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Periodo Prenuragico :: Storia dell'isola dei nuraghi dal Portale Le Vie della Sardegna

Cultura Sarda > Storia Sarda


Porto Torres domus de janas Su Crocefissu Mannu. La necropoli comprende almeno 22 sepolture, alcune delle quali, rinvenute sigillate, documentano singolari pratiche sepolcrali. Gli ipogei sono accessibili mediante un ingresso a pozzetto verticale o attraverso un corridoio ("dromos") discendente. Le planimetrie, piuttosto articolate – tipiche delle necropoli ipogeiche del Sassarese - presentano numerosi vani disposti intorno ad un'ampia camera principale. La necropoli è databile al neolitico finale, con fasi dell'Eneolitico e del Bronzo antico (3200-1600 a.C.).

Porto Torres domus de janas Su Crocefissu Mannu

Periodo Prenuragico
(450.000 -1.800 a.C.)

Il Prenuragico coincide in Sardegna con la preistoria, cioè con quella fase della storia umana in cui non era ancora stata inventata la scrittura. I dati archeologici sono quindi l'unica fonte di informazioni che ci consente di fare luce sulle abitudini di vita dell'uomo in questo periodo. Il Prenuragico comprende un arco cronologico molto ampio e, come il nome lascia intendere chiaramente, arriva fino alle soglie della fase rappresentata in Sardegna dalla civiltà nuragica. Questa lunga epoca della storia sarda è stata articolata dagli studiosi in fasi cronologiche, ciascuna delle quali poi divisa in sottofasi e articolata in ulteriori fasi culturali. Il termine "cultura" viene utilizzato nell'ambito degli studi di preistoria per denominare l'associazione di insiemi di manufatti (oggetti ed edifici) che presentino caratteristiche tali da poter essere interpretati come espressione della cultura materiale di una data popolazione o di un dato gruppo etnico. Il Prenuragico racchiude le seguenti fasi cronologiche della storia della Sardegna: il Paleolitico, il Mesolitico, il Neolitico, l'Eneolitico (o Calcolitico).

Tratto da

Arte e religione della Sardegna prenuragica
( Giovanni Lilliu)



