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Periodo Fenicio Punico (800-238 a.C.) :: Scopri tutto sulla Storia dell'Isola dal Portale Le Vie della Sardegna.

Cultura Sarda > Storia Sarda


Sant'Antioco, città fenicio punica di Sulky
Sant'Antioco, necropoli punica

Sant'Antioco, città fenicio punica di Sulky
Comune: Sant'Antioco
Descrizione: Sulky sorgeva nel luogo dell'odierna Sant'Antioco, nella parte nord-est dell'omonima isola sulcitana. Nella necropoli prevalgono le tombe a camera ipogea, caratteristiche del periodo punico, anche se non mancano sepolture a "enkytrismos", ossia all'interno di anfore, riservate esclusivamente ai bambini, e alcuni rari esempi di tombe a fossa con copertura a lastre di tufo.

Sant'Antioco, necropoli punica
Comune: Sant'Antioco
Descrizione: Nella necropoli prevalgono le tombe a camera ipogea, caratteristiche del periodo punico, anche se non mancano sepolture a "enkytrismos", ossia all'interno di anfore, riservate esclusivamente ai bambini, e alcuni rari esempi di tombe a fossa con copertura a lastre di tufo. Le tombe più antiche sono situate verso la chiesa e il centro del paese, come dimostra la recente scoperta di un ipogeo dei primi anni del V sec. a.C. nella via Belvedere.

L’ETÀ FENICIO-PUNICA, ROMANA E VANDALICA
dal 900 avanti Cristo al 534 dopo Cristo

L’arrivo dei Fenici in Sardegna sembra essere stato un fenomeno pacifico. Grazie ad essi, il mondo nuragico entra in contatto diretto con il modello urbano da tempo affermatosi nel bacino del Mediterraneo.
Nasce in questa fase una serie di empori commerciali fenici che poi assumono i connotati di vere e proprie realtà urbane: tra il IX e il VII sec. a.C. vengono fondate le città costiere di Sulki (Sant’Antioco), Karali (Cagliari), Nora (Pula), Bithia (Domusdemaria), Cuccureddus (Villasimius), Tharros (Cabras), Othoca (Santa Giusta) e le città interne di Monte Sirai (Carbonia) e Pani Loriga (Santadi).
Alle fasi più antiche della presenza fenicia in Sardegna risalgono gli oggetti di corredo funerario rinvenuti nelle necropoli, che comprendono luoghi per il sacrificio e la sepoltura di bambini o di piccoli animali, denominati tophet e ubicati fuori dal circuito delle mura urbane. Entro la cerchia sorgono le case, gli edifici pubblici, le botteghe e gli impianti artigianali, i templi, con l’acropoli su cui generalmente sorge un importante santuario. Anche l’introduzione della scrittura rappresenta un elemento rivoluzionario nello scenario sardo, nella misura in cui essa viene impiegata co\me potente strumento di supporto al modello urbano, fino ad allora estraneo alla cultura nuragica. A movimentare questa situazione di relativo equilibrio instauratosi in Sardegna tra forze culturali differenti, arrivano nell’isola i Punici ovvero gli uomini di Cartagine, la potente colonia fenicia fondata nel nord Africa verso la fine del IX sec. a.C.
Nell’isola l’incontro tra Fenici e Cartaginesi, dunque tra individui che si riconoscevano nello stesso modello politico, economico e sociale, provoca quel conflitto che non si era manifestato nel contatto tra le genti nuragiche e fenicie. I dati archeologici rilevati a Monte Sirai, uno dei siti-chiave per la strategia fenicia e punica di controllo territoriale dell’isola, mostrano tracce evidenti di distruzione e incendio riferibili proprio al momento in cui i Cartaginesi giungono in Sardegna. Il successo delle ambizioni di conquista dell’isola da parte dei Cartaginesi fu agevolato anche dall’alleanza politicomilitare con gli Etruschi, la quale ebbe ripercussioni non solo locali, ma anche nello scacchiere mediterraneo. Il passaggio della Sardegna sotto il dominio cartaginese accentuò ulteriormente il fenomeno di integrazione tra Sardi e Fenici, che rimase attivo a lungo anche dopo la conquista romana dell’isola. La presenza cartaginese fu rafforzata anche dalla fondazione di nuovi centri urbani, tra i quali spiccano Neapolis (Guspini) e Cornus (Cuglieri). Particolarmente intenso si fece in questa fase lo sfruttamento agricolo, finalizzato in particolare alla produzione cerealicola. Il passaggio della Sardegna dalla sfera di controllo cartaginese a quella romana fu una conseguenza della prima guerra punica (264-241). Nell’impossibilità di soddisfare le richieste economiche dei mercenari di stanza in Sardegna, Cartagine fu costretta nel 238 a.C. a cedere il controllo dell’isola ai Romani. Nel 227 a.C. la Sardegna divenne provincia romana, sotto il controllo di un governatore. Da quel momento il processo di romanizzazione dell’isola si fece sempre più intenso, anche se la matrice culturale sardopunica non cessa di manifestare la propria vitalità.
Le città dell’isola vennero romanizzate nell’impianto e nell’apparato edilizio, dotandole dei principali edifici che ovunque nell’impero contrassegnavano il modello culturale romano: teatri e anfiteatri (a Nora, a Carales), terme (a Forum Traiani, odierna Fordongianus), templi (ad Antas presso Fluminimaggiore), acquedotti (a Turris Libisonis, odierna Porto Torres), ville urbane e rurali, spesso dotate di bei pavimenti a mosaico. Il controllo romano fu basato innanzi tutto sulla rete viaria, impostata sulle tratte stradali già tracciate a cui si aggiunsero vie di raccordo tra le tratte principali e di penetrazione per agevolare l’accesso e quindi il controllo delle zone interne. La via più importante collegava Cagliari a Porto Torres e fu in gran parte ricalcata nel tracciato della “Carlo Felice” (odierna SS 131). Lo sfruttamento agricolo e minerario della Sardegna si intensificò in età romana, grazie all’introduzione del latifondo. In particolare fu potenziata l’estrazione del piombo argentifero nelle miniere del Sulcis-Iglesiente. È probabilmente qui che verso il 190 un gruppo di cristiani fu condannato ai lavori forzati, così contribuendo all’introduzione del cristianesimo nell’isola. Tra il 460 e il 467 la Sardegna passò sotto il controllo dei Vandali, che avevano stabilito in Africa settentrionale un proprio regno. Nel 534 l’isola viene riconquistata da Giustiniano e ritorna a far parte dell’impero romano, il cui baricentro si era però spostato da Roma a Costantinopoli. Inizia l’età bizantina, destinata a protrarsi fino al 1000 circa e alla nascita dei quattro giudicati.

