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Oristano :: La città è capoluogo di provincia dal 1974, si trova sul limite settentrionale della pianura del Campidano.

Località Sarde > Oristano


Oristano, Cattedrale di Santa Maria Assunta, 1854
Oristano, Torre di San Cristoforo, 1854

Oristano
Il suo territorio sorge nella vasta pianura del Campidano, si estende dalla costa verso le zone più interne e comprende le frazioni di Silì, Massama, Donigala Fenughedu, Nuraxinieddu, Masainas, San Quirico e Torregrande. La storia della città è legata al periodo giudicale in cui si sviluppò nella città una delle forme statuali più originali e nobili della storia dell'Isola.

Abitanti: 31.698
Superficie: kmq 85,69
Provincia: Oristano
Municipio: piazza Eleonora d'Arborea, 44 - tel. 0783 7911
Cap: 09170
Guardia medica: via Giosuè Carducci, 33 - tel. 0783 303373
Polizia municipale: via Carmine, 18 - tel. 0783 78396
Biblioteca: via Carpaccio, 9 - tel. 0783 791255
Ufficio postale: via Omodeo, 8 - tel. 0783 299119

Oristano, la Sartiglia
Oristano, piazza Eleonora d'Arborea

Nel giudicato di Eleonora

Al limite settentrionale della pianura del Campidano, nei pressi della foce del Tirso, al centro di un sistema di stagni molto pescosi, sorge Oristano, capoluogo di provincia dal 1974. La sua origine è fissata al 1070, quando dalla vicina Tharros, devastata dai Saraceni, la popolazione migrò verso il nuovo insediamento. A grande importanza assurge tra 1100 e 1400, quando, capitale del Giudicato di Arborea, è guidata da sovrani illuminati come Mariano IV e la figlia Eleonora, redattrice della raccolta di leggi denominata Carta de Logu. Piccolo gioiello artistico, nel centro storico si trova la Cattedrale, realizzata nel 1228 con l'apporto di maestranze lombarde, poi ricostruita nel XVII secolo in stile barocco. La Torre di Mariano II, in blocchi di arenaria, venne fatta erigere nel 1291 ed è, insieme alla torre opposta di Portixedda, l'unica traccia dell'antica cerchia muraria. All'interno del neoclassico Palazzo Parpaglia si trova l'Antiquarium Arborense, che ospita diverse collezioni archeologiche provenienti dagli scavi di Tharros, una pinacoteca e una sezione dedicata all'epoca dei Giudicati. Peculiare nell'Isola la tradizionale manifestazione della Sartiglia, che si svolge secondo un rituale secolare nel periodo di Carnevale: infatti, fu introdotta probabilmente nel 1350 da Mariano II per festeggiare le sue nozze. Il capocorsa, su Componidori, figura di intoccabile sacralità, il giorno della gara, dopo essere stato vestito da un gruppo di ragazze in costume, is Massaieddas, guida il corteo di cavalieri mascherati, trombettieri e tamburini che attraversa la città fino alla piazza della giostra; qui, ad un segnale convenuto, si lancia al galoppo e, in corsa, deve infilare la spada nel foro al centro di una stella d'argento appesa a un filo: se ci riesce il raccolto dell'anno sarà abbondante. Così dopo di lui tutti gli altri cavalieri. L'antica fiera di Santa Croce o fiera nazionale di Oristano, dedicata all'esposizione delle razze equine italiane nate in Sardegna, che comprende una Mostra mercato agroalimentare e una Mostra mercato florovivaistica, si svolge nel mese di settembre.

La gastronomia oristanese propone sapori forti ed inconfondibili: assolutamente da non perdere la degustazione della celebre bottarga di muggine (uova di pesce dissecate e salate), proveniente dai vicini stagni, e le anguille, cucinate secondo mille ricette. Tra i dolci, molto caratteristici i mustazzolus, a base di mosto di vino. Non lontano da Oristano merita una visita il sito dell'antichissima città di Tharros, di origine fenicia, nei pressi dello stagno di Cabras, di cui si segnala la grande varietà dell'avifauna e le pittoresche capanne dei pescatori.

Donigala Fenughedu
È una piccola frazione poco fuori Oristano dove spicca la rosea chiesa di Santa Petronilla, assai sobria con la facciata a timpano. Intorno alla chiesa fanno capolino degli ulivi millenari che insieme a grandi massi posti nelle vicinanze si perdono nel tempo della leggenda. Pare infatti che identifichino un gruppo di ballerini che durante la celebrazione del Santissimo Sacramento non interruppero il loro ballo e per questo motivo vennero tramutati in macigni uniti in un ballo tondo senza fine. La frazione di Donigala Fenughedu è costituita da piccole case basse con cortile che si affacciano sulla campagna. Di notevole bellezza il portale del Rimedio che si staglia maestoso con il suo cancello in ferro battuto. Opera di epoca tardo barocca costituisce uno dei fiori all’occhiello della piccola frazione oristanese. Tra i servizi presenti l’istituto di Santa Maria Bambina, struttura riabilitativa globale che si occupa della riabilitazione di persone che presentano disabilità gravi e che necessitano di progetti personalizzati. A pochi metri dalla frazione di Donigala si trova il santuario degli Oristanesi, quello di Nostra Signora del Rimedio dove il 7 e l’8 settembre si celebrano i festeggiamenti in onore della Vergine.

Torregrande


Salotto estivo degli oristanesi, il borgo marino di Torregrande,
presenta durante l'estate tutto il suo fascino della località turistica.

Il borgo marino di Torregrande, specialmente durante l'estate, è una località turistica molto amata dagli oristanesi. Nelle fresche serate estive si può passeggiare sul lungomare tra le bancarelle degli artigiani che espongono i propri prodotti e dipingono le strade con musiche, colori e profumi. A soli dieci minuti dalla città di Oristano, Torregrande è raggiungibile percorrendo la strada statale 292. Nei lunghi week-end estivi la località si popola di numerosi turisti che sotto l'occhio vigile dell'imponente torre sorseggiano dei gustosi cocktails nei vari chioschi e bar della zona. Un lungomare tranquillo con alte palme è la peculiarità della spiaggia di Torregrande, caratterizzata anche da un fondo sabbioso dorato a grani grossi e ghiaia sottile. L'origine del toponimo è legata a Sa Turri Manna, la più alta fra le numerose torri di epoca spagnola dislocate lungo le coste sarde ed edificate per tutelare territori e persone dalle frequenti incursioni piratesche. La torre oggi è sede di interessanti mostre d'arte. Torregrande ha anche un importante porto turistico ben attrezzato e protetto da tutti i venti con oltre 400 posti barca.
Come arrivare Alla spiaggia si accede percorrendo da Oristano la SP 1 in direzione Cuglieri; nelle vicinanze del Santuario della Madonna del Rimedio si svolta per Torregrande: è ben segnalato comunque fin da Oristano dal momento che viene considerato il lido del capoluogo dal quale dista solo una decina di chilometri.

Feste, sagre ed eventi nella città di Oristano


Madonna del Rimedio La festa della Madonna del Rimedio si svolge l'8 settembre in varie località della Sardegna, fra cui Oristano, Siapiccia, Giba, Orosei, Tinnura. A Oristano sorge uno dei santuari più noti fra quelli dedicati alla Madonna del Rimedio.
Sa Die de Sa Sardigna Il 28 aprile di ogni anno, a partire dalla prima edizione che si è svolta nel 1993, a Cagliari si festeggia Sa Die de Sa Sardigna, conosciuta anche come la festa del popolo sardo.
Sartiglia Durante l'ultima domenica e l'ultimo martedì di carnevale Oristano ospita la Sartiglia, evento ormai di fama internazionale. Protagonista di queste giornate è la corsa dei cavalli, che rievoca le antiche giostre equestri medievali spagnole. Il suo nome deriva dal castigliano "sortija", forma lessicale a sua volta proveniente da un termine latino che significa "sortilegio", "amuleto". La festa è organizzata dai gremi, o corporazioni artigiane, degli agricoltori e falegnami ed è cadenzata da fasi importanti quali la vestizione, la benedizione e la corsa. Lo spettacolo della corsa vede abili cavalieri, con i volti misteriosamente celati da maschere androgine, lanciare al galoppo i propri cavalli per infilare, con una spada o un bastone, una stella sospesa sul terreno di gara. La stella è simbolo di fertilità e prosperità. Più stelle saranno infilzate, più abbondante sarà il raccolto.

La chiesa di Nostra Signora del Rimedio, Oristano
Oristano, il lungomare di Torregrande

