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Fluminimaggiore :: Il suo paesaggio è abbellito da splendidi monumenti come il Tempio di Antas dedicato al Sardus Pater e la spettacolare grotta di Su Mannau. Anche qui si trovano caratteristici impianti minerari e villaggi abbandonati.

Località Sarde > Carbonia Iglesias


Il Tempio Antas Fluminimaggiore.

Fluminimaggiore tempio di Antas

Fluminimaggiore grotte di Su Mannau.

Grotta su Mannau Fluminimaggiore.

Fluminimaggiore
Il paese, seppur isolato tra le montagne ricche di vegetazione, conserva le tracce lasciate dai vari conquistatori dell'Isola. Il suo paesaggio è abbellito da splendidi monumenti come il Tempio di Antas dedicato al Sardus Pater e la spettacolare grotta di Su Mannau. Anche qui si trovano caratteristici impianti minerari e villaggi abbandonati.

Abitanti: 3.111
Superficie: kmq 108,36
Provincia: Carbonia-Iglesias
Municipio: via Vittorio Emanuele, 200 - tel. 0781 58500
Guardia medica: via Argiolas, 20 - tel. 0781 580023
Polizia municipale: via V. Emanuele, 200 - tel. 0781 5850211
Biblioteca: via Vittorio Emanuele, 200 - tel. 0781 580133
Ufficio postale: corso Amendola, 1 - tel. 0781 580610

Stemma Ardaldico Fluminimaggiore Carbonia/Iglesias

Portixeddu spiaggia Fluminimaggiore.

Portixeddu spiaggia Fluminimaggiore.

Il Tempio di Antas Fluminimaggiore.

Il Tempio di Antas Fluminimaggiore.