Sant'Antioco, necropoli punica

Sant'Antioco, necropoli punica
Comune: Sant'Antioco
Descrizione: La necropoli punica di Sulky è attualmente una delle più importanti del Mediterraneo, con un numero di tombe molto esteso (circa 1500), la cui cronologia va dai primi anni del V alla fine del III sec. a.C. Nella necropoli prevalgono le tombe a camera ipogea, caratteristiche del periodo punico, anche se non mancano sepolture a "enkytrismos" e a fossa con copertura a lastre di tufo. Le tombe più antiche sono situate verso la chiesa e il centro del paese, come dimostra la recente scoperta di un ipogeo dei primi anni del V sec. a.C. nella via Belvedere.

Periodo Fenicio-Punico
(800-238 a.C.)

Il periodo fenicio-punico comprende una prima fase storica (IX sec. a.C.-metà del VI sec. a.C.) in cui la Sardegna viene interessata dal fenomeno di colonizzazione del Mediterraneo occidentale attuato dai Fenici. Successivamente (seconda metà del VI sec. a.C.-238 a.C.) l'isola passa sotto il controllo più diretto e invasivo dei Punici. I Fenici sono la popolazione semitica che occupava le coste del Libano sin dal III millennio a.C. Fonte principale dell'economia dei Fenici erano le intense attività commerciali e marittime. Per sostenerle, essi fondarono numerose colonie sulle coste del Mediterraneo, comprese quelle sarde.
Nasce in questa fase (tra il IX e il VII secolo a.C.) una serie di empori commerciali fenici che poi assumono i connotati di vere e proprie realtà urbane. L'arrivo dei Fenici in Sardegna sembra essere stato un fenomeno pacifico. Invece l'incontro nell'isola, avvenuto intorno alla metà del VI sec. a.C., tra Fenici e Cartaginesi, dunque tra individui che si riconoscevano nello stesso modello politico, economico e sociale, provoca quel conflitto che non si era manifestato nel contatto tra le genti nuragiche e fenicie. L'esito finale di questo scontro fu il passaggio della Sardegna sotto il controllo di Cartagine.