La Storia di Oristano

La conformazione del terreno e la natura fertile e rigogliosa di Oristano hanno favorito lo stanziamento umano delle antiche popolazioni fin dai tempi più remoti. Attratte dal suolo altamente produttivo, adatto all'attività agricola e a quella pastorale, esse furono in grado di dare vita a una civiltà progredita, socialmente ed economicamente complessa, orientata tra l'altro all'estrazione di minerali, ricchi nel sottosuolo, e alla pesca negli stagni salmastri. Dunque l'antica Tharros, porto sicuro per le navi commerciali, i cui resti a picco sul mare sono tuttora visitabili, proprio per la sua posizione fu eletta da Fenici, Cartaginesi e Romani ad approdo e centro di scambio e vendita delle merci trasportate, come pelli, bestiame, oro e gioielli. Il nome della città, di sicuro erede dell'antica Tharros, che poi avrebbe dato alla Sardegna una delle realtà statuali più consolidate e nobili della sua storia, è già presente nei documenti del Concilio cartaginese del 483, nei quali i territori di Bonifacio, vescovo di Tharros, vengono definiti "Sinus afer", termine usato per designare tutto il golfo della città. Nella "Descriptio orbis romani" del 636 di Giorgio Ciprio, la città viene invece identificata con il nome di "Aristanes limne", con il significato di "portus" o "lacus" di Aristiane o Aristanis. Denominazione, quest'ultima, che nell'opera geografica di Ciprio potrebbe riferirsi all'intero golfo di Oristano o alla città vera e propria il cui centro storico, contenuto dentro le antiche mura, oggi come in passato viene chiamato Portu. Lo storico Giovanni Fara (1543 - 1591), autore dei due volumi del "De rebus sardois", fa invece risalire l'uso del nome Aristanis, derivante da "Maristanis", al 1071, anno del definitivo trasferimento della popolazione e della corte giudicale nei nuovi territori. Questi ultimi situati fra il mare e gli stagni. Poco distante, Santa Giusta fornisce agli storici il nome di Othoca, originata da un antico insediamento fenicio ed emersa grazie agli scavi di Giovanni Busachi (1861) e di quelli di Efisio Pischedda (1896). Il nome della città trova invece la sua giustificazione nella tradizione popolare che vuole che esso abbia origine dalla definizione di "Aureum stagnum", stagno d'oro. La presenza umana a Oristano risale al Neolitico recente mentre alcuni insediamenti dell'età del Bronzo sono stati riportati alla luce nel vico Ammirato e alle pendici del monte Arci, presso il nuraghe Baumendula e presso il nuraghe del Rimedio, nell'area bagnata dalla parte terminale del fiume Tirso. All'incirca nel VIII secolo a.C. sorsero la città di Tharros, sulla riva destra del fiume Tirso, e la città di Othoca, sulla riva opposta. Quest'ultima sorgeva su uno dei versanti della laguna che allora si presentava pescosa e navigabile in tutta la sua estensione. Dell'antica Othoca rimane inoltre la preziosa necropoli con importanti emergenze di arte funeraria, espressione dell'organizzazione religiosa e sociale della civiltà che la concepì. In essa sono stati ritrovati corpi di defunti cremati e sepolti insieme agli strumenti di lavoro e manufatti di provenienza greca o etrusca, sintomo dei rapporti commerciali e culturali della popolazione indigena con gli altri popoli mediterranei. Una antica lastra di pietra arenaria, incisa in lingua etrusca e rivenuta alla fine del 1800, ha inoltre portato gli storici a ipotizzare la presenza nell'area dell'antica Othoca di un santuario destinato a viaggiatori e commercianti. In epoca romana la città fu completata con una rete viaria importante e con la costruzione di alcuni ponti, uno sul fiume Tirso, conosciuto con il nome "Ponti mannu", distrutto definitivamente nella seconda metà del secolo Romantico, che collegava l'antica Othoca con il nuovo centro urbano e attraversava il fiume Tirso, e uno sul rio Palmas, a cinque arcate, oggi conosciuto come "Su pontixeddu”, con lo scopo di collegare i centri urbani di Tharros e Othoca, di origine più antica, altrimenti escluse dal nuovo agglomerato. Come indicato dall'Itinerarium provinciarium Antonini Augusti, conosciuto come "Itinerarium Antonini", vera e propria elencazione della rete viaria della Roma imperiale, Othoca era attraversata da due principali arterie chiamate "a Turre Karalis" e "a Tibulas Sulcis". La presenza romana si articolava in diversi stanziamenti, molto noti quelli di Torangius, di via San Martino, di via Azuni e di San Nicolò, preesistente in età punica. Fra i numerosi ritrovamenti si ricorda il frammento di coperchio di sarcofago ritrovato negli scavi della chiesa di San Nicola, conservato al museo archeologico di Cagliari, mentre il convento di San Martino conserva una lastra marmorea che riporta un epitaffio per la liberta Nigella. Proprio durante in periodo bizantino sorse il "fundus aristianus", ampio latifondo appartenente alla gens Aristia che divenne nel tempo un grosso centro abitato, noto con il nome di Aristianis e presente nell'opera geografica di Giorgio di Cipro grazie alla sua importante posizione a metà strada fra Fordongianus e Tharros. Del periodo bizantino rimangono varie e numerose testimonianze fra le quali si ricordano una ricca area cimiteriale con tombe a cassoni e alcuni arredi marmorei presenti oggi nel Duomo della città. Aristianis, centro dunque importante sia dal punto di vista viario che economico, subì negli anni un lento declino, anche a causa delle carestie, delle pestilenze e delle incursioni arabe. In quel periodo l'antica Tharros divenne sede del luogotenente a capo della parte occidentale della Sardegna. Tale luogotenente, chiamato Arconte, vide associato al suo titolo anche il genitivo "Arboreias" (d'Arborea), dando così origine alla forma statuale del giudicato di Arborea. Nel 1070, come assicura lo storico Gianfrancesco Fara, avvene il trasferimento da Tharros a Oristano dello Judex Arborensis Orzocco de Zori e dell'Archiepiscopus Arborensis et Thirrensis, ovvero del Giudice di Arborea e dell'Arcivescovo Arborense e Tharrense. Con tale trasferimento l'agglomerato assunse la dignità di civitas e vide importanti trasformazioni anche dal punto di vista urbanistico con l'ampliamento delle sue strade e la costruzione di importanti chiese come la Chiesa di San Mauro e la chiesa di Sant'Antonio con annesso l'ospedale. Nel 1188 il giudice Pietro I concesse lo stanziamento di alcuni mercanti genovesi nella zona commerciale interna alla città detta "Portus", nell'attuale zona di via Vittorio Emanuele. Grazie a una cronaca del tempo siamo inoltre a conoscenza del fatto che nel 1263 si ergesse in città il palazzo del giudice di Arborea la cui posizione in seno al centro urbano corrispondeva a quella dell'attuale piazza Manno. Le mura che cingevano la città comprendevano ventotto torri delle quali attualmente rimane solo quella di San Cristoforo e sulla quale è ancora visibile l'epigrafe del giudice Mariano II, vero e proprio padre rinnovatore della città. Nella città giudicale sono state individuate due zone, dette "Su pottu" e "Su brugu", e quattro quartieri, Porta Mari, Porta Ponti, Santa Clara e Santu Sadurru, in linea con la tipica divisione medievale che generalmente dipendeva dalle attività svolte nei singoli quartieri.

 Ritratto di Eleonora d'Arborea
Eleonora d'Arborea in atto di scrivere la Carta de Logu

Molto importante per la storia giudicale di Oristano e della Sardegna risulta la figura storica e leggendaria di
Eleonora giudichessa d'Arborea.

Eleonora, avvolta nella leggenda che ha fatto di lei un personaggio appartenente oramai ai miti sardi, nacque molto probabilmente nella seconda metà del 1300 da Mariano IV, visconte di Bas-Serra e giudice di Arborea dal 1347 al 1376, e da Timbora di Roccaberti, discendente dalla nobile famiglia catalana dei Perelada. A causa delle complesse alleanze in chiave anti aragonese tra le casate dei giudici di Arborea e le più importanti famiglie della repubblica genovese, andò sposa a Brancaleone Doria, esponente della nota e antica casata, e diede alla luce i figli Federico e Mariano nella residenza di Castelgenovese, oggi Castelsardo. La tendenza dei giudici di Arborea a condursi in politica con azioni che esprimevano la convinzione di avere pari dignità sovrana e politica nei giochi internazionali, avrebbero pertanto spinto la viscontessa di Bas-Serra ad intessere un serio progetto economico e matrimoniale con il doge di Genova che prevedeva la restituzione di un'ingente somma e un probabile matrimonio di suo figlio Federico con Bianchina Guarco, figlia del doge. Tutto questo in vista di una possibile maggiore influenza arborense nel bacino del Mediterraneo. Quando il fratello Ugone III, unico erede di Mariano IV, si spense, la viscontessa si appellò alla corona aragonese perchè riconoscesse il figlio Federico come erede diretto dello zio. Lo scopo di Eleonora e del marito, dietro il quale si nascondevano le mire dei genovesi, era quello di controllare gran parte dell'Isola e pertanto le loro richieste non furono accolte dal re che, invece, trattenne a corte come ostaggio Brancaleone Doria. Eleonora e il suo entourage risposero all'azione intimidatoria della corte aragonese con decisione e, rientrando a Oristano, la viscontessa provvide a nominarsi “Juyghissa d'Arbarèe, Contissa de Gociani, et Biscòntissa de Basso” (giudicessa d'Arborea, contessa del Goceano e viscontessa di Bas) appellandosi all'antica autonomia medievale dell'Isola e rifiutando di fatto l'infeudamento alla corona aragonese. Rifacendosi alla politica paterna si ancorò alle antiche prerogative politiche, sociali ed economiche e provvide a proclamare la Carta de Logu, unico documento del periodo che diede ordine amministrativo e sociale ad una forma statuale di tipo medievale e che a tutti gli effetti guardò al potere e alla popolazione con un'ottica moderna. Tali caratteristiche la resero legge, ad opera di Alfonso il Magnanimo, per l'intera Isola fino al 1827, anno in cui Carlo Felice emanò lo Statuto che rimase in vigore in Italia fino al 1946. La Carta de Logu si presenta come un corpus di leggi consuetudinarie a carattere penale e civile di cui rimangono nove edizioni a stampa e un prezioso manoscritto del 1400. E' composta da 198 capitoli dei quali 132 si occupano degli aspetti civili e penali e 66 provenienti dal codice rurale emanati dal padre di Eleonora d'Arborea nel 1353. Dopo la caduta del giudicato di Arborea avvenuta a causa della sconfitta riportata nella battaglia di Sanluri, si vide la nascita del marchesato di Oristano in forza della convenzione di San Martino del 1410.