La “Venere” di Macomer
La statuetta di Macomér esprime, a livello locale, la Dea Madre, che stimola differenti esperienze creative, durante il Neolitico antico, nelle aree elladica, balcanica ed europea centro-orientale, nonché nel Mediterraneo e nel vicino Oriente. Costituisce problema l'individuazione del centro genetico che taluno ha supposto nell'Oriente egizio-elamo-mesopotamico. È certo soltanto che, pur riproducendo la sostanza ideale dell'archetipo “feminino” come prescritto dalla religione del tempo, il tutto è risolto con grande molteplicità di interpretazioni specifiche a seconda dei luoghi, delle personalità artistiche, dei modi tecnici di ciascuna bottega artigiana. Non esistette una grammatica estetica comune. Tale diversificazione appare anche nell'area sarda e la “Venere” di Macomér ne costituisce significativo esempio. Peculiarità è quella del “non finito”, ciò che distingue la figurina di S'Adde da quella “cura del finito” distintiva della ricca serie di belle statuine presenti soprattutto nell'area tessalica nel periodo Sesklo. Altra singolarità è costituita dalla persistenza di stilismi “paleolitici”, di “evocazioni ancestrali” nell'idolo di Macomér. Ciò si rileva non tanto dal travestimento “animalesco” della testa con autonegazione del viso “umano”, impianto di una animalità perduta, la “prima verità” nella libera comunicazione dell'essere e del monte interno che è dell'animale, mascheramento visibile nelle statuine più o meno coeve romene, morave e macedoni3. Invero, non si può rimuovere il richiamo, per la struttura delle regioni pelvica e ventrale, a quella affusolata e appuntita alle due estremità delle statuine muliebri di stile paleolitico, pur mancando la “voluminosità” di queste. Si tratta di arcaismi stilistici e concettuali delle “Veneri” paleolitiche che si riaffacciano nel Neolitico antico sardo come in quello continentale italiano. Non pare casuale, al riguardo, il particolare dell'idolo di Macomér della mancanza di rappresentazione degli arti inferiori, come nella statuina su ciottolo di arenaria da Chiozza-Scandiano, anch'essa con gambe a punta e glutei sviluppati, riferibile forse al V millennio a.C. . Il profilo lineare del corpo, senza braccia, della “Veneretta” di Macomér è simile a quello delle statuine su ciottolo, restituite da sepoltura a ipogeo di Cozzo Busòne-Agrigento (alt. cm 16,1 e 6), colorate in ocra rossa, nelle quali è stata notata l'estrema semplificazione di sculture muliebri paleolitiche, in tempi neo-eneolitici. In questo quadro di “culture resistenti” neolitiche, evocatrici di un certo passato paleolitico, si possono spiegare parziali riscontri di dettagli corporei con quelli di figurine di aree dell'Europa orientale (soprattutto danubiana), aree che potrebbero avere influenzato, per via balcanica, plastiche fittili “prelagozziane” in Val Padana, Liguria e parte della Toscana . È stato notato che il profilo svelto con ampia curva e fianchi a continuità lineare nell'intera figura di Macomér, si ritrova in statuine di Kronstadt in Siebergurgen, e che la forma e le proporzioni dei glutei riappaiono in altre statuette della stessa località dove un'altra figurina riproduce il disegno sodo e appuntito della mammella. La chiusura esagonale del corpo dell'idolo di Macomér è come in statuetta fittile di Bilze Zlote-Galizia orientale (Ucraina), la terminazione a punta delle gambe come in figurine della Romania dove altri idoletti presentano il solco divisorio tra le gambe, quale nella statuina sarda di S'Adde. La concezione “arcaica” di motivi concettuali e di tradizioni plastiche “paleolitiche”, riscontrate nell'idolo di Macomér, ci portano a proporre, anche attraverso le comparazioni esterne a lungo raggio, una collocazione cronologica assai elevata. Questa è ben lontana da quella ipotizzata quarantaquattro anni fa dopo la scoperta della figurina, non molto prima del 2000 a. C. e nell'Eneolitico, sulla basse della cronologia allora suggerita da Marin e D. Berciu per la civiltà Arius-Cucuteni le cui plastiche manifestano qualche consonanza con l'idolo di Macomér. Al Neolitico finale e all'inizio dell'Eneolitico lo poneva Ch. Zervos confrontandolo genericamente con statuine di area balcanica-elladica, di Creta e delle isole egee. Tempi neoeneolitici anche per P. Graziosi il quale peraltro, adducendo la pur lontana ma percepibile evocazione di clima d'epoca, avvicina la“Veneretta” di Macomér a quella di Chiozza dotata d'un referente cronologico allo scorcio del V millennio, tra la fine dell'antico Neolitico e l'inizio del medio. La revisione cronologica delle tappe della più remota preistoria sarda ha portato a rialzare la statuina di S'Adde al Neolitico medio-cultura di Bonuighinu, collocandola tra il 3730 e 3300 a.C.. È recente la proposta di E. Atzeni su un ulteriore presumibile rialzo cronologico al Neolitico antico. Ho motivo di credere che questa del Neolitico antico sia la giusta collocazione culturale e temporale della statuina di Macomér. Potrei dall'esterno richiamare il confronto già istituito con la figurina di terracotta di Starcevo. Ma, dall'interno, mi offre più valido argomento una nuova riflessione sulla stratigrafia della grotta di S'Adde, fatta esaminando criticamente i materiali da questa restituiti e descritti, ventisei anni fa, nella tesi di laurea di Luigina Mulas. I numerosi e vari oggetti rinvenuti, in pietra e ceramica prevalentemente, dimostrano la presenza di livelli archeologici assai più articolata e ricca di quanto se ne è scritto, soffermandosi quasi soltanto sullo strato più appariscente riferito alla cultura di Ozieri del Neolitico recente. La serie stratigrafica, quale risulta dai materiali, consta di livelli del Neolitico antico, del Neolitico recente-Ozieri, dell'Eneolitico a cultura Monte Claro, del nuragico medio-Subbonnànaro = Bronzo medio II e Bronzo recente.
Giova soffermarci sui materiali dello strato Neolitico antico, costituito esclusivamente da oggetti litici, di taglio microlitico-geometrico. È presente la foggia del trapezio, di sezione triangolare, con base minore affilata da minuto ritocco invadente e la maggiore da minuto e largo ritocco dorsalmente e da un ritocco molto radente nella superficie inferiore; accenno di ritocco anche nei due lati obliqui 26. Altra foggia è quella della lametta a segmento ovalare (unguiforme), di sezione piano-convessa, con la superficie dorsale rifinita a minuto ritocco che si estende ai lati assottigliandoli 27. Appare, altresì, il tipo di pseudocroissant, di sezione trapezoidale, con margini affinati a minuto e largo ritocco continuo, quasi erto, con le facce prive di ritocco. Infine si ha la forma di una microlito “a ventaglio”, di sezione trapezoidale, dai margini spessi, quasi erti. Il previsto riscontro formale e tecnico di questa attrezzatura litica con i materiali di Su Carroppu caratteristici del Neolitico antico per l'associazione alla ceramica “cardiale”, dà certezza dell'appartenenza alla stessa epoca del più remoto strato archeologico del riparo di S'Adde. A tale strato appunto, più che ai livelli successivi, appare conveniente riferire la “Veneretta” di Macomér, un'immagine della Dea dell'amore appartenente al mondo degli archetipi, a cui una comunità dell'interno della Sardegna rendeva culto, nel sacro anfratto, verso il V-IV millennio a.C.

Arte prenuragica



Statue-menhir nel Museo archeologico di Laconi



Le origini dell'arte in Sardegna
Non è facile fornire una semplice ed univoca definizione del concetto di "arte". Senza affrontare questo complesso problema, limitiamoci ad affermare che col temine "arte" possiamo intendere "qualsiasi forma di attività dell'uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva". Qualunque sia la definizione adottata, è comunque certo che la comparsa di prodotti "artistici" rappresenta una delle tappe più importanti della storia evolutiva dell'umanità. Già nel Paleolitico superiore l'uomo ha cominciato a produrre "arte", come testimoniano (per citare qualche esempio) le famosissime raffigurazioni d'arte rupestre della grotta di Lascaux, in Dordogna (Francia), o i manufatti in osso, avorio e legno (difficilmente conservati) scolpiti o dipinti. Allo stato attuale delle nostre conoscenze , in Sardegna non abbiamo testimonianze artistiche relative al Paleolitico superiore. È invece nel Neolitico inferiore che compaiono le prime testimonianze certe della nascita di un'aspirazione che possiamo legittimamente definire "estetica". Indizi particolarmente eloquenti in questo senso sono le decorazioni "cardiali" (cioè ottenute con l'utilizzo di una conchiglia denominata Cardium) che troviamo sulle superfici delle forme vascolari relative a questo periodo. Ancor più significative appaiono poi le statuine di "dea madre" neolitiche ed eneolitiche e le "statue-menhir" eneolitiche.