Età fenicia

Fenici in Sardegna
Con l'arrivo dei Fenici in Sardegna, il mondo nuragico entra in contatto diretto con il modello urbano da tempo affermatosi nel bacino del Mediterraneo. I dati archeologici attestano contatti commerciali e culturali tra Sardi, Fenici e Greci in centri indigeni, come nel caso del nuraghe e relativo villaggio di Sant'Imbenia, nella baia di Porto Conte (Alghero). A partire dal XII sec. a.C. ha luogo in Sardegna la fondazione di diversi empori commerciali fenici che poi, tra il IX e il VII sec. a.C., giungono ad assumere, in diversi casi, i connotati di vere e proprie realtà urbane. È il caso delle città costiere di Sulky (Sant'Antioco), Karaly (Cagliari), Nora (Pula), Bithia (Domus de Maria), Cuccureddus (Villasimius), Tharros (Cabras), Othoca (Santa Giusta). Vengono anche fondate città interne come Monte Sirai (Carbonia) e centri fortificati come Pani Loriga (Santadi). Per quanto riguarda l'organizzazione urbana dei centri fenici, sappiamo che entro la cerchia muraria sorgevano le case, gli edifici pubblici, le botteghe e gli impianti artigianali, i templi, con l'acropoli su cui generalmente sorgeva un importante santuario. Fuori dalle mura cittadine venivano ubicate la necropoli e il tofet, il luogo destinato alla sepoltura (e secondo alcuni studiosi anche al sacrificio) di bambini. Come nel caso della città, anche l'introduzione della scrittura rappresenta un evento rivoluzionario nello scenario sardo, nella misura in cui essa viene impiegata come potente strumento di supporto al modello urbano, fino ad allora estraneo alla cultura nuragica.
Il periodo precoloniale
I primi segnali della presenza fenicia in Sardegna sono inquadrabili cronologicamente a partire dal XII sec. a.C. fino ad almeno la prima metà dell'VIII sec. a.C. e sono pertinenti alla fase cosiddetta "precoloniale". Con questo termine si intende fare riferimento alla creazione da parte dei Fenici di insediamenti classificati nella letteratura specialistica con il termine di "empori". Si tratta di centri abitati di piccole dimensioni e a carattere non necessariamente stanziale, creati per svolgere una duplice funzione: da un lato, instaurare, incentivare e regolamentare le relazioni commerciali con le popolazioni locali; dall'altro, offrire ai naviganti fenici un importante e prezioso supporto per le possibili esigenze legate alla navigazione (necessità di sosta o di ricovero delle navi a causa delle avverse condizioni atmosferiche e per porre rimedio ai possibili danneggiamenti a cui le navi dovevano essere inevitabilmente soggette). Al contrario di quanto si è a lungo creduto e sostenuto, la natura di questi primi contatti tra Fenici e genti isolane fu sostanzialmente pacifica.
È anzi proprio a causa del carattere non conflittuale di tali rapporti che la presenza fenicia in Sardegna poté consolidarsi fino a creare le condizioni necessarie e sufficienti per la nascita delle prime vere e proprie città, come Karaly (Cagliari), Sulky (Sant'Antioco), Nora (Pula). Con la nascita dei primi centri urbani in senso proprio entriamo in una nuova fase della storia fenicia in Sardegna: la fase coloniale.

Carbonia, Monte Sirai

Carbonia, Monte Sirai
Comune: Carbonia
Descrizione: Come centro urbano, forse fondato dai Fenici di Sulky o di Portoscuso, Monte Sirai risulta stabilmente abitato già attorno al 730 a.C. L'insediamento subcostiero si trova in una regione ricca di risorse minerarie e a diretto contatto con numerosi insediamenti nuragici. Il periodo propriamente fenicio (VIII-VI secolo a.C.) risulta documentato in ambito sia abitativo sia funerario. Sull'acropoli sono state indagate alcune abitazioni, tra cui la "casa del lucernario di Talco", che restituiscono l'immagine di un florido centro che si consolida tra VII e VI secolo a.C., quando il tessuto urbano raggiunge dimensioni considerevoli.


Carbonia, fortificazioni fenicie di nuraghe Sirai

Carbonia, fortificazioni fenicie di nuraghe Sirai
Comune: Carbonia
Descrizione: L'edificio è costituito da una "tholos" principale circondata da un bastione quadrilobato. Le torri di quest'ultimo sono orientate secondo i punti cardinali e il mastio è addossato alla torre nord del bastione, mentre ad est si trova un ampio cortile. Il nuraghe e l'annesso villaggio sono circondati da una struttura fortificata costruita probabilmente nell'ultimo quarto del VII secolo a.C. L'insediamento riveste una grande importanza storica perché costituisce un raro esempio di fortificazione fenicia addossata ad un complesso nuragico.


Età punica


Cartaginesi in Sardegna
A movimentare la situazione di relativo equilibrio instauratasi in Sardegna in età fenicia tra forze culturali differenti, arrivano nell'isola, intorno alla metà del VI sec. a.C., i Punici , ovvero i "fenici" di Cartagine ("punici" è infatti la trasposizione latina del termine greco "phoinikes"), la potente colonia fenicia fondata nel Nord Africa verso la fine del IX sec. a.C. Il passaggio della Sardegna sotto il dominio cartaginese accentuò ulteriormente il fenomeno di integrazione tra Sardi e Fenici. Tale fenomeno rimase attivo a lungo anche dopo la conquista romana dell'isola. Al contrario, l'incontro nell'isola tra Fenici e Cartaginesi provocò quel conflitto che non si era manifestato nel contatto tra le genti nuragiche e fenicie. I dati archeologici rilevati a Monte Sirai, uno dei siti-chiave per la strategia fenicia e punica di controllo territoriale dell'isola, mostrano tracce evidenti di distruzione e incendio riferibili proprio al momento in cui i Cartaginesi giunsero in Sardegna. Il successo delle ambizioni di conquista dell'isola da parte dei Cartaginesi fu agevolato anche dall'alleanza politico-militare con gli Etruschi, la quale ebbe ripercussioni non solo locali, ma anche nello scacchiere mediterraneo. La presenza cartaginese fu rafforzata dalla creazione di nuove città, come Cornus (Santa Caterina di Pittinuri) e Neapolis (Guspini). Nacquero anche nuovi centri minori e fortificazioni sparsi in varie zone del territorio isolano. Particolarmente intenso si fece in questa fase lo sfruttamento agricolo, finalizzato in particolare alla produzione cerealicola.

