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Uta :: È un paese di pianura, nella Provincia di Cagliari, racchiuso tra due fiumi, il Mannu e il Cixerri, che sfociano nella vicina laguna di Santa Gilla. Famosa di Uta è la chiesa di Santa Maria risalente al periodo Medioevale.

Località Sarde > Cagliari


Il Parco e il palazzo comunale. Uta Provincia di Cagliari. Turismo Uta, dove dormire dove mangiare a Uta.
La chiesa di Santa Maria. Uta (CA). Uta turismo, dove mangiare e dove dormire a Uta.

Uta
Centro agricolo situato nella piana occidentale del Flumini Mannu, nel campidano di Cagliari. Nella piazza principale è presente la cattedrale dedicata a S. Giusta, in stile gotico-catalano. Il territorio presenta numerosi nuraghi e diverse testimonianze di età preistorica. Fece parte della contea di Quirra, dopo che appartenne ai conti di Donoratico.

Abitanti: 7.390
Superficie: kmq 134,78
Provincia: Cagliari
Municipio: piazza S'Olivariu - tel. 070 966601
Guardia medica: corso Umberto I - tel. 070 969041
Polizia municipale: piazza S'Olivariu - tel. 070 96660205
Ufficio postale: piazza Monumento, 1 - tel. 070 968676

Stemma di Uta Provincia di Cagliari
La vetrina delle Aziende Sarde

Informazioni Turistiche e Curiosità su Uta

Uta è un centro di interessanti valori storici e artistici. Sorge in una zona vasta e fertile, tra le pianure del Campidano e del Cixerri. Le sue campagne sono bagnate da due fiumi: il Rio Cixerri ed il Flumini Mannu. Il suo territorio è costituito dalla naturale continuazione della piana di Assemini e da parte del rilievo montagnoso di Monte Arcosu. Il nome della cittadina campidanese deriva dal latino "uda", cioè umida, pantanosa, palustre. Si tratta di un centro ricco di testimonianze archeologiche. Il suo territorio fu abitato fin da epoca nuragica, come dimostra la presenza dei resti di alcuni nuraghi. A questi si affianca il ritrovamento alle falde del monte Arcosu di 8 bronzetti fra cui quello del Capo Tribù, noto per le sue notevoli dimensioni e per l'importanza che riveste da un punto di vista artistico. L'epoca romana è testimoniata dai resti di abitati, fra i quali i più importanti sono quelli presso i ruderi della chiesa di San Tommaso e quelli di Bidda Muscas. Nel centro abitato si differenziano due tipi di edifici abitativi, caratteristici delle zone di pianura ad economia agricola: la casa a corte cinta da alti muri, all'interno dei quali si svolgevano tutte le attività domestiche, e la casa che si affacciava sulla strada, con piccole finestre e portale incorporato disposto su di un lato per permettere l'accesso sia all'abitazione che al cortile (campidanese). Le case venivano costruite con mattoni crudi di fango (lardiri) intonacati e zoccolature di base in pietrame misto proveniente dal letto dei fiumi. Uta nasce in un'area costellata di siti archeologici, non ancora del tutto portati alla luce. Nella periferia, sorge uno dei monumenti romanici più rappresentativi della Sardegna, la chiesa di Santa Maria, costruita nel 1140 dai monaci Vittorini di Marsiglia, nella quale durante il mese di settembre viene festeggiata la Santa. Al territorio di Uta appartiene anche l'area protetta di Monte Arcosu, acquistata dal WWF per proteggere la popolazione del cervo sardo.

Monti di Uta

Monti di Uta Descrizione: Tra i Comuni di Capoterra, Uta, Assemini, Domus de Maria, Santadi e Teulada, nella propaggine più meridionale della Sardegna, si estende un massiccio dalla morfologia complessa, piuttosto un insieme di rilievi non ordinati con variazioni di altitudine notevoli: l'area dei Monti del Sulcis. Questo complesso è costituito per lo più da graniti e da micascisti, ma anche da rilievi vulcanici e qualche rilievo calcareo. Se nelle aree granitiche il paesaggio è segnato da scarpate e versanti ripidi e spogli, quelle costituite da rocce metamorfiche sono invece fortemente modellate dalla forza degli agenti erosivi che hanno determinato la formazione di numerose e profonde vallate dai ripidi versanti. Sui monti del Sulcis cresce la più vasta estensione europea di macchia mediterranea conformata come foresta e la seconda lecceta europea. Tra le specie botaniche sono presenti numerosi endemismi.