La nascita dell'arte


Pimentel, graffiti raffiguranti la Dea Madre


Le prime attestazioni in Sardegna di prodotti "artistici" risalgono cronologicamente al Neolitico inferiore, quando nell'isola compaiono su alcuni manufatti umani i primi segni di decorazione: sono le decorazioni "cardiali", ottenute con l'utilizzo di una conchiglia denominata Cardium. Le troviamo sulle superfici delle forme vascolari relative a questo periodo e alla cultura detta appunto "Cardiale". A partire da questo momento cronologico, la presenza della decorazione delle superfici dei vasi ceramici rappresenterà una costante delle varie "culture" preistoriche che si succederanno sul suolo sardo, anche se ciascuna cultura risulterà caratterizzata da peculiari schemi decorativi, tecniche di decorazione ed estensione delle superfici decorate. Le prime manifestazioni di "arte figurata" sono le faccine umane o protomi animali realizzate sulle anse o sulle superfici dei vasi o anche su manufatti in osso. È il caso di una spatola in osso (Sa Ucca de su Tintirriolu, Mara) decorata, sulla sommità del manico, con una faccina umana. Ancor più esplicitamente "artistiche" appaiono poi le statuine di "dea madre" neolitiche ed eneolitiche, ossia statuine di piccole dimensioni raffiguranti figure femminili rappresentate, a seconda della fase cronologica e culturale, secondo stili differenti. Segnaliamo infine i monoliti eneolitici denominati "statue-menhir", classificati come "maschili" (con pugnale) o "femminili" (con mammelle).


La dea madre



Perfugas, statuina di dea madre

Una delle produzioni più esplicitamente "artistiche" della Sardegna prenuragica è certamente rappresentata dalle statuine di "dea madre". Si tratta di sculture di piccole dimensioni (mediamente oscillano intorno ai 10-15 cm di altezza, ma ve ne sono anche di più piccole e di più grandi) raffiguranti figure femminili. La denominazione "dea madre" attribuita a tali sculture deriva dal contesto di rinvenimento, sempre di ambito funerario, che ha spinto gli studiosi ad ipotizzare che tali immagini possano essere una rappresentazione sacra dello spazio fisico e simbolico in cui il defunto viene deposto: la "Terra", concepita come "generatrice" della vita e quindi come "madre", nel cui "grembo" (la tomba ipogeica) il defunto torna ad essere accolto. Si tratta, comunque (è opportuno precisarlo) di ipotesi interpretative. La più antica di tali figure è la cosiddetta "Venere di Macomer", la cui datazione, non certa, sembra inquadrabile nel Neolitico antico. Lo stile della rappresentazione varia a seconda della fase cronologica e culturale. Si parte dallo stile "naturalistico" della "Venere di Macomer" e, ancor più, delle statuine "steatopigie" rinvenute in necropoli pertinenti alla Cultura di Bonu Ighinu; si passa poi alle statuine in stile "cruciforme", pertinenti alla Cultura di Ozieri e si giunge alle figure "traforate" dell'Eneolitico.



Le statue-menhir


Goni, Menhir di Pranu Mutteddu

Le statue-menhir appaiono apparentate morfologicamente con le "pietre fitte", i menhir appunto. Si tratta infatti di monoliti di forma allungata che però, a differenza dei semplici menhir, presentano su un lato (quello frontale) elementi figurativi in rilievo. Da qui nasce l'appellativo di "statue-menhir". Le statue-menhir attestate in Sardegna presentano essenzialmente due tipi di schemi figurativi. Un primo tipo, classificato come maschile, presenta alla sommità una rappresentazione schematica (detta a "T") del volto umano; al di sotto (ed è questa una peculiarità delle statue-menhir sarde) troviamo una figura a tridente che sembrerebbe rappresentare simbolicamente una figura umana capovolta; infine, all'incirca a metà altezza, compare la rappresentazione di un pugnale a doppia lama. Da questo elemento si trae la convinzione che questo tipo di statua-menhir rappresenti una figura maschile. Il secondo tipo presenta uno schema più semplice, caratterizzato alla sommità ancora dal volto a "T" ma, al di sotto, troviamo due bozze in rilievo, interpretate come rappresentazioni schematiche delle mammelle e, conseguentemente, questo tipo di statua-menhir viene interpretata come rappresentazione femminile. Le statue-menhir più famose e più numerose della Sardegna provengono dal territorio di Laconi. Cronologicamente questi manufatti vengono inquadrati nell'Età del Rame.