Il rito del tofet
Il termine "tofet" designava nella Bibbia una località ubicata presso Gerusalemme in cui si riteneva venisse praticato il sacrificio dei bambini. In seguito il temine è passato a designare tutte le aree sacre dei centri urbani fenicio-punici destinate alla deposizione delle urne cinerarie contenenti i resti di bambini, posti in questo luogo per essere affidati alla protezione della dea Tanit. La deposizione delle urne doveva avvenire rispettando uno specifico rituale, che prevedeva anche la deposizione di caratteristiche stele votive. L'effettiva presenza all'interno delle urne di resti di bambini ha fatto ritenere per molto tempo attendibile l'ipotesi che il tofet fosse un luogo destinato alla pratica del sacrifico umano, in particolare al sacrificio dei figli primogeniti maschi delle famiglie nobili poi "passati per il fuoco". Tale ipotesi sembra oggi sempre più destituita di fondamento e frutto di un'azione di propaganda negativa esercitata dagli Ebrei prima e dai Romani poi nei confronti dei Fenici e dei Cartaginesi (i Fenici di Cartagine). In realtà sembra assai più veritiera l'ipotesi che vede nel tofet un luogo destinato alla deposizione dei resti di bambini e bambine (come testimoniano chiaramente alcune iscrizioni votive incise sulle stele) nati morti (in alcuni casi si tratta di feti) o deceduti nei primissimi anni di vita per cause naturali. Le iscrizioni dimostrano altrettanto chiaramente che il tofet poteva accogliere bambini appartenenti a famiglie non nobili o addirittura straniere.
Per la sua funzione di luogo di sepoltura di bambini, è evidente che il tofet si pone sempre in diretta relazione spaziale e concettuale con un'area urbana. Ciò significa che per gli archeologi rilevare le tracce dell'esistenza di un tofet in una determinata area è sempre indizio della presenza di una città nelle immediate vicinanze .

Carbonia, fortificazioni fenicie di nuraghe Sirai.

Archeologia fenicio-punica


Reperti della civiltà fenicio-punica in Sardegna

Intorno al IX sec. a.C. in Sardegna ha inizio il fenomeno della colonizzazione dei Fenici, la popolazione semitica che occupava le coste del Libano sin dal III millennio a.C. Successivamente, tra la seconda metà del VI sec. a.C. e il 238 a.C., la Sardegna entra sotto il controllo diretto dei Punici, cioè dei Fenici di Cartagine, la potente colonia fenicia fondata sulla costa dell'attuale Tunisia alla fine del IX secolo a.C. Sono proprio le testimonianze archeologiche a fornire esplicite informazioni sulla storia dell'isola in questo non breve periodo. La novità più eclatante nello scenario sardo è rappresentato dalle città di fondazione fenicia: la civiltà nuragica infatti non si riconobbe mai nel modulo abitativo urbano. L'arrivo delle genti fenicie determinò l'ingresso in Sardegna di una serie assai ampia di nuovi manufatti, sia di diretta produzione fenicio-punica sia di altra origine. Come è noto i Fenici erano abili commercianti e i loro traffici svolsero la funzione di veicolo di scambio culturale nel bacino del Mediterraneo. Le più recenti indagini archeologiche stanno portando alla luce un dato di notevole rilievo: sono sempre più numerose infatti le tracce archeologiche della forte ed intensa commistione culturale fra genti nuragiche e genti semitiche, innescatasi come fenomeno pacifico sin dai primi tempi dell'arrivo in Sardegna dei Fenici.

Gli insediamenti fenici
La storia della presenza fenicia in Sardegna attraversa varie fasi di un processo insediativo graduale. Le prime forme di contatto dovettero avvenire in siti direttamente controllati dai sardi nuragici, di cui un esempio emblematico è il sito di Sant'Imbenia (Alghero) dove sono state rinvenute chiare tracce di contatti tra genti nuragiche, fenicie ed euboiche (greche). Il passo successivo dovette essere rappresentato dalla realizzazione di semplici empori, luoghi destinati a favorire e regolamentare gli scambi commerciali su cui era imperniato il sistema economico fenicio. La terza fase del processo fu l'impianto sul suolo sardo di vere e proprie città, dislocate non solo sulle coste, a controllare i principali approdi per la Sardegna, ma anche in località più interne (come nel caso di Monte Sirai), sempre in zone cruciali di quelli che dovevano rappresentare i principali snodi viari. È da segnalare inoltre il fatto che le tracce archeologiche della presenza fenicia nelle zone interne, anche in località non urbanizzate, rappresenta ormai un dato di fatto, a testimonianza di una capillarità significativa dei contatti tra Fenici e Sardi in tutte le aree principali dell'isola.
Anche in questa fase i nuraghi continuano a rappresentare un polo di attrazione insediativa, come testimoniano le evidenti tracce di riutilizzo.

