museo Etnografico Via Mereu, 56 – Museo Deleddiano Casa Natale Grazia Deledda – Museo Nazionale Archeologico Via Manno, 1 – Man Museo d’Arte Prov. di Nuoro

Lavorazione manuale, Cortes Apertas a Nuoro 15 16 17 novembre 2013, Autunno in Barbagia a Nuoro Mastros in Nugoro 15 16 17 novebre 2013.
Particolare costume, Cortes Apertas a Nuoro 15 16 17 novembre 2013, Autunno in Barbagia a Nuoro Mastros in Nugoro 15 16 17 novebre 2013.

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