Dei e uomini di pietra


Laconi, menhir di Corte Noa

"Dei e uomini di pietra": così l'archeologo Enrico Atzeni ha sinteticamente interpretato la valenza simbolica delle tre tipologie di sculture megalitiche - menhir protoantropomorfi, menhir antropomorfi, statue-menhir o statue-stele - attestate in Sardegna tra il IV e il III millennio a.C. La definizione di "menhir protoantropomorfi" si utilizza in riferimento a monoliti caratterizzati da uno sviluppo in altezza (in Sardegna sono noti esemplari che raggiungono l'altezza ragguardevole di cinque o anche sei metri) e "aniconici", cioè privi di una vera e propria raffigurazione. Sono caratterizzati da una faccia piana (si presume che questa fosse la faccia principale) e da una sagoma ogivale sia nel profilo frontale che nel lato posteriore. La tecnica di lavorazione è la martellinatura, che gli esecutori di queste opere dimostrano di padroneggiare con maestria. La denominazione "menhir antropomorfi" si utilizza invece in riferimento ad un secondo tipo di monoliti. Si differenziano dai menhir protoantropomorfi per lo sforzo manifesto di attribuire alla sagoma frontale della scultura una sbozzatura che sembra interpretabile come rappresentazione fortemente schematica delle spalle e del capo di un essere umano. In alcuni esemplari tale rappresentazione è resa più efficace dalla presenza di una, sempre schematica, rappresentazione del volto umano. Le "statue-menhir" (denominate anche "statue-stele") accentuano fortemente la predominanza della faccia frontale. La sommità è caratterizzata dalla comparsa di un volto privo di occhi e di bocca, rappresentato solo con sopracciglia e naso uniti nel caratteristico schema "a T". La sezione "pettorale" risulta variamente occupata: può presentare bozze coniche o "a pastiglia", interpretate come schematici seni (in questi casi la statua viene classificata come "femminile"); oppure lo schema del cosiddetto "capovolto a tridente" o "a candelabro" (una immagine che richiama i "capovolti" presenti all'interno di alcun domus de janas e interpretata quindi come figura antropomorfa "rovesciata" pertinente ad un "mondo dei morti" immaginato come "rovesciato" rispetto al normale "mondo dei vivi"), al di sotto della quale compare un pugnale a doppia lama triangolare (in questi casi saremmo in presenza di figure "maschili").

Laconi menhir di Corte Noa. Il sito di Corte Noa presenta un allineamento di menhir "protoantropomorfi", evidenziati in superficie dai lavori agricoli. I monoliti, in numero di 7, alti fra i metri 1,25 e 2,23, lavorati a martellina ma privi di figurazioni, presentano slanciato profilo a faccia piana e dorso convesso.

Lacon menhir di Corte Noa

Prenuragico:

Paleolitico
Mesolitico
Neolitico
Eneolitico

Paleolitico


L'Età della Pietra Antica
Il termine Paleolitico è composto dalle parole greche "paleos", antico e "lithos", pietra, e designa l'Età della Pietra Antica. È la fase cronologicamente più antica della storia umana, quella cioè in cui compaiono le prime attestazioni certe di manufatti prodotti dall'uomo. Il Paleolitico è stato a sua volta diviso in tre periodi: il Paleolitico inferiore (all'interno del quale, per brevità, comprendiamo anche l'Archeolitico, la fase che copre l'arco cronologico che va da 2,5 a 1 milione di anni fa), il Paleolitico medio e il Paleolitico superiore. L'inizio vero e proprio del Paleolitico inferiore viene convenzionalmente datato intorno a circa 1 milione di anni fa ed è caratterizzato dalla comparsa di una nuova specie appartenente al genere "Homo": "Homo erectus". I principali ritrovamenti avvennero in Asia, in Africa e in Europa. Sempre nel Paleolitico inferiore compare anche un'altra specie, fondamentale nella storia evolutiva dell'uomo: "Homo sapiens", databile tra i 0,5 e i 0,12 milioni di anni. Sembra sostenibile un duplice sviluppo evolutivo dell'"Homo sapiens": quello europeo e quello africano. Da questo secondo ramo evolutivo sarebbe nato l'uomo moderno. Occorre comunque precisare che la "paleoantropologia", la scienza che affronta lo studio delle fasi più antiche della storia umana (a cominciare dal problema dell'origine dell'uomo) è una disciplina in continua evoluzione. Non di rado può essere sufficiente il ritrovamento di un solo nuovo fossile attribuibile ad un ominide "sconosciuto" (non pertinente cioè a nessuna delle specie già note) per rivoluzionare l'intera struttura dell'albero evolutivo elaborato sino a quel momento dagli studiosi.

Paleolitico inferiore
La storia della presenza umana in Sardegna comincia nel Paleolitico inferiore, come testimonia il rinvenimento di oggetti in pietra databili tra 450.000 e 120.000 anni fa. Ci riferiamo, come appare evidente, ad epoche assai remote. Appare dunque intuitivamente comprensibile quali difficoltà debbano affrontare gli studiosi nel tentativo di giungere al reperimento di fossili umani risalenti a questo periodo (se non addirittura a età precedenti) che, per propria natura, sono soggetti ad un rapido deperimento organico. Ciò vale anche per gli eventuali strumenti realizzati in legno o in osso, destinati (salvo rare eccezioni) a scomparire nell'arco di breve tempo. Per questo motivo gli studiosi devono porre grande cura a non incorrere in un errore di sopravvalutazione dell'importanza dei reperti litici (cioè in pietra), assai più resistenti rispetto alle altre categorie di reperti e quindi più facilmente presenti nei depositi archeologici. Questo discorso vale anche per la Sardegna. I più antichi "oggetti" rinvenuti, in selce e quarzite, provengono dalla parte settentrionale dell'isola, dalla regione dell'Anglona e sono inquadrabili, dal punto di vista tipologico, nelle industrie litiche classificate coi nomi di "clactoniano" e "tayaziano". Con l'espressione "industria litica", è bene precisarlo, si intende l'insieme delle tecniche e delle attività attraverso le quali un gruppo umano trasforma le materie prime per ottenere degli oggetti. Tali reperti provengono dalle località di Giuanne Malteddu, Interiscias, Laerru, Preideru e Rio Altana. Si tratta di circa seicento oggetti, fra cui becchi, bulini, grattatoi, punte, raschiatoi. Tuttavia l'assenza di reperti ossei umani e di dati floro-faunistici rende particolarmente difficile la ricostruzione di questa fase della preistoria sarda. A produrre questo genere di manufatti dovrebbero essere stati individui appartenenti alla specie "Homo erectus", una di quelle che compongono il genere "Homo" a cui anche noi, uomini moderni, apparteniamo. Merita di essere segnalato il recente rinvenimento avvenuto nel Logudoro, nella grotta Nurighe di Cheremule, di una falange umana completa del pollice. La datazione proposta per questo importante reperto osseo è di 250.000/300.000 anni a.C.


