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Olbia :: Curiosità e informazioni su questo Capoluogo di Provincia che ha nel suo territorio l'Area Marina Protetta di Tavolara Punta Coda Cavallo. Luoghi di grande bellezza e fascino, scoprili sul Portale Le Vie della Sardegna.

Località Sarde > Olbia Tempio


Il nuovo viale di collegamento a Olbia con il Porto di Antonello Giua
Panorama parziale di Olbia in una foto degli anni Ottanta del Novecento.

Olbia

Capoluogo con Tempio Pausania della provincia di Olbia-Tempio in Sardegna, la città è una delle principali dell'Isola, realtà industriale e commerciale in piena espansione. Ricca di insediamenti turistici molto conosciuti, tra i quali Porto Rotondo, è dotata di infrastrutture che ne fanno, attualmente, un polo turistico molto importante per l'intera Isola. Olbia è il motore economico della provincia e uno dei più importanti della regione. Nell' aeroporto Olbia-Costa Smeralda, infatti, sono transitati nel 2006 1.765.507 passeggeri, secondo aeroporto isolano, (fonte ENAC) mentre il porto dell'Isola Bianca, assicura i collegamenti quotidiani con la penisola ed è il primo porto italiano per traffico passeggeri. L'autorità portuale comprende anche lo scalo di Golfo Aranci, distante 15 chilometri. Olbia, situata sulla costa nord-orientale, si estende in un tratto di pianura sulla riva dell'omonimo Golfo. Il porto, intorno al quale ha sempre gravitato l'economia olbiese, è l'approdo sardo più adatto alla navigazione da e per la penisola.

Abitanti: 46.249
Superficie: kmq 382,49
Provincia: Olbia-Tempio
Municipio: corso Umberto I, 1 - tel. 0789 52000
Guardia medica: via Canova - tel. 0789 552441
Polizia municipale: via Macerata - tel. 0789 66733
Biblioteca: corso Umberto - tel. 0789 25533
Ufficio postale: viale Aldo Moro, 125 - tel. 0789 551631

Stemma di Olbia
La vetrina delle Aziende Sarde

Olbia, città felice, così come venne chiamata dai Greci, è conosciuta in tutto il mondo per la sua vicinanza con la Costa Smeralda e si presenta come una città moderna e piena di vita. Inserita in un ampio golfo naturale delimitato dalle bellissime isole di Tavolara e Molara, vede nel suo territorio la presenza dell'aeroporto Costa Smeralda, crocevia internazionale per numerosi visitatori interessati alla zona nord orientale della Sardegna. La tradizione attribuisce la sua fondazione al mitico Iolao o ai coloni greci focesi di Marsiglia, ma la città fu molto probabilmente fondata dai Punici tra il VI e il IV secolo a.C. Successivamente conquistata dai Romani conserva, tra le testimonianze risalenti al periodo, il foro romano, le terme e l'acquedotto. In epoca romana per la prosperità dei mercati e la fiorente attività del suo porto divenne un importante centro di collegamento con Ostia. Diventata capitale giudicale intorno al 1000 col nome di Civita o Terranova vide svilupparsi il suo centro storico nei pressi dell'imponente chiesa romanica di San Simplicio. Attualmente la città di Olbia condivide con quella di Tempio il ruolo di capoluogo della nuova provincia Olbia-Tempio.
Manifestazioni, feste e sagre a Olbia San Simplicio viene festeggiato il 15 maggio di ogni anno con una solenne processione, fuochi d'artificio, gare di poesia e una goliardica sagra delle cozze. Durante l'estate da segnalare la Settimana del Folclore Internazionale con spettacoli musicali, teatrali e cinematografici e la Festa della Madonna del Mare e di San Giovanni Battista. Tra gli arenili più belli della zona le spiagge di Bados, Baia Corallina, Gavrile, La Peschiera, La Playa e Rena Bianca.
Il Territorio Il territorio comunale, di forma molto articolata, si estende per 388,73 km2, comprendenti anche la frazione di Berchiddeddu e le isole di Tavolara e Molara, e confina a nord con Arzachena, a est col mare Tirreno e con Golfo Aranci, a sud con Padru e a ovest con Monti, Telti e Calangianus. Si tratta di un’ampia fascia costiera, caratterizzata da una linea di costa molto frastagliata, di natura granitica; la parte interna e` occupata da una serie di colline nella parte settentrionale, mentre intorno alla citta` si apre una conca riparata e ricca di acque, dal clima mite, che ha favorito l’insediamento gia` in epoca molto antica. La citta` si trova al termine della statale 127, oggi a scorrimento veloce, che giunge da Sassari, ed e` attraversata dalla 125 Orientale sarda, affiancata oggi, nella parte a sud, dalla nuova superstrada per Siniscola-Olbia-Abbasanta. Il centro abitato e il porto sono serviti dalla ferrovia che giunge da Chilivani e prosegue per Golfo Aranci; il suo porto e` ilmaggiore in Italia per il transito di passeggeri; a brevissima distanza dal centro abitato e` infine in funzione l’aeroporto Olbia-Costa Smeralda.