Testo di Bruno Murtas

Il territorio Comune della provincia di Carbonia-Iglesias, posto a 58 metri d’altitudine, si estende per 108,21 kmq ed è popolato da poco più di 3000 abitanti. Confina con il mare, con Buggerru, Iglesias, Domusnovas, Gonnosfanadiga ed Arbus. Le montagne, propaggini del Monte Linas, ricche di selvaggina, compresi i cervi, sono ricoperte da lussureggianti foreste di lecci, sughere ed olivastri, particolarmente attorno a Sant’Angelo, Arenas, Pubusinu e Su Mannau, tutte località di interesse minerario, archeologico, speleologico. Il viaggiatore che proviene da Iglesias o da Guspini per giungere a Fluminimaggiore ha da percorrere oltre 20 km della tortuosa e panoramica Statale 126; ma, se vuole ammirare l’incantevole costa e la spiaggia di San Nicolò-Portixeddu, scelga la Provinciale 83 per Fontanamare, Nebida e Buggerru. Il territorio è fra i più antichi d’Italia, anzi d’Europa: vi è ben rappresentata l’Era Paleozoica, dal Cambriano al Devoniano. A partire dalla costa troviamo i terreni paleozoici ricoperti da sabbie del Quaternario, un tempo coltivati da pregiati vigneti ed ora punteggiati da villette di vacanzieri. Gli studiosi di fossili vi trovano magnifici esemplari di trilobiti, brachiopodi, graptoliti ed orthoceras, a conferma di quanto scrisse Alberto Della Marmora nel suo Viaggio in Sardegna (1826-1857). Fra le cime montuose segnaliamo Punta Nestru e Monte Lisone di 1084 e 1082 metri, ammantati di neve in inverno, Monte Argentu di 501 metri, conosciuto come Is Concas, e Su Guardianu, che dai suoi 477 m vigilava sull’arrivo delle navi corsare. Il fiume più importante è il Mannu, formato dai rii Is Arrus, Is Sermentus, Antas e Pubusinu, la cui sorgente è fra le più grandi del Sulcis. Nell’abitato riceve il Rio Billittu e a Sant’Antoneddu il Rio Bega. Con tanta acqua l’abitato e la fertile vallata non soffrono la sete.
La storia Il territorio ha visto un’intensa presenza dei Fenici e dei Romani, che sfruttarono a lungo i suoi giacimenti di piombo argentifero, di ferro e di stagno: la città di Metalla era nel Fluminese, a Grugua, località non distante da Antas. Il paese, un tempo chiamato Flumen Maior, sorgeva vicino al mare: lo attestano i resti di costruzioni antiche a Portixeddu e a San Nicolò, ma la malaria e le incursioni barbariche costrinsero i nostri antenati ad allontanarsi da quei siti. Portixeddu era un approdo di origine fenicia utilizzato fino ai primi decenni del Novecento per l’imbarco dei minerali, del legname e del carbone dei nostri monti. L’area fluminese, compresa nella Curatoria del Sigerro, apparteneva al Giudicato di Cagliari e, posseduta dai conti di Donoratico, passò poi ai Pisani e agli Aragonesi. Nel 1421 il re Alfonso IV d’Aragona concesse il feudo a Nicolò Gessa, la cui famiglia si estinse con Efisio Lussorio: questi, non avendo figli maschi, lasciò erede la figlia Eleonora moglie di Ignazio Asquer. Il feudo andò perciò agli Asquer, famiglia ligure trapiantata a Cagliari dove un suo esponente aveva ottenuto il titolo nobiliare. Nel 1704 i coniugi Eleonora e Ignazio fondarono il villaggio di Flumini Maior con atto notarile stipulato con i terralbesi Pietro Maccioni, Francesco Pinna e Pietro Angelo Serpi, i quali ebbero il compito di popolarlo. Il gonfalone comunale ha due bande verticali, una rossa e una bianca. Al centro, sovrastata dalla corona viscontea con rami d’alloro e di quercia, una torre sul mare rappresentante quella saracena dello scoglio di Cala Domestica, un tempo limite del nostro territorio.
Ad Antas il tempio del Sardus Pater Il monumento più importante è il tempio di Antas, illustrato da Alberto Della Marmora nel suo viaggio del 1838. Durante la costruzione della strada per le miniere della Fiat, nella cui concessione è il monumento, furono scoperte molte tombe puniche e romane, perciò nel 1966 iniziarono gli scavi archeologici. Vennero alla luce monete, amuleti, statuine ed epigrafi attestanti che il tempio era stato costruito nel III secolo a.C. da Caracalla e si constatò che sotto il fabbricato romano erano i resti di un tempio punico dedicato a Sid Addìr Babài. Il ricupero di molti elementi, compresa l’epigrafe latina del frontone, consentì di ricostruire le parti essenziali dell’opera dedicata a Sardus Pater, una divinità la cui immagine appare nelle monete romane del primo secolo a.C. Dalle fonti letterarie apprendiamo che Sardus Pater era figlio di Maceride, l’Ercole libico capo dei coloni giunti in Sardegna, che nel santuario di Delfi c’era una sua statua e che nei pressi della costa sarda esisteva un tempio a lui dedicato. Gli scavi hanno fornito altri elementi sulla divinità: all’espressione latina del fregio intitolato a Deus Sardus Pater Babài corrisponde quella punica Adòn Sid Addìr Babài impressa in molte dediche degli ex voto. Vicino al tempio è affiorato un villaggio nuragico rimaneggiato in età romana; ma è di grande importanza il ritrovamento, a pochi metri dall’area sacra, di tombe nuragiche, una delle quali con scheletro e bronzetto di giovane nudo impugnante una zagaglia. Un nuraghe domina la Statale e l’accesso ad Antas e a Grugua; altri due, ormai ruderi, sono a S’Oreri-Santa Lucia e a Conca Muscioni lungo la Provinciale per Buggerru. Fra le bellezze naturali annoveriamo le grotte di Su Mannau, esplorate per una decina di km, bene attrezzate per la visita e raggiungibili con una comoda strada.
Un paese di musei Il centro abitato si estende per due km lungo la Statale, nella quale si svolge gran parte dell’attività commerciale. Da una parte il paese è delimitato dal Rio Mannu da cui prende il nome, dall’altra si sviluppa verso la collina oltre i cento metri di altitudine. Non ha edifici antichi rilevanti, tranne la chiesa parrocchiale dedicata a sant’Antonio di Padova. Costruita nel 1765 dal vescovo di Ales da cui il paese dipendeva fino al 1829, anno del suo passaggio alla diocesi di Iglesias, è stata restaurata ed ampliata varie volte, perdendo molti particolari architettonici originari. Sono del Settecento il Monte Granatico, ora Museo Archeologico, e il mulino idraulico Zurru-Licheri che accoglie il Museo Etnografico. Lì il visitatore vede ruotare gli antichi palmenti grazie al Rio Mannu che scorre a fianco. Nella strada principale è il Municipio, edificio della metà dell’Ottocento che un tempo accoglieva la Pretura, ora trasferita ad Iglesias. Della sala del consiglio si apprezza l’antico arredo e l’affresco rievocante la fondazione del paese. Nel fabbricato trovano posto la Pro Loco, il centro diurno per anziani e la biblioteca comunale. Nelle vicinanze è il Museo Paleontologico che espone fossili di tutto il mondo e uno scheletro di Ursus spelaeus, l’orso cavernicolo di 50.000 anni fa. Vicino alla chiesa è l’antica Caserma dei carabinieri, ora Centro culturale dove hanno sede la centenaria banda musicale “Santa Cecilia”, il Gruppo Folk e le associazioni ambientali. Nel comune esistono due moderni edifici delle scuole dell’obbligo e buone strutture sportive: campi di calcio, pallacanestro, tennis e palestre che soddisfano le esigenze dei giovani. Sono attive l’Associazione della Croce Verde, la Casa di riposo per anziani e la Casa famiglia. La ricettività alberghiera è costituita dall’ Hotel Antas nella frazione di Sant’Angelo, da numerose aziende agrituristiche, da un ostello a Su Mannau e da due piccoli alberghi vicino al mare.