Negli anni successivi Oristano fu amministrata dalla famiglia Cubello la cui storia finì con la dura sconfitta subita nel 1478 dall'unico erede Leonardo Alagon. Divenuta città regia nel 1479, Oristano fu affidata all'amministrazione di un Consiglio composto da cinque membri e da quindici giurati eletti con il sistema dell'insaccolazione, una speciale estrazione a sorte divisa per censo. Tale Consiglio aveva il potere di amanare ordinazioni, vere e proprie leggi alla base della vita cittadina. La città durante la seconda metà del 1500 fu oggetto della brama di numerosi pirati e predoni, fra di essi si ricordano il Barbarossa e i noti Dragut e Occiali. Agli inizi del 1600, grazie ad un discreto stanziamento difensivo di truppe, la città raggiunse un certo equilibrio sociale che portò alla nascita di tre classi sociali, i nobili, il clero, i cavalieri e i funzionari appartenenti alla classe amministrativa, detti majores; la classe media, formata da clero, commercianti, artigiani e proprietari terrieri e i menor, classe formata da piccoli proprietari terrieri, e dai lavoratori più umili.
A causa delle tensioni e delle strategie militari della Guerra dei Trent'anni, la cui scintilla iniziale è individuata nella defenestrazione di Praga ad opera di Mattia II, la città rimase vittima nel 1637 di assalti e saccheggi ad opera delle truppe francesi del conte d'Harcourt che, tuttavia, furono presto messe in fuga dalla cavalleria di stanza a Oristano. Nel periodo spagnolo-aragonese sorsero in città il palazzo municipale e altri palazzi, come palazzo De Castro, che presentano interessanti motivi gotico-aragonesi. In epoca sabauda si manifestò una grande attenzione per l'assetto urbanistico che risentì dell'impianto architettonico e decorativo barocco. Segni di tale stile sono presenti nella Cattedrale e nel palazzo del marchese d'Arcais nella via Dritta. Sempre dal punto di vista architettonico, nel 1800 la città si rivestì di decori ed edifici neoclassici, come l'attuale Municipio, allora convento degli Scolopi, e il palazzo Carta Corrias, grazie agli interventi di Gaetano Cima, Giuseppe Cominotti e Antonio Cano. Con il passare del tempo la città mantenne le stesse strutture amministrative che furono invece variate nel 1771 quando il Consiglio venne ridotto a sei membri. Nel 1796 Oristano assistette alla sconfitta delle truppe spontanee di Giovanni Maria Angioy che, in seguito alla firma del trattato di Cherasco e della pace di Parigi firmata da Vittorio Amedeo III il 15 maggio 1796, fu abbandonato dai suoi stessi compagni. Nel 1836 fu variato ancora una volta l'assetto del Consiglio nel quale furono individuati due principali organismi, il Consiglio generale e il Consiglio particolare. Nel 1900 sorsero alcuni graziosi edifici in stile Liberty, in vial San Martino e via Santa Chiara, e alcuni edifici risalenti al Ventennio fascista come il palazzo del Consorzio di Bonifica. Le numerose chiese della città presentano vari stili accumulatisi spesso durante i secoli e a causa delle numerose aggiunte e modifiche. La cattedrale di Santa Maria Assunta è costruita nel sito di un insediamento bizantino e riedificata una prima volta nel 1130 con prospetto e decorazioni di tipo romanico. Nel XVIII secolo l'edificio fu ricostruito per intero eccettuate le tra cappelle del transetto. La tradizione, purtroppo non supportata da testimonianze adeguate, attribuisce alla Cattedrale anche la dignità di luogo di sepoltura per i giudici di Arborea. Nella cappella del Rimedio è custodita la lastra funebre di Filippo Mameli, mentre nel presbiterio è esposta l'assunzione della Vergine attribuita a Rapous. In ultimo è opportuno ricordare l'edificio del seminario arcivescovile, il cui corpo centrale risale alla seconda metà del 1700, e la chiesa di San Francesco il cui impianto originale risale al 1200 e che fu distrutta nel 1800 e riedificata su progetto di Gaetano Cima. La chiesa custodisce inoltre un crocifisso gotico-spagnolo del 1350 e una parte di unn retablo di Pietro Cavaro (1533).


Come arrivare

Oristano è situata al centro della vasta pianura del Campidano e lungo la costa occidentale, al centro della Sardegna. Per chi visita la Sardegna con un'automobile le vie di accesso in città dalla S.S. 131, principale arteria di comunicazione tra il nord e il sud dell'isola, sono esattamente quattro.
La litoranea n.292 Alghero-Oristano permette di arrivare in città, attraverso le località marine di Bosa, Tresnuraghes, Santa Caterina e la pineta di Is Arenas, godendo di un panorama superbo. La città dispone inoltre di un ottimo collegamento ferroviario e in stazione sono presenti i principali servizi per il pubblico.


Punti di accesso
Le vie di accesso in città dalla S.S. 131 sono esattamente quattro:

1 - Procedendo da Sassari in direzione Cagliari, al Km. 99 troviamo il bivio per Oristano Nord.
2 - Proseguendo sempre sulla statale, al Km. 94.5, incontriamo la diramazione per la statale 388 Oristano- Sorgono.
3 - Dopo 2 km. circa troviamo il bivio per l'aeroporto di Oristano-Fenosu.
4 - Infine il bivio di Santa Giusta (Oristano Sud) al km. 87.

Dove dormire e dove mangiare
a Oristano e dintorni


"Hotel Ristorante Pizzeria Villaggio Le Dune"

Con le sue villette in immerse in 13 ettari di pini e ginepri secolari, completamente in muratura, il Villaggio Le Dune offre servizio di Ristorante con cucina tipica e internazionale, Pizzeria, Bar, Parcheggio interno, Noleggio auto, Servizio di lavanderia, Sala riunioni.



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"Hotel Villa delle Rose"

Villa delle Rose è un Hotel 3 stelle ad Oristano in Sardegna, situato a 2 minuti dal centro, le camere sono dotate di bagno privato, climatizzatore e riscaldamento. La colazione comprende: caffè, latte o thè, pane burro e marmellata, croissant, nutella, fette biscottate, biscotti, cereali, succo d'arancia, acqua.



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"Hotel Villa Asfodeli Albergo diffuso"

Villa Asfodeli è una vacanza di relax da noi potrete oziare immersi nel verde del giardino ai bordi della piscina con un buon libro e un drink, oppure fare una piacevole passeggiata per un tuffo nelle acque della vicina spiaggia di Porto Alabe.



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"Hotel Ristorante Villaggio Le Dune"  Tropical Residence S.r.l. S.S. 292 Km. 108,00 - Torre del pozzo Cuglieri (OR)
"Hotel Villa delle Rose" Piazza Italia, 5 Oristano - Sardegna
"Hotel Villa Asfodeli" Albergo Diffuso Piazza Giovanni XXIII n. 4 Tresnuraghes (OR)

"Agriturismo Su Barroccu" *Bed and Breakfast* *Azienda Agricola*
Su Barroccu è una piccola Azienda Agrituristica a pochi km dalle più belle spiagge della Sardegna.
L'attività viene svolta a conduzione familiare, la struttura immersa nel verde, vanta 7 Camere con bagno tutte con bagno indipendente. La Sala dell'Agriturismo Su Barroccu è climatizzata e circondata da ulivi secolari. La nostra cucina si basa soprattutto su prodotti tipici della Sardegna, da noi potrete gustare il famoso maialetto al mirto, il capretto, l'agnello arrosto e il pesce. L'atmosfera familiare dell'Agriturismo e l'aria sana della campagna vi farà dimenticare il traffico caotico della città facendovi trascorrere una vacanza indimenticabile.

Informazioni
Riola Sardo (OR)

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"Pessighette Dimora di Campagna" *Bed and Breakfast* *Azienda Agricola*
Si trova in una bellissima posizione, nella verde vallata di Modolo, rinomata per la produzione della Malvasia di Bosa, è un’elegante casa di proprietà degli anni ‘30, recentemente ristrutturata, con 4 ettari di terreno adiacente coltivato a vigneto e uliveto.
Al piano superiore della casa abbiamo ricavato
3 stanze, tutte con bagno e terrazzino privato, che possono ospitare da 2 adulti a famiglie con due bambini.
In più, chi desidera un'immersione completa nel territorio può richiedere la cena: i piatti sono semplici, genuini, da ricette della cucina tipica sarda.
Amiamo gli animali e potete portarli con voi, ma… rimangono fuori casa!

Informazioni
Loc. Pessighette – Bosa (OR)

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"Agriturismo Serras d'Ala"
*
Azienda Agricola* *Bed and Breakfast* *Maneggio e Pensione Cavalli* *Centro Escursioni*
Serras d'Ala è un vero agriturismo biologico dove si possono assapporare cibi naturali senza prodotti chimici. Il tutto accompagnato da prezzi economici, gentilezza e cortesia. Questa azienda agricola si dedica all'agricoltura biologica per ottenere prodotti sani e di qualità. L'atttivita' agricola è principalmente a carattere zootecnico, in quanto si allevano ovini; suini; bovini e animali da cortile e caseario.
Inoltre vengono coltivati ortaggi che in cucina vengono impegnati per la preparazione di ottimi piatti degustati dagli ospiti dell'agriturismo. L'azienda è anche in grado di ospitare persone che vogliono soggiornare con il proprio cavallo, in quanto la struttura dispone di box e offre pensione cavalli anche per lunghi periodi. La struttura è composta dal
Ristorante Tipico con un'ampia sala per banchetti, 7 Camere doppie, climatizzate individualmente, con bagno privato, possibilità di praticare Tiro con l'Arco ed inoltre si può praticare l'attività di Equitazione.
Informazioni
Località Tanca Liandro - C.P.SN Solarussa (OR)


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"B&B Il Mirto "

Si trova a soli 2 km dalla centralissima Oristano, la sua posizione strategica permette a tutti i nostri visitatori di raggiungere le più belle spiagge della zona in meno di 20 minuti. Il Mirto vi farà vivere un’esperienza unica, dal B&B potrete facilmente raggiungere le meravigliose spiagge e i monumenti della città e al ritorno sarete accolti con grande ospitalità dalla signora Donatella che vi coccolerà con le leccornie gastronomiche preparate da lei stessa per i suoi ospiti.
Disponibilità di
3 camere ampie, luminose e accoglienti, ognuna dotata di climatizzatore e bagno privato. La pulizia dei bagni viene effettuata quotidianamente, la pulizia delle stanze ogni 3 giorni. Entrata e uscita libere.
Informazioni
Via G. Cao, 8 - Donigala Fenugheddu (OR)


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"Agricola Monte Arci"
Produzione miele, Fattoria Didattica, Rivendita Miele

L'Azienda

Mi chiamo Orlando Oliva e sono il titolare della ditta ”Agricola Monte Arci”. Nel 1997 dopo aver frequentato insieme a mia moglie Roberta un corso professionale di apicoltura della durata di un anno e dopo aver ottenuto entrambi la qualifica di apicoltore, con grande entusiasmo abbiamo dato inizio alla nostra attività. A garanzia della salubrità e genuinità dei nostri prodotti vantiamo numerosi attestati di qualità ricevuti nei più importanti concorsi regionali e nazionali: Montevecchio (VS), Orgosolo (NU), Castel S.Pietro (BO), Montalcino (SI).
Informazioni
Sede legale: Via Cavour, 16 - Marrubiu (OR)
Laboratorio di confezionamento: Loc. Is Bangius Pod. n° 13 (OR)


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"Bosa Diving Center"
Diving Center

L'Azienda

Un diving center galleggiante (floatting diving) Alla foce del fiume Temo, a poche decine di metri del lido dell'incantevole cittadina di Bosa, in Provincia di Oristano. Il Temo, che è l'unico corso d'acqua navigabile dell'isola, separa l'antico abitato, e il centro storico, dalla frazione balneare di Bosa marina caratterizzata, appunto, da una bella spiaggia e da un porticciolo. La nostra posizione è invidiabile grazie all'innovativa struttura galleggiante. Tutta la logistica, pre e dopo immersione, è facilitata da una serie di opportunità: intanto la posizione sull'acqua, i comodi parcheggi adiacenti, i servizi dati dagli hotel li prossimi insieme alla facilità di raggiungere il lido con le attività ricreative ad esso connesse. Logisticamente la posizione attuale del nostro diving galleggiante (floating diving) è una delle migliori, al centro della costa occidentale. La sede è ubicata appena all’interno della foce del fiume Temo, unico navigabile e sicuro porto naturale. Il diving center, tra i più funzionali della regione, è posto nel cuore di Bosa Marina con una moderna ed efficientissima struttura galleggiante polifunzionale, affiancata sulla terraferma da comodi parcheggi per le auto.
Informazioni
Piazza Paul Harris - Bosa (OR)
Ormeggio fluviale di Bosa Marina