Paleolitico medio
Da un punto di vista generale, l'evento che segna l'ingresso nel Paleolitico medio è la comparsa del cosiddetto "uomo di Neanderthal", i cui resti scheletrici ,riferibili ad oltre 300 individui rinvenuti in Europa meridionale e centrale, ma anche nel Vicino e nel Medio Oriente, sono stati inquadrati cronologicamente all'incirca tra i 130.000 e i 35.000 anni dal presente. Per quanto riguarda la Sardegna, allo stato attuale delle ricerche non si hanno tracce sicure della presenza umana nell'isola riferibili al Paleolitico medio. Gli unici indizi noti provengono dai due ritrovamenti (nella grotta di Ziu Santòru e nella grotta di Cala Ilùne, sulla costa di Dorgali) di frustoli di carbone rinvenuti in associazione con ossa di cervo bruciate ma senza alcuno strumento litico né ossa umane. Si tratta, comunque, di indizi molto labili. L'assenza di tracce archeologiche più consistenti e più sicure da attribuire al Paleolitico medio potrebbe essere spiegata come riflesso di una lacuna nelle nostre conoscenze e non come effettivo stato delle cose.


Paleolitico superiore
Il passaggio dal Paleolitico medio al Paleolitico superiore viene generalmente posto in relazione con la comparsa e successiva diffusione della specie "Homo sapiens sapiens", cioè con la comparsa di gruppi umani con caratteristiche fisiche simili a quelle dell'uomo attuale. Riguardo al problema della storia evolutiva di questa specie si confrontano due ipotesi. La prima attribuisce all'Homo sapiens sapiens un'origine africana recente e una successiva migrazione verso nord-est avrebbe popolato il resto del pianeta; la seconda spiega invece l'origine di questa specie con una sua evoluzione indipendente in Africa, in Asia e in Europa a partire dalle specie umane già esistenti in queste aree geografiche. Il dibattito resta comunque aperto. Relativa al Paleolitico superiore (35.000-10.000 a.C.) è almeno una parte dei rinvenimenti avvenuti nel corso di scavi scientifici nella grotta Corbeddu di Oliena. Si tratta di ossa di animali e dei frammenti di una mandibola e di altre ossa umane. Gli animali erano endemici della regione sardo-corsa: il "Megaceros cazioti", un cervide ormai estinto, i cui resti ossei recano tracce di lavorazione dell'uomo, e il "Prolagus sardus", un roditore anch'esso estinto. La datazione di questi reperti oscilla tra i 20.000 e i 6.000 anni a.C., sconfinando dunque anche nel Mesolitico. Il rinvenimento più recente di manufatti inquadrabili nel Paleolitico superiore è avvenuto in località Santa Maria is Acquas, tra Sardara e Mogoro. Si tratta di strumenti in selce databili intorno a 13.000 anni a.C.

Mesolitico

Oliena, panorama Lanaittu visto da Tiscali


Il termine Mesolitico è composto dalle parole greche "mesos", di mezzo, e "lithos", pietra, e designa l'Età della Pietra intermedia fra quella Antica e quella Nuova. L'acquisizione scientifica dell'esistenza di evidenze archeologiche interpretabili come "intermedie" tra quelle dei complessi del Paleolitico e quelli del successivo Neolitico è frutto delle ricerche archeologiche condotte nel corso del secolo XX. Attualmente il termine "Mesolitico" designa il periodo (durato alcuni millenni) in cui ha avuto luogo il processo di adattamento degli ultimi gruppi di cacciatori-raccoglitori ai cambiamenti ambientali verificatisi a partire da circa 10.000 anni fa. Alcuni studiosi preferiscono scomporre questo periodo in due fasi ed impiegare conseguentemente due termini. Il termine "Epipaleolitico" designerebbe una fase più antica, in più forte continuità con il Paleolitico superiore, mentre il termine "Mesolitico" farebbe riferimento ad una fase cronologica più tarda, in cui più evidenti appaiono i segni del processo di "neolitizzazione", ossia del processo di transizione verso i sistemi economici e sociali basati su agricoltura e allevamento.

Mores dolmen Sa Coveccada. Il dolmen Sa Coveccada è considerato tra i più importanti di tutta l'area mediterranea, sia per le notevoli dimensioni (metri 2, 70 di altezza e metri 5 di lunghezza), sia perché rappresenta una fase dell'evoluzione verso le forme della tomba di giganti che verranno adottate in seguito.