Museo Antico mulino idraulico Licheri.

Fluminimaggiore Museo Antico mulino idraulico Licheri strumenti per la pesatura e misure per aridi.

Fluminimaggiore miniera Su Zurfuru.

Fluminimaggiore miniera Su Zurfuru.

Testo di Bruno Murtas


Quando gli imprenditori si chiamavano Modigliani

Fino alla metà dell’Ottocento l’attività principale del paese era l’agricoltura; ma a partire dal 1848, con l’estensione alla Sardegna della legge mineraria piemontese, la popolazione fu attratta dallo sfruttamento dei giacimenti di galena, blenda e ferro. Si pensi che nel 1870 erano attivi oltre cinquanta permessi di ricerca, accorpati poi in una ventina di concessioni fra le quali Arenas, Gutturu Pala, Su Zurfuru, Candiazzus, Santa Lucia-S’oreri e S’Acqua Bona. Pastori, contadini, donne e ragazzi divennero operai dell’industria mineraria, che, imponendo nuove abitudini e nuovi ritmi di lavoro ma offrendo migliori compensi, modificò l’economia della zona. Il fervore industriale, che coinvolgeva anche Buggerru, frazione di Fluminimaggiore fino al 1960, fece sì che i 2263 abitanti del 1861 salissero a 10.053 nel 1901. Gli imprenditori venivano dall’estero e dalla Penisola. Fra questi ricordiamo il riminese Enrico Serpieri, primo presidente della Camera di Commercio di Cagliari, che nel 1860 costruì una fonderia vicino all’abitato, e il livornese Emanuele Modigliani, nonno del pittore e scultore Amedeo. Questi nel 1862 acquistò a basso prezzo 12.000 ettari di terreno demaniale, realizzando quella che fu considerata la più grande tenuta agricola della Sardegna. Ricca di boschi, piantagioni di gelso, vigneti e giacimenti minerari, l’azienda, che si estendeva da Baueddu a Sant’Angelo, da Grugua a Nebida, da Cala Domestica a Buggerru, è rimasta in vita, ridimensionata e con altri proprietari, fino alla fine del Novecento. Oggi, esclusa la Carbosulcis che estrae il carbone per le centrali elettriche, nelle miniere del nostro comprensorio è cessata la coltivazione. Pochi minatori operano nella manutenzione dei cantieri dell’IGEA e del Parco Geominerario, strumento di valorizzazione culturale delle aree minerarie dismesse. Altri operai sono nelle industrie di Portovesme dove si trasforma il piombo, lo zinco e l’alluminio importato. Una cinquantina di forestali sono alle dipendenze del Parco del Marganai che ha incorporato molti boschi del nostro comune. Le colture orticole e frutticole, con qualche stalla per bovini ed equini, sono nella piana del Rio Mannu, mentre l’allevamento di 8500 capre e 3500 pecore prospera nella montagna e nella collina. L’artigianato è presente con la pelletteria, la selleria, la coltelleria e due panifici che sfornano innumerevoli varietà di pane. Non manca la produzione di conserve, liquori e dolciumi.