Panoramica sui monti di Uta e Siliqua

Panoramica sui monti di Uta e Siliqua.
Antico forno costruito in làdiris, Uta (CA)
Vecchia casa costruita in mattoni di fango e paglia (làdiris), Uta.jpg

Testi di Raffaela Pani
e di Giovannapaola Soriga

Il territorio Uta, paese del Campidano, in provincia di Cagliari, si trova a sei metri sul livello del mare, si estende su un territorio di 134,46 kmq e ha una popolazione di 7.390 abitanti (dati ISTAT del 31 dicembre 2008). È un paese di pianura racchiuso tra due fiumi, il Mannu e il Cixerri, che sfociano nella vicina laguna di Santa Gilla. Il fiume Mannu nasce nelle montagne del Gennargentu e scorre verso est, segnando i confini con i territori di Decimomannu e Assemini; il Cixerri nasce dai monti dell’Iglesiente e scorre invece a ovest, arrivando dalla pianura che prende il suo nome carico delle acque di numerosi torrenti, che ne fanno un fiume di tipo torrenziale, causa, da sempre, di esondazioni e allagamenti del centro abitato. Importanti opere di bonifica sono iniziate ai primi del Novecento e si sono concluse, nel 1991, con la costruzione della diga di Genna Is Abis, collegata al sistema idrico del Flumendosa-Campidano. Il territorio comunale, tra i più vasti dei comuni sardi, comprende comunque anche zone collinose e montagnose. Le prime colline si trovano a circa cinque chilometri dal paese, oltre il Cixerri: Sa Guardiedda, Punta Cristina, Su Niu de su Pillòi, S’Enna ’e su Crebu, San Nicola, Monte Arréxi e Cuccuru Perdosu. Inoltrandosi ancora nel territorio, a circa 12 chilometri dal paese, si trovano i rilievi montuosi più importanti, per gran parte compresi nel bacino idrografico del rio Santa Lucia: la parte più alta è quella di Monte Arcosu (948 m), che dal 1987 è in gran parte riserva naturale del WWF; abitata da cervi sardi, daini, cinghiali, mormore, gatti selvatici, falchi pellegrini e aquile reali, la zona è rigogliosa di boschi e macchia mediterranea.
Le origini Nel 1849 alle pendici di Monte Arcosu furono ritrovati numerosi bronzetti che testimoniano l’esistenza di attività umane nella zona di Uta nel periodo nuragico. Gli idoletti, esaminati e descritti dal canonico Spano nel capitolo Antico Larario Sardo in Uta nel suo “Bulletino Archeologico Sardo” a. III, sono noti proprio come “bronzetti di Uta” e sono ascrivibili al VIII secolo a.C. Raffigurano capitribù, sacerdoti, guerrieri: esponenti della civiltà nuragica, testimoniata anche dai nuraghi de Niu e Pillosu, quello di Sa Guardiedda e Corti d’Estadi, quello de Siuzidu, e quello de Su Cuccuru de Gibba Cannigas.
La storia Nelle campagne di Uta sono stati ritrovati anche reperti che testimoniano la presenza dei Punici e poi dei Romani, ma è l’epoca medievale che ha lasciato in paese tracce importanti. Tra il 1135 e il 1145, infatti, i Vittorini di Marsiglia costruirono la chiesa di Santa Maria, in una zona che a quel tempo era dedicata alla sepoltura, ed era detta Uta susu. La chiesa, edificata su una preesistente, costituisce uno tra i più importanti esempi di romanico-sardo, in cui si innestano nuovi motivi formali dovuti alla collaborazione con maestranze arabe e pisane; successivamente passò ai Francescani, che la mantennero sino ai primi anni del Seicento, quando il paese, che nei secoli precedenti si era spopolato, rifiorì e il santuario passò in possesso dell’arcivescovo di Cagliari. La chiesa, perfettamente conservata, è in pietra calcarea venata, proveniente dalle cave di Teulada, e in arenaria, con inserti di trachite