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Territorio Il territorio di Oristano si estende dalla costa verso le zone più interne e comprende le frazioni di Silì, Massama, Donigala Fenughedu, Nuraxinieddu, Masainas, San Quirico e Torregrande. La natura del terreno, fertile e ricca di corsi d'acqua, fra i quali il fiume Tirso a nord e e lo stagno di Cabras a sud, ha reso particolarmente fiorente il settore agricolo e dell'allevamento. Collegata con gli antri centri dell'Isola tramite la superstrada Cagliari - Sassari e la ferrovia, è anche servita dal porto industriale e commerciale e dall'aeroporto di Fenosu. Realtà, queste ultime, che, se potenziate, saranno in grado di dare forte slancio all'economia e al territorio del Comune.
Economia Oristano presenta un tessuto economico in cui l'industria, specialmente manifatturiera, supportata tra l'altro da una rete di distribuzione abbastanza ampia, è in continua espansione. Le attività tradizionali come l'agricoltura e l'allevamento sono molto sviluppate, specialmente l'agrumicoltura, la viticoltura e l'allevamento di bovini e ovini. In via di sviluppo anche il settore turistico e alberghiero anche con una grande presenza di altre strutture ricettive, supportate da una millenaria storia e dalla presenza di musei e monumenti di notevole interesse.
Tradizioni I colori, i saperi e i sapori della città sono preservati e tramandati grazie ad alcune grandi e secolari manifestazioni che coinvolgono l'intera popolazione. La prima e più nota è la Sartiglia, torneo cavalleresco che si svolge l'ultima domenica di Carnevale e il Martedì grasso e durante il quale i cavalieri, avanzando ad alta velocità sui loro destrieri, devono infilzare con uno stocco una stella sospesa in aria. Dal numero delle stelle infilzate un tempo si traevano gli auspici per il raccolto dell'anno. Secondo quanto narrato da Felice Cherchi Paba nel volume "La sartillia" (quaderni storici e turistici d'Arborea, 1956), la Sartiglia sarebbe nata su idea del canonico Giovanni Dessì e, secondo la tradizione, come torneo per placare le rivalità di quartiere. La festa segue tuttora un rigoroso cerimoniale che affonda le sue radici nei secoli passati e mantiene in vita un sincretismo pagano-cristiano unico nel suo genere. I riti della Settimana Santa, altrettanto partecipati dall'intera popolazione, vengono organizzati dalle confraternite del Santissimo Nome di Gesù e del Santissimo Rosario. Prendono avvio il Lunedì Santo con la processione dei Misteri e il Giovedì Santo, al termine della messa, inizia la processione chiamata "de Jesus", durante la quale i fedeli sfilano al seguito delle statue lignee di Gesù nell'orto del Getsemani e di Maria Addolorata. Il Venerdì si svolge invece la processione nella quale la statua dell'Addolorata viene accompagnata a braccio fino alla Cattedrale dove viene inscenata la cerimonia della Passione, chiamata "S'Iscravamentu", ovvero la deposizione di Cristo dalla croce. Segue il rito de "S'Interru" e la domenica di Pasqua si svolge infine la processione de "S'Incontru" nel corso della quale la statua del Cristo risorto e quella della Madonna si incontrano di fronte all'Episcopio sancendo la fine del lutto e l'inizio della gioia pasquale.

Gli 88 Comuni della
Provincia di Oristano

ABBASANTA
AIDOMAGGIORE
ALBAGIARA
ALES
ALLAI
ARBOREA
ARDAULI
ASSOLO
ASUNI
BARADILI
BARATILI SAN PIETRO
BARESSA
BAULADU
BIDONI'
BONARCADO
BORONEDDU
BOSA
BUSACHI
CABRAS
CUGLIERI
CURCURIS
FLUSSIO
FORDONGIANUS
GENONI
GHILARZA
GONNOSCODINA
GONNOSNO'
GONNOSTRAMATZA
LACONI
MAGOMADAS
MARRUBIU
MASULLAS
MILIS
MODOLO
MOGORELLA
MOGORO
MONTRESTA
MORGONGIORI
NARBOLIA
NEONELI
NORBELLO
NUGHEDU SANTA VITTORIA
NURACHI
NURECI


Centro storico, via Garibaldi.

Gli 88 Comuni della
Provincia di Oristano

OLLASTRA SIMAXIS
ORISTANO
PALMAS ARBOREA
PAU
PAULILATINO
POMPU
RIOLA SARDO
RUINAS
SAGAMA
SAMUGHEO
SAN NICOLO' D'ARCIDANO
SAN VERO MILIS
SANT'ANTONIO RUINAS
SANTA GIUSTA
SANTULUSSURGIU
SCANO DI MONTIFERRO
SEDILO
SENEGHE
SENIS
SENNARIOLO
SIAMAGGIORE
SIAMANNA
SIAPICCIA
SIMALA
SIMAXIS
SINI
SIRIS
SODDI
SOLARUSSA
SORRADILE
SUNI
TADASUNI
TERRALBA
TINNURA
TRAMATZA
TRESNURAGHES
ULA TIRSO
URAS
USELLUS
VILLA VERDE
VILLANOVA TRUSCHEDU
VILLAURBANA
ZEDDIANI
ZERFALIU

Chiostro del Carmine.
Oristano, Seminario Tridentino.

Seminario Tridentino

Come arrivare L'imponente mole del Seminario Tridentino dell'arcidiocesi arborense chiude a S l'ampia piazza Duomo. Con la cattedrale, il campanile e l'episcopio di Oristano, il Seminario Tridentino forma un complesso urbanistico-architettonico di rilevanza. Dal 1712, fino a pochi anni addietro, costituiva il più grande edificio cittadino, la cui massa per altro non risulta invadente, in virtù della bella tonalità conferitagli dalla muratura mista in pietrame e laterizi.
Descrizione Del modestissimo edificio inaugurato il primo maggio del 1712 dall'arcivescovo Francesco Masones, fondatore del Seminario, nulla è rimasto, mentre continui interventi di ampliamento hanno interessato l'edificio fino ai primi del Novecento. Nel 1744 l'arcivescovo Del Carretto portò a termine il corpo centrale e pose le fondamenta della parte E, compiuta nel 1794 dall'arcivescovo Luigi Cubani. Tra il 1829 e il 1834, sotto l'auspicio dell'arcivescovo Giovanni Maria Bua e sotto la direzione di Giuseppe Cominotti, venne eretto il braccio O con un prolungamento verso Nord. Nella prima metà del XIX secolo il Cominotti sarà impegnato in altre importanti imprese architettoniche - a Sassari, nel progetto del Teatro Civico, e a Oristano, in duomo, nella ristrutturazione della testata s. del transetto al fine di ospitare il cappellone di San Luigi Gonzaga - nelle quali darà ulteriore prova delle scelte classicistiche. La sua attitudine alla funzionalità architettonica si rivela però nei lavori per il Seminario Tridentino. Il progetto si innesta su quanto preesisteva dell'intervento settecentesco del Daristo e, sembra, del Maino e prosegue la costruzione nel braccio O senza interrompere la continuità della tessitura muraria. Sempre nel corso del XIX venne ampliata la parte superiore, rimaneggiata nei lavori di restauro avviati nel 1904 e protrattisi fino al 1912, anno in cui l'edificio venne arricchito del fastigio che incornicia il portale di ingresso e delle pitture di gran parte dei locali. Nonostante la lunga vicenda costruttiva il Seminario arborense è una struttura funzionale, dotata, all'interno, di ampie sale, fra cui quelle dove sono alloggiati la biblioteca e i musei didattici, e spaziosi corridoi nonché di uno scenografico scalone centrale tipicamente settecentesco. Austera è la facciata sulla cui muratura in pietrame e mattoni cotti spiccano lisce lesene giganti che interrompono il ripetersi monotono delle finestre.
Storia degli studi Il Seminario è oggetto di una sintetica scheda nel volume di Salvatore Naitza sull'architettura tardoseicentesca e purista (1992).

Dalla collana “Storia dell’arte in Sardegna”, Nuoro, Ilisso, 1992
Seminario Tridentino Diocesano, Oristano

L’imponente mole del Seminario chiude a sud l’ampia e movimentata piazza del Duomo. Del modestissimo edificio inaugurato il primo maggio del 1712 dall’arcivescovo Francesco Masones, fondatore dell’Istituto, nulla è rimasto, mentre continui interventi di ampliamento hanno interessato l’edificio attuale fino ai primi del Novecento. Nel 1744 l’arcivescovo Del Carretto portò a termine il corpo centrale e pose le fondamenta della parte orientale, compiuta nel 1794 dall’arcivescovo Luigi Cusani; tra il 1829 e il 1834, auspice monsignor Giovanni Maria Bua e con la direzione del Cominotti, venne eretto il braccio occidentale con un prolungamento verso nord. Sempre durante il XIX secolo venne ampliata la parte superiore rimaneggiata, ancora, durante i lavori di restauro avviati nel 1904 e protrattisi fino al 1912, anno in cui l’edificio venne arricchito del fastigio che incornicia il portale d’ingresso e delle pitture di gran parte dei locali interni. Nonostante la lunga vicenda costruttiva il Seminario arborense è una struttura funzionale, dotata, all’interno, di ampie sale e spaziosi corridoi nonché di uno scenografico scalone centrale di gusto settecentesco. Decisamente austera è la facciata del complesso: sulla muratura in pietrame e mattoni cotti spiccano lisce lesene giganti che interrompono il ripetersi monotono delle finestre.

Oristano, Cattedrale di Santa Maria Assunta
Oristano, Cattedrale di Santa Maria Assunta, interno.