La laveria della miniera di Arenas fotografia di Bruno Murtas.

Laveria della miniera di Arenasfotografia di Bruno Murtas

Il 15 agosto Santa Maria avanza su “s’arramadura”
Le feste più importanti sono quelle religiose alle quali si associano manifestazioni civili. La prima ricorre il
16 gennaio, vigilia di sant’Antonio abate, quando all’avemaria si accendono i falò nei vari rioni dove per una settimana si è fatta provvista di legna. La folla vi affluisce per ammirare le imponenti fiamme, ma anche per gustare le fave condite con verdure, cotenne e carne di maiale, libando coi nostri nieddu mannu e cannonau. Seguono i riti della Settimana Santa con la Via Crucis per le vie del paese, l’addobbo del sepolcro con su nénniri e la processione dell’Incontro il giorno di Pasqua: percorrendo strade opposte, dalla chiesa escono due cortei, uno di donne con la Madonna in lutto, l’altro, con Cristo risorto, seguito dagli uomini. Le processioni s’incontrano nello stradone, sostandovi per sostituire il mantello nero della Madonna con uno celeste e per metterle sul capo la corona d’oro. Compiuto questo rito e benedette le statue, le processioni, unite, ritornano in chiesa con gli inni della banda musicale e lo sparo di mortaretti. Numerosa è la folla che la mattina del 13 giugno segue la processione in onore del patrono sant’Antonio di Padova, preceduta da cavalli con cavalieri e amazzoni in costume sardo e molti gruppi folcloristici. La ricorrenza richiama fedeli da ogni località e la devozione è accresciuta da quando la chiesa si è arricchita di una reliquia del santo. Altra festa in cui si fondono religiosità e folclore è quella di Santa Maria del 15 agosto con la processione notturna. La statua della santa, preceducomuni ta da tanti gruppi folk, passa davanti alle case addobbate di fiori, coperte, ricami e luminarie, calpestando la variopinta e profumata arramadura. La fisarmonica, le launeddas, i canti e le preghiere recitate in sardo campidanese danno solennità alla cerimonia che si conclude con lo spettacolo pirotecnico. In estate, presenti molti turisti ed emigrati, la Pro Loco organizza intrattenimenti vari e una tavolata per far degustare i prodotti locali: formaggi ovini e caprini, carne di capra arrostita e lessata con patate. L’associazione “Notti ad Antas” si fa carico degli spettacoli di teatro e musica classica al tempio del Sardus Pater. Il 2 ottobre, per gli Angeli Custodi, l’associazione “Muntangia” organizza una serata con cori in lingua sarda nel sagrato della chiesetta settecentesca di Sant’Angelo.


Tempio di Antas La notte della taranta.

Fluminimaggiore Tempio di Antas La notte della taranta.

Piazzale di Portixeddu Fluminimaggiore.

Piazzale di Portixeddu che nei tempi antichi era il luogo di deposito delle merci del porticciolo fotografia di Bruno Murtas.jpg

Il paesaggio intorno alla miniera di Arenas fotografia di Bruno Murtas.