e marmi. Gli elementi decorativi sono molteplici, presenti soprattutto sulla serie di mensoline (duecento), che percorrono tutto il perimetro dell’edificio con i loro motivi geometrici e antropomorfi. L’edificio è a pianta basilicale, monoabsidata, con tre navate sostenute da colonne, quattro per lato, diverse tra loro per temi e forme, così come i capitelli. Il tetto è a capriate lignee. Sotto l’altare si trovano ancora due leoni in pietra che originariamente sormontavano il tetto delle due navate laterali. All’esterno si trovava il chiostro del monastero dei Vittorini, ma l’aera divenne poi cimiteriale e tale rimase fino al 1933. Dell’antico monastero oggi resta soltanto il pozzo, alle cui acque vengono attribuite virtù miracolose: la tradizione popolare racconta che una volta un cavaliere sconosciuto, gigantesco e nero, apparve al guardiano della chiesa e del camposanto, che soffriva di un male oscuro. Il cavaliere gli indicò il pozzo e gli disse: «Lavati e prega». Poi scomparve, lasciando il custode stupito e turbato. Questi obbedì all’ordine del misterioso cavaliere e guarì. Da allora tanti sono i miracoli attribuiti all’acqua del Pozzo di Santa Maria. Fino al 1850, anno in cui il canonico Spano visitò il santuario, la chiesa custodiva quelli che vengono chiamati “retabli di Uta”: due pale d’altare del Quattrocento, che raffigurano scene sacre, attribuite ai pittori sardi Berengario Picalul e Antioco Mainas. Due delle tavole sono oggi conservate nella sacrestia della parrocchia di Santa Giusta, altre fanno invece parte di collezioni private, alcune sono andate perdute.
Il paese Gli studiosi concordano nel far risalire l’origine del nome Uta, che in sardo è Uda, al latino umidus, -a, - um, ovvero “umido, bagnato, luogo umido, palude”, significato che rimanda alle caratteristiche geografiche del paese. Entrando in paese dalla strada provinciale che da Cagliari porta ad Iglesias, girando al km 18, dopo aver attraversato il cavalcavia che sovrasta la stazione della linea ferroviaria, percorrendo la lunga strada rettilinea che attraversa il paese in tutta la sua lunghezza (circa tre km), ci si addentra nel centro abitato, costeggiando le nuove case sorte in questi ultimi anni. Il nuovo palazzo del Comune, costruito nel 1981, si trova al centro del grande parco comunale di circa diecimila metri quadri in cui crescono 150 ulivi secolari. Subito dopo il parco si stende la parte vecchia del paese: le case basse in làrdini, da sempre minacciate dalle alluvioni e, negli ultimi anni, dal desiderio di modernità, a poco a poco lasciano posto a nuove case a due piani, quasi sempre adibite ad attività commerciali, perché in questo ultimo decennio l’intera via Roma è diventata il centro del paese. Sulla stessa via Roma, a sinistra, si trova il monumento dedicato ai caduti delle due guerre. Lungo la via Santa Giusta si trova uno dei caseggiati delle scuole elementari. Costruito nel 1932 in stile liberty, è ancora oggi l’unica palazzina importante del paese. Più oltre si arriva nella piazza Santa Giusta su cui sorge la chiesa parrocchiale, circondata dalle case del centro storico. Proseguendo per via Santa Maria si arriva alla periferia sud del paese e dopo qualche centinaio di metri al santuario di Santa Maria, che delimita i confini tra la campagna ed il centro abitato. In questi ultimi anni Uta, così vicina al capolugo, cresce velocemente: si moltiplicano le villette a schiera e le palazzine, arrivano abitanti forestieri, il viso del paese cambia.