Cattedrale di Santa Maria Assunta

Come arrivare Dalla SS 131 si prende la SP 70 per arrivare, dopo poco più di 2 km, al centro di Oristano. Nel centro storico di Oristano, sul sito di un insediamento tardoantico e bizantino, è ubicata la cattedrale di Santa Maria Assunta, che prospetta su un piazzale. Testimonianze archeologiche dell'abitato paleobizantino sono emerse nel sagrato della chiesa, dove sono state ritrovate sepolture del VII secolo.
Descrizione Secondo la tradizione riportata dallo storico cinquecentesco Giovanni Francesco Fara, nel 1070 Orzocco I de Lacon-Zori trasferisce la capitale del giudicato di Arborea da Tharros a Oristano. Dal 1131 è sicuramente documentata l'"ecclesia sanctae Mariae de Orestano", già cattedrale. L'impianto romanico si colloca tra la fine dell'XI e l'inizio del XII secolo. È probabile che avesse pianta trinavata, con l'abside a S/E e i setti divisori costituiti da otto colonne ciascuno, dal momento che sono sedici i fusti in marmo grigio rimasti. Nel primo trentennio del XIII secolo, quando era giudice Mariano II de Lacon-Gunale, la chiesa fu in parte riedificata. L'arcivescovo Torgotorio de Muru commissionò il tetto e le porte di legno a maestro Placentinus, che nel 1228 firmò i picchiotti in bronzo. Verso la metà del XIV secolo, all'aula trinavata fu aggiunto un transetto, con quattro cappelle che affiancavano, due per parte, il presbiterio quadrangolare. Nella cappella detta "del Rimedio" o del Santissimo è collocata l'iscrizione funeraria di Filippo Mameli, datata 1348, che segna il termine ante quem per la ristrutturazione secondo modi gotico-italiani. Le preoccupanti condizioni della chiesa portarono nel Settecento a una sua ristrutturazione. A seguito di una delibera del Capitolo arborense, convocato dal vescovo Antonio Nin il 4 maggio 1729, iniziarono i lavori di demolizione delle vecchie strutture romaniche e gotiche. I lavori furono affidati al cagliaritano Salvatore Garrucciu, che progettò, previo abbattimento totale del complesso, un impianto trinavato. Fu presentato anche un secondo progetto dall'ingegnere piemontese Antonio Felice De Vincenti, che prevedeva un'aula mononavata. Dopo un paio d'anni Garrucciu morì e i lavori furono affidati all'algherese Giovanni Battista Ariety, che seguì il secondo progetto, risparmiando alcune strutture del transetto gotico e il cosiddetto Archivietto, a pianta quadrata, realizzato tra il 1622 e il 1626 con funzione di cappella presbiteriale, per ampliare in senso longitudinale il coro gotico. Esso costituisce una delle strutture architettoniche più significative del secondo Plateresco isolano, in cui convivono armoniosamente il Classicismo italiano e la tradizione gotica. Nel 1745 la chiesa fu riconsacrata. Nell'Ottocento furono aperti i due cappelloni nelle testate del transetto. La pianta è a croce latina, con ampia navata unica voltata a botte, sulla quale si aprono tre cappelle per lato; l'abside è rettangolare. All'incrocio col transetto un ampio tamburo ottagonale sorregge la cupola sormontata da una lanterna. All'esterno l'edificio dichiara le varie sovrapposizioni di stili, dovute ai diversi rifacimenti. Al lato s. è il campanile a pianta poligonale, poggiato su un'alta base. Nel 1776, a seguito del rovina della volta della cella campanaria, l'ingegnere piemontese Francesco Daristo innalzò la zoccolatura esterna, obliterò le monofore ogivali e ricostruì la cella campanaria e la piccola cupola "a cipolla".
Storia degli studi La chiesa è oggetto di sintetiche schede nei volumi della collana "Storia dell'arte in Sardegna" sull'architettura romanica (1993), tardogotica e d'influsso rinascimentale (1994), tardoseicentesca e purista (1992).


Dalla collana “Storia dell’arte in Sardegna”, Nuoro, Ilisso, 1992
Cattedrale di S. Maria, Oristano

Il complesso architettonico, situato al limite del centro storico in direzione sud-ovest, deve il suo aspetto attuale agli interventi di rifacimento avviati durante il XVIII secolo che hanno cancellato quasi completamente le precedenti strutture romaniche e gotiche. Le precarie condizioni dell’edificio indussero il Capitolo arborense ad intraprendere un’opera di ristrutturazione inviando a Cagliari e Alghero la richiesta per un sopralluogo. Dei progetti presentati, quello del cagliaritano Salvatore Garrucciu, in un primo tempo privilegiato, prevedeva la demolizione totale del complesso e la costruzione di un nuovo edificio a tre navate; un secondo, al quale non dovette essere estraneo il De Vincenti (presente ad Alghero per le nuove fortificazioni), prevedeva una sola navata con cappelle laterali. L’improvvisa scomparsa del Garrucciu provocò un’interruzione dei lavori e impose la nomina di un sostituto scelto nella persona del capomastro algherese Giovanni Battista Ariety che si attenne alla seconda soluzione facendo salve alcune strutture del transetto gotico non ancora demolite. I lavori ripresero e l’edificio venne consacrato nel 1745. Nel frattempo il genovese Pietro Pozzo aveva decorato di marmi policromi la cappella di S. Archelao e, in seguito, intervenne anche nella zona presbiteriale, nell’altare maggiore e nella credenzina laterale. Alla data del 1767 risultano terminati il presbiterio, il pulpito, la cappella di S. Filippo, l’altare ligneo di S. Giuseppe, gli stalli del coro, l’organo e le balconate di ferro battuto. Alla fine del Settecento tutte le cappelle sono decorate. Nel XIX secolo vennero aperti i due cappelloni nelle testate del transetto, e la cappella del Sacro Cuore di Gesù perse il settecentesco altare ligneo, sostituito nel 1860 da uno marmoreo di fredde linee classiciste. Al 1912 risale invece in gran parte la decorazione pittorica dell’edificio ad opera di un gruppo di artisti guidati dal professor Ettore Ballerini di Ancona. Il risultato è, pertanto, un edificio a croce latina dominato da un’ampia navata unica voltata a botte sulla quale si affacciano tre profonde cappelle per lato comunicanti mediante arcate; all’incrocio col transetto un alto tamburo ottagonale sorregge la cupola coronata da un lanternino; il presbiterio quadrangolare è sopraelevato rispetto al piano di calpestio della navata. Prevale un’impostazione austera di stampo tardomanierista, appena movimentata, in senso barocco, dalla luce che irrompe dalla cupola esaltando l’alto presbiterio e i suoi arredi. Nell’esterno del complesso sono ancora più evidenti la sovrapposizione di stili e i numerosi interventi durante i secoli. Sui pochi resti gotici dominano le strutture settecentesche del corpo della cattedrale, l’ampia cupola, il coronamento della torre campanaria e l’abside ottocentesca del transetto. La facciata, per la quale l’arcivescovo Antonio Nin (il maggior fautore della ristrutturazione nella prima parte del secolo XVIII) suggerì il riutilizzo delle colonne dell’antico tempio romanico, non venne mai portata a termine. I pochi elementi decorativi sono relegati nella parte superiore e sul modesto portale d’ingresso.

Torre campanaria Oristano, cattedrale di S. Maria.

Nel 1776, in seguito al crollo della volta della cella campanaria, il Capitolo arborense diede mandato per procedere ai lavori di consolidamento affidandone la direzione all’ingegnere militare piemontese Francesco Daristo che provvide all’innalzamento della zoccolatura esterna, all’obliterazione delle monofore archiacute e alla ricostruzione della cella campanaria e del coronamento con un cupolino “a cipolla”. Il Daristo riuscì, nonostante il divario temporale, ad armonizzare il nuovo intervento con la preesistente struttura gotica.

Cappellone di S. Luigi Gonzaga Oristano, cattedrale di S. Maria.

In seguito a un lascito testamentario di seimila scudi del canonico Luigi Tola da Solarussa (morto il 18 novembre 1829), secondo le sue disposizioni venne decisa la costruzione di una cappella e di un altare completo di statua marmorea da dedicare a S. Luigi Gonzaga. Monsignor Giovanni Maria Bua affidò il progetto nel 1830 all’architetto piemontese Giuseppe Cominotti e i lavori iniziarono l’anno successivo. Individuata la collocazione nella testata del transetto prospiciente il piazzale, per ragioni di simmetria venne decisa la costruzione di una cappella gemella al lato opposto intitolata a S. Giovanni Nepomuceno. Il Cominotti assegnò all’esterno della cappella di S. Luigi Gonzaga la funzione di nuova facciata della cattedrale suggerendo, in due disegni, soluzioni che prevedevano il riutilizzo delle colonne dell’antico tempio romanico. La direzione dei lavori venne affidata al capomastro sassarese Vittorio Fogu che tradì il progetto originario offrendo una soluzione ben più modesta, costituita da una struttura absidata semicircolare con catino coronato da un lanternino poligonale e cupolato. Ben più ricco l’interno in stile Impero: sulle pareti a finti damaschi rossi spiccano lisce lesene in marmo grigio e un suntuoso apparato decorativo in stucco e oro. Le statue e le decorazioni marmoree sono del sassarese Andrea Galassi, allievo del Canova. I lavori si protrassero fino al 1837 e nel giugno dello stesso anno i cappelloni vennero consacrati da monsignor Giovanni Maria Bua.

Oristano, torre di S. Cristoforo
Oristano, torre di San Cristoforo (o torre di Mariano)