Il porto di Olbia Isola Bianca Il porto di Olbia vi accoglie con la più grande stazione marittima dell’isola. La struttura, composta da più edifici di forma circolare che si intersecano e con al centro una piccola torre adibita ad uffici, è dotata di due ingressi: uno innanzi alle banchine ove sostano le navi, l’altro sul lato opposto. Dopo aver oltrepassato l’ampio parcheggio riservato ai taxi, dentro la stazione marittima, proprio davanti al primo ingresso, trovate un attrezzato centro di assistenza ed informazione in grado di fornire qualsiasi chiarimento in ordine alle opportunità di trasporto verso tutti gli altri centri dell’isola.


Compagnie operanti sullo scalo:

*Corsica e Sardinia Ferries, tel. 0586881380, www.corsicaferries.it, aperto
solo la mattina dalle ore 8.30 alle 12.00. In caso di chiusura, tuttavia, i
biglietti possono essere acquistati anche presso la stazione centrale di Olbia.

*Grimaldi Group, tel. 0789200126, centro informazioni e prenotazioni
899199069, www.grimaldi.it, aperto tutti i giorni, salvo il sabato e la
domenica pomeriggio, dalle ore 6.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 20.00.

*Moby lines, ufficio informazioni e prenotazioni 199303040,
www.moby.it, aperto tutti i giorni dalle ore 7.30 alle 12.30 e dalle 16.00
alle 22.00, il sabato e la domenica, solo la sera, dalle 18.00 alle 22.00.

*Tirrenia di navigazione, centro informazioni e prenotazioni 199123199,
www.tirrenia.it, aperto tutti i giorni dalle ore 7.15 alle 13.20 e dalle 16.45
alle 22.50 e, nei festivi, solo il pomeriggio dalle 17.15 alle 22.50.





Porto di Olbia
Porto di Olbia

Nell’aeroporto di Olbia

La nuova aerostazione di Olbia, inaugurata il 6 giugno 2004, ha sede all’interno di un elegante edificio che si sviluppa in lunghezza dalla zona degli arrivi fino ai banchi per l’accettazione dei passeggeri. La struttura, che dista dalla città soli 4 chilometri, si articola su due livelli ed un edificio separato, a pochi metri dall’uscita della zona arrivi, destinato a terminal autonoleggi. Fuori dall’area riservata trovate, immediatamente sulla destra ed in corrispondenza con uno degli angoli della costruzione, gli uffici di alcune delle autolinee concessionarie del servizio di trasporto pubblico in partenza dall’aeroporto: la Sun Lines , la Nicos Group, e la Turmo Travel.

Olbia, aeroporto
Olbia, Porto Rotondo porticato della piazzetta della Kasbah
Porto Rotondo, Teatro all aperto (OT)


Porto Rotondo

A pochi minuti da Olbia, lungo la SS 125, sorge l'insediamento di Porto Rotondo, sul lato settentrionale del promontorio di Punta Volpe. Più che di un vero e proprio paese si tratta di un ben progettato insediamento turistico, nato dal nulla negli anni d'oro del grande sviluppo della Costa Smeralda. Le costruzioni, sorte a partire dal 1963 attorno all'indispensabile porto turistico di forma circolare (da cui il nome del paese), sono state progettate per essere inserite il meglio possibile nell'ambiente circostante. Il risultato è piacevole, confortato da un successo che ha fatto di questa località una meta prestigiosa, anche se l'aspetto decisamente "di maniera" riflette la nascita a tavolino. Lungo le banchine e sulla piazzetta rotonda di San Marco si aprono molti negozi di firme famose. Mediante una scalinata si giunge alla chiesa di San Lorenzo, progettata da Andrea Cascella, in granito a vista. Una serie di statue in legno di Mario Ceroli rappresentano scene sacre. Al 1995 risale la costruzione del piccolo teatro all'aperto, in granito, che d'estate è sede di manifestazioni prestigiose e spettacoli culturali. Le possibilità di mangiare, bere o ascoltare musica sono molte anche se, passata la stagione balneare, Porto Rotondo appare un po' abbandonata. Piacevole è l'escursione in direzione della Punta Volpe, che separa il golfo di Marinella dal golfo di Cugnana, con le numerose spiagge, tra cui Ira e le piccole cale di Punta Asfodelo. Da ciascuna di esse e dalle strade costiere si godono panorami mozzafiato sul mare e sulle montagne della Gallura.