Uta, chiesa di Santa Maria, Come arrivare, cosa vedere a Uta.

Chiesa di Santa Maria
Come arrivare Imboccata la SS 130 per Iglesias, si percorrono circa 21 km e si svolta per Uta. Attraversato interamente l'abitato si raggiunge la periferia S dove si erge la chiesa. L'edificio è all'interno di un'area recintata che comprende un cimitero e un pozzo non più in uso. Favorita dall'isolamento in mezzo ai campi, sebbene non troppo distante dall'abitato, la sua posizione è di leggera sopraelevazione rispetto al terreno circostante.
Descrizione Grazie alla purezza delle sue forme architettoniche, Santa Maria di Uta è un monumento capace di esercitare una grande attrazione. Per carenza di fonti documentarie che informino sulla data precisa, l'impianto si situa nella seconda metà del XII secolo, anche per il confronto con la chiesa datata di Santa Maria di Tratalias (1213-82), che denuncia affinità formali. La prima attestazione è del 1363, in un documento in cui il sovrano catalano-aragonese Pietro IV la indicava appartenente agli Ospedalieri gerosolimitani, concedendola ai Cavalieri dell'ordine di San Giorgio de Alfama. La chiesa (m 22 x 10, alta 10 m circa) è in pietra sedimentaria. Ricostruita su una precedente binavata, ha pianta a tre navate divise da arcate a tutto sesto che si impostano su colonne con capitelli fitomorfi coevi alla chiesa, tranne il terzo a sinistra entrando nell'aula, che è di epoca romana. Ugualmente romano è il capitello riutilizzato come acquasantiera. L'abside è orientata ad E. Le navate hanno copertura lignea. La facciata è divisa in due ordini. Quello inferiore consta di tre specchi di cui il centrale ospita il portale architravato, con arco di scarico sopraccigliato, decorato a intrecci e impostato su due peducci con leoni. Si conclude con archetti su peducci. Al culmine dell'arco di scarico del portale corre una cornice decorata a gigli. Il secondo ordine ospita uno specchio concluso in alto da archetti e comprende il frontone con bifora. Al culmine della facciata è situato un campanile a vela, aggiunto in epoca successiva. Nei fianchi l'apparato decorativo, vario e ben conservato, documenta la tendenza ad esprimere anche in scultura i messaggi esposti dai sacerdoti sui pulpiti, rendendone più accessibili i contenuti in un'epoca di prevalente analfabetismo.
Storia degli studi Segnalata fin dal XIX secolo da Giovanni Spano, la chiesa è stata oggetto di ricerca anche nel corso del XX, impegnando Dionigi Scano, Raffaello Delogu, Maria Freddi, Renata Serra, Roberto Coroneo e Anna Pistuddi in approfondimenti che ne chiariscono gli aspetti storici e artistici. Di particolare interesse l'indagine archeologica di Osvaldo Lilliu.

Testo tratto dal Sito della Regione Sardegna



R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, collana
“Storia dell’arte in Sardegna”,
Santa Maria di Uta Sus (seconda metà XII sec.)
Giudicato di Cagliari, curatoria di Decimo. Uta

La chiesa di S. Maria, all’immediata periferia campestre di Uta, «è dedicata alla SS. Vergine del titolo di Mon[s]errato» (V. Angius). È tradizione che fosse parrocchiale di Uta “sus” (superiore) e ancor prima officiata da monaci, in genere identificati come vittorini. In realtà il titolo di S. Maria di Uta non è attestato prima del 1363, quando Pietro IV di Aragona ne specifica l’appartenenza agli Ospedalieri gerosolimitani e lo concede ai Cavalieri di S. Giorgio de Alfama. Questi non occuparono la chiesa, che passò ai Francescani, i quali alla fine del Cinquecento la cedettero alla Mensa arcivescovile di Cagliari, in permuta con la S. Barbara di Capoterra. Fino al secolo scorso sussistevano rovine reputate del monastero. Al centro del chiostro sarebbe stato il pozzo, alle cui acque si attribuiscono virtù salutari. Nell’aula è emerso il tracciato di due navate absidate a nordest, riferibili a una chiesa preesistente, sul cui fianco settentrionale basa quello dell’impianto a tre navate, con lo stesso orientamento ma con unica abside. La fabbrica si deve a maestranze toscane, attive nella seconda metà del XII secolo. I paramenti sono in conci di media pezzatura in calcare e arenaria, con inserti in trachite e marmi vari. L’aula è partita da setti ad arcate su colonne di spoglio. I capitelli, eseguiti ad hoc, imitano i tipi classici corinzi a foglie d’acanto o d’acqua. L’ultima coppia di sostegni è data da corti fusti scanalati, su tozzi pilastri. Sotto la mensa sono collocati i due leoni, già ai lati del frontone della facciata, e due capitelli romanici da stipite. I tetti lignei sono a capriate nella navata mediana, a falde nelle navatelle, dove il progetto iniziale prevedeva forse una copertura in pietra. Il telaio strutturale è dato da zoccolo a scarpa, larghe paraste d’angolo, lesene di partizione in specchi, archeggiature e cornici terminali sgusciate. Nell’abside, nei fianchi e nelle testate orientali delle navatelle gli archetti hanno doppia ghiera, invece tripla in quelli nella facciata, nel frontone orientale e nei fianchi della navata mediana. Nei peducci è dispiegata una grande varietà di ornati geometrici, fito-zoo-antropomorfi o a sezione di modanatura. La scelta di utilizzare sostruzioni della chiesa preesistente determinò varie asimmetrie compositive, specie nella facciata partita in quattro zone da cornici istoriate. Il portale architravato ha stipiti monolitici, capitelli fitomorfi, arco di scarico sopraccigliato a cunei bicolori; nella lunetta è una formella con ruota in origine intarsiata. Nel frontone timpanato è una bifora in asse con il grande campanile a vela con luce a ghiera ogivale. In ogni fianco si aprono monofore a doppio strombo e una porta architravata con lunetta; quella a settentrione funzionava da «Porta Santa» (G. Spano). Alcune monofore hanno centina decorata da tarsie trachitiche. Il frontone orientale è organizzato secondo un partito del tutto analogo a quello della facciata. A documentare l’antica appartenenza della chiesa agli Ospedalieri gerosolimitani, nella lesena sinistra delle due che tripartiscono l’abside è incisa la croce di Malta a otto punte.