Mores dolmen Sa Coveccada

Neolitico



Pau l'Ossidiana


L'Età della Pietra Nuova
Il termine Neolitico è composto dalle parole greche "neos", nuovo, e "lithos", pietra, e designa l'Età della Pietra Nuova. Con questa espressione si fa riferimento al periodo della storia dell'uomo (da collocare per la Sardegna tra il 6.000 e il 2.800 a.C.) segnato da due importanti innovazioni: il sistema economico agropastorale e la scoperta della ceramica. La prima innovazione riguarda il passaggio da un'economia basata sulla caccia (e sulla pesca) e sulla raccolta di frutti spontanei ad un sistema economico più evoluto che fa perno sulla produzione di risorse alimentari attraverso l'allevamento di animali e l'agricoltura.
La seconda innovazione è invece relativa alla scoperta da parte dell'uomo preistorico della possibilità di utilizzare la ceramica (cioè l'argilla sottoposta a cottura) per la produzione di vasellame da impiegare come ausilio per le attività connesse al nuovo sistema economico agricolo-pastorale. Queste due innovazioni determinano profondi mutamenti anche sul piano sociale. Le testimonianze archeologiche relative alle culture neolitiche lasciano infatti chiaramente intravedere i segni di strutture sociali più complesse e articolate, in cui si afferma il sistema di ripartizione del lavoro per gruppi e una progressiva tendenza alla gerarchizzazione. Il Neolitico segue la tradizionale ripartizione in sottofasi: il Neolitico antico (6000-4000 a.C.); il Neolitico medio (4000-3400 a.C.); il Neolitico recente (3400-3200 a.C.); il Neolitico finale (3200-2800 a.C.).



Neolitico antico


Porto Torres, necropoli di Su Crucefissu Mannu

Il Neolitico antico (6000-4000 a.C.) segna una svolta importante nella storia dell'isola. L'invenzione della ceramica consente la produzione di recipienti di varie dimensioni destinati a varie funzioni. Il passaggio da un sistema di sussistenza basato su caccia e raccolta a quello incentrato su agricoltura e addomesticamento e allevamento degli animali produce radicali mutamenti nell'approvvigionamento delle risorse alimentari, con progressivo aumento demografico e profonde conseguenze sul piano sociale ed economico. Il periodo è caratterizzato da una produzione ceramica denominata cardiale, dal nome della conchiglia (Cardium) utilizzata per imprimere la decorazione sulla superficie dei manufatti. Grotte e ripari sotto roccia sono abitazioni tipiche di questa fase. Tra i siti che hanno restituito ceramiche cardiali ricordiamo le grotte di Su Carroppu (Carbonia) e Filiestru (Mara). Nel Neolitico antico si sviluppa anche lo sfruttamento sistematico dell'ossidiana (roccia vulcanica dalla struttura vetrosa) proveniente dal Monte Arci, nell'Oristanese. Si tratta di una preziosa risorsa per la produzione di manufatti litici, che verrà ampiamente impiegata in Sardegna. Ossidiana proveniente da Monte Arci è stata rinvenuta anche in località extrainsulari. Tali ritrovamenti sono stati spesso interpretati come segnale di un vero e proprio commercio ad ampio raggio dell'ossidiana sarda, anche se le più recenti ricerche tendono ad attenuare quest'affermazione.



Neolitico medio


Monte Ortobene, domus de janas

Nel Neolitico medio (4000-3400 a.C.) si assiste alla nascita della cultura di Bonu Ighinu. Il nome utilizzato per designare questa cultura è stato tratto dal sito in cui ne vennero rinvenute le prime attestazioni archeologiche: si tratta della grotta di Bonu Ighinu (conosciuta anche col nome di Sa Ucca 'e su Tintirriolu) in territorio di Mara, nel Sassarese. A questa fase cronologico-culturale vanno ricondotte le tracce archeologiche del fenomeno di intensificazione nell'utilizzo delle conquiste neolitiche (agricoltura/allevamento e ceramica) nelle pratiche di vita delle comunità umane di stanza in Sardegna. Una delle testimonianze più esplicite di tale fenomeno ci giunge dalle produzioni ceramiche ascrivibili alla cultura di Bonu Ighinu. Si tratta di forme vascolari varie, fra cui vasi carenati e ciotole, con anse zoomorfe o antropomorfe, caratterizzate dalle superfici lucide, di color nero-bruno, spesso decorate a incisione o a impressione. La notevole qualità tecnica di questi manufatti testimonia un innegabile progresso nella capacità di controllo del processo tecnologico che sovrintende alla produzione dei manufatti ceramici. L'accresciuta varietà delle forme vascolari è invece un altrettanto significativo riflesso delle accresciute esigenze economiche delle genti Bonu Ighinu. Per quanto riguarda l'ambito funerario, caratteristiche appaiono le tombe a grotticella e i corredi funerari che accompagnavano il defunto nell'aldilà. Si segnala in proposito la necropoli di Cuccuru is Arrius, nel territorio di Cabras, dove vennero rinvenute numerose statuette di "dea madre" steatopigie, con forme femminili molto accentuate. Questa tipologia di manufatti offre una testimonianza materiale di grande rilievo: essa rappresenta infatti una chiara prova archeologica dell'esistenza di un mondo spirituale e religioso nel quale le comunità umane di questo periodo dovevano trovare "rifugio".