Olbia - Tempio Cartina

Storia

NELL’ANTICHITA` I problemi della cronologia della fondazione non sono del tutto chiariti. In particolare si e` venuta affermando negli ultimi anni la tesi di un’origine greca del centro, peraltro non attestata dalle fonti letterarie supersiti. Una notizia di Pausania (sec. II d.C.) racconta la fondazione di Olbia in chiave mitologica, attribuendone la paternita` ai Tespiesi, i figli di Ercole giunti in Sardegna sotto la guida di Iolao.
Di provenienza e origine incerte e` la statuetta votiva di legno (xo`anon) rinvenuta presso il pozzo sacro nuragico di Sa Testa (lungo la strada per Golfo Aranci) risalente alla meta` del secolo VI a.C., per quanto il confronto con una simile rinvenuta in Sicilia autorizzi una sua collocazione in ambito greco. Le prospezioni archeologiche condotte negli ultimi anni hanno permesso inoltre il recupero di una cospicua quantita` di materiali (tra i quali spiccano un brucia-profumi a forma di pigna e una testina di terracotta greca prodotta a Olbia nel sec. VI a.C.) che secondo Rubens D’Oriano segnalerebbero una fase insediativa dei secoli VIII-VII a.C., di difficile caratterizzazione anche circa la provenienza dei frequentatori. Allo stato attuale si puo` ritenere che nelle sue fasi iniziali il centro avesse una connotazione greco orientale; il nome di Olbia,d’altra parte, si potrebbe riconnettere a quell’area, essendo attestata sicuramente una colonia milesia localizzata sulla costa del Mar Nero recante lo stesso nome. La testa fittile di Eracle risalente al secolo II a.C. realizzata localmente, rinvenuta nelle acque del porto di Olbia, e` stata interpretata come un carico destinato a un luogo di culto che potrebbe essere lo stesso santuario di Eracle-Melqart rinvenuto sotto la chiesa di San Paolo, risalente forse alla fase di fondazione punica della citta`, intorno alla meta` del secolo IV a.C. Infatti, se gia` alla fine del secolo VI a.C. doveva essere attivo il controllo di Cartagine su Olbia, e` alla meta` del secolo IV che si registra l’imponente riassetto urbanistico per il quale Olbia venne dotata della cintamuraria. Questo rinnovato interesse di Cartagine sarebbe collegabile ai moti insurrezionali antipunici del 379 a.C. che interessarono tutta l’isola (fortificazioni ascrivibili a questo periodo si realizzarono anche a Padria, Sulci, Monte Sirai, Tharros e Carales) e il Nord Africa, ma anche all’atteggiamento di Roma che nel 386, secondo Livio, invio` 500 coloni in Sardegna, in un centro che si tende a identificare con Feronia. Il passaggio di Obia sotto il controllo di Roma avvenne comunque soltanto nel 238/7 a.C. Non sembrano infatti credibili alcuni particolari dell’episodio riferito in diverse fonti antiche concluso nel 259 con il trionfo di Cornelio Scipione contro i Poeni di Sardinia. Altrettanto dubbi sono tanto il racconto di Frontino (sec. I d.C.), che riferisce di uno sbarco e di un assedio dei Romani (sebbene il resoconto possa costituire una prova dell’esistenza di una cinta muraria, dato compatibile con i risultati delle indagini archeologiche), quanto l’affermazione di Floro sull’occupazione e la distruzione di Olbia punica. L’epitomatore di Dione, Zonara, afferma infatti che Scipione si sarebbe avvicinato alla costa nord-orientale della Sardegna dopo aver occupato Aleria in Corsica, per poi fare vela verso Olbia: ma dopo avere messo in fuga una squadra punica comandata da Annone, Scipione fu costretto ad abbandonare l’isola in seguito all’arrivo di una seconda squadra navale punica al comando di Annibale. Negli anni successivi alla conquista si assistette a una serie di attivita` militari da parte romana in relazione ai difficili rapporti con le popolazioni del retroterra restìe a subire il dominio di Roma (Corsi, Balari, Iliensi); in particolare le spedizioni di Emilio Lepido e di Publicio Malleolo nel 232 a.C. e di Papirio Masone e Pomponio Matone nel 231 a.C. potrebbero avere riguardato i Corsi e i Sardi attestati intorno a Olbia. Dopo una prima fase di ostilita`, nel periodo della guerra annibalica l’orientamento del centro si sposta in favore di Roma. Lo dimostrerebbero le devastazioni della campagna intorno a Olbia a opera di Amilcare (210 a.C.), con le quali i Cartaginesi facevano scontare all’intera popolazione l’atteggiamento filoromano del governo della civitas; tra il 177 e il 175 a.C. Olbia fu il punto di partenza per le spedizioni di Ti. Sempronio Gracco contro gli Iliensi e i Balari. Un significativo coinvolgimento di Olbia e del suo porto deve essere ipotizzato per gli anni successivi, quando l’isola fu coinvolta