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I Vini Sardi :: Cenni Storici sulla Produzione di vini in Sardegna.

Cultura Sarda > Cultura Sarda e Tradizioni


Vini di Sardegna
Uva di Sardegna

Vini di Sardegna


Attraversai la vigna.
La vigna era in fiore: e tutta vibrante di lucciole.
Oh solo con la musica si potrebbe esprimere la dolcezza
e lo spasimo di quell’attimo quando io mi fermai
in mezzo ai filari e d’un tratto mi trovai avvolto come
da una rete di fili luminosi.
G. Deledda (tratto da “La bambina rubata”)


Grazia Deledda
Agricoltura vigneto Regione Sardegna

SARDEGNA “INSULA VINI”

Cenni storici Sardegna e vino, un legame forte e antico che affonda le sue origini nel passato nuragico e forse anche più in là. Recenti studi su reperti archeologici rinvenuti in alcuni siti nuragici propongono l’affascinante tesi della presenza di attività enologiche già in quell’epoca. Altri studi definiscono l’importante ruolo svolto dalla Sardegna nella domesticazione della vite selvatica, a cui contribuirono i popoli che, giungendo in quest’isola nel corso dei secoli, introdussero l’arte di pratiche agronomiche ancora sconosciute. In Sardegna il vigneto è parte integrante del paesaggio. E’ presente quasiovunque, dalle pianure più fertili vicino al mare sino all’alta collina e alle zone più interne dove spesso la coltivazione della vite è ancora magicamente legata ad antiche tradizioni. La vitivinicoltura ha sempre svolto un ruolo importante nell'economia agricola sarda. La particolare conformazione orogenetica e territoriale di questa regione consente una viticoltura moderatamente intensiva, caratterizzata da una produzione enologica di elevata qualità che in alcune aree particolarmente favorite raggiunge spesso l’eccellenza. Utilizzato prima come merce di scambio e poi come oggetto di fiorente commercio, il vino è diventato nel corso dei millenni un messaggio di cultura e di civiltà per tanti popoli e nella nostra isola l’antico legame con l’uomo perdura immutato da secoli lontani. E’ quasi certo che la vitis vinifera, al pari dell'olivo, sia in Sardegna una pianta indigena, selvatica, tanto che i popoli sopraggiunti non portarono il ceppo o il sarmento, bensì l'arte dell'innesto, della coltivazione, e le tecniche di produzione e di conservazione del vino. Fin dalle origini più remote la Sardegna ha beneficiato dell'apporto di popolazioni estranee susseguitesi nel dominio dell'isola. Popolazioni semitiche, cretesi e fenicie, crearono le loro basi di appoggio in diversi punti della costa; tra queste Tharros e Kalaris che divennero importanti e prosperose colonie. Seguirono i punici, i romani e i bizantini. I fenici, grandi viticoltori, ma anche esperti navigatori, nell'intento di dare maggiori opportunità di sviluppo ai loro commerci nel Mediterraneo centro-occidentale, diffusero la coltura della vite proprio nelle aree attorno alle colonie. I punici troveranno una viticoltura già impostata che, in virtù di rapporti più intensi con il popolo sardo, diventerà coltura dominante nelle colonie di Kalaris, Tharros, Cornus, Nora e Olbia. Con la violenta estromissione dei Punici da parte dei Romani, inizia per la Sardegna un lungo periodo di dominazione di cui sono rimaste numerose testimonianze archeologiche relative alla vitivinicoltura praticata in quell’epoca. Di particolare evidenza i ritrovamenti nel grande e importante complesso del nuraghe Arrubiu ad Orroli in provincia di Cagliari, in cui sono state rinvenute delle zone adibite a veri e propri laboratori enologici datatitra il II e IV sec d.C, provvisti di vasche per la pigiatura dell’uva, basi di torchi e contenitori vari. Ma la scoperta più sorprendente è forse quella dei numerosi vinaccioli, risalenti allo stesso periodo, ritrovati negli strati sottostanti nello stesso nuraghe e riconducibili a vitigni autoctoni ancora oggi largamente diffusi. Numerose e diverse altre testimonianze dell’epoca romana imperiale si ritrovano sparse in tutta l’isola: necropoli e tombe con decorazioni e suppellettili di evidente riferimento enologico, termini agronomici di origine latina e tecniche di allevamento delle vigne ancora oggi in uso. L’epoca romana finì verso la metà del V secolo con le invasioni vandaliche; le distruzioni e l’abbandono delle colture che si accompagnarono a questo periodo portarono ad una successiva ripresa dell'intensa attività agraria ad opera dei