I commerci
Come attestano con forte evidenza le fonti archeologiche, il commercio rappresentava certamente la principale fonte di sostentamento per le città fenicie. Non appare dunque immotivata la fama raggiunta nell'antichità dai Fenici per le proprie intense attività commerciali, che li spinsero non solo ad attraversare lungamente l'intero bacino del Mediterraneo, ma anche ad andare oltre lo stretto di Gibilterra, sulle coste atlantiche dell'Africa. Connessa evidentemente con le pratiche commerciali era la loro altrettanto nota abilità nella navigazione e nella fabbricazione delle navi commerciali e da guerra. Indispensabile per un'efficace conduzione della loro attività commerciale si rivelò la creazione di una ampia rete di empori commerciali nelle varie regioni toccate dai traffici. La realizzazione degli empori precedette la fase propriamente coloniale e ne rappresentò, per certi versi, il presupposto. Tra le regioni interessate sia da questo primo fenomeno insediativo sia dalla successiva fase di colonizzazione vi fu certamente anche la Sardegna.

La colonizzazione punica
Intorno alla metà del VI sec. a.C. arrivano in Sardegna i Punici, ovvero gli uomini di Cartagine, la potente colonia fenicia fondata nel nord Africa verso la fine del IX sec. a.C. Nell'isola l'incontro tra Fenici e Cartaginesi provoca quel conflitto che non si era manifestato nel contatto tra le genti nuragiche e fenicie. I dati archeologici rilevati a Monte Sirai, uno dei siti-chiave per la strategia fenicia e punica di controllo territoriale dell'isola, mostrano tracce evidenti di distruzione e incendio riferibili proprio al momento in cui i Cartaginesi giungono in Sardegna. Il successo delle ambizioni di conquista dell'isola da parte dei Cartaginesi fu agevolato anche dall'alleanza politico-militare con gli Etruschi, la quale ebbe ripercussioni non solo locali, ma anche nello scacchiere mediterraneo. Il passaggio della Sardegna sotto il dominio cartaginese accentuò ulteriormente il fenomeno di integrazione tra Sardi e Fenici. Tale fenomeno rimase attivo a lungo anche dopo la conquista romana dell'isola. La presenza cartaginese fu rafforzata anche dalla creazione di nuove città, tra le quali spiccano Neapolis (Guspini) e Cornus (Cuglieri), e di fortificazioni. Particolarmente intenso si fece in questa fase lo sfruttamento agricolo, finalizzato in particolare alla produzione cerealicola. Le risorse presenti nell'isola che attirarono l'interesse dei Fenici erano di vario tipo, ma certamente tra questa particolare rilievo dovettero assumere i metalli (piombo, rame, ferro, argento).


Le iscrizioni semitiche
La prima menzione del nome "Sardegna" si legge nell'iscrizione semitica della stele di Nora, databile all'VIII sec. a.C. Non è un caso che anche in Sardegna la scrittura compaia in associazione con l'altrettanto importante fenomeno della nascita della civiltà urbana, e non è forse un caso che la civiltà nuragica non abbia praticato né la forma urbana né la scrittura. La nascita della scrittura, avvenuta in Mesopotamia nel IV millennio a.C. con la scrittura cuneiforme, rappresenta una delle tappe fondamentali della storia dell'umanità. La scrittura infatti consentì una gestione assai efficace di informazioni, che sino a quel momento dovevano essere affidate alla trasmissione orale. È però in ambito semitico che ebbe origine la scrittura alfabetica (nonostante il termine "alfabeto" derivi dai nomi delle prime due lettere dell'afabeto greco "alfa" e "beta" appunto), che divenne ben presto una delle grandi risorse culturali del mondo fenicio. La scrittura alfabetica si rivelò infatti uno strumento assai più duttile ed efficace delle altre forme di scrittura elaborate sino a quel momento e rappresentò certamente una delle principali risorse culturali su cui i Fenici poterono contare nell'impostare la propria intensa e articolata economia mercantile. L'arrivo stanziale in Sardegna dei Fenici segna l'ingresso nell'isola di forme di scambio culturale imperniate proprio sulla scrittura, determinando un progressivo mutamento degli equilibri locali incentrati invece sull'oralità (senza peraltro giungere mai a soppiantare del tutto tale sistema).

Pula, l'anfiteatro.

Pula, anfiteatro
Comune: Pula
Descrizione: Il teatro romano di Nora poteva ospitare 1100/1200 spettatori e presentava: tre "vomitoria"; "porticus post scaenam" sul lato orientale; "cavea", composta da dieci file di gradini per il pubblico; due piccole tribune, accessibili dalla "porticus post scaenam" mediante due scalette in pietra; "frons scenae". Due grandi orci, rinvenuti nell'iposcenio, furono interpretati come risuonatori per l'amplificazione della voce degli attori, ma recentemente è stata avanzata una nuova ipotesi: in fase tarda l'edificio avrebbe mutato funzione e gli orci sarebbero divenuti contenitori di derrate alimentari.
Datazione soggetto: sec. II d.C.