nelle vicende politiche e militari della res publica. Ad Olbia, infatti, sbarco`, verosimilmente nel 77 a.C., il popolare M. Emilio Lepido, il seguace di Mario che nell’isola tento` di tagliare i rifornimenti granari al popolo romano e di rafforzare le sue truppe; un saldo controllo dello scalo di Olbia doveva avere Pompeo, impegnato nel 67 a.C. nella guerra contro i pirati che minacciavano ancora una volta l’approvvigionamento di cereali. Il carteggio fra Marco Tullio Cicerone e il fratello Quinto attesta poi che quest’ultimo, inviato in Sardegna come legato di Pompeo Magno per l’annona a causa di una grave carestia che colpì Roma e l’intera penisola, soggiorno` a Olbia in piu` riprese durante il quinquennio dal 57 al 53 a.C. Per la prima eta` imperiale il ruolo di Olbia e` legato soprattutto alla figura di Atte, la schiava amata dall’imperatore Nerone. Una dedica in suo onore datata 65d.C. compare in una aedicula consacrata a Cerere, conservata ora al Camposanto monumentale di Pisa ma di provenienza olbiese. Ad Atte Nerone avrebbe soprattutto trasferito alcuni latifondi imperiali dell’ager di Obia. In questa fase Olbia divenne forse municipium. Infatti, per quanto l’antichita` della presenza romana, la fedelta` a Roma nel conflitto con Cartagine gia` nei primi anni di occupazione e il suo ruolo fondamentale per l’approvvigionamento granario suggeriscano il raggiungimento di questa condizione giuridica, nulla si sa relativamente alle circostanze e al momento che portarono alla promozione istituzionale. Tuttavia, l’ampiezza dei latifondi imperiali alla fine dell’eta` giulio-claudia e la presenza di un folto gruppo di liberti di Nerone farebbero supporre che l’elevazione al rango di municipio sia avvenuta gia` nel secolo I d.C. Due diplomi militari dell’eta` di Traiano e Adriano documentano la presenza di reparti della flotta di Miseno nel porto di Olbia, la cui importanza e` evidenziata da un’iscrizione greca del secolo I d.C. che contempla un naviculario (naucleros) originario di Cipro e che farebbe supporre l’esistenza di una rotta, attestata da Plinio il Vecchio, che aveva in Olbia un punto di appoggio importante dalla Siria verso Roma. Per quanto riguarda la topografia di Olbia antica, spicca la regolarita` degli assi viarii, con un tessuto urbanistico ortogonale e orientato nord-nord-ovest/sud-sud est, in cui il decumanus corrisponderebbe all’attuale corso Umberto e il cardo alle vie Porto Romano e Regina Elena. I confini geografici del territorio di Olbia in eta` antica non sono pienamente definibili, anche se alcuni dati sono ormai certi: la rupe naturale con l’iscrizione dei Balari posta dal praefectus Sardiniae nell’alveo del rio Scorraboes tra Monti e Berchidda segnava all’inizio dell’eta` imperiale il confine fra la citta` romana verso oriente e il territorio dei Balari verso occidente. Nulla e` noto della vita religiosa e dei culti pagani praticati. Per l’eta` paleocristiana va segnalato che dalla necropoli di
San Simplicio (dedicata al martire che la tradizione vorrebbe ucciso nel maggio del 304, durante la persecuzione di Diocleziano) proviene il sarcofago marmoreo con la scena del sacrificio di Isacco, ritenuto il reperto cristiano piu` antico dell’isola (fine sec. III-inizi sec. IV). Ignote sono le cause che portarono all’abbandono di Olbia. Il centro risulta ancora ben collegato con l’interno attraverso un sistema viario che lo univa a Othoca e Carales passando per Luguido e Hafa, e che fu restaurato tra il 387 e il 388. Dalle fonti O. e` ricordata ancora sul finiredel secolo IV dal poeta latino Claudiano e nel secolo VI da Stefano di Bisanzio (Olbìa po´lis), ma la sua assenza nella Tabula Peutingeriana, nell’Anonimo Ravennate e in Guidone paiono evidenziare una fase di decadenza e di spopolamento. Il dato e` avvalorato anche dai risultati delle indagini archeologiche che testimoniano una contrazione del nucleo urbano. Secondo Rubens D’Oriano il decadimento della citta` antica e` imputabile a un attacco dei Vandali (sec.V), responsabili anche dell’affondamento delle navi nel porto; infatti sono stati recentemente scoperti i resti di 24 imbarcazioni (2 del sec. V d.C., 6 di eta` giudicale e 16 di eta` vandalica). Di grande valore e` soprattutto l’acquisizione di tre alberi di nave (i primi mai rinvenuti), cinque timoni (gli unici disponibili essendo andati perduti quelli delle navi di Nemi), strutture e attrezzature di un cantiere navale romano (il primo mai documentato). Soltanto in eta` giudicale, in seguito all’alleanza con Pisa, Olbia pote´ tornare a essere attiva nei traffici marittimi.