bizantini, ai quali si deve, oltre alla normativa colturale piuttosto rigorosa e dettagliata, l'introduzione di nuovi vitigni. In particolare furono i monaci Basiliani di rito greco che contribuirono al rilancio e alla diffusione della coltura della vite con l’impianto di nuove vigne attorno ai loro monasteri. La Sardegna faceva parte di una delle sette province bizantine, l’Esarcato d’Africa, e quando nel sec. VII le popolazioni arabe convertite all’islamismo invasero i territori affacciati sul Mediterraneo, la Sardegna fu coinvolta solo marginalmente, attraversando indenne il periodo delle imposizioni musulmane di divieto nel consumo del vino, così che l’attività vitivinicola sarda non subì interruzioni. A seguito del declino dell’Impero bizantino nasceranno i quattro Giudicati di Cagliari, Arborea, Torres e Gallura. Durante il periodo Giudicale la Sardegna fu nteressata a consolidare e incrementare le produzioni vitivinicole, proteggendo la coltura della vite e il commercio del vino attraverso una regolamentazione decisamente esemplare. Questa fu codificata nel Codice Rurale di Mariano IV d’Arborea, emanato dopo il 1353 e confluito poi nella “Carta de Logu”, promulgata da Eleonora di Arborea alla fine del 1300. In tale testo normativo venivano comminate pene severe, in genere pecuniarie ma che potevano arrivare sino al taglio della mano destra, per chi sradicava la vigna altrui o vi appiccava fuoco. Nel “Codice degli Statuti del Libero Comune di Sassari”, risalente alla fine del 1200, all’art. 128 si disciplina l’esubero della vite nel nord dell’isola, introducendo già in quell’epoca il moderno e attuale sistema di regolamentazione d’impianto dei nuovi vigneti, “De non pastinare vingna : Non sia lecito a nessuna persona, maschio o femmina, piantare o far piantare vigna nel territorio di Sassari e nel suo distretto, salvo che qualcuno che abbia della vigna e la voglia estirpare dal fondo, potrà piantarne quanto ne avrà estirpata, e se qualcuno avesse del territorio incolto entro i limiti della sua vigna, potrà piantare tale terreno, e ciascuno potrà piantare “tricla” o uva simile che non venga trasformata in vino.....”. Tra il XIII° e XVIII° secolo, con la dominazione aragonese e spagnola vennero introdotte nell'isola nuove cultivars sia a bacca bianca che nera, ancora oggi largamente coltivate. Alcuni storici attribuiscono a questo periodo anche l’introduzione di un nuovo sistema di allevamento della vite detto a “sa catalanisca” cioè senza sostegno, diverso dalla forma a “sa sardisca” in cui la pianta si appoggiava a sostegni morti. Altri storici sostengono però che questo sistema fosse già praticato in Sardegna in epoca romana da cui il termine “alberello latino” ancora oggi largamente utilizzato. Alla fine dell'Ottocento, cioè prima che la fillossera decimasse gli impianti viticoli, la Sardegna aveva circa 80 mila ettari di vigneto specializzato. Dopo la ricostruzione degli impianti, applicando l'innesto su "piede" americano, la viticoltura riprese via via ad espandersi fino ad investire una superficie di circa 75 mila ettari. Alla crescita viticola, programmata con gli incentivi della Regione Sarda, ha fatto seguito lo sviluppo cooperativo per la trasformazione delle uve in moderni stabilimenti enologici. La struttura vitivinicola, ben articolata e sempre in costante aggiornamento affianca oggi stabilimenti cooperativi e strutture private, rappresentate da piccole e medie aziende, modernamente attrezzate, all'avanguardia nell'organizzazione della produzione e della commercializzazione dei vini. Con l'applicazionedi nuove e avanzate tecnologie, la Sardegna si elevafinalmente nella produzione e commercializzazione di vini di alta qualità, in grado di competere con le migliori produzioni europee. In quest’ isola ospitale e generosa il clima, il suolo e i vitigni sapientemente valorizzati dall’uomo danno vita a vini di grande qualità, alcuni vigorosi e dalla forte personalità, altri eleganti e aristocratici, sempre concepiti in armonia tra produzione e ambiente. L'equilibrio e le singolari sensazioni olfattive e gustative dei vini di Sardegna richiamano i tessuti ricchi di colori e di preziosi ricami dei costumi tradizionali, espressione dell’antica cultura sarda. E l’immaginazione corre verso questa straordinaria terra, profumata di macchia mediterranea, sferzata dal maestrale e cullata dalle brezze marine.


