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Storia della Sardegna tra Archeologia e Arte :: tutta la Storia della Sardegna partendo dall'Età Preistorica da 100.000 anni fa al 1800 avanti Cristo per arrivare all'Età FENICIO-PUNICA, ROMANA E VANDALICA dal 900 avanti Cristo al 534 dopo Cristo.

Cultura Sarda > Storia Sarda


Domus de Janas di Montessu, Villaperuccio
Torre di S. Pancrazio a Cagliari.

Storia della Sardegna tra Archeologia e Arte.


- L’età preistorica da 100.000 anni fa al 1800 a.C.
- L’età nuragica dal 1800 al 500 a.C.
- L’età fenicio-punica, romana e vandalica dal 900 a.C. al 534 d.C.
- L’età bizantina e giudicale dal 534 al 1326.
- L’età aragonese e spagnola dal 1326 al 1718.
- L’età sabauda e contemporanea dal 1718 a oggi.

L’ETÀ PREISTORICA da 100.000 anni fa al 1800 avanti Cristo.

La storia della presenza umana in Sardegna comincia nel paleolitico inferiore, come testimonia il rinvenimento di oggetti in pietra databili a 450.000 - 100.000 anni fa. Gli oggetti, in selce e quarzite, vennero rinvenuti nella parte settentrionale dell’isola, nella regione dell’Anglona, e sono inquadrabili, dal punto di vista tipologico, nelle industrie litiche classificate coi nomi di clactoniano e tayaciano. A produrre questo genere di manufatti dovrebbero essere stati individui appartenenti alla specie Homo erectus, una delle specie che compone il genere Homo a cui anche noi, uomini moderni, apparteniamo. Merita di essere segnalato il recente rinvenimento, avvenuto in una grotta del Logudoro, di una falange completa del pollice di un essere umano. La datazione proposta per questo importante reperto osseo è di 250.000/300.000 anni a.C. Per quanto riguarda il paleolitico medio dobbiamo constatare che, allo stato attuale degli studi, non abbiamo tracce della presenza umana in Sardegna. Tale assenza potrebbe però essere spiegata come un riflesso di una lacuna nelle nostre conoscenze e non come l’effettivo stato delle cose. Relativi al paleolitico superiore sono i rinvenimenti avvenuti nel corso di scavi scientifici nella Grotta Corbeddu di Oliena. Si tratta di ossa di animali e dei frammenti di una mandibola e di altre ossa umane. Gli animali erano endemici della regione sardo-corsa: il Megaceros cazioti, un cervide ormai estinto, i cui resti ossei recano tracce di lavorazione dell’uomo, e il Prolagus sardus, un roditore anch’esso estinto. La datazione di questi reperti oscilla tra i 20.000 e i 6.000 anni a.C.. Il neolitico antico (6000-4000 a.C.) segna una svolta importante nella storia dell’isola. L’invenzione della ceramica consente la produzione di recipienti di varie dimensioni destinati a varie funzioni; il passaggio da un sistema di sussistenza basato su caccia e raccolta a quello incentrato su agricoltura e addomesticamento e allevamento degli animali produce radicali mutamenti nell’approvvigionamento delle risorse alimentari, con progressivo aumento demografico e profonde conseguenze sul piano sociale ed economico. Il periodo è caratterizzato da una produzione ceramica denominata cardiale, dal nome della conchiglia (Cardium) utilizzata per imprimere la decorazione sulla superficie dei manufatti. Grotte e ripari sotto roccia sono abitazioni tipiche di questa fase. Tra i siti che hanno restituito ceramiche cardiali ricordiamo le grotte di Su Carroppu (Carbonia) e Filiestru (Mara).