[ANTONELLO SANNA]

NEL MEDIOEVO Dopo l’attacco dei Vandali del vecchio centro sopravvisse solo il sobborgo di Phausania, che fu anche residenza del vescovo nella fase piu` antica della diocesi. Quando poi comincio` a svilupparsi il giudicato di Gallura, l’abitato dell’antica citta` torno` a fiorire, il suo porto fu ripristinato e prese il nome di Civita e il nuovo centro fu cinto da mura. Ben presto la citta` fu scelta come residenza dai giudici in un castello fortificato e munito di torri quadrate (castrum Terrae Novae) e divenne la capitale del piccolo regno. Estinta la dinastia dei Visconti, nella seconda meta` del secolo XIII la citta` inizio` a essere governata direttamente da funzionari pisani, cesso` di essere chiamata Civita e assunse il nome di Terranova Pausania. Subito dopo la conquista aragonese, durante la quale la citta` aveva subìto danni dalla flotta degli invasori, fu concessa in feudo, unitamente a tutta la circostante curatoria del Fundimonte, a Berengario Anglesola, la cui figlia sposo` un membro della famiglia Senesterra. Passata la citta` agli stessi Senesterra, durante la guerra tra Genova e Aragona divenne la base della resistenza aragonese ma il suo territorio fu messo spesso a ferro e a fuoco dalle truppe genovesi. La citta` comincio` a spopolarsi, l’attivita` del porto diminuì notevolmente e nel 1347 i Senesterra la cedettero a Giovanni d’Arborea. Quando poco tempo dopo lo sventurato principe fu fatto prigioniero da suo fratello, il giudice Mariano IV, la citta` divenne sicuro rifugio per sua moglie che continuo` a governarla protetta dal capitano della Gallura Pietro de So. Scoppiata la guerra tra Aragona e Arborea la citta` subì danni gravissimi e dal 1366 fu occupata dalle truppe giudicali che la tennero fino al termine della guerra: questo sebbene essa formalmente continuasse a essere considerata feudo dei Carroz, eredi di Giovanni d’Arborea. Terminate le guerre, i Carroz riuscirono finalmente a entrare in possesso della citta` che fecero amministrare da loro funzionari. Il loro governo pero` fu duro e fiscale, tale da impedire la ripresa delle attivita` portuali e da accentuarne la decadenza. Per tutto il secolo XV inoltre dovette subire ripetuti attacchidai corsari barbareschi che arrecarono ulteriori danni, per cui lentamente l’antica Terranova ando` riducendosi a un piccolo villaggio, amministrato peraltro da funzionari incapaci.
NELL’ETA` MODERNA Nei secoli successivi la situazione non cambio`: estinti i Carroz, la citta` passo` ai Maza de Liçana che nel 1520 non seppero far fronte a un rovinoso attacco turco che praticamente distrusse l’abitato. In quello che oramai era ridotto a un decadente villaggio, nel 1527 sbarcarono le truppe francesi comandate da Renzo Orsini e nel 1528 si dovette sopportare il flagello della peste. Dopo l’estinzione dei Maza, scoppio` una lunga lite per la successione e nel 1553 su cio` che rimaneva della citta` si abbatte´ il colpo di grazia: una flotta turca riuscì a penetrare nel porto e a distruggere completamente l’abitato. Poco tempo dopo, composta la lite ereditaria, Terranova passo` ai Ladron che nel 1583 ottennero il titolo di marchesi e che agli inizi del secolo XVII unirono il territorio al feudo di Mandas. Questo territorio nel frattempo era passato dai Ladron agli Hurtado de Mendoza. Data la lontananza dei feudatari che vivevano in Spagna, nel corso del secolo XVII le condizioni di Terranova peggiorarono ulteriormente: infatti dell’antica citta` si era persa quasi la memoria, mentre il villaggio superstite era amministrato dal regidor del ducato di Mandas, l’attivita` del porto era quasi inesistente e i pochi superstiti erano tartassati da un’amministrazione eccessivamente fiscale. Le condizioni del piccolo centro non migliorarono nel secolo XVIII, anzi subì nuovi danni a causa della guerra di successione spagnola e della spedizione del cardinale Alberoni nel 1717. I Savoia, appena sopravvenuti, non riuscirono a modificare la situazione di Terranova che continuo` a rimanere nelle mani di feudatari spagnoli: dagli Hurtado de Mendoza nel 1740 passo` agli Zuniga e poi ai Pimentel e infine ai Tellez Giron. Forse per questo motivo la nuova dinastia non sembro` interessata al suo porto, preferì puntare su quello di La Maddalena per cui Terranova sembrava destinata a rimanere un piccolo villaggio di pescatori inserito in un territorio semi spopolato, teatro di terribili faide di pastori e di oscure imprese di contrabbandieri. Nel 1821, compreso nel mandamento di cui La Maddalena era capoluogo, fu inserito nella provinciadiTempioPausania e nel 1839 si libero` dalla dipendenza feudale.