Brocca da vino

Laore Sardegna
Dipartimento per la multifunzionalità
dell’impresa agricola, per lo sviluppo rurale
e per la filiera agroalimentare

A cura di:
Antonella Casu e Renzo Peretto.
Hanno collaborato:
Piergiorgio Vacca e Massimiliano Venusti.
Proverbi in lingua sarda a cura di Maria Sale.
Si ringraziano:
il Sig. Alessandro Madesani per l’autorizzazione
alla pubblicazione di un brano di Grazia Deledda
Premio Nobel per la letteratura.
Il Dott. Mario Sanges e la Prof.ssa Pinuccia Simbula,
per la collaborazione e i preziosi consigli.
Testi consultati:
“Storia regionale della vite e del vino in Italia: Sardegna”
di A. Vodret
“Storia della vite e del vino in Sardegna”
a cura di M.L. Di Felice e A. Mattone


Eleonora D'Arborea
Carretto per le vie di Sassari venditore ambulante di Uva foto storica
La donna Sarda e la vendemmia

Vitivinicoltura in Sardegna

Un patrimonio di biodiversità e storia unico al mondo.

Lo studio sulle origini della vite e del vino è connesso a campi molto lontani dalla pratica agricola, enologica o dalla botanica: religione, tradizioni, usi e costumi sono legati alla vite e al vino fin dalle origini dell’umanità.
di Gianni Lovicu - Agris Sardegna
Dipartimento per la Ricerca nell’Arboricoltura


Un programma o un’attività (anche di ricerca) tesa a studiare e valorizzare le produzioni autoctone non può certo fare a meno di un approccio multidisciplinare, capace di coinvolgere discipline scientifiche normalmente (apparentemente) distanti tra loro. Quali possono essere le discipline capaci di offrire il proprio
contributo allo studio delle origini della vite e del vino? Il vino è il prodotto, colturale e culturale di un insieme di fattori che, per semplicità, possono essere suddivisi in 3 macrogruppi”:

  • l’ambiente, le discipline interessate al suo studio in questo caso sono l’agronomia, la climatologia, la geologia…;
  • il vitigno (o i vitigni), aspetti esaminati dalla viticoltura, dall’enologia, dalla biologia;
  • l’uomo, storia, archeologia, etimologia, antropologia sono alcune delle discipline che possono contribuire alla valorizzazione delle produzioni agricole, e del vino in particolare, di un territorio.


Le scoperte archeologiche degli ultimi anni e le potenzialità della biologia molecolare permettono oggi di affrontare il problema dell’origine dei vitigni sotto una diversa prospettiva, partendo dalla determinazioni dei rapporti genetici di parentela tra vite selvatica (Vitis vinifera L. ssp. sylvestris) e vite domestica (Vitis vinifera L. ssp. sativa). Diverse sono le caratteristiche distintive tra queste due sottospecie: la vite selvatica cresce spontaneamente nei corsi d’acqua dei Paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo ed è una specie dioica con una rara presenza (5%) di individui ermafroditi, mentre la vite coltivata predilige ambienti aridi ed è caratterizzata da fiori completi capaci di autofecondarsi.