Neolitico recente


Perfugas, domus de janas di Niedda

Nel Neolitico recente (3400-3200 a.C.) la situazione archeologica si fa sempre più complessa e articolata. Ciò ha spinto gli studiosi a utilizzare un ulteriore criterio distintivo, finalizzato a raggruppare in "facies" quegli insiemi di reperti tra loro legati da una qualche affinità pur senza raggiungere la coerenza e la complessità che caratterizzano le "culture" vere e proprie. Una di queste "facies" (ma secondo alcuni studiosi si tratterebbe di una "cultura" in senso proprio) è nota con il nome di San Ciriaco, dal nome di una località in territorio di Terralba, nell'Oristanese. La produzione ceramica si caratterizza per il tipico profilo dei vasi. Anche la famosa coppa in steatite verde rinvenuta nella necropoli di tombe a circolo megalitico di Li Muri presso Arzachena, in principio ritenuta pertinente alla cultura di Ozieri, viene oggi riferita alla facies San Ciriaco per la forte somiglianza con le sue produzioni ceramiche. È in questa fase che vengono scavate le prime domus de janas ("case delle fate"), le tipiche tombe a grotticella artificiale, e vengono realizzati, oltre alle tombe a circolo megalitico, i primi dolmen e menhir.



Neolitico finale


Porto Torres, domus de janas Su Crocefissu


Nel Neolitico finale (3200-2800 a.C.) si collocano le manifestazioni materiali di una delle culture più importanti della storia sarda, la cultura di Ozieri o di San Michele, nomi tratti dalla grotta di San Michele ubicata presso l'attuale abitato di Ozieri. Si tratta della prima cultura della storia della Sardegna a cui può essere legittimamente associato l'aggettivo "basica": è cioè la prima cultura le cui testimonianze archeologiche parlano esplicitamente di una presenza sull'intera superficie dell'isola. In questa fase cresce notevolmente il numero e l'estensione dei villaggi, in risposta alle impellenze demografiche in crescita e allo sfruttamento, sempre più intenso ed esteso, delle risorse agricole. Ricaviamo importanti informazioni sulla struttura delle capanne lignee da alcune tombe realizzate imitando proprio la forma delle strutture abitative. Tipica appare in questo senso la capanna rettangolare con copertura a doppio spiovente sorretta da una solida trabeazione lignea. Le tipologie tombali si diversificano sempre più: abbiamo così le domus de janas, le tombe a circolo, le allées couvertes, a cui spesso si accompagnano dolmen e menhir. Le piccole sculture rappresentanti la "dea madre", associate ai contesti funerari, passano dalle forme naturalistiche steatopigie, tipiche dello stile Bonu Ighinu, ad uno schema fortemente stilizzato, denominato "a croce". Le produzioni ceramiche si arricchiscono di decorazioni con motivi a cerchi, a spirali, a festoni, a stella e figure umane, che trovano significativi confronti extrainsulari, in particolare con l'area cicladico-cretese. Oltre alla tradizionale lavorazione della selce e dell'ossidiana, abbiamo le prime attestazioni dell'estrazione e della lavorazione di metalli, in particolare del rame, come testimoniano lame di pugnali e monili rinvenuti nei corredi funerari.

Laconi museo delle statue-menhir. Il museo ospita una collezione unica nel suo genere: quaranta monoliti, alcuni giganteschi, che documentano gli sviluppi della statuaria antropomorfa preistorica sarda, che nel Sarcidano ha importanti manifestazioni. Sono presenti, scolpiti nella bruna vulcanite locale e provenienti da varie località, menhir proto-antropomorfi, antropomorfi asessuati, maschili (con i motivi simbolici del capovolto e del doppio pugnale) e femminili (con piccoli seni conici o a disco piatto).

 Laconi museo delle statue-menhir

Eneolitico


Goni, sepolture megalitiche di Pranu Mutteddu

L'Età del primo Bronzo e della Pietra

Il termine Eneolitico, composto dal termine latino "aeneus", bronzo, e dal termine greco "lithos", pietra, designa l'Età del primo Bronzo e della Pietra, in riferimento alle prime produzioni di bronzo arsenicale, prodotto in lega con l'arsenico.
Una denominazione alternativa per lo stesso periodo è quella di Calcolitico, composta dalle parole greche "khalkos", rame, e "lithos", pietra, che designa l'Età del Rame e della Pietra.
L'acquisizione della capacità di estrazione e di lavorazione dei metalli, in particolare del rame, è il nuovo, importante progresso tecnologico che segna la fine del Neolitico e l'inizio di una nuova fase cronologica e culturale nella storia dell'uomo.
In Sardegna ha inizio lo sfruttamento del rame isolano, localizzato in particolare nell'Iglesiente, nel territorio di Alghero e nell'importante giacimento di Funtana Raminosa in territorio di Gadoni.
La possibilità di utilizzare il metallo viene sfruttata per la produzione di armi e gioielli, ma non giunge ancora a soppiantare l'utilizzo della pietra scheggiata nella produzione di strumenti.
Anche in questa fase prosegue la tendenza, già emersa durante il Neolitico, verso la complessità sociale, politica ed economica dei gruppi umani attestati nell'isola. Un importante stimolo in tal senso giunge proprio dall'accresciuta complessità che caratterizza le fasi operative: individuazione dei giacimenti, coltivazione dei filoni di minerale, produzione di manufatti.


Eneolitico iniziale


Bonorva, Necropoli di Sant'Andrea Priu

L'acquisizione della capacità di estrarre e lavorare i metalli (il rame innanzi tutto, ma anche il piombo e l'argento) è l'evento che segna il passaggio dal Neolitico all'Eneolitico iniziale (2800-2600 a.C.), a cui va ascritta la facies Sub-Ozieri identificata per la prima volta nei siti di Su Coddu (Selargius) e di Terramaini (Pirri), entrambi nel Cagliaritano.
Nelle ceramiche attribuite a questa facies si attenua fortemente la presenza dei motivi decorativi tipici della cultura di Ozieri, a vantaggio dell'impiego di schemi molto più semplici, alcuni dei quali dipinti su vasi fabbricati con argille molto chiare. Tra le forme vascolari, si segnalano come certamente tipici il grande tegame biansato e i vasi carenati con perforazioni alla carena.