NELL’OTTOCENTO Di Olbia verso la meta` dell’Ottocento abbiamo la preziosa testimonianza di Vittorio Angius: «Secondo il censimento del 1846 Terranova numerava anime 2297, delle quali abitanti del borgo 1122, stabilite nelle cussorgie 1175. I borghigiani si distribuivano in case 253 edin famiglie 265. I cussorgiali in stazzi 165 e famiglie 170. Il totale de’ borghigiani distinguevasi secondo l’uno e l’altro sesso nelle seguenti parziali de’ vari periodi della vita. Sotto gli anni 5, maschi 70, femmine 73; sotto i 10, maschi 92, femmine 92; sotto i 20, maschi 91, femmine 91; sotto i 30, mas. 85, fem. 85; sotto i 40, mas. 83, fem. 83; sotto i 50, mas. 72, fem. 72; sotto si 60, mas. 63, fem. 63; sotto i 70, mas. 2, fem. 5. Il totale de’ cussorgiali distinguevasi secondo la stessa norma in queste parziali: sotto i 5 anni, mas. 97, fem. 102; sotto i 10, mas. 94, fem. 93 ; sotto i 20, mas. 140, fem. 141; sotto i 30, mas. 119, fem. 130; sotto i 40, mas. 60, fem. 67; sotto i 50,mas. 30, fem. 33; sotto i 60, mas. 19, fem. 21; sotto i 70, mas. 13, fem. 12; sottogli 80, mas. 2, fem. 2. Distinguevansi poi i totali dei maschi e delle femmine secondo la varia condizione domestica. I borghigiani maschi 558 in scapoli 296,ammogliati 250, vedovi 2; le femmine 564 in zitelle 294, maritate 250, vedove 20. I cussorgiali maschi 574 in scapoli 385, ammogliati 169, vedovi 20; le femmine 601 in zitelle 397, maritate 173, vedove 31. Professioni. I cussorgiali esercitano la pastorizia, e coltivano appena alcuni tratti di terreno per ottenere quanto abbisogni alla provvista dello stazzo. I borghigiani attendono in massima parte all’agricoltura, pochi aimestieri piu` necessari, alcuni al commercio, e questi fanno il contrabbando sempre che possono. Le donne lavorano alla rocca ed al telajo, e fanno tele e panni per quanto abbisogni alla famiglia, tanto nel borgo, come negli stazzi delle cussorgie. Le scuola primaria e` frequentata da pochi ragazzi, i quali nulla profittano per la negligenza e inettitudine del maestro. In tutto il paese le persone che sappian leggere e scrivere non sono piu` di 30, compresi due o tre notai, il chirurgo, il farmacista e due flebotomi. Agricoltura. Nel larghissimo piano, che abbiamo indicato, sono ottime terre per i cereali, come per le altre diverse culture di vigne, orti ed alberi fruttiferi. La seminagione che fanno i borghigiani non eccede starelli 1240 di frumento, 330 d’orzo, 150 di fave, 40 di legumi, 50 di lino.La fruttificazione ordinaria e` del 10 per il grano, del 12 per l’orzo, dell’8 per le fave, del 10 per i legumi. Nelle cussorgie in totale si semineranno 200 starelli di grano, 50 d’orzo, 20 di legumi. L’orticoltura e` prospera nei pochi siti dove e` praticata. La vigna vegeta con lusso, e produce abbondantemente per la vendemmia, maturando bene i frutti. Saranno occupati dalle viti circa 190 starelli. I vini non sono molto stimati. Gli alberi fruttiferi sono poco curati; quindi si hanno poche specie e pochi individui in ciascuna. L’arte agraria appare al presente qual era cinquant’anni addietro. Si fa come si faceva, ne´ si esce mai dalla consuetudine, ne´ le pratiche de’ maggiori simutano. Ne´ si possono mutare, perche´ in tanta separazione, in quanta si trovano i terranovesi, non possono vedere il vantaggio di migliori metodi. Terre chiuse. Oltre i tenimenti prossimi al paese si hanno molte tanche, che nel totale darebbero un’area complessiva assai notevole. In esse si fa unpo’ d’agricoltura, il resto si lascia alla pastura del bestiame di servigio, ed anche del bestiame rude. Pastorizia. Il bestiame manso, appartenente ai borghigiani, consiste in buoi 450, in vacche mannalite 50, cavalli di servigio 60, giumenti 260». Abolite le province nel 1848, Terranova entro` a far parte della divisione amministrativa di Sassari e dal 1859 della ricostituita omonima provincia. Furono lo sviluppo dei trasporti marittimi e delle ferrovie e l’apertura della strada che la collego` alla ‘‘Carlo Felice’’ a determinare la rinascita della citta` nella seconda meta` dell’Ottocento. La sua popolazione che ancora nel 1861 non raggiungeva le 2500 unita`, crebbe rapidamente e il tessuto urbanistico si trasformo` assumendo l’assetto di una cittadina in crescita e soprattutto il suo porto gradatamente riprese ad attirare crescenti correnti di traffico.
NEL NOVECENTO Dopo il 1881 il trasferimento dello scalo merci a Golfo Aranci minaccio` di bloccare lo sviluppo di Terranova, ma alla fine della prima guerra mondiale, nel 1920 lo scalo merci fu nuovamente spostato in citta` determinando una rapida ripresa. Sul finire dell’Ottocento la fisionomia antropologica della citta` si venne sempre piu` chiaramente definendo: al nucleo originario di abitanti si aggiunsero due importanti flussi immigratori, uno di pescatori e in genere di gente di mare proveniente dalla penisola (in particolare da Ponza), cui si deve lo sviluppo della pesca e soprattutto della mitilicoltura, che verso gli anni Trenta del Novecento sarebbe diventata una delle piu` produttive d’Italia; l’altro di pastori e allevatori degli altipiani vicini (in particolare di quelli di Ala` dei Sardi e Budduso`), destinati ad alimentare una robusta industria casearia e ad arricchire il nucleo originario di parlanti gallurese con uno strato, diventato presto egemonico, di parlanti logudorese, che e` ora il dialetto della citta`. Nel 1931 la sua popolazione aveva raggiunto i 13 500 abitanti e nel 1939 la citta` riacquisto` il suo antico nome. Dopo una pausa dovuta alla seconda guerra mondiale, lo sviluppo riprese rapido e tra il 1951 e il 1981 raddoppio` il numero degli abitanti giungendo ad avere piu` di 30 000 unita`. La crescita dei traffici commerciali, l’apertura dell’aeroporto, lo sviluppo del turismo, soprattutto nella vicina Costa Smeralda, hanno contribuito negli ultimi decenni ad accrescere ulteriormente l’importanza della citta`. Negli ultimi anni, sviluppatosi il dibattito sulle nuove province, la citta` si e` resa tra le maggiori protagoniste della nascita della provincia di Olbia-Tempio, di cui e` uno dei capoluoghi.