L’ermafroditismo e, quindi, l’ autofecondazione rappresentano i caratteri di maggiore interesse agronomico che l’uomo ha selezionato per ottenere una produzione abbondante. Questo processo di selezione (domesticazione primaria), cioè di coltivazione della vite selvatica, sarebbe avvenuto nella regione tra Caucaso ed Iran, a cavallo del 40°parallelo, circa 8000 anni prima di Cristo, in piena era neolitica. Studi recenti evidenziano l’importanza, per la diffusione della coltura della vite, di centri secondari di domesticazione nel resto del bacino del Mediterraneo, dove è ben documentata proprio la presenza di colonie di vite selvatica. E nei fiumi e torrenti della Sardegna è evidente la presenza di numerosi individui, di ambo i sessi, di questa specie botanica. Ma quale è il rapporto delle popolazioni dell’isola con questa specie? E quale il contributo dato alla diffusione del vino, della coltura della vite e alla selezione dei vitigni provenienti dall’Occidente mediterraneo e oggi diffusi in tutti gli areali vitivinicoli del mondo?



Dalla vite selvatica alla vite coltivata
Le teorie tradizionali sull’origine e la diffusione della vite ipotizzano fondamentalmente un centro di domesticazione primaria dal quale la vite si sarebbe diffusa nel resto del mondo conosciuto. La vite coltivata (Vitis vinifera L., ssp sativa) si sarebbe originata dalla vite selvatica (Vitis vinifera L., ssp sylvestris) (Arnold, 1998). Quest’ultima è presente in natura con esemplari maschili e femminili (è una specie dioica); gli ermafroditi (hanno cioè un fiore capace contemporaneamente di produrre polline e di riceverlo) sono presenti solo in piccola percentuale. I vitigni coltivati sono in gran parte ermafroditi. Questo garantisce, naturalmente, una produzione maggiore e costante rispetto alle varietà selvatiche. Infatti, i fiori delle piante selvatiche femminili, hanno necessità di avere individui maschili nelle vicinanze, produttori di polline, per vedere fecondati i loro fiori e quindi avere abbondante produzione di frutti. Pertanto, il processo di domesticazione, cioè di scelta dei migliori vitigni selvatici e della loro coltivazione da parte dell’uomo, è consistito nel prendere e coltivare gli individui selvatici più produttivi, propagando soltanto il materiale vegetale degli individui interessanti. L’ermafroditismo e l’autofecondazione sono quindi i caratteri di maggiore interesse agronomico che, fin dal neolitico, l’uomo primitivo ha selezionato nel processo di domesticazione, poiché ciò garantiva una sicura ed abbondante produzione. Ricordavamo che i più recenti studi relativi alla domesticazione della vite tendono a porre questo avvenimento nella regione tra Caucaso ed Iran, a cavallo del 40°parallelo dell’emisfero settentrionale, circa 8000 anni prima di Cristo (Mc Govern, 2003). La teoria classica considera il fenomeno della domesticazione come un momento ben preciso, localizzato nel tempo una volta per tutte. Anche se questo è un aspetto che contrasta, in realtà, con la logica: in un’epoca in cui le fonti alimentari erano piuttosto scarse, appare difficile pensare che le diverse comunità umane del Mediterraneo non conoscessero e, quindi, non utilizzassero una risorsa alimentare come questa. E’ quindi molto più semplice pensare ad un’origine policentrica dei vitigni coltivati. Infatti, se l’ipotesi dell’origine monocentrica della vite, con la sua diffusione verso ovest, fosse vera tutte le varietà di vite sarebbero imparentate fra di loro e avrebbero un genitore (o pochi genitori) comuni. In realtà i risultati di diverse equipe multinazionali di ricercatori che, utilizzando le più moderne metodologie della biologia molecolare hanno esaminato i vitigni coltivati nelle diverse aree del Mediterraneo e dell’Europa, confrontandoli inoltre con quelli delle viti selvatiche delle diverse aree (Arroyo et al., 2006), sembrano confermare proprio l’ipotesi di un’origine policentrica. Infatti le indagini biologico molecolari portano a raggruppare i vitigni in tre gruppi in base alla zona di origine: il Mediterraneo orientale ( per le varietà greche e turche), il Centro Europa (per le varietà francesi e tedesche) e il Mediterraneo occidentale. Quest’ultimo centro è quello che interessa principalmente la Sardegna, visto che in quest’area si sarebbero originati il cannonau/grenache, il carignano, il muristellu/mourvedre ecc.. Da questi dati si può supporre che se la domesticazione della vite è un fenomeno che, da un punto di vista temporale, è avvenuto prima nel Caucaso - ed effettivamente in quest’area sembrano aversi i primi riscontri archeologici dell’utilizzo della vite da parte dell’uomo – anche in altre aree del Vecchio Mondo, in diversi periodi e ripetuti nel tempo, si sono avuti fenomeni di domesticazione. Quest’ultimo aspetto è tanto più vero in una realtà, come quella sarda, che presenta particolarità interessanti. Ogni vitigno è quindi il risultato di una interazione particolare tra uomo e ambiente, nella sua accezione più ampia un vero e proprio prodotto culturale.