Tharros
Tharros

SARDEGNA ARCHEOLOGICA
GUIDE E ITINERARI
Carlo Delfino editore


E. Acquaro
C. Finzi




THARROS

Tharros fra storia e archeologia
Le fonti classiche che riportano con diverse varianti il nome di Tharros, da ricondurre ad una base mediterranea *tarr_, ampiamente attestata, sono poche e tutte riferibili all’epoca romana. Le brevi menzioni, presenti per lo più in testi geografici o in opere di compilazione enciclopedica, concordano tutte nel localizzare la città sulla costa occidentale della Sardegna.
La città del Capo San Marco dovette costituire un’importante stazione nell’ambito della strada litoranea occidentale che già in epoca punica, con partenza da Carales (Cagliari), toccava le città del Sulcis e dell’Oristanese, giungendo sino a Turns Libisonis (Porto Tones). Tale litoranea, soprattutto per quel che riguarda i tronchi che si diramano dai centri di Nora e di Tharros, non si modificò al momento dell’occupazione romana e non fu mai sistematicamente inquadrata in un sistema viario unitario. Cura che andò invece alla strada che collegava direttamente per l’interno Carales a Turns Libisonis, più frequentata e importante sia dal punto di vista economico sia da quello militare. Del resto il potenziamento della funzione di Forum Traiani (Fordongianus), già centro punico, come stazione chiave della strada Carales-Turris, costituiva la più valida protezione della bassa valle del Tirso e quindi delle stesse città dell’Oristanese.
La litoranea occidentale che toccava Tharros rimane quindi in epoca romana emarginata rispetto alla grande viabilità sarda, ma non per questo meno importante per l’economia dell’isola, come attestano l’itinerario Antonino e un cippo miliare rinvenuto a Cabras nell’Ottocento. All’itinerario Antonino (II-III secolo d.C.) dobbiamo la distanza che separava nel tronco viario occidentale Thanos da Comus, 27 chilometri, e Tharros da Othoca (Santa Giusta), 18 chilometri. Il cippo miliare romano attesta ancora nel 244, sotto l’imperatore Filippo, l’esistenza del tratto a Tharros Cornus, ponendo Tharros come stazione di partenza verso il nord. Menzioni di Tharros è possibile reperire sempre nell’ambito delle compilazioni geografiche e dei compendi della tarda romanità fino al medioevo, quali l’Anonimo Ravennate (VII secolo d.C.), Giorgio Ciprio (VII secolo d.C.), Leone Sapiente (IX secolo d.C.).
Le altre notizie che possono riferirsi a Tharros nelle fonti storiche ed epigrafiche non sono ricavabili da citazioni esplicite, bensì da probabili riferimenti ambientali e dalla valutazione di alcune vicende e sistemazioni territoriali che investono l’intera isola sotto Roma. Da qui la notizia che avrebbe visto Thanos schierarsi nel 77, durante la lotta tra Mario e Silla, dalla parte della nobiltà senatoria e della causa sillana; la probabile elevazione entro il I secolo di Tharros a municipio di cittadini romani, insieme a Nora e Sulcis; la ipotizzabile presenza a Tharros di un distaccamento della flotta del Miseno a protezione dei traffici con la Gallia meridionale e la Spagna. Questi i brevi cenni che la storia e l’epigrafia ci danno sulla città.
Ben altri e di più vasta portata sono i dati che restituiscono l’archeologia e la natura del sito. Le rovine di Tharros si dispongono sul Capo San Marco, posto a 390 52’ 20” di latitudine nord e 4° 0’ 50” di longitudine ovest dal meridiano di Monte Mario. Il promontorio, che costituisce l’estrema propaggine della penisola del Sinis, si protende per circa tre chilometri nel mare chiudendo ad occidente il Golfo di Oristano. Due zone rilevate, di poco superiori a 50 metri s.l.m., sono collegate da una sottile striscia di terra quasi al livello del mare: da nord verso sud, esse sono la collina, di su muru mannu, separata da una breve depressione dalla collina della torre di S. Giovanni, e l’estrema punta da Capo, costituita da una piattaforma rilevata con a nordest la “Torre Vecchia”.
Le vicende geologiche della penisola del Sinis sono alquanto recenti: le formazioni che vi affiorano sono costituite da una serie di strati del Pliocene inferiore, per lo più in giacitura sub-orizzontale, con una sedimentazione che risale a circa 12 milioni di anni fa. Sedimentati su calcari più antichi del Miocene superiore, gli strati del Pliocene sono stati a loro volta ricoperti da colate basaltiche del Quaternario, da sabbie e da un conglomerato conchigliare marino del Tirreniano. Il Capo San Marco, che costituisce la parte geologicamente più rappresentativa di tutta la Penisola, restituisce una completa sequenza stratigrafica del Pliocene inferiore. Evidente è anche la colata basaltica che tra la fine del Cenozoico e l’inizio del Quaternario copri sul capo tali strati. Il basalto presenta caratteristiche diverse sia nella compattezza (più o meno fratturata, più o meno vacuolare) sia nella colorazione (dal grigio violaceo scuro al rossastro). Depositi quaternari di panchina tirrenica, che poggiano su un’arenaria eolica giallastra e sono coperti da depositi di sabbia eolica fissata più o meno regolarmente dalla vegetazione, completano in alternanza con la colata basaltica la copertura degli strati del Pliocene.