Olbia, San Pantaleo
Olbia, castello di Pedres o Castel Pedreso

I 26 Comuni della Provincia di Olbia - Tempio
AGGIUS
AGLIENTU
ALA' DEI SARDI
ARZACHENA
BADESI
BERCHIDDA
BORTIGIADAS
BUDDUSO'
BUDONI
CALANGIANUS
GOLFO ARANCI
LA MADDALENA
LOIRI PORTO SAN PAOLO


I 26 Comuni della Provincia di Olbia - Tempio
LUOGOSANTO
LURAS
MONTI
OLBIA
OSCHIRI
PADRU
PALAU
SAN TEODORO
SANT'ANTONIO DI GALLURA
SANTA TERESA DI GALLURA
TELTI
TEMPIO PAUSANIA
TRINITA' D'AGULTU E VIGNOLA

Isola di tavolara gabbiani.
Panorama Tavolara

Isola di Tavolara
Spunta sul mare con pareti verticali come una montagna di calcare e granito alta oltre 500 metri. Nell'isola l'ecosistema si è conservato intatto in virtù dei difficili approdi che nei secoli l'hanno preservata dagli interventi antropici. Il settore orientale, zona militare, è inaccessibile. Al contrario nella striscia di terra bassa, chiamata Spalmatore di Terra, si trovano spiagge, un porticciolo, due ristoranti tipici e qualche casa. Insieme alle vicine isole Molara e Molarotto, su cui vivono 150 esemplari di mufloni, oggi è un parco marino.
I suoi bordi granitici sono attraversati da grotte e nicchie. Sulla striscia sabbiosa Spalmatore di Terra crescono gigli di mare mentre la roccia è ricoperta da cespugli di ginepro, elicriso, rosmarino e lentisco. Ma sull'isola di Tavolara ci sono anche da bellissimi esemplari di flora come l'Erodium coricum, una varietà di geranio, e l'Asperula deficiens, rarissima, che qui ha trovato l'habitat ideale. Si racconta che nel secolo scorso Carlo Alberto, re di Piemonte e Sardegna, sbarcato sull'isola a caccia delle mitiche capre dai denti d'oro (fenomeno causato da un'erba che lascia quei riflessi), ne fosse rimasto affascinato al punto da nominare il suo unico abitante, Paolo Bertolini, ''re della Tavolara''.
D'estate Tavolara si raggiunge facilmente da Olbia. Le acque della riserva, caratterizzate dal blu dei paesaggi sottomarini, possono essere esplorate con immersioni guidate in vari luoghi. Ad esempio, a sud di Tavolara, a Teddja Liscia, astree, stelle rosse, cernie, ma anche gorgonie gialle appaiono tra gli anfratti e i cunicoli nei blocchi di calcare. Fra le località della costa vicina all'isola, la spiaggia La Cinta, lunga circa 5 km, ricoperta di sabbia bianchissima in cui si sente il profumo di ginepri, rosmarini, lentischi, è un ambiente naturale unico al mondo.
Da alcuni anni Tavolara fa da sfondo ad un'interessante rassegna cinematografica estiva, che coinvolge artisti di grande fama e richiama un pubblico appassionato.
Come arrivare
L'isola di Tavolara è raggiungibile via mare partendo da Porto San Paolo. Nel periodo estivo ci si arriva anche con imbarcazioni private da Olbia e Golfo Aranci.
Contatti
Consorzio di gestione area marina protetta di Tavolara e Punta Coda Cavallo
tel. +39 0789 203013
www.amptavolara.it
info@amptavolara.it



" Tavolara spunta dal mare come una montagna di calcare e granito alta oltre 500 metri. Nell'isola l'ecosistema si è conservato intatto in virtù dei difficili approdi che nei secoli l'hanno preservata dagli interventi antropici. Il settore orientale, zona militare, è inaccessibile. Al contrario nella striscia di terra bassa, chiamata Spalmatore di Terra, si trovano spiagge, un porticciolo, due ristoranti tipici e qualche casa. Insieme alle vicine isole Molara e Molarotto, su cui vivono 150 esemplari di mufloni, oggi è un parco marino."

Tavolara, linea di cresta

Area Marina Protetta Tavolara Punta Coda Cavallo

Tra storia e leggenda Comincia nelle grotte la storia della presenza umana sull’Isola di Tavolara. Sul lato orientale si affaccia sul mare e sulla costa dell’isola maggiore il Riparo della Mandria. Sembra solo una piccola rientranza nella parete di calcare, ma può ospitare molte persone e ancora oggi vi trovano spesso rifugio branchi di capre. Negli anni ‘50 del secolo scorso fu rinvenuto qui dal Maxia quello che restava di un focolare neolitico, ma soprattutto vengono da qui ancora oggi resti di prolago (Prolagus sardous) un piccolo mammifero sul quale sono nate molte leggende e forse anche quella dei topi giganti di Tavolara. Il prolago, il cui ceppo originario sembra derivare dalla Mongolia, raggiunse in ondate successive Corsica e Sardegna, sfruttando l'abbassamento del livello marino fin dal periodo miocenico. Era un mammifero della famiglia dei lagomorfi, della taglia di una cavia e un peso di circa 800 gr. Viveva nutrendosi di vegetali in un ambiente simile a quello oggi presente a Tavolara caratterizzato da bosco, rocce e macchia mediterranea. Probabilmente si estinse perchè entrò in competizione con roditori "moderni", come il ratto, più che per la predazione operata dall'uomo in Sardegna, per il quale, sopravvivendo a diverse invasioni faunistiche nell'isola, fu certamente una componente fondamentale della dieta nel paleolitico e nel neolitico. Ma c’è anche chi ritiene si sia estinto in epoca molto recente. Nel 1774 nella "Appendice alla storia naturale dei quadrupedi di Sardegna" Francesco Cetti risolve così il problema degli “smisurati topi” di Tavolara.

l'Isola di Taulara nominata per le sue capre selvatiche, si nomina pure per i suoi smisurati topi.... Di somiglianti sterminati topi se ne trovano pure nella isola di San Pietro... Alla dentatura riconobbi, che l'animale era veramente del genere de' topi....bastevole argomento mi fornirono i piedi....Riconobbi allora, che quelle pelli non erano se non se spoglie del comun topo di Sardegna....e per questa ragione altro che la
comun spezie non saranno i grossi topi di Taulara, di Molara, e se in altre isole adiacenti se ne trovano...