Nel neolitico antico si sviluppa anche lo sfruttamento sistematico dell’ossidiana proveniente dal Monte Arci, nell’Oristanese. Si tratta di una preziosa risorsa per la produzione di manufatti litici, che verrà ampiamente impiegata in Sardegna. Ossidiana proveniente da Monte Arci è stata rinvenuta anche in località extrainsulari. Tali ritrovamenti sono stati spesso interpretati come segnale di un vero e proprio commercio ad ampio raggio dell’ossidiana sarda. Nel neolitico medio (4000-3400 a. C.) assistiamo alla nascita della cultura di Bonuighinu. Il nome utilizzato per designare questa cultura è stato tratto dal sito in cui ne vennero rinvenute le prime attestazioni archeologiche: si tratta della grotta di Bonuighinu (conosciuta anche col nome di Sa Ucca de Su Tintirriolu) in territorio di Mara, nel Sassarese.
Le produzioni ceramiche ascrivibili a questa nuova fase culturale della storia sarda sono caratterizzate dalle superfici lucide, di color nerobruno, spesso decorate a incisione o a impressione. Caratteristiche anche le tombe a grotticella e i corredi funerari che accompagnavano il defunto nell’aldilà. Si segnala in proposito la necropoli di Cuccuru is Arrius, nel territorio di Cabras, dove vennero rinvenute numerose statuette di ‘dea madre’ steatopige, con forme femminili molto accentuate. Nel neolitico recente (3400-3200 a.C.) la situazione archeologica si fa sempre più complessa e articolata. Ciò ha spinto gli studiosi a raggruppare in facies i reperti tra loro affini pur senza raggiungere la coerenza e la complessità che caratterizzano le ‘culture’ vere e proprie. Una di queste facies è nota con il nome di San Ciriaco da una località in territorio di Terralba, nell’Oristanese. La produzione ceramica si caratterizza per il tipico profilo dei vasi. Anche la famosa coppa in steatite verde rinvenuta nella necropoli di tombe a circolo megalitico di Li Muri presso Arzachena, in principio ritenuta pertinente alla cultura di Ozieri, viene oggi riferita alla facies San Ciriaco per la forte somiglianza con le sue produzioni ceramiche.
È in questa fase che vengono scavate le prime domus de janas o ‘case delle fate’, le tipiche tombe a grotticella artificiale, oltre alle già ricordate tombe a circolo megalitico accompagnate dalla presenza di piccoli menhir. Nel neolitico finale (3200-2800 a.C.) si manifesta una delle culture più importanti della storia sarda, la cultura di Ozieri, nome tratto dalla grotta di San Michele presso l’attuale abitato di Ozieri. Le produzioni ceramiche si fanno particolarmente ricche dal punto di vista decorativo. Compaiono motivi a cerchi, a spirali, a festoni, a stella e figure umane, tutti schemi decorativi che trovano significativi confronti extrainsulari, a testimonianza di un’apertura della Sardegna all’acquisizione di apporti culturali che sembrano provenire dall’area cicladico-cretese. Oltre alla tradizionale lavorazione della selce e dell’ossidiana, abbiamo le prime attestazioni dell’estrazione