Testo tratto dal Sito della Regione Sardegna

Vedi la pianta e le sezioni del monumento, chiesa di Santa Maria di Uta.jpg
Vedi la pianta e le sezioni del monumento, chiesa di Santa Maria di Uta.jpg
Vedi la pianta e le sezioni del monumento, chiesa di Santa Maria di Uta.jpg
Uta, chiesa di Santa Maria

Testi di Raffaela Pani
e di Giovannapaola Soriga

Le tradizioni A Uta si parla una variante del sardo compidanese caratterizzata principalmente dalla nasalizzazione, che avviene soprattutto sulle vocali a ridosso di -nintervocalica (mraxàni > mraxãi; pillòni > pillõi). È normale inoltre la labializzazione della -l- intervocalica (mèla > mèba; molénti > mobénti).
Le festività principali, tutte religiose, iniziano con Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, quando la notte, le famiglie si riuniscono nelle strade del paese, attorno a un falò (su fogaròi), che i più coraggiosi saltano quando le fiamme iniziano ad abbassarsi. Il 14 maggio si festeggia Santa Giusta, la santa patrona, e poco dopo, il terzo sabato di maggio, Sant’Isidoro, protettore dei contadini. D’estate il primo sabato dopo Ferragosto la processione dei fedeli porta il simulacro di Santa Lucia al suo santuario di montagna, una chiesetta costruita dai fedeli nel 1965 dopo il crollo di quella più antica. La festa più grande è però quella di Santa Maria, l’8 settembre, alla quale segue, la domenica successiva, nella stessa chiesa, la messa in sostegno degli ammalati, che arrivano in pellegrinaggio da tutta l’isola. In autunno si festeggia invece quella che è chiamata Santa Giusta di Novembre. Le celebrazioni avvengono il 17 novembre, giorno in cui si ringrazia la Santa patrona per aver salvato il paese dalla terribile alluvione del 1898. In occasione delle feste più importanti le processioni attraversano le strade del paese, decorate con rami di eucaliptus e palme e ricoperte di petali di fiori. Alcuni fedeli vestono il costume tradizionale, procedendo a piedi o sulle tradizionali traccas, cioè i carri trainati da cavalli o buoi; i buoi trasportano, su carri ornati con fiori, frutti e spighe, anche la statua del santo festeggiato. Da una decina d’anni si festeggiano, la seconda domenica di ottobre, Santa Emerenziana e Santa Flaviana, due sante martiri nate a Uta nel IV secolo d.C.
Nella cucina di Uta, come in quella della confinante
Assemini, il piatto più caratteristico è
sa panada. Si dice sia nata come modo di cucinare le anguille, che fino agli anni Cinquanta del Novecento abbondavano nei due fiumi che costeggiano i due paesi. Col tempo ha iniziato a essere cucinata anche con ripieno di carne di agnello o capretto, con patate o con piselli. Sa panada di Uta è di grandi dimensioni, rotonda, con i bordi rialzati e decorati: la pasta di farina o semola è lavorata con acqua e strutto ( La Pasta Violata); il ripieno, condito con un trito di aglio, prezzemolo e pomodori secchi, cuoce lentamente nel forno all’interno della pasta. Piatto di probabile derivazione spagnola, è diffuso, in altre versioni, in molti altri paesi dell’isola.
Il comparatico del Giovedì grasso A Uta, come in molti paesi sardi, c’è un’usanza secondo la quale il Giovedì grasso due persone possono suggellare il proprio affetto reciproco diventando gommàis o goppàis de fròrisi, similmente a quelle che diventano gommais o goppais in seguito al rito del battesimo e della cresima. È necessaria la presenza di una terza persona che faccia da testimone al rito, andando a casa dell’amico/amica e portando un regalo che consiste in un piatto di dolci, fiori, uno scherzetto o un regalo vero e proprio e un ramo di ortica inserito nel nodo del tovagliolo, su muncadori ’e seda, che lega il piatto. I doni rappresentano la dolcezza e la bellezza e l’ortica è l’augurio di superare gli eventuali dissidi che nella vita possono nascere anche tra persone legate da amicizia sincera. Nel piatto si inserisce un biglietto che porta scritta la filastrocca della persona che chiede di diventare comare: «Gommai, gommai / frorisi de Santu Juanni / frorisi de Dèusu / gommai siàusu / po cantu bivèusu».
Il testimone si presenta dicendo: «Maria m’ha mandau a di nai chi ti fai’ prexei de diventai gommaisi de frorisi». Se l’invito è gradito alla futura comare, anche lei consegna sa mandada, più o meno uguale a quella che riceve, chiedendo di consegnarla all’amica e di dirle di andare a trovarla a casa sua per suggellare l’amicizia bevendo un caffè assieme. Questa tradizione era scomparsa da circa mezzo secolo: qualche hanno fa l’Associazione Consulta delle Donne le ha ridato vita.