Jerzu sagra del vino. La Sagra del vino si svolge la prima domenica di agosto; durante la festa sfilano i carri utilizzati un tempo per le vendemmie e gli antichi costumi di Jerzu e vengono offerti il vino e altre prelibatezze locali.

 Jerzu sagra del vino

La vite selvatica e i Sardi: un rapporto che si perde nella notte dei tempi

La Sardegna, per la sua collocazione geografica e per le condizioni eco-pedologiche estremamente diversificate, presenta condizioni ottimali per la crescita della vite sia selvatica che coltivata. La maggior parte delle popolazioni di vite selvatica conosciute nell’isola sono costituite da un cospicuo numero di individui variegati per età, sesso e dimensioni; segno questo sia della presenza di condizioni ideali per la sua crescita e riproduzione, che della minore intensità degli agenti che normalmente ne minacciano l’esistenza (deforestazione, urbanizzazione, opere di bonifica). In diversi Paesi, i ricercatori stanno cercando di stimare le relazioni di parentela tra la vite selvatica e le cultivar locali. Sebbene nella maggior parte delle aree considerate non vi siano legami di stretta parentela tra le due sottospecie, in alcune località, tra cui la Sardegna, sono stati evidenziati tratti genetici condivisi (alleli microsatelliti) tra la vite selvatica ed alcune cultivar locali (il Muristellu). Questi dati suggeriscono un legame di parentela tra le due sottospecie e supportano l’ipotesi di un centro secondario di domesticazione in Sardegna. L’uso della vite selvatica da parte dei Sardi ci viene confermato dalla Carta de Logu (un codice di leggi emanato dai Giudici di Arborea nel XIV secolo) in cui vi sono disposizioni anche contro il commercio dell’uva selvatica. Venditore ed acquirente potevano avere seri problemi: pena pecuniaria e reclusione “a voluntadi nostra”, cioè del re. Qualche secolo più tardi, il BACCI, nel 1596, scrive dell’abitudine dei sardi a produrre vino dalla vite selvatica. Lo storico Angius, nel XVIII secolo, narra che il “ salto di Nurri potrebbe a taluno parere una regione, dove la vite fosse indigena; così essa è sparsa per tutto e con tanta prosperità vegeta porgendo in suo tempo questa spurra, …, grappoli di acini variocolorati e deliziosi. Essa trovasi in tutte le parti arrampicata alle altre piante, e principalmente sulle amenissime sponde de’ rivi.” Più di recente, fino a pochi decenni fa, nelle montagne del Sulcis, i caprai e i pastori, costretti a stare lontani da casa per mesi, producevano il vino (il cosiddetto “vino dei caprai”) direttamente dalla vite selvatica che cresceva spontanea nei torrenti. Episodi di domesticazione di vite selvatica da parte di viticultori sono stati individuati dal CRAS (il Centro Regionale Agrario Sperimentale della Regione Sardegna), ora confluito nell’AGRIS, oltre che nello stesso Sulcis, anche in Barbagia e in Baronia. In quest’ultima area è stato “colto sul fatto” un viticoltore che aveva prelevato alcune marze da un gruppo di viti selvatiche situate nel rio Flumineddu (Dorgali), innestandole nel proprio vigneto, allo scopo di ottenere vino. La biologia molecolare ha confermato l’identità genetica del vitigno “domesticato” dall’intraprendente viticoltore con un individuo di vite selvatica presente nella valle del Flumineddu. Questo ha portato inoltre all’avvio di una serie di indagini per valutare le caratteristiche produttive e chimiche del vitigno individuato.