e della lavorazione di metalli, in particolare del rame, come testimoniano lame di pugnali e monili rinvenuti nei corredi funerari. Anche le tombe si diversificano: domus de janas, dolmen, allées couvertes, circoli megalitici, a cui spesso si accompagnano i menhir. Alcune tombe vennero realizzate imitando la forma delle strutture abitative, in particolare capanne rettangolari con copertura a doppio spiovente sorretta da una solida trabeazione lignea. Da segnalare infine l’evolversi della modalità di rappresentazione della ‘dea madre’, che passa dalle forme naturalistiche steatopige, tipiche dello stile Bonuighinu, ad uno schema fortemente stilizzato, ‘a croce’ e ‘a traforo’. L’acquisizione della capacità di estrarre e lavorare i metalli (il rame innanzi tutto, ma anche il piombo e l’argento) è l’evento che segna il passaggio dal neolitico all’eneolitico iniziale (2800-2600 a.C.), cui vanno ascritte le due facies Sub-Ozieri, identificate per la prima volta nei siti di Su Coddu (Selargius) e di Filigosa, dal nome della necropoli a domus de janas precedute da un lungo corridoio, nel territorio di Macomer. Tra i siti che meritano una segnalazione spicca il ‘tempio-altare’ di Monte d’Accoddi (Porto Torres), costituito da una piattaforma troncopiramidale su cui venne edificato un sacello con rampa d’accesso. La forma di questo monumento evoca le ziqqurat mesopotamiche. La cultura di Abealzu trae il proprio nome dall’omonima necropoli ubicata nel territorio di Osilo e segna l’eneolitico medio (2600-2400 a.C.). Tipici di questa cultura sono i vasi a fiasco decorati con forme mammellari, che trovano vari confronti con situazioni peninsulari e dell’area franco-svizzera. Di grande rilievo sono inoltre i menhir antropomorfi e le statue menhir, rinvenute nel Sarcidano-Mandrolisai. Le statue-menhir vengono spesso definite ‘armate’ per la presenza di un pugnale a doppia lama, interpretato come simbolo del potere, e di una figura nella parte alta della statua, denominata ‘capovolto’ e interpretata come simbolo funerario.
Con il passaggio all’eneolitico recente (2400-2100 a.C.) si assiste alla comparsa della cultura di Monte Claro, che trae il nome dal colle di Cagliari in cui vennero scoperte alcune tombe con le sue tipiche produzioni ceramiche. Si tratta di vasi di grandi dimensioni (le situle), tripodi, scodelle, ciotole, caratterizzati
dal colore delle superfici che varia dal rosso-nocciola al nocciola chiaro e al bruno-nerastro. Tipica inoltre la decorazione a costolature o scanalature verticali e orizzontali, nonché la decorazione ‘a stralucido’ che contraddistingue alcune forme. A chiudere l’eneolitico (2100-1800 a.C.) giunge l’importante cultura, presente in tutta Europa, detta del Vaso Campaniforme. Il nome deriva dal tipico bicchiere a campana rovesciata riccamente decorato. Interessante è inoltre la presenza del brassard, una particolare placca rettangolare utilizzata dagli arcieri per proteggere il polso dalla vibrazione della corda dell’arco dopo lo scoccare della freccia. Si ipotizza che i portatori della cultura del vaso campaniforme fossero metallurghi itineranti che si integravano nelle popolazioni locali.