Il paesaggio intorno alla miniera di Arenas fotografia di Bruno Murtas

“SCARICANO DI NOTTE GLI SCHIOPPI ALLE PORTE”
Siede alla falda meridionale d’un monte sopra le sponde del fiume, da cui prende il nome, e resta diviso in due rioni detti, Baucerbu il destro, Concademallu il sinistro. Siccome anche all’altre parti intorno levansi monti di gran massa, però si può dirlo porto nel fondo d’un bacino. Da questo poi si può argomentare la grande umidità, il forte calore, la poca ventilazione, e da tali accidenti quanta sia la sua insalubrità. La quale dovrassi per ciò stimare molto maggiore, chè è immensa la putrefazione che in questa valle fecondissima e d’una lussuriantissima vegetazione deve aver luogo. Ma se i nativi non siano ben sani, essi meno patiscono dalla malaria che per il frequente bagno de’ piedi, già che non volendo alcuni far pochi passi di più passando sul ponte di travi da uno in altro rione il traversan di giorno di notte e in tempi freddi. Quindi hanno principalmente le donne un’apparenza di poca sanità. Aggiugne altre parti all’impurità dell’aria il cemitero attiguo alla parrocchiale nel centro dell’abitato comeché in sito eminente. Popolazione. Consta questo villaggio di 425 case. Le famiglie (anno 1839) erano 416, le anime 1760. Professioni. De’ Fluminesi una parte si occupa nell’agricoltura, l’altra, e sono i più, nella pastura. Le arti meccaniche più necessarie sono praticate da non più di 24 persone. Sono fra essi quattro notai, e due flebotomi che fanno da medici nelle coliche, da cui spesso sono tormentati questi popolani, e non di rado estinti. Non v’è levatrice. Le donne si esercitano nella tessitura del lino e della lana in circa 200 telai, e non solo provvedono ai bisogni della famiglia, ma ne posson vendere. Le altre che non sono impiegate alla spola lavorano negli orti.Stato civile. La poca comunicazione di questi uomini con gli altri, fa che sieno tuttora un po’ rozzi. Non pertanto considerato bene il loro carattere, non mancano delle ragioni di lode. Spesso si suscitano odii e inimicizie tra le famiglie, studian gli uni gli altri a ingiuriarsi, scaricano di notte gli schioppi nelle porte; ma di rado si trasportano alle uccisioni, comeché non siavi una forza che li contenga, e per lo contrario inviti a’ delitti, il vicino e sicuro asilo delle montagne. Agiatezza. Le famiglie possidenti sono 166, le povere 250. Le donne vestono come usano le sulcitane; gli uomini imitan piuttosto i campidanesi. Istruzione. Vi è stabilita la scuola primaria, e siccome è prescritto, si insegnano anche i rudimenti dell’agricoltura a circa 20 ragazzi.