Dove Mangiare Dove Dormire a Uta


B&B da Mariella

è in grado di offrire: spazi dove rilassarsi in tranquillità, un ampio giardino, un clima stupendo che accompagnerà le vostre giornate. Per iniziare la giornata e conquistare i vostri palati vi mette a disposizione le gustose e tipiche pietanze della nostra terra.
Il
B&B si trova a Uta, Vico 2 IV novembre 2/a.


Contatti

B&B Da Mariella Vico 2 IV novembre 2/a Uta (CA), dove dormire a Uta, Turismo a Uta.


Albergo Ristorante Monte Arcosu

In cima ad una collina che si trova ai piedi del monte Arcosu è situato l’omonimo Albergo Ristorante Monte Arcosu. Il contesto è suggestivo poiché la montagna ha una particolare forma a tronco di cono dovuta dalla sua conformazione geologica. Dalla collina sono visibili il massiccio montuoso del Gennargentu e il golfo degli Angeli, anche detto golfo di Cagliari. Questa zona della Sardegna ha un bellissimo panorama che in pochi km varia da mare a montagna. L’Albergo Ristorante Monte Arcosu è il luogo dove trascorrere dei sereni momenti di relax, fra soste e divertimento. L’Hotel è un grande complesso provvisto anche di piscina con zona idromassaggio, campo da calcetto e campo da tennis. Nell’arco di 20 km di distanza si trovano attrattive di ogni genere, spiagge, campo da golf, centri commerciali, palestra e centro estetico. Inoltre Monte Arcosu è anche un eccellente Ristorante che offre tradizionale cucina sarda, spaziando dalle saporite carni al freschissimo pesce.
Indirizzo Località Is Begas - 09010 Uta (CA)


Scheda Albergo Scheda Ristorante



Albergo Ristorante Monte Arcosu Località Is Begas - 09010 Uta (CA), dove dormire e dove mangiare a Uta.
Albergo Ristorante Monte Arcosu Località Is Begas - 09010 Uta (CA), dove dormire e dove mangiare a Uta.

Oasi naturalistica WWF di Monte Arcosu

Nata nel 1985 grazie a una sottoscrizione popolare lanciata dal WWF cui si aggiunse un contributo dell'allora CEE, l'oasi naturalistica di Monte Arcosu è la più vasta in Italia con una superficie di circa tremila ettari. L'obiettivo principale, ampiamente raggiunto, era quello di impedire la scomparsa del cervo sardo ridottosi a poche decine di esemplari principalmente a causa del bracconaggio. Oggi è possibile ammirare esemplari delle centinaia di cervi e daini che popolano l'oasi, con possibilità di visite guidate e pernottamento in loco.
Come arrivare: Da Cagliari prendere la S.S. 195 in direzione Capoterra e svoltare al km 8.700 nella strada consortile. Imboccata la seconda Traversa Ovest proseguire fino alla chiesetta di Santa Lucia, superata la quale si trovano le indicazioni di svolta a destra per l'Oasi.
Per informazioni: tel. 070 9245471

Chiesa di Santa Maria
Eretta nel XII secolo dai monaci Vittorini di Marsiglia forse nel periodo conclusivo della loro presenza nell'Isola, era annessa al monastero di cui oggi non rimangono tracce significative. All'interno presenta numeroso materiale di spoglio d'epoca romana che, insieme alle particolarità architettoniche e al cromatismo dei materiali costruttivi, conferiscono alla chiesa originalità e bellezza nel panorama complessivo dei monumenti romanici in Sardegna.


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