Mura e torre di San Cristoforo o torre di Mariano

Come arrivare Oristano è raggiungibile svincolando di pochi km dalla SS 131 (''Carlo Felice'') che congiunge il nord al sud dell'isola. Tratti delle mura sono inglobati nel centro storico, dove si ergono anche Portixedda e la grandiosa torre di Mariano. La città è situata a Nord del Campidano e si affaccia sul golfo di Oristano. Nelle vicinanze scorre il fiume Tirso e si trovano i sistemi lagunari di Santa Giusta e di Cabras, a conclusione di una vasta piana contornata dalle alture del Monte Arci. Il territorio documenta la continuità insediativi dall'età prenuragica, con importanti testimonianze archeologiche della presenza fenicio-punica, romana e bizantina. In età medievale fu capitale del regno di Arborea, per poi essere annessa alla Corona d'Aragona. Dagli inizi del XVI secolo segue le generali vicende storiche della Sardegna, fino a diventare nel XX il capoluogo dell'omonima provincia.
Descrizione La storia urbanistica di Oristano è legata a doppio filo alle vicende occorse al regno d'Arborea, ultimo a cadere sotto gli Aragonesi tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo. Oristano era la capitale del giudicato, e come tale ospitava il sovrano, nel suo palazzo, e doveva altresì essere dotata di una struttura fortificata adeguata. Ancora oggi la struttura urbanistica della città ne rivela il nucleo originario: tre sono i punti di confluenza delle strade, corrispondenti ad altrettante contrade, precisamente l'attuale piazza Roma a N, Largo Mazzini a N/E, piazza Mannu a S. Queste tre zone erano attraversate dalle mura, che proteggevano il cuore di Oristano: la cinta doveva essere alta intorno ai 5 o 6 metri, turrita, e partiva dall'attuale piazza Roma verso via Mazzini, per giungere poi alla torre di Portixedda; le mura proseguivano verso l'attuale via Solferino, poi verso piazza Mannu. In quest'ultima, come in piazza Roma, si trovavano le porte della città, rispettivamente la Porta Mari e la Porta Manna, vale a dire la Torre di San Cristoforo (o torre di Mariano). Oggi affiorano pochi ruderi delle antiche mura: un torrione in via Cagliari ed alcuni resti nella via Solferino, nel cortile dell'Asilo Boyl e in via Mazzini. Nella parte nord si ergeva dunque la torre di San Cristoforo, nella parte S dell'abitato il castello e la seconda torre, la torre di San Filippo, elevata a salvaguardia del castello e crollata nel 1872 per il cedimento di alcune volte e muri. Come della torre di San Filippo, anche del castello, ubicato presso le attuali carceri, non rimane alcuna traccia. Si può ipotizzare che fosse a due piani e avesse ambienti per la servitù e per le truppe. Residuo della struttura fortificata di Oristano sono la torre di Portixedda e quella di San Cristoforo. Costruita come il resto delle fortificazioni in età giudicale e successivamente ricostruita in età aragonese, Portixedda comprende due corpi cilindrici sovrapposti, raccordati da una superficie troncoconica inclinata. La torre di San Cristoforo o di Mariano, edificio simbolo della città giudicale, venne eretta nel 1290 per volontà di Mariano II, giudice d'Arborea. La torre, interamente in arenaria, è alta complessivamente 28 m, di cui 19 m dalla base al primo giro di merli, mentre la torretta più piccola è alta 10 m. A pianta quadrata, si compone di due edifici distinti e sovrapposti. Ha una struttura ad ''U'', con il lato aperto rivolto verso l'interno dell'abitato, mentre la parte bassa della torre, in conci bugnati, si apre in un arco a tutto sesto che a sua volta si apre in un arco a sesto acuto di diametro minore. All'interno del fornice era murata un'iscrizione, oggi all'Antiquarium Arborense, che pur molto rovinata è servita a datare la torre al 1290; sempre nella torre era custodito un retablo, dedicato a San Cristoforo, da cui la struttura prende il nome.
Storia degli studi Per la storia di Oristano si vedano il volume di Francesco Cesare Casula, del 1961, e l'intervento di Pinuccia Simbula nel volume miscellaneo del 1990. Per le fortificazioni si vedano l'ampio contributo di Foiso Fois nel 1992 e l'articolo di Raimondo Zucca nel 1995. Sulla torre di Mariano si legga la scheda di Roberto Coroneo nel volume sull'architettura romanica (1993).



Dalla collana “Storia dell’arte in Sardegna”, Nuoro, Ilisso, 1993
Torre di San Cristoforo (1290)
Giudicato di Arborea, curatoria del Campidano di Simaxis, Oristano

La torre di S. Cristoforo, detta anche di Mariano II o Porta manna, si innalza in piazza Roma, in pieno centro storico di Oristano. Superstite delle mura erette per volontà del giudice arborense Mariano II de Bas-Serra, è datata al 1290 dall’epigrafe (assai erosa) collocata sopra la centina dell’arco ogivale di bipartizione trasversale del passaggio, che dall’esterno si pratica attraverso il fornice frontale a tutto sesto. La torre (m 9,40x9,80, alta m 19 senza la torretta) ha tre lati chiusi in muratura di notevole spessore e il quarto aperto verso l’interno. I paramenti in cantoni di arenaria di grande e media pezzatura si sviluppano sopra lo zoccolo di conci bugnati e sono conclusi da merli di forma “guelfa”. La torretta superiore rientrante (m 10) è di fabbrica quattrocentesca.

Oristano,  Antiquarium Arborense
Reperto di arte fenicio punica Antiquarium Arborense
Oristano, reperti Antiquarium Arborense
Antiquarium Arborense Museo Archeologico Giuseppe Pau

Museo Antiquarium Arborense

Informazioni
Indirizzo: Piazza Corrias, Oristano - telefono 0783 791262
Ente titolare: Comune di Oristano
Gestione: Cooperativa La Memoria Storica
Orari: dal lunedì al venerdì orario continuato 9-20; sabato e domenica 9-14 e 15-20 (chiuso Natale, Santo Stefano e Capodanno)
Biglietto: € 5,00 intero, € 2,50 ridotto (6-26 anni, gruppi oltre 15 persone, oltre 65 anni), gratuito (0-6 anni, disabili, n.1 accompagnatore per gruppi oltre 15 persone).
Le visite guidate sono incluse nel prezzo del biglietto, e sono disponibili anche in lingua inglese, francese e spagnola (è consigliabile prenotare).
Le stesse tariffe sono valide per la visita guidata al centro storico della città di Oristano.
Sito Internet:
www.antiquariumarborense.it
e-mail: info@antiquariumarborense.it
Il museo L’Antiquarium Arborense, Museo Archeologico "Giuseppe Pau", nasce nel 1938 grazie all'acquisto, da parte del podestà di Oristano, della collezione Pischedda, la più grande raccolta privata di reperti archeologici della Sardegna. Il piano terra del museo è riservato alle mostre temporanee, sempre di tema archeologico, mentre il piano superiore è dedicato all'esposizione stabile delle raccolte archeologiche e di alcune tavole di retabli quattro-cinquecenteschi. La sala archeologica ospita la collezione Pischedda e altre collezioni minori, costituite da materiali provenienti specialmente dalla penisola del Sinis e compresi nel periodo preistorico e protostorico, dal neolitico alla civiltà nuragica. Sono ben rappresentati anche i corredi tombali fenici e punici (VII-III secolo a.C.), provenienti in particolare da Tharros, e non mancano i reperti di età romana, paleocristiana e altomedievale (II sec. a.C.-VII sec. d.C.). Notevole il plastico ricostruttivo della città di Tharros nel IV sec. d.C. e il plastico ricostruttivo della città di Oristano nel XIV secolo d.C. durante il periodo giudicale, quando la città era circondata da una importante cinta muraria. La sala retabli espone opere pregevoli quali il retablo di San Martino (XV secolo), il retablo del Santo Cristo (1533, di Pietro Cavaro) e il retablo della Madonna dei Consiglieri (1565, di Antioco Mainas). L’Antiquarium Arborense è l’unico museo dell’isola a disporre di una sezione espositiva dedicata ai non vedenti e agli ipovedenti, dove è possibile toccare con mano alcuni fra i più bei manufatti esposti al Museo o facenti parte del patrimonio culturale cittadino. I reperti esposti consentono di ricostruire la storia del territorio e del suo centro più importante, Oristano. I pezzi forti sono la coppa con Ercole che lotta con il toro di Creta, di produzione micenea e attica; un bruciaprofumi che raffigura Ercole con la "leontè" (pelle di leone) risalente ad epoca cartaginese; la collezione di ceramica etrusca proveniente da Tharros, la più ricca ritrovata fuori dell'Etruria; i vasi in vetro soffiato di età romana.
Servizi Il servizio di visita guidata è compreso nel prezzo del biglietto. La prenotazione è consigliata per le visite guidate in lingua inglese, francese e spagnola. Proiezioni di video introducono al percorso museale. Lo shop del Museo propone gadgets, prodotti multimediali, la guida del museo e i cataloghi delle mostre temporanee succedutesi nel corso degli anni. Il museo svolge attività didattiche per studenti delle scuole di ogni ordine e grado su temi archeologici. Non esistono barriere architettoniche. L’Antiquarium Arborense offre anche il servizio di visita guidata al centro storico della città di Oristano, per ammirare chiese, monumenti e le due torri in perfetto stato di conservazione facenti parte della cinta muraria che circondava la città in epoca giudicale (anche in inglese, francese e spagnolo).




La bottega dell’antiquario Efisio Pischedda,
foto d’epoca. La cultura archeologica oristanese dello scorcio del secolo scorso e dei primi decenni dell’attuale, rappresentata dall’avvocato Efisio Pischedda, non si discostava di molto dal gusto antiquario settecentesco, cosi deliziosamente narrato dal Goldoni. Nobili e borghesi arricchiti, eredi della favolosa Tharros, dovevano possedere, quale «status symbol», una raccoltina di antichità. Il Pschedda accolse amorevolmente gli esiti di quel collezionismo approssimativo e incolto, perpetuandolo fino a noi attraverso l’Antiquarium arborense, che rappresenta cosi una preziosa pagina di storia della cultura sarda tra Otto e Novecento. Nell’immagine (del 1916) si osserva una bacheca dove le terrecotte figurate, prevalentemente puniche, sono accostate sulla base delle dimensioni.