Vittorio Angius



I FAZZOLETTI DEL VESCOVO
Se fin qui avevamo incontrato nelle città gli usi e i costumi caratteristici della Sardegna modificati dal contatto con la civilizzazione europea, dovevamo trovare in Flumini Major gli antichi usi sardi in tutta la loro pienezza e senza alterazione. La famiglia presso la quale ci rivolgemmo per l’ospitalità era quella di uno dei più ricchi della città, personaggio ragguardevole e di ottima reputazione. Pronto sulla soglia di casa a riceverci con somma cortesia, egli ci fece tosto conoscere sua moglie, bella matrona di trentacinque anni e due sue bellissime figlie, già nubili, accorse ad accogliere i forestieri. Smontammo da cavallo e, mentre i servi s’occupavano delle nostre cavalcature, noi fummo fatti segno ai più cordiali ricevimenti. Il nostro ospite e la sua famiglia portavano lo schietto abito alla sarda com’è usato in quelle montagne. Le donne avevano un costume assai curioso con gonnella di lana a colori vivaci e numerose pieghe. Sul petto poi e sulle braccia non avevano altro che una camicia bianca ricamata, a maniche corte, divisa sul seno e non ritenuta, se non che presso al collo, da due grossi bottoni in filigrana d’oro; una cintura di velluto a guisa di busto bassissimo serrava la camicia alla vita, e nei movimenti che loro occorreva di fare si scorgeva appena nascosto il ricco sviluppo delle loro attrattive. Rimanemmo sorpresi a tal vista, che era tanto più strana quanto più quelle donne erano leggiadre ed appariscenti. Quando poi dopo un copioso pasto uscimmo a visitare il villaggio, scorgemmo come quel costume che ci era parso quasi indecente fosse quello di tutte le donne del paese. A questo procomuni posito ci venne narrato un curioso fatterello.
Era stato nominato un anno prima un sacerdote piemontese a Vescovo di Iglesias; questi, facendo la visita pastorale per conoscere la sua nuova diocesi, capitò a Flumini Major ed ebbe ospitalità in quella medesima famiglia, come la più ricca e più devota del luogo. S’immagini ognuno, se noi militari fummo stupiti di quella foggia di vestire, quanto ne dovesse rimanere scandalizzato il buon Monsignore!
Dopo le funzioni, montò in pulpito e fece una lunga predica sulla modestia, insistendo sulla riservatezza delle donne e sulla sconvenienza delle troppo libere acconciature. Poscia, parlatone in privato al parroco, gli disse di ribattere sull’argomento, mentr’egli gli avrebbe mandato presto da Iglesias trecento fazzoletti da distribuirsi alle donne del paese per coprirsi il seno. E così fece. Sei mesi dopo volle ritornare a Flumini per vedere il buon risultato delle sue ammonizioni e dei suoi fazzoletti. Gli abitanti gli furono incontro a festeggiarlo e tutte le donne portavano i fazzoletti regalati da Monsignore; ma non li avevano posti sul seno, ma sul capo ove supponevano che accrescessero la loro bellezza. Il buon Vescovo fu dolentissimo a quella vista e, sceso a casa dei suoi ospiti, prese a parte quelle brave donne e rimproverò loro quello scandalo. – Eh Monsignore, che scandalo vuol che ci sia? Siamo tutte messe a quel modo da secoli e mai nessuno se ne offese… E poi, senta, la mercanzia che non si vede non si compra, ed io voglio maritare le mie ragazze; del resto se Dio ci ha fatte così, avrà avuto le sue ragioni, n’è vero?– E detto ciò continuò ad affaccendarsi con le figlie a ricevere degnamente l’illustre suo ospite e non fu altro.
Non so se il Vescovo abbia creduto del caso di mandare altri fazzoletti, ma se lo fece, questi erano certamente serrati nei cassetti quando noi visitammo quel curioso paese.

Da Ricordi di un ufficiale dell’antico esercito sardo,
del conte Stanislao Grimaldi del Poggetto, Torino, 1891.

Mulino idraulico del 700 sede del Museo Etnografico fotografia di Bruno Murtas.

Mulino idraulico del Settecento sede del Museo Etnografico fotografia di Bruno Murtas.

Museo Antico mulino idraulico Licheri
Il Museo si trova nel centro del paese nell'antico mulino ad acqua del 1750, reso funzionante dal flusso dal fiume Riu Mannu che attraversa la zona. Il mulino sotto il quale passa il fiume, che agisce da forza motrice per movimentare le pale collegate alle macine, produceva e può ancora produrre farina integrale. Grazie alla paziente opera di ricerca e riadattamento didattico del maestro Bruno Murtas, i manufatti esposti sono in parte quelli ritrovati nel vecchio mulino e nel Monte Granatico e in parte frutto di donazioni degli abitanti di Fluminimaggiore, che hanno riconosciuto nel museo l'espressione dello loro identità e dei loro avi. Nelle diverse sale sono esposti gli oggetti e gli attrezzi che caratterizzavano gli ambienti domestici e di lavoro dei contadini, dei pastori e dei piccoli artigiani. In particolare si possono apprezzare i marchi di ferro per la marchiatura degli animali, antichi strumenti per la misurazione di pesi e liquidi in legno, sughero e ferro, gli attrezzi per la mungitura e per la produzione del formaggio, tutti gli attrezzi del contadino, gli utensili per la tessitura e per la preparazione del pane, gli arredi e alcuni pezzi del corredo delle donne, i giochi per i bambini e gli arnesi del fabbro, del calzolaio, del falegname. Durante la visita vengono spiegate le modalità di utilizzo degli oggetti esposti e i loro nomi anche nell'idioma locale. È una delle poche occasioni in cui si può vedere direttamente in che modo si macinava il grano con meccanismi che sfruttavano le forze della natura. Attraverso i sussidi didattici, che riproducono i pezzi originali, possono sperimentare alcuni utensili, fra i quali il trapano meccanico, e alcuni giochi antichi. La visita guidata permette di approfondire la conoscenza delle tradizioni, della storia e dell'identità culturale della Sardegna e in particolare di Fluminimaggiore che ha trovato nel fiume la fonte della sua ricchezza, ma anche il disagio rispetto a una forza non sempre controllabile. Sono interessanti il carro a buoi e il calesse delle fine dell'Ottocento, conservati integri.
Servizi Esiste un servizio di visita guidata compreso nel prezzo del biglietto. È previsto un percorso didattico per bambini. Nel bookshop si possono noleggiare mountain bike. Non esistono barriere architettoniche. Il museo organizza visite al tempio punico-romano di Antas, al villaggio nuragico e alla cave romane, escursioni nel Fluminese, contatti per la visita alle grotte di Su Mannau. Occorre prenotare per assistere alla realizzazione artigianale di cestini attraverso l'intreccio di olivastro, lentischio e canne, e alla creazione di giochi di un tempo, oltreché per le visite di gruppo.