Eneolitico medio


Goni, sepolture megalitiche di Pranu Mutteddu


A questa fase (2.600-2.400 a.C.) appartengono le culture di Filigosa e di Abealzu. I manufatti ceramici pertinenti a queste culture provengono quasi esclusivamente da contesti funerari e consistono in vasi dalle forme tipiche.
La cultura di Filigosa trae il nome dalla tomba I dell'omonimo sito in territorio di Macomer. Tipici di questa cultura sono i vasi in genere di piccole dimensioni, non decorati o decorati ad impressione o ad incisione; pesi da telaio; fusaiole; punte di freccia in ossidiana; collane in argilla; osso e conchiglia; oggetti in rame e argento.
La cultura di Abealzu (leggermente più tarda) trae il proprio nome dall'omonima necropoli in territorio di Osilo.
Tipici di questa cultura sono i vasi a fiasco decorati con forme mammellari, che trovano confronti con vari oggetti dell'area peninsulare e dell'area franco-svizzera.
Di grande rilievo sono inoltre i menhir antropomorfi e le statue-menhir, rinvenute a Goni e nel Sarcidano-Mandrolisai. Le statue-menhir vengono spesso definite "armate" per la presenza di un pugnale a doppia lama, interpretato come simbolo del potere, e di una figura nella parte alta della statua, denominata "capovolto" e interpretata come simbolo funerario.
Sembra certa l'attribuzione all'Eneolitico medio (forse pertinenti alla cultura di Filigosa) delle statuette di "dea madre" del tipo cosiddetto "a traforo".
A questo momento cronologico e culturale va ricondotto anche l'altare di Monte d'Accoddi (Sassari). Si tratta di una piattaforma tronco-piramidale su cui venne edificato un sacello con rampa d'accesso. La forma di questo straordinario monumento evoca le "ziqqurat" mesopotamiche.


Eneolitico recente

Con il passaggio all'Eneolitico recente (2400-2100 a.C.) si assiste alla comparsa della cultura di Monte Claro, che trae il nome dal colle di Cagliari in cui vennero scoperte alcune tombe con le sue tipiche produzioni ceramiche.
I dati archeologici testimoniano, per questa fase, l'affermarsi dello spazio abitativo organizzato del villaggio (due esempi: San Gemiliano di Sestu; Monte Olladiri di Monastir) e un intensificarsi dello sfruttamento agricolo del territorio.
Pertinenti alla cultura di Monte Claro sono anche le prime costruzioni propriamente definibili "megalitiche", come la "capanna" di Villagreca. All'interno di questa categoria di edifici, appaiono di particolare rilevanza le cosiddette "muraglie megalitiche", attestate nelle località di Monte Baranta (Olmedo) e di Monte Ossoni (Castelsardo), signicative in quanto interpretabili come segno tangibile del sorgere di nuove e più eclatanti esigenze difensive rispetto al passato.
Le tipologie delle sepolture variano dagli ipogei a pozzetto centrale da cui si dipartono uno o più vani (come nei siti di Monte Claro e di Sa Duchessa a Cagliari), ai dolmen (come a Motorra, Dorgali) e alle ciste litiche (come a San Gemiliano di Sestu).
Particolarmente riconoscibili appaiono le produzioni ceramiche. Si tratta di vasi di grandi dimensioni (le situle), tripodi, scodelle, ciotole, caratterizzati dal colore delle superfici che varia dal rosso-nocciola al nocciola chiaro e al bruno-nerastro. Tipica inoltre la decorazione a costolature o scanalature verticali e orizzontali, nonché la decorazione "a stralucido" che contraddistingue alcune forme.


Eneolitico finale

A chiudere l'Eneolitico (2100-1800 a.C.) giunge l'importante cultura detta del Vaso Campaniforme. Il nome deriva dalla forma "a campana rovesciata" del tipico bicchiere, riccamente decorato, che caratterizza i contesti archeologici attribuibili a tale cultura. La cultura del Vaso Campaniforme appare presente in molte aree d'Europa: oltre che in Sardegna, abbiamo attestazioni in Sicilia, in parte dell'Italia settentrionale, nelle coste meridionali della Francia, in Spagna, nella valle del Reno, in Germania, in Polonia, in Ungheria, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Inghilterra, in Scozia, in Irlanda. Le produzioni ceramiche sono caratterizzate, oltre che dal già citato bicchiere, da un'interessante varietà morfologica e da una tipica tendenza a ricoprire le superfici vascolari con una fitta decorazione. Altrettanto interessante è inoltre un altro manufatto, che compare per la prima volta in Sardegna proprio in contesti campaniformi: il "brassard", una particolare placca rettangolare utilizzata dagli arcieri per proteggere il polso dalla vibrazione della corda dell'arco allo scoccare della freccia. Le testimonianze archeologiche rendono plausibile l'ipotesi che i portatori della cultura del Vaso Campaniforme fossero metallurghi itineranti, capaci di interagire pacificamente con le popolazioni locali con cui entravano in contatto senza però perdere la propria identità culturale.



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