Sia le rocce di tipo basaltico sia quelle di tipo arenaceo sono impiegate nelle costruzioni di Tharros e negli arredi monumentali. La diversità delle intrinseche proprietà costituzionali e del colore, grigioviolaceo il basalto e gialloavana l’arenaria, danno luogo ad una alternanza quasi costante, e perciò tipica di Tharros. La durezza della roccia basaltica è attenuata dalla fratturazione determinata dal raffreddamento iniziale rapido della colata e dall’azione successiva dell’erosione: da qui il suo impiego nelle strutture di ogni epoca, negli edifici nuragici, nelle mura di cinta puniche e romane, nei basolati e nelle soglie delle abitazioni, nel battistero paleocristiano, nelle macine... La roccia arenaria, lavorata lungo i piani di stratificazione, è impiegata largamente a Tharros per la realizzazione di blocchi edili più o meno squadrati o di monumenti votivi quali stele ed altari. Dune sabbiose leggermente ondulate e fissate da scarsa vegetazione coprono oggi la zona settentrionale della penisola di capo San Marco, le stesse che sospinte dai venti di ovest e nordovest hanno ricoperto e conservato i ruderi della città.
La zona orientale della penisola, riparata dai venti che spirano dal quadrante settentrionale e nordoccidentale, è interessata all’accumulo di materiale alluvionale portato dal Tirso nel suo sbocco al Golfo e sospinto verso settentrione dalle correnti di sottocosta. Il litorale occidentale, sottoposto ai venti dominanti del quadrante nordoccidentale, è oggetto di una forte erosione dovuta all’alta energia meccanica del mare: da qui il modellamento della costa del tipo falesia e l’arretramento graduale della costa con profonda erosione delle necropoli meridionale e settentrionale.
L’azione dei venti e la consequenziale dinamica delle onde marine hanno determinato l’insediamento della città nella zona che più vi si adattava morfologicamente, il leggero declivio che si pone sul versante orientale del promontorio, riparato dalle alture su cui sorge la Torre di S. Giovanni e da quella di su muru mannu, a presidio dell’entrata del Golfo. Su questo Capo, riportato in quasi tutte le antiche carte nautiche, dalla carta pisana del XIII secolo a quelle di Pietro Visconti del 1311, di Angelino Dalorto del 1325, di Battista Becharius del 1435, si pongono i resti di una delle più fonde città dell’antico Mediterraneo.
La felice posizione del sito spiega la più che millenaria storia della città, posta com’era a controllo delle coste del Sinis e dell’Oristanese e quindi delle due grandi vie naturali di penetrazione verso l’interno, il Campidano verso sudest e la valle del Tirso verso nordest. Di questa lunga vita le fonti romane, come si è visto, consegnano alla storia solo una minima parte. Agli scavi si deve il recupero dell’intera sequenza abitativa del Capo. Si tratta di un processo lungo, ormai pienamente inserito grazie alle recenti ricerche in una più vasta ambientazione protostorica e storica mediterranea di cui la Sardegna è parte integrante.
Il vasto villaggio scoperto sulla collina di su muru mannu, il nuraghe Baboe Cabitza sulla punta del capo sono ormai documenti evidenti di un insediamento protosardo che già dal Tardo Bronzo utilizza il sito e su questo modella le prime scelte topografiche che guideranno i successivi impianti punico e romano. Proiezione di un’intensiva economia protosarda agropastorale resa ancora più florida dalla pesca certamente praticata nelle migliaia di ettari degli stagni intemi, residui del mare miocenico, il villaggio di su muru mannu costituisce già in quell’epoca, con la sua complessa planimetria e l’antemurale che ne doveva delimitare il perimetro verso l’attacco alla penisola, il primo nucleo di un insediamento che si confronta senza complessi con le coeve civiltà mediterranee. Civiltà che dal Levante egeo e dal Vicino Oriente fenicio dovettero ben presto conoscere gli approdi protosardi di Tharros.
Le frequenze fenicie seppero più di altre mettere a frutto le conoscenze acquisite e le scelte, che l’insediamento protosardo aveva operato nel biosistema del Sinis. Da qui la nascita della città che, a giudicare dalle fonti archeologiche, non fu preceduta da nessuna distruzione: le strutture nuragiche rinvenute sotto i monumenti punici e romani non mostrano infatti traccia alcuna di violenza, ma documentano soltanto una fase di abbandono cui seguì una più o meno volontaria collaborazione all’edificazione del nuovo impianto fenicio, da porsi intorno alla fine dell’ViTi secolo a.C. Lo stesso sito accoglierà le scelte della città fenicia: il tofet sui resti del villaggio protosardo di su muru mannu; gli impianti portuali sul versante orientale della penisola, la necropoli a incinerazione in prossimità della torre spagnola nota come Torre Vecchia. Dal VI secolo a.C. in poi anche Tharros è investita dall’interesse territoriale di Cartagine. La città si amplia grazie a nuovi apporti di popolazione e ad un più mirato programma di integrazione/confronto