Indirizzo: piazza Antonio Gramsci - 09010 Fluminimaggiore
Il Museo etnografico è situato all'interno del centro abitato di Fluminimaggiore in un antico Mulino ad acqua tuttoggi funzionante posto di fronte alla Piazza Gramsci subito dietro il palazzo comunale. E' composto di sette stanze dove sono raccolti oggetti e strumenti del mondo agricolo e pastorale antico. Due ruote azionate dalla forza dell'acqua fanno osservare le modalità di macina di granaglie.

Ente titolare:
Comune di Fluminimaggiore

Organizzazione: L'ingresso è a pagamento. Gestito dalla cooperativa Start UNO (tel 0781.580990 www.startuno.it - info@startuno.it ) è aperto da giugno a settembre tutti i giorni, mentre negli altri periodi è aperto nei giorni festivi e su richiesta.

Da gennaio a maggio e da ottobre a dicembre
Mattino dalle 10:00 alle 13:00
Pomeriggio dalle 16:00 alle 19:00

Da giugno a settembre
Mattino dalle 10:00 alle 13:00
Pomeriggio dalle 17:00 alle 20:00

Giorno di chiusura il lunedì

Tariffe
Biglietto intero € 3,00
Biglietto ridotto € 2,00 (gruppi oltre le 30 persone, scolaresche e bambini dai 6 ai 12 anni)
Biglietto cumulativo € 5,00 (Tempio di Antas e “Antico mulino ad acqua Licheri).

Fonte Regione Sardegna e Comune di Fluminimaggiore.

Fluminimaggiore Museo Antico mulino idraulico Licheri

Fluminimaggiore Museo Antico mulino idraulico Licheri abiti tradizionali

Fluminimaggiore Museo Antico mulino idraulico Licheri

Fluminimaggiore Museo Antico mulino idraulico Licheri sala espositiva
La vetrina delle Aziende Sarde

Il tempio di Antas fotografia di Bruno Murtas.