Le botteghe degli antiquari d’Oristano
«Quanto non sarebbe desiderabile, ed opera degna di lode, che nella Città d’Oristano, ad esempio di altre colte Città d’Italia, si raccogliessero tutti gli avanzi ed oggetti che si trovano nel suolo dell’antica Tarros! La maggior parte di questi riposano in mani di particolari, e cadendo in mani di altre persone che non li sapranno apprezzare, giaceranno sconosciuti ed inutili...I particolari a gara si pregierebbero, onde conservare grata memoria della loro antica madre, di offrire quei preziosi oggetti che hanno riservati nelle domestiche mura. La Città ne avrebbe merito e lode, perché si potrebbe gloriare di tenere un Museo esclusivamente Nazionale, o territoriale...Opera che mostrerebbe ai venturi le vicissitudini dei padri nostri, e che se dalla terra natìa scomparve la generazione e la lingua loro, queste reliquie venerande stettero vincitrici dell’ira del tempo, delle armi e delle sciagure!». Queste parole, d’impronta foscoliana, che compongono la conclusione del volumetto di Giovanni Spano
Notizie sull’antica città di Tarros, edito in Cagliari nel 1851, rappresentano anche l’atto di concepimento del Museo di Oristano che doveva vedere la luce ottantasette anni dopo, nel 1938, con l’apertura dell’Antiquarium Arborense. Il Canonico Spano, pontefice massimo dell’archeologia di Sardegna, sperò invano di vedere compiuta l’opera che aveva auspicato nella sua Memoria del 1851. In una sua lettera al Sindaco di Oristano Tolu, datata Cagl(iari) 5 Luglio 1852, lo Spano scriveva : «Ill.mo Sign. Sindaco. Mi prendo la libertà d’indirizzarLe un pacco di un’[sic] opuscolo che si aggira sullo scopo di far apprezzare le cose della seppellita Tarros. Il Municipio spero non disprezzerà il mio voto che ho espresso alla fine del d(ett)o opuscolo. Io dal mio canto riferirei il buon divisamento e vi porterei il mio piccolo sabbiolino al compimento dell’edifizio. Nella 2a parte svilupperò particolarmente tutto l’interesse che hanno anche quei piccoli oggetti che sembrano insignificanti. Mi onori intanto de’ Suoi comandi ed ho il bene di protestarmi di V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma D(evotisssi)mo Servitore Giov(anni) Spano».
Donde finisse quel pacco con i volumetti su Tharros inviato dallo Spano al Municipio di Oristano la storia non dice, quel che è certo è che il progetto del Museo pubblico di Oristano annegò miseramente di fronte alle più pressanti occupazioni degli Amministratori di quei tempi, quale, ad esempio, l’abbattimento delle cortine murarie medioevali che si ammorsavano alla torre di San Cristoforo, deliberato nel 1859. Non casualmente Giovanni Spano indicava in Oristano la sede naturale di un nuovo Istituto museale, dopo la nascita nel 1802 del Museo di Antichità di Cagliari. Il rapporto genetico tra Tharros e Oristano, affermato in un antiquus codex manuscriptus, consultato dal Vescovo Fara nel declinante sedicesimo secolo, istituiva gli oristanesi eredi delle memorie tharrensi, tanto da suscitare quel famoso proverbio, documentato già ai primi del Seicento, «De sa cittadi de Tharros portant sa perda a carros» (dalla città di Tharros si trasportano le pietre ‘a carrettate’, ossia in enorme quantità). In effetti i Consiglieri di Oristano l’8 luglio 1629 fecero istanza al Re di Spagna perché la città di Tharros si potesse «con grande facilidad redificar por tener todo el material en el mismo lugar de los edificios desechos de donde esta ciudad se provehe en materias de fabricas » (riedificare con grande facilità, in quanto si possiede in loco tutto il materiale edilizio necessario, derivato dagli edifici in rovina dai quali questa città [di Oristano] si provvede di ogni materiale da costruzione). Ma Tharros, oltre ad essere una famosa cava di blocchi squadrati, colonne, capitelli e altro materiale edilizio, serbava nel suo seno i tesori delle sue tombe inviolate. La più antica testimonianza degli ori di Tharros sarebbe contenuta nella quietanza per il bando che un tal Nicolò Gros avrebbe proclamato nel 1481. In base a tale bando sarebbe stato stabilito che «alcuno osi o intenda scavare un tesoro o scusorgiu o ricercare monete d’oro, di argento, in bronzo o gioielli di qualsiasi genere nel distretto della città di Tharros ed in particolare [si fa divieto di scavare] al clero ed agli uomini della villa di Nurachi, che vantano un diritto sopra il suddetto luogo in forza di un privilegio ad essi concesso dai magnifici Giudici d’Arborea in quanto i primi abitanti della detta città ed agli uomini di Cabras in quanto i più prossimi a Tharros». Ma poiché si è ritenuto, con grande probabilità, falso il suddetto documento, dobbiamo arrivare al Seicento per avere notizie sicure degli ori di Tharros. Anteriormente al 1641, secondo il Padre Salvatore Vidal, autore di un Clypeus aureus excellentiae calaritanae, si ammiravano in Tharros «splendidi sepolcri con iscrizioni marmoree, in uno dei quali si è rinvenuto un paio di speroni d’oro un contadino vi ha scoperto un anello d’oro tanto prezioso che i nobili oristanesi arrivarono a spendere per esso quaranta dobloni d’oro». Nasceva così il collezionismo antiquario, costituito dalle antichitàtharrensi, presso il ceto nobiliare della città di Oristano. Ma per avere notizia della prima vera collezione archeologica tharrense è necessario fare un salto sino alla seconda metà del Settecento. Nel 1767 un ricco possidente oristanese, Damiano Nurra, che a dire del popolo si sarebbe arricchito con la scoperta di uno smisurato tesoro nelle rovine di Tharros (o, secondo un’altra versione, nel nuraghe Angius Corruda presso la stessa Tharros ovvero nel nuraghe di Bidda Maiore del Sinis di San Vero Milis), venne insignito dal Re di Sardegna Carlo Emanuele III del titolo di Marchese d’Arcais. In virtù di tale titolo il Marchese ebbe la signoria utile dei Tre Campidani, ossia del Campidano di Simaxis, del Campidano Maggiore e del Campidano di Milis. Quest’ultimo, detto anticamente «Campidano di San Marco de Sinnis» si estendeva fino all’estrema penisoletta di Tharros. Fu così che Don Damiano Nurra, si fosse arricchito o meno con il rinvenimento di un orcio del tesoro, poté acquisire i primi reperti archeologici tharrensi di quella grande collezione che Alberto Lamarmora, il grande viaggiatore in Sardegna del principio dell’Ottocento, vide nel palazzo marchionale della Contrada Dritta [odierno Corso Umberto] di Oristano. Nel suo
Voyage en Sardaigne il Lamarmora ci ha lasciato una descrizione dei principali elementi della Collezione Arcais di Oristano: si trattava di gemme-scarabeo di artigianato punico, di gioielli in oro ed anche di una rarissima statuetta lignea recante una decorazione geometrica. Prima del 1851, a prescindere da un lotto pervenuto alle raccolte reali di Torino nel 1841, il collezionismo delle antichità tharrensi fu strettamente limitato ad alcuni membri dell’aristocrazia e del clero oristanesi. Ma nel 1851 due fattori innescarono una diabolica spirale che in un baleno portò prima al massacro delle necropoli di Tharros, quindi alla creazione di una miriade di collezioni, raccolte e raccoltine di pezzi tharrensi. Innanzitutto la pubblicazione delle Notizie sull’antica città di Tarros, di Giovanni Spano, divulgò presso tutti gli ambienti archeologici europei la nozione, peraltro esagerata, della fiabesca ricchezza delle tombe fenicie i Tharros. Ma a creare il mito degli «ori di Tharros», alimentando la funesta corsa all’oro in quella che fu detta la «Piccola California» del Sinis, fu la fortunata campagna di scavi che un nobile inglese Lord Vernon, poté condurre nella necropoli meridionale di Tharros, grazie ai buoni uffici del Marchese Boyl che lo ebbe ospite nel suo fastoso palazzo di Milis. Il Lord Vernon assoldò per i suoi scavi una compagnia di Crabarissi,
gli abitanti di Cabras, che, a torto o a ragione, contendevano agli Oristanesi l’eredità di Tharros. Furono aperte quattordici tombe a camera cartaginesi e agli occhi attoniti del baronetto e degli scavatori apparve un vero e proprio tesoro di corredi funerari, composti di oreficerie, scarabei, bronzi e prezioso vasellame. «Questi scavi, scriveva dieci anni dopo questi eventi l’archeologo Spano, fatti da un personaggio distinto accesero quasi di rabbia gli animi degli abitanti dei circonvicini villaggi di cui erano gli scavatori, e quasi mal soffrendo che i loro tesori andassero fuori della isola in mani straniere, si unirono nel successivo aprile 1851 molte compagnie per eseguirvi altri scavi. Pare incredibile il modo con cui quasi presi a furore, per la smania di trovarvi l’oro, presero a penetrare in quegli inviolabili ipogei, smovendo terra, e pietre in confuso, mettendo tutto sotto sopra, rompendo la roccia internamente per passare da una tomba all’altra , in cui perì uno schiacciato. Erano più di 500 uomini divisi in società che per più di tre settimane erano ivi giorno e notte a gara occupati nello stesso oggetto, fino a che non andò un ordine del Governo per inibirli, cui tosto ubbidirono e lasciarono di commettere tanto vandalismo in quelle sacre tombe che solo da mani esperte dovrebbero essere visitate. Intanto il disordine e l’ingordigia di aprire tombe per non trovar altro che oro, fece che lasciarono molte tombe senza frugar bene, ed altri in seguito, avendo crivellato la terra delle stesse tombe, vi trovarono moltissimi scarabei ed altri minuti oggetti d’oro». La sorte di questa smisurata serie di reperti archeologici è narrata, ancora una volta, dal Canonico Spano, nei mesi immediatamente successivi al vandalico scavo di Tharros: «Furono più di cento le sepolture che violarono, dividendosi la preda fra gl’inventori che poi vendevano ai Signori d’ Oristano e dei circonvicini villaggi, e porzione ne portarono in Cagliari che fu acquistata dal Sig. Cara [Direttore del Museo cagliaritano] e da me. Può dirsi che ogni casa di villano fosse un Museo di antichità per gli oggetti che avevano schierati nei loro umili abituri, urne, vasi di vetro, figure, lucerne, piatti, idoletti, collane, amuletti, armi, utensili di ogni genere cui non basterebbe un volume per descriverli. Sebbene poi non vi sia particolare che non possieda qualche oggetto raro, la miglior raccolta che abbia potuto osservare è presso li Signori di Oristano il cav. D. Paolo Spano, il cav. D. Salvatore Carta, il Sig. Generale D. Felice De Arcais, e suo nipote D. Raimondo in Cabras, il Presid. del Tribunale avv. Ena, il Commend. Carta, l’Intendente Segurani, ed altri. Ma i primi due, cioé cav. Spano e Carta sono stati tanto fortunati e di genio in raccogliere una quantità di scarabei, amuletti o talismani, anelli, e sigilli d’oro con altri ornamenti, vasi e figure di ogni genere, vetri, paste, e stoviglie, che raccolti tutti insieme potrebbero formare un gabinetto cospicuo di antichità esclusivamente Egizio [ossia fenicio-punico], Greco e Romano». Lo stesso Spano in una sua nota sugli Studi archeologici in ardegna, redatta nel 1858, evidenzia il perpetuarsi delle importanti collezioni oristanesi: «Tralasciamo di annoverare alcune altre raccolte di particolari non solo di Cagliari, ma di altre città dell’Isola per essere di poca entità e considerazione, se si eccettuano quele di Oristano di pertinenza del Cav. D. Salvatore Carta, e del Cav. D. Paolo Spano, che possono dirsi raccolte locali, come quella pure del fu Cav. D. Felice Arcais, perché sono formate esclusivamente dagli oggetti che si sono trovati in Tharros. Nella stessa città si può dire che ogni Signore possiede un museo, come sono il Cav. Efisio Carta, il Cav. Corrias, il Sig. Nicolò Mura, ed il Sig. G. Busachi, oltre l’immensa quantità d’oggetti che furono da altri trafficati all’estero». Le parole di Giovanni Spano non rendono con tutta evidenza il disastroso commercio archeologico che disperse in mille e mille collezioni gli ori e gli altri preziosi manufatti tharrensi. Compulsando le dieci annate (1855-1864) del Bullettino Archeologico Sardo e le Scoperte archeologiche fattesi in Sardegna tra il 1865 e il 1874 possiamo scoprire gli infiniti nomi dei collezionisti, fra i quali eccellevano, proprio in virtù di un’eredità storica, gli Oristanesi. Accanto ai nobili Spano e Carta nella Oristano del secondo Ottocento figuravano due principali collezionisti: il Giudice Francesco Spano e l’antiquario Giovanni Busachi, anch’esso ricordato esplicitamente dal Canonico Spano. Della collezione del Giudice possediamo un affettuoso e ironico ritratto in un’opera di Paolo Mantegazza del 1869: «Abita un vecchio castello, che fu forse casa della Giudichessa Eleonora; vive fra i suoi camei preziosissimi, fra i suoi vetri di Tharros dai mille colori, fra le sue urne cinerarie; una polvere secolare posa su quelle ricchezze e il Dio di quel tempio appena serba a se stesso un posticino, il più modesto della casa, che non è casa; perché è fortezza, è castello, è museo; qua e là nido di gufi. Il Giudice Spano fra quelle rovine e fra quei tesori, in quel mondo di cose antichissime e in mezzo a quella polvere antichissima serba l’entusiasmo più giovanile e quando accende le sue candele per farvoi ammirare i riflessi iridescenti dei suoi vetri di Tharros, i suoi occhi fiammeggiano fra quelle urne e quelle ragnatele, come lampi di un uomo felice, di un uomo
terque quaterque felice; dacché una nobile passione lo riscalda; ed egli toglie a sé gli agi della vita per lasciare una delle più splendide raccolte archeologiche che abbia l’Italia». Alla morte del Giudice la raccolta archeologica venne ereditata da una figlia sposata a un tal Pompeo Lambertenghi. Fu costui a vendere i preziosi reperti a diversi acquirenti, cedendo il lotto maggiore al pittore Enrico Castagnino, che, finalmente, lo vendette al Museo Archeologico di Cagliari, nel 1884. Se il giudice Spano esauriva nella contemplazione estetizzante dei suoi tesori il proprio amore per l’archeologia, Giovanni Busachi, invece, traeva dal commercio delle antichità il proprio sostentamento. La sua abitazione posta nella Via san Sebastiano (odierna Via Mazzini), era la meta abituale di studiosi di antichità e di avidi commercianti, per i quali, tuttavia, il Busachi rappresentava un duro osso da spolpare. Anche di questo personaggio abbiamo un gustoso ritratto ad opera del Barone Heinrich Von Maltzan nella sua opera Reise auf der Insel Sardinien del 1869: «Mi accompagnava [sull’ omnibus da Cagliari a Oristano] il Sig. Busachi di Oristano, un antiquario possessore di molti scarabei, il quale allora facea quel viaggio espressamente per amor mio, e dovea prestarmi i più grandi servizi nella sua città patria, e tutto ciò per vero dire disinteressatamente, avendogli io fatto intendere che non avrei comprato neppur uno dei suoi scarabei piuttosto cari. Si deve tributare lode ai Sardi, ch’essi usino dell’ospitalità nel modo più nobile e disinteressato, con un’amabile officiosità, che veramente pone spesso in imbarazzo il forestiero, e può da principio lasciar supporre dei motivi interessati, ma che ben presto lascia indovinare come questa supposizione non si verifica punto: infatti se coloro i quali tengono vendita di antichità locali, e questa gente è spesso numerosa, hanno anche talvolta occasione di conchiudere un ottimo affare, pure, da veri gentiluomini, si trattengono fin dal farne alcuna allusione a fronte di chi fosse stato raccomandato alla loro ospitalità, ed il forestiero in definitiva esce dalla loro casa non già impoberito, ma piuttosto arricchito di doni... La notte ci sorprese nel villaggio di S.Giusta memorabile per una chiesa molto antica; ma ormai eravamo prossimi alla meta del nostro viaggio, meta che finalmente toccammo alle sette di sera, dopo una scarrozzata di tredici ore a partire da Cagliari. Io era dunque giunto bensì in questa città [Oristano], ed ero stato deposto sul suo lastrico, maciò era anche tutto quanto in quel momento io poteva conseguire; infatti non potevo contare di avere alloggio nell’unico albergo a causa della piena soverchia che vi era, né potevo usufruire delle camere offertemi amichevolmente dall’antiquario, il mio compagno di viaggio, giacché in seguito a rigorosa ispezione, esse si mostravano inabitabili, non essendo nient’altro che un ripopstiglio di antichi vasellami romani in mezzo ai quali, in quel caos di lampade sepolcrali, anfore, urne, patere e dogli, che in triplice strato coprivano il suolo, non restava appena altro che un posto per la cassa contenente gli scarabei, sulla quale il proprietario era solito dormire. È ben vero che il proprietario della cassa si offriva di cedermi quel prezioso giaciglio, ma io non poteva risolvermi ad accettare la responsabilità della custodia di quel tesoro; chi sa mai se mi avrebbe lasciato dormire la conoscenza di riposare sopra tante antichità così preziose, le quali certamente dovevano formare un punto di attrazione per ladri! Inoltre questo letto era anche appena più comodo del nudo pavimento, e solo un antiquario poteva chiamare letto un coso simile.».
Da questi coloriti racconti il nostro lettore si sarà fatta l’idea che i collezionisti di anticaglie di Oristano e dintorni fossero un pò matti. Ad onta di tutte le loro manie questi uomini non vivevano solo per l’antichità: la fine tragica del Busachi (e della sua collezione archeologica) ne costituiscono la più chiara conferma: «Nella sera del 20 [sic ! leggi 19 ottobre] in Oristano il Sig. Giovanni Busachi trovatosi a caccia nella sua vigna di Bennaxi fu colpito dalla carica del suo stesso fucile.Tutto induce a credere che la morte sia accidentale non potendosi ammettere la ipotesi d’ un suicidio su persona che non aveva motivo di odiar la vita, quantunque di carattere melanconico. Tutta la cittadinanza di Oristano ne è contristata ». Così L’Avvenire di Sardegna del 19 ottobre 1875 riportava la notizia della morte violenta dell’antiquario oristanese. Nello stesso numero del giornale un anonimo commemorava l’amico scomparso, descritto come fervido patriota, combattente nella I Guerra per l’Indipendenza, amante dell’archeologia, filantropo appassionato delle sorti dei suoi concittadini e «presidente di questo Club». Quale fosse la Società presieduta dal Busachi non è detto altrove. Nella sua tomba, poi, nel Cimitero oristanese, una semplice lastra di marmo, con una clessidra alata sul timpano, è posta a «Giovanni Busachi, vissuto circa 50 anni, sincero amico ed ottimo cittadino». Una tradizione orale affermava, invece, che Giovanni Busachi, affiliato ad una società segreta, che disponeva del diritto di vita e di morte sui propri adepti, sul modello dell’Illuminatenordens (l’Ordine degli Illuminati), avrebbe preferito darsi la morte, piuttosto che sopprimere un nemico della Setta segreta, eseguendo l’ordine impartitogli. L’anno successivo il vecchissimo Canonico Spano compiangeva la sorte del Busachi, facendo voti affinché la grande raccolta archeologica non andasse dispersa. Uno scarabeo in particolare veniva additato da Giovanni Spano all’interesse degli studiosi: «Raro scarabeo marcato con punti d’oro. Questo scarabeo fu trovato nel 1848 in una tomba [di Tharros] dall’infelice Giovanni Busachi di Oristano e lo aveva molto caro, per cui credendolo d’un gran valore, come lo era, l’aveva destinato per farne una lot(t)eria a favore dei pubblici stabilimenti dei poveri di detta città dei quali era molto protettore.Ora possessore dello scarabeo è il suo fratello Carlo che ci ha permesso di farlo conoscere al pubblico». Se un quarto di secolo prima clero, nobili e borghesi di Oristano avevano fatto a gara per il possesso di un privato «museo» tharrense, nel 1876, morti i principali protagonisti di quella singolare stagione, tutte le varie raccolte si trovarono, d’incanto, ad essere vendute al migliore offerente. Gli dèi di Tharros vollero allora salvare ad Oristano quell’enorme patrimonio di antichità, suscitando il dèmone della passione archeologica in un giovanissimo avvocato, che aveva appena aperto il suo studio in Città: quell’uomo si chiamava
Efisio Pischedda.