La storia dei vitigni: valore aggiunto alla nostra biodiversità
L’archeologo Mario Sanges ha esposto in maniera esaustiva sulle antiche radici della vitivinicoltura isolana. Mi sembra giusto richiamare qualche notizia sui tempi un po’ più recenti. La Sardegna e i suoi abitanti sono conosciuti per la estrema conservatività ed attaccamento alle tradizioni. Questa conservatività, attestata nella lingua, negli usi e costumi e nella toponomastica, sembra avere una eccezione significativa quando si parla dei vitigni sardi. In particolare, limitandoci alla sola viticoltura, l’impressione, ricavata dalla ricostruzione delle origini delle varietà sarde di uva, è che l’apporto locale sia limitato a pochi e controversi vitigni e che la viticoltura sarda abbia avuto origine grazie alla presenza dei Fenici, e in qualche modo sia continuata nel tempo grazie agli apporti dei diversi “dominatori” che nei secoli si sono succeduti sul suolo sardo. Di vitigni selezionati in Sardegna nemmeno a parlarne, a parte qualche voce isolata, come quella dello storico Cherchi Paba, che si dice certo della provenienza del vernaccia dalla domesticazione di viti selvatiche della valle del Tirso. Certo è che se diamo per scontato che prima dei Fenici la vite non si coltivasse in Sardegna, dobbiamo coerentemente assumere che dovevano essere un po’ strani i più antichi abitatori dell’isola per non accorgersi di quella notevole ricchezza alimentare, la vite selvatica, che spontanea cresceva abbondante lungo il corso dei fiumi. In realtà, le notizie che mettono in relazione i sardi e la vite già dall’antichità non sono certo poche. Ciononostante, fino ad ora, la attribuzione esterofila della nascita e dello sviluppo della viticoltura ha determinato un ciclo fenicio (con introduzione di Nuragus, Vernaccia e, secondo alcuni, anche Nasco, Monica e Carignano), un ciclo romano (il Moscato, soprattutto, ma anche le Apesorgie e forse il Nasco), un ciclo bizantino (il Malvasia e alcuni bianchi nobili, tipo Alvarega e Gregu biancu) e il ciclo spagnolo (Cannonau, Bovali, Cagnulari, Carignano, Muristellu e, secondo qualcuno, anche Vermentino e Nasco). E’ bene chiarire che il problema della paternità e dell’origine dei vitigni non è un semplice problema di disputa tra specialisti (o, peggio, di dispute di campanile), ma ha una ricaduta diretta che può dare valore aggiunto alle produzioni tipiche. E’ in sintesi l’esaltazione della biodiversità, intesa non solo come differenza biologica (caratteri pomologici, ampelografici o genetici), bensì come prodotto culturale della storia di un popolo. In quest’ottica, dire che la stragrande maggioranza dei vitigni autoctoni sardi è spagnola, equivale a dire che la Sardegna ha la stessa tradizione vinicola del Messico o del Nuovo Mondo in genere, dato che gli Spagnoli prendevano pieno possesso delle Americhe solo alcuni anni dopo la conquista della nostra isola. Resta inoltre il fatto che, a sostegno delle attribuzioni d’origine di cui parlavamo non è stata portata nessuna prova. E’ pertanto indispensabile porsi di fronte a questo problema senza soluzioni preconfezionate, disposti ad analizzare i dati con la massima obbiettività. La attività enologica, nell’isola, contrariamente a quanto comunemente si pensa, continua anche nel periodo successivo alla dominazione romana. Nell’Alto Medioevo Cagliari fungeva da centro di raccolta per le produzioni agricole dell’isola, in un quadro di scambi commerciali con l’oriente del Mediterraneo e con l’Africa settentrionale. Durante il periodo giudicale, medioevo sardo, era sicuramente florido il commercio di vino da e per la Sardegna. Il Comune di Sassari, in questo periodo, emana nei suoi “Statuti” una serie di norme per la regolamentazione della produzione e il commercio di vino, come il divieto di importare vino da fuori o di impiantare nuove vigne. E’ bene non dimenticare poi il “Codice Agrario” di Mariano d’Arborea, ripreso dalla “Carta de Logu” della figlia Eleonora. L’importanza delle