tazza campaniforme Storia Sarda Preistoria
Cranio fossile di Macaca majori proveniente dal Monte Tuttavista. Pleistocene inferiore e medio
 tripode campaniforme Storia Sardegna preistoria
Arzachena, circoli di Li Muri
Goni, Menhir e sepolture megalitiche di Pranu Mutteddu
Ozieri, grotta di San Michele

L’ETÀ NURAGICA dal 1800 al 500 avanti Cristo.

Il passaggio dall’eneolitico all’età del bronzo rappresenta un momento cruciale della storia sarda. Dalle culture precedenti si passa infatti alla civiltà nuragica e già il cambio terminologico ‘cultura/civiltà’ riflette un mutamento profondo. Sulla soglia d’ingresso alla civiltà nuragica troviamo, inquadrata nel bronzo antico (1800-1600 a.C.), la cultura detta di Bonnanaro dal nome del paese, in Logudoro, dove si trova la necropoli ipogeica di Corona Moltana in cui ebbe luogo il primo rinvenimento di reperti tipici. Questa cultura, un tempo considerata dagli studiosi come la prima fase della civiltà nuragica, mostra un significativo mutamento nella produzione ceramica, in quanto scompare la sovrabbondante decorazione che aveva caratterizzato le produzioni campaniformi. Merita una segnalazione la pratica medica della trapanazione in vita del cranio con sopravvivenza del soggetto sottoposto all’operazione, attestata dalla ricalcificazione ossea. Il passaggio dal bronzo antico al bronzo medio (1600-1300 a.C.) segna l’inizio vero e proprio nella fase culturale che denominiamo civiltà nuragica.
Il suo monumento-simbolo è il nuraghe, un edificio a torre, in pietre di grandi dimensioni più o meno regolarmente lavorate, al cui interno troviamo una o più camere sovrapposte caratterizzate dalla copertura a falsa cupola o tholos. Si presenta sia nella versione monotorre sia nella versione più complessa, con torre centrale a cui poi se ne aggiungono altre. Intorno a numerosi nuraghi vengono poi edificati i villaggi di capanne in pietra. Esistono anche altri tipi di edifici: i protonuraghi o pseudonuraghi o nuraghi a corridoio, le tombe dei giganti. Queste ultime, adibite alle sepolture collettive, sono caratterizzate dalla planimetria a forma di testa taurina. Due sono i tipi principali: quello con camera ed esedra ad ortostati, come nel caso di Li Lolghi ( Arzachena), e quello con camera ed esedra in muratura a filari, come la tomba di Domu ‘e S’Orku (Siddi). Nelle successive fasi del bronzo recente e finale (1300-900 a.C.) vengono eretti molti nuraghi, mentre altri edifici più antichi vengono trasformati da nuraghi monotorre in nuraghi polilobati, cioè a più torri. È il caso di nuraghi come Su Nuraxi di Barumini (classificato dall’UNESCO tra i monumenti che costituiscono il patrimonio culturale dell’umanità), Santu Antine di Torralba, Losa di Abbasanta, Arrubiu di Orroli. Vengono costruite altre tombe dei giganti, che sperimentano nuove soluzioni architettoniche. In questa fase cronologica si concentra inoltre la realizzazione dei templi a pozzo, come S. Anastasia ( Sardara), S. Vittoria (Serri), S. Cristina (Paulilatino), Predio Canopoli (Perfugas); delle fonti sacre, come Su
Tempiesu (Orune), Rebeccu (Bonorva), entrambe legate al culto delle acque; dei tempietti a megaron, come Cuccureddì (Esterzili), Serra Orrios ( Dorgali). In questa fase si intensificano i contatti commerciali con popolazioni coeve del Mediterraneo, in particolare con Micenei e Ciprioti, interessati alle risorse minerarie della Sardegna. Significativi in proposito i rinvenimenti di lingotti a ‘panella’ e a ‘pelle di bue’. Il passaggio dal bronzo finale all’età del ferro (900-500 a.C.) è contrassegnato da profondi cambiamenti.
Mutano le produzioni ceramiche, che tornano ad essere riccamente decorate nello stile detto ‘geometrico’. Muta l’assetto di alcuni nuraghi, che subiscono seri rimaneggiamenti quando non addirittura il parziale smantellamento di torri e bastioni, come testimoniato dal nuraghe Genna Maria di Villanovaforru. Muta l’assetto dei villaggi, con il passaggio dalla capanna circolare isolata al complesso di ambienti delimitati da un unico perimetro murario con cortile centrale comune (i cosiddetti ‘isolati’).
La produzione di armi in bronzo subisce un incremento, come pure quella dei bronzetti. Le statuine in bronzo, create con funzione di ex voto, raffigurano l’intero popolo dei nuraghi: arcieri, opliti, pugilatori, lottatori, varie figure femminili, vari animali, oggetti legati alla vita quotidiana, modellini di nuraghe, navicelle e altro ancora. Le statue in pietra rinvenute presso la necropoli di Monti Prama ( Cabras) raffigurano, seguendo lo stesso stile dei bronzetti, vari personaggi umani a grandezza naturale. Tutti questi profondi cambiamenti vennero innescati da vari fattori, tra i quali l’insediamento stabile in Sardegna dei Fenici.


Orroli, nuraghe Arrubiu
L'archeologo Giovanni Lilliu a Barumini durante gli scavi
Barumini, Su Nuraxi al tramonto
Tomba di giganti di S'Ena 'e Thomes, Dorgali (NU)
Villaggio nuragico di Su Nuraxi, Barumini

L’ETÀ FENICIO-PUNICA, ROMANA E VANDALICA
dal 900 avanti Cristo al 534 dopo Cristo
.