L’Avvocato - archeologo Efisio Pischedda

L’Avvocato Efisio Pischedda era nato a Seneghe, un centro dell’Oristanese, nel 1850, da un’ agiata famiglia di possidenti. Il padre Antonio esercitava la professione di notaro, la madre, una Faret, apparteneva ad una famiglia di magistrati. La vocazione per gli studi di diritto maturò dunque in casa per il giovane Efisio, che, compiuti gli studi di Giurisprudenza nell’Ateneo cagliaritano, aprì il proprio studio legale in Oristano, insieme all’altro Avvocato seneghese Antonio Andria. Più difficile dire donde ricavasse la passione per le antichità il Pischedda: è presumibile che i suoi clienti fossero, sin dagli inizi della sua carriera di avvocato-archeologo, il tramite tra il Legale e i reperti archeologici. Ma era soprattutto l’aria di mercato-antiquario che si respirava nel cuore antico di Oristano ad impadronirsi del cuore di Efisio Pischedda.
Il Canonico Spano non aveva fatto in tempo a segnalare il preziosissimo scarabeo intarsiato con punte d’oro della collezione di Giovanni Busachi, che il Pischedda si era lanciato all’acquisto della gemma insieme a numerosissimi altri reperti che il povero Busachi aveva accumulato in meno di trent’anni di ricerche e traffici. Era nato l’erede dei grandi collezionisti di antichità che avrebbe avuto il merito, non piccolo, di perpetuare nel secolo successivo quel malinconico gusto retro di tutte le famiglie d’antiquarii che il genio di Goldoni ha immortalato per la Venezia del secolo XVIII.



Testo di Zucca Raimondo
tratto dalla Guida: Antiquarium Arborense, Editore Carlo Delfino

Abstract: "La raccolta Pischedda presenta una selettiva visione delle culture prenuragiche della Sardegna, in funzione dello spirito che animava i ricercatori ottocenteschi nelle “stazioni” preistoriche dell’Oristanese. La ceramica in frammenti risultava poco attraente per questi “archeologi-antiquari” che preferivano raccogliere strumenti in ossidiana e selce integri. Ne consegue che la sezione preistorica della collezione Pischedda, benché sia la più ricca di materiali dell’intera collezione, appare piuttosto carente sotto il profilo della documentazione di vaste fasi della preistoria sarda. Una serie di microliti geometrici, di forma trapezoidale, provenienti da stazioni del Sinis potrebbero ascriversi all’orizzonte più antico del neolitico sardo e mediterraneo in genere [...]" (dal testo)

Oristano, bottega di vasaio, inizio 900
Oristano, filatrice, 1921

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