viti e del vino si desume chiaramente dalle norme, che prevedono sanzioni gravissime, compatibili solo in un quadro di importanza notevole, per le casse dello stato giudicale, del prodotto vino, a chi danneggia la vigna di altri. Nel 1297, con Bonifacio VIII, la Sardegna cade nelle mire espansionistiche aragonesi. Nel 1360, il re di Aragona Pietro II concedeva alla città di Alghero, ripopolata di catalani, una serie di privilegi che impedivano l’accesso di vino degli altri centri in città: di fatto, il primo intervento spagnolo in terra sarda, in materia viticola, è stato un atto protezionistico, che attestava la presenza di un’abbondante produzione di vino ben prima che la Sardegna divenisse parte del regno di Spagna. In questo periodo il Bacci, nel suo “De naturali vinorum historia”, narra dell’abitudine dei sardi a produrre vino dalla viti “labrusche”, cioè selvatiche. E i risultati non sembrano essere dei migliori. Questa è una notizia molto importante perché testimonia il perdurare nei secoli dell’interesse dei sardi per la vite selvatica. Interesse che dura tutt’oggi, come evidenziano diverse accessioni di vite “silvestre” domesticate da viticoltori sardi, attualmente oggetto di indagini ampelografiche/molecolari da parte di questa agenzia. Ci piace pensare che sia il risultato di una risposta un po’ polemica, molto piccata e molto sarda (nella sostanza), all’affermazione del medico (Bacci era un archiatra pontificio, cioè un medico del Papa) la nota di spesa trovata negli Archivi Vaticani dall’archeologo Mario Sanges e relativa alla fornitura di “ottimo vino bianco di Telavè” (Triei, Ogliastra, Sardegna) al Papa nei primissimi anni del ‘600. Quindi, in tempi più recenti, è bene sfatare anche il mito di un vino sardo che non riusciva a superare il mare: testimonianze di produzioni di pregio che raggiungevano anche Paesi lontani, come Russia, Olanda e Nord Europa, ci giungono da molti visitatori europei che nel ‘700 e nell’800 visitarono l’isola. Insomma, in Sardegna è da almeno 3500 anni che si produce ininterrottamente vino. I vitigni autoctoni sardi: un patrimonio ancora da scoprire Lo studio delle viti selvatiche e del patrimonio di vitigni autoctoni dell’isola è stato oggetto di un progetto di studio comune tra il CRAS e il DISAT (Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e del Territorio) dell’Università di Milano Bicocca per la salvaguardia, lo studio e la conservazione della biodiversità viticola sarda, sia spontanea che coltivata. I risultati finora ottenuti hanno evidenziato non solo una notevole biodiversità per le viti selvatiche, confermando precedenti indagini svolte nell’isola dalle due università milanesi, ma anche il gran numero di vitigni autoctoni (oltre 150) che sembra caratterizzare la viticoltura isolana. Questo numero è una conferma indiretta dell’antichità della tradizione viticola della Sardegna, e rappresenta un serbatoio notevole di biodiversità, per caratterizzare ulteriormente e differenziare i vini prodotti nell’isola. Alcuni di questi vitigni, inoltre, mostrano caratteristiche morfologiche particolari (forma del vinacciolo, sesso del fiore) che rimandano immediatamente alla vite selvatica, quasi a dimostrazione di una “domesticazione” ancora vicina nel tempo. Lo studio, il recupero e la valorizzazione dei vitigni autoctoni minori dell’isola trova un riscontro formidabile nelle notizie storiche. Ad esempio, il vino bianco di Telavè (Triei, Ogliastra) del quale parla Mario Sanges è prodotto in una zona nota per i suoi grandi vini rossi (a base Cannonau). Un paradosso? Certamente no: nel corso delle indagini svolte finora in Ogliastra, è stato possibile rintracciare una decina di interessantissimi vitigni bianchi autoctoni, specifici di questa regione, a dimostrazione che insieme al più noto Cannonau si produceva dell’ottimo vino bianco. E questi vitigni in via di sparizione rappresentano una risorsa molto importante per caratterizzare e differenziare il prodotto vino.