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Il Tempio di Antas
Come arrivare Da Cagliari si prende la SS 130 fino ad Iglesias, quindi la SS 126 per Fluminimaggiore fino al km 54,100; una piccola strada asfaltata sulla d., con un percorso di circa 1,5 km (percorribili in auto o in pullman) e con adeguate segnalazioni, conduce alla zona archeologica. Il monumento si trova in una suggestiva vallata dominata dal rilievo calcareo di Monte Conca s'Omu, nel Fluminese.
Descrizione Il tempio, nato come santuario nuragico, probabilmente intercantonale, fu attivo anche in epoca precoloniale, punica e romana, ma non rivela tracce di una fase fenicia. Sin dall'inizio dell'età del ferro, nel IX secolo a.C., il sito ebbe una valenza funeraria, forse legata al culto degli antenati, come attesta una serie di tombe a pozzetto monosome rinvenute presso il podio. Una delle tombe restituì una figurina in bronzo, di fattura nuragica, ma di chiara influenza levantina, rappresentante una divinità maschile nuda che impugna con la mano sinistra una lancia, mentre alza la mano destra in segno benedicente. La statuina può essere associata alla fisionomia e ai tratti cultuali del dio punico Sid, guerriero e cacciatore, trasposizione della divinità locale Babai, che ricomparirà in età romana col nome di Sardus Pater Bab(a)i.
In età punica il santuario conobbe due fasi costruttive: la prima attorno al 500 a.C., subito dopo la conquista cartaginese dell'isola; la seconda, d'impronta punico-ellenistica, attorno al 300 a.C. Le labili tracce delle due fasi sono state individuate sotto la scalinata monumentale di età romana. Che il tempio in età punica rivestisse una notevole importanza è testimoniato da diversi elementi architettonici e numerosi ex voto rinvenuti fuori contesto. Lo stato di frammentazione degli ex voto ha portato gli studiosi a ipotizzare una deliberata distruzione del santuario. Questa potrebbe essere avvenuta al tempo della rivolta dei mercenari cartaginesi di stanza in Sardegna, nel III secolo a.C., ovvero ad opera dei primi cristiani. La struttura attualmente visibile risale all'età romana: un primo impianto è augusteo, mentre una seconda fase di ristrutturazione, con la collocazione dell'iscrizione di Caracalla nel frontone, risale al III secolo d.C. Nell'epigrafe si legge: "Imperatori Caesari M. Aurelio Antonino. Augusto Pio Felici templum dei Sardi Patris Babi vetustate conlapsum ... A ... restituendum curavit Q Coelius o Cocceius Proculus": in onore dell'imperatore Marco Aurelio Antonino Augusto, Pio Felice, il tempio del dio Sardus Pater Babi rovinato per l'antichità fece restaurare Quinto Celio (o Cocceio) Proculo. Il monumento, costruito col calcare locale, presenta una gradinata d'accesso e un podio realizzato in "opus quadratum". La gradinata, di cui restano solo tre gradini in parte ricostruiti, si componeva originariamente di numerosi ripiani pavimentati in cocciopesto; sul quarto ripiano, in corrispondenza di quella che doveva essere la roccia sacra del tempio punico, si elevava l'ara sacrificale, secondo i canoni rituali romani. Il tempio si suddivide longitudinalmente in pronao, cella e "adyton" (o penetrale) bipartito. Il pronao, profondo m 6,6, ha quattro colonne sul prospetto e una su ciascun lato; le colonne hanno fusto liscio (m 8 circa di h ricostruita), basi attiche e capitelli ionici. La cella, di circa m 11 di profondità, presenta dei pilastri addossati alle pareti, mentre il pavimento conserva il rivestimento di mosaico bianco per l'intera superficie. Nel muro di fondo della cella si aprono due porte che immettono in due minuscoli vani quasi quadrati (l'"adyton" bipartito) dotati di due cisterne quadrangolari. L'area sacra intorno al tempio, da sempre considerata parte integrante del precedente tempio punico, è stata invece recentemente interpretata come una parte aggiuntiva di età posteriore a Caracalla.
Storia degli scavi Fu scavato tra il 1967 e il 1968. I successivi restauri lo riportarono in parte all'aspetto che aveva al tempo di Caracalla (213-217 d.C.), quando fu ristrutturato. Tra gli anni 1984-1994 un intervento di scavo interessò l'area antistante la struttura.

Bibliografia
Ricerche puniche ad Antas: rapporto preliminare della Missione archeologica dell'Universita di Roma e della Soprintendenza alle antichità di Cagliari, collana "Studi Semitici", 30, Roma, Istituto di Studi del Vicino Oriente, Università di Roma, 1969;
R. Zucca, Il tempio di Antas, collana "Sardegna archeologica. Guide e Itinerari", Sassari, Carlo Delfino, 1989;
P. Bernardini-L.I. Manfredi-G. Garbini, "Il santuario di Antas a Fluminimaggiore: nuovi dati", in Phoinikes b Shrdn. I Fenici in Sardegna: nuove acquisizioni, catalogo della mostra (Oristano, Antiquarium Arborense, luglio-dicembre 1997), a cura di P. Bernardini-R. D'Oriano-P.G. Spanu, Cagliari, La Memoria Storica, 1997, pp. 105-113.

Fonte Regione Sardegna

La grande spiaggia di Portixeddu fotografia di Alberto Maisto.

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