con l’elemento indigeno e si fortifica in linea coi dettami della più accreditata scienza poliorcetica del tempo. E l’apertura delle tombe ipogeiche a sud-est della torre spagnola di San Giovanni; è l’impianto delle mura e del fossato che rettificano, riattano e proseguono verso occidente, lungo la curva di livello della collina di su muru mannu, la linea dell’antemurale nuragico; è, qualche secolo dopo, l’ampliamento della zona cimiteriale nel vasto ripiano marnoso che si pone nel litorale a nord-ovest della città; è l’edificazione del grande tempio monolitico e del tempietto di Capo San Marco. Contribuiscono alla floridezza della nuova fase del centro urbano i contatti sempre più stretti con l’Africa e la Spagna, mentre il commercio con le città greche e tirreniche segue la politica di Cartagine con ampia apertura verso mercati attici e etruschi. Di rapporti commerciali di Tharros con Marsiglia fanno fede in particolare due stele funerarie con iscrizioni greche, datate al IV secolo a.C. e conservate nel Museo Nazionale di Cagliari. La dignità civica di Tharros punica si confronta alla pari con le più prestigiose città del territorio cartaginese, potendo forse come poche contare sull’intensivo sfruttamento di un ricco territorio che da tempo aveva sperimentato i più razionali termini di produttività agricola.
La conquista romana, con l’esaltante parentesi di Ampsicora che trae proprio dal Sinis e con ogni probabilità dal porto di Thanos la forza economica e umana per la rivolta antiromana, eredita una città certamente in crisi, ma intatta nelle sue potenzialità economiche. In età imperiale l’impianto punico è investito in pieno dall’urbanismo romano: è l’epoca dei Flavi (69-96 d.C.), degli Antonini (138-192 d.C.) e in particolare dei Severi (193-235 d.C.), in cui le ricchezze delle campagne confluiscono nella città. Intenso è il rinnovamento edilizio; Tharros riceve un lastricato in basalto, che razionalizza la rete viaria, edifici termali e un acquedotto, che le danno quell’aspetto
monumentale che il lungo periodo di abbandono e l’insabbiamento eolico hanno consegnato ai moderni scavi archeologici. Una necropoli con tombe sempre di età imperiale consacra con il suo impianto nel fossato difensivo la fine di un’epoca, ma non di una vocazione civica. Sino all’ultima sua storia antica Tharros orbiterà in quell’ambito africano cui Cartagine l’aveva legata, non trascurando tuttavia i legami con gli altri paesi del Mediterraneo occidentale e con la stessa penisola italiana.
Ma proprio dall’Africa Tharros, come Nora, come Sulcis, riceverà i portatori della sua profonda crisi: i Vandali. I rifacimenti e il riattivamento di opere difensive operati a Tharros fra il III e il IV secolo d.C. sono eloquenti segni dell’attenzione posta verso il nuovo pericolo. Nelle confuse temperie che seguiranno, e che videro protagonisti Goti, Longobardi, Arabi e il malgoverno bizantino, l’esperienza cristiana è l’unica a restituire per qualche secolo Tharros alla memoria storica: sono la basilica di San Marco con il battistero e la chiesa di San Giovanni a darci l’ultimo riflesso della dignità urbana del centro con l’attestazione in esso di una sede episcopale. Prima sede politica del giudicato di Arborea, Tharros non riuscì però a sottrarsi a una irreversibile decadenza fino al suo definitivo e ufficiale abbandono al cadere deII’XI secolo, probabilmente per volere della giudicessa Nibata, con conseguente trasferimento del centro dello Stato a Oristano. Per almeno un secolo però Tharros rimane ancora evidente nella materialità dei suoi edifici, pur trasformati in cava di pietra per i nuovi centri urbani del Giudicato d’Arborea. Nel 1183 infatti la visita un famoso viaggiatore arabo, Mahmud Ibn Giobair, il quale, mentre da Maiorca fa vela verso oriente per recarsi alla Mecca, viene costretto da una tempesta a rifugiarsi nel porto di Kusmrka (Cosmarca) “dove - scrive Ibn Giobair - si trovano i resti di una città, sede di Giudei nei tempi antichi”.
Ma il porto di Kusmka è il capo San Marco e i Giudei sono i Punici, che il pio musulmano confonde con gli Ebrei per la comune-stirpe semitica. Evidentemente, perso il suo rango di capitale del Giudicato, abbandonata dagli abitanti, Tharros è ancora ben visibile a naviganti e pellegrini. Dopo sarà il silenzio delle sabbie, che la copriranno nei secoli.


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Tharros
Tharros
 Cabras, antica città di Tharros

Cabras, antica città di Tharros
Comune: Cabras
Argomento: Archeologia
Descrizione: L'antico insediamento di Tharros sorge all'estremità sud della penisola del Sinis. Si dispiega nel golfo di Oristano su una sorta di anfiteatro naturale delimitato a nord dalla collina di Su Muru Mannu, ad ovest da quella della torre di San Giovanni e a sud dall'istmo che collega quest'ultima al promontorio di Capo San Marco. Tharros fu fondata verso la fine dell'VIII secolo a.C. e venne abbandonata attorno all'anno 1050 d.C. per dare origine ad Aristiane, l'attuale


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