Vino Cannonau scuro.jpg

Un caso esemplare: il cannonau

Che il ruolo dell’isola nella diffusione della coltura della vite sia stato e sia tuttora in gran parte ignorato, e sottostimato, è dimostrato anche dal fatto che quelle che chiameremo, per comodità, ipotesi classiche, non sono supportata da documenti di nessun tipo e sono state fatte diversi secoli dopo, quindi non da testimoni oculari. Un caso esemplificativo di questo lavoro è rappresentato dal Cannonau. Questo vitigno, dal quale si ottiene un apprezzato vino rosso, è il più coltivato in Sardegna, ed è uno dei vitigni più coltivati al mondo: infatti è stato riconosciuto simile al Garnacha spagnolo, al Grenache francese e al Tocai rosso friulano. Questo vitigno, secondo molti esperti, è il vitigno rosso più coltivato al mondo, ed la base di molti vini già affermati ( uno per tutti il Châteauneuf-du-Pape) o che si stanno facendo apprezzare nel mondo ( è la base di molti vini australiani). Il Cannonau Grenache è difatto un vitigno molto rustico e molto plastico, capace di dare vini diversi. Il vitigno, secondo molti studiosi, sarebbe originario della Spagna proprio per la similitudine con il Garnacha e con il “Can(n)onazo” di Siviglia, vitigno spagnolo di origine andalusa. In realtà, un’analisi più puntuale e completa delle fonti documentali ha permesso di evidenziare che il nome spagnolo del vitigno, Garnacha (ma anche quello con cui è internazionalmente conosciuto: Grenache) viene dall’italiano Vernaccia, un chiaro segno della provenienza non iberica del vitigno. Inoltre non esiste un vitigno Canonazo di Siviglia, dal quale è stato fatto derivare il Cannonau. A dimostrazione di questo, nessun autore spagnolo parla di questa varietà, che è il frutto di un errore di stampa presente nell’opera del Rovasenda (Canonazo al posto di Cañocazo, quest’ultimo è un vitigno realmente esistente, ma è bianco non rosso !) che una serie di citazioni poco felici ha utilizzato per dare un’origine spagnola al Cannonau. Le fonti storiche e letterarie spagnole indicano senza dubbio che il Garnacha, fino al XVII secolo, in Spagna è vino bianco. La prima citazione del Cannonau in Sardegna risale al 1549. La prima citazione del Garnacha (vino “tinto”) in Spagna è di un dizionario del 1734. Cioè, le prime notizie sulla produzione del vino rosso Garnacha sono del XVIII secolo (1734). Le attestazioni di produzione in Sardegna di vino Cannonau anticipano di due secoli quelle spagnole. Inoltre, trattati spagnoli di ampelografia del XIX secolo ci informano che l’uva rossa Garnacha, conosciuta solo in Aragona, viene diffusa solo dopo l’arrivo dell’oidio, al quale questa varietà si dimostra particolarmente resistente. Cioè, un pregiudizio culturale, non supportato da una rigorosa analisi delle fonti, ha determinato un’attribuzione di origine per il Cannonau perlomeno discutibile. A questo vitigno, ed al Muristellu, è stata attribuita un’origine spagnola, che un esame puntuale delle fonti, l’ampelografia e i ritrovati della biologia molecolare sembrano riportare in Sardegna. Insomma, la documentazione storica ed archeologica, la grande diffusione della vite selvatica e il gran numero di vitigni autoctoni e tradizionalmente coltivati nell’isola permettono di affermare che la coltivazione della vite e l’industria del vino in Sardegna hanno origini molto antiche. Questa tradizione, unita alle peculiarità della viticoltura sarda, è una risorsa per differenziare ed identificare le produzioni enologiche della Sardegna nel mercato mondiale del vino.









Bibliografia essenziale
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Assegnatario che mostra uva raccolta durante la vendemmia.
Assegnatari nei Centri di Colonizzazione ETFAS

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