L’arrivo dei Fenici in Sardegna sembra essere stato un fenomeno pacifico. Grazie ad essi, il mondo nuragico entra in contatto diretto con il modello urbano da tempo affermatosi nel bacino del Mediterraneo. Nasce in questa fase una serie di empori commerciali fenici che poi assumono i connotati di vere e proprie realtà urbane: tra il IX e il VII sec. a.C. vengono fondate le città costiere di Sulki (Sant’Antioco), Karali (Cagliari), Nora (Pula), Bithia (Domusdemaria), Cuccureddus (Villasimius), Tharros (Cabras), Othoca (Santa Giusta) e le città interne di Monte Sirai (Carbonia) e Pani Loriga (Santadi). Alle fasi più antiche della presenza fenicia in Sardegna risalgono gli oggetti di corredo funerario rinvenuti nelle necropoli, che comprendono luoghi per il sacrificio e la sepoltura di bambini o di piccoli animali, denominati tophet e ubicati fuori dal circuito delle mura urbane. Entro la cerchia sorgono le case, gli edifici pubblici, le botteghe e gli impianti artigianali, i templi, con l’acropoli su cui generalmente sorge un importante santuario. Anche l’introduzione della scrittura rappresenta un elemento rivoluzionario nello scenario sardo, nella misura in cui essa viene impiegata co\me potente strumento di supporto al modello urbano, fino ad allora estraneo alla cultura nuragica. A movimentare questa situazione di relativo equilibrio instauratosi in Sardegna tra forze culturali differenti, arrivano nell’isola i Punici ovvero gli uomini di Cartagine, la potente colonia fenicia fondata nel nord Africa verso la fine del IX sec. a.C.
Nell’isola l’incontro tra Fenici e Cartaginesi, dunque tra individui che si riconoscevano nello stesso modello politico, economico e sociale, provoca quel conflitto che non si era manifestato nel contatto tra le genti nuragiche e fenicie. I dati archeologici rilevati a Monte Sirai, uno dei siti-chiave per la strategia fenicia e punica di controllo territoriale dell’isola, mostrano tracce evidenti di distruzione e incendio riferibili proprio al momento in cui i Cartaginesi giungono in Sardegna. Il successo delle ambizioni di conquista dell’isola da parte dei Cartaginesi fu agevolato anche dall’alleanza politicomilitare con gli Etruschi, la quale ebbe ripercussioni non solo locali, ma anche nello scacchiere mediterraneo.
Il passaggio della Sardegna sotto il dominio cartaginese accentuò ulteriormente il fenomeno di integrazione tra Sardi e Fenici, che rimase attivo a lungo anche dopo la conquista romana dell’isola. La presenza cartaginese fu rafforzata anche dalla fondazione di nuovi centri urbani, tra i quali spiccano Neapolis (Guspini) e Cornus (Cuglieri). Particolarmente intenso si fece in questa fase lo sfruttamento agricolo, finalizzato in particolare alla produzione cerealicola. Il passaggio della Sardegna dalla sfera di controllo cartaginese a quella romana fu una conseguenza della prima guerra punica (264-241). Nell’impossibilità di soddisfare le richieste economiche dei mercenari di stanza in Sardegna, Cartagine fu costretta nel 238 a.C. a cedere il controllo dell’isola ai Romani.
Nel 227 a.C. la Sardegna divenne provincia romana, sotto il controllo di un governatore. Da quel momento il processo di romanizzazione dell’isola si fece sempre più intenso, anche se la matrice culturale sardopunica non cessa di manifestare la propria vitalità. Le città dell’isola vennero romanizzate nell’impianto e nell’apparato edilizio, dotandole dei principali edifici che ovunque nell’impero contrassegnavano il modello culturale romano: teatri e anfiteatri (a Nora, a Carales), terme (a Forum Traiani, odierna Fordongianus), templi (ad Antas presso Fluminimaggiore), acquedotti (a Turris Libisonis, odierna Porto Torres), ville urbane e rurali, spesso dotate di bei pavimenti a mosaico. Il controllo romano fu basato innanzi tutto sulla rete viaria, impostata sulle tratte stradali già tracciate a cui si aggiunsero vie di raccordo tra le tratte principali e di penetrazione per agevolare l’accesso e quindi il controllo delle zone interne. La via più importante collegava Cagliari a Porto Torres e fu in gran parte ricalcata nel tracciato della “Carlo Felice” (odierna SS 131). Lo sfruttamento agricolo e minerario della Sardegna si intensificò in età romana, grazie all’introduzione del latifondo. In particolare fu potenziata l’estrazione del piombo argentifero nelle miniere del Sulcis-Iglesiente. È probabilmente qui che verso il 190 un gruppo di cristiani fu condannato ai lavori forzati, così contribuendo all’introduzione del cristianesimo nell’isola.
Tra il 460 e il 467 la Sardegna passò sotto il controllo dei Vandali, che avevano stabilito in Africa settentrionale un proprio regno. Nel 534 l’isola viene riconquistata da Giustiniano e ritorna a far parte dell’impero romano, il cui baricentro si era però spostato da Roma a Costantinopoli. Inizia l’età bizantina, destinata a protrarsi fino al 1000 circa e alla nascita dei quattro giudicati.

Tharros, rovine della città
Fordongianus, terme di Forum Traiani
Cagliari sotterranea, anfiteatro romano
Fordongianus, le terme romane

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