Forse le sue conclusioni furono affrettate e non di topi si trattava, ma di prolaghi. C'è ragione di ipotizzarlo perchè a Tavolara si rinvengono tuttora non solo fossili, ma anche resti non ancora fossilizzati di Prolagus sardus. Un’altra grotta sul versante opposto di Tavolara racconta dei primi uomini che vissero sull’isola. È la Grotta del Papa. Prende il nome dalla guglia che sta nelle vicinanze, la cui forma ricorda un pontefice con la tiara sul capo. La grotta, purtroppo a lungo saccheggiata, rivela ancora tracce di frequentazione che documentano una delle più antiche culture sarde, quella di Bonu Ighinu, risalente al neolitico medio. Infatti, su una delle pareti hanno resistito al tempo alcune pitture che rappresentano figure umane stilizzate. Da allora la grotta fu sempre frequentata dall’uomo come testimoniano ritrovamenti di lucerne di epoca romana e le tracce dei vandali moderni che hanno sconvolto gli strati archeologici ed abbattuto stalattiti e stalagmiti.


Riparo della Mandria a Tavolara, nel quale sono stati ritrovati resti di un focolare neolitico e fossili di prolago.



Graffiti di epoca neolitica, raffiguranti figure umane stilizzate, su una parete della Grotta del Papa.



Ai pochi elementi disponibili a terra per raccontare la storia delle epoche antiche si è aggiunta, nell’ultimo decennio del secolo scorso, una notevole quantità di informazioni provenienti da ricerche archeologiche subacquee. Tavolara è all'imboccatura del grande golfo che conduce ad Olbia, fondata dai punici nella prima metà del IV° secolo a.C., e ha perciò una posizione strategica e di crocevia di una gran quantità di traffici marini. Di più sembra essere stata al centro di un sistema di postazioni militari fisse collocate ai due estremi del golfo, dove sono attestati, da evidenze stratigrafiche, oltre 600 anni di frequentazione continua a partire dal IV°-III° secolo a.C.. Sott'acqua poi, oltre 80 giacimenti archeologici, di diverse tipologie, coprono un arco di tempo che va dal III° secolo a.C. all'età moderna. La gran quantità di reperti subacquei testimonia di quanto secche e piccoli scogli emergenti fossero un pericolo per la navigazione. Lo mostrano anche i molti relitti moderni visibili sia su scogli emersi, che al piede di scogliere sommerse. Lo testimoniano con ancora maggiore chiarezza i relitti antichi ritrovati e scavati in questi anni a Porto San Paolo e a Salinedda, nel territorio di S.Teodoro La gran quantità di relitti sommersi non è da addebitare solamente alle difficoltà di navigazione, ma attesta anche l'intensità e le modalità dei traffici nella zona. Il rinvenimento di numerose imbarcazioni o resti di carico di dimensioni contenute porta a supporre che vi sia stato un periodo, in epoca romana, in cui le grandi onerarie non si avventuravano sottocosta e la distribuzione dei carichi veniva effettuata con imbarcazioni più piccole, puntando direttamente ai numerosi insediamenti sparsi lungo la costa. Questa modalità di distribuzione delle merci è forse da mettere anche in relazione con i periodici interramenti subiti dal golfo di Olbia, per gli apporti di materiali da parte del Rio Padrongianus, che sbocca proprio al suo interno. Le isole inoltre dovevano rappresentare importanti punti di riferimento lungo le rotte per la possibilità di approvvigionamenti di acqua e di cibo. Infatti, oltre ad offrire abbondante selvaggina, erano più sicure rispetto al rischio di contrarre la malaria, diffusa invece lungo la costa. Sott'acqua sono conservati reperti di diverso tipo. Parti di scafi in legno, ancore, carichi di anfore e vasellame, manufatti in pietra, grandi ziri.

Relitto romano del III secolo d.C. rinvenuto a Porto San Paolo.
Relitto romano del III secolo d.C. rinvenuto a Porto San Paolo.

Del periodo medievale rimangono testimonianze tanto cospicue quanto misteriose a Molara. Sulla sommità dell’altura prospiciente a Punta Arresto, a nord est dell’isola, sorge ancora bene visibile il bastione del Castello di Molara, sulla cui datazione vi è molta incertezza. Sul versante settentrionale dell’isola vi è Cala Chiesa, dove a pochi metri dal mare seminascosti nella macchia sono ben riconoscibili i ruderi della chiesetta di S. Ponziano. Sono ancora in piedi l’abside e buona parte delle fiancate. Il culto di S.Ponziano sembra risalire all’esilio in terra sarda di Papa Ponziano e le fondamenta delle cumbessias che circondano la chiesetta testimoniano come anche qui, come in molte altre località sarde, si radunassero i fedeli per la festa del santo. Nella prima metà dell’Ottocento prende corpo la vicenda dei re di Tavolara, in bilico tra storia e leggenda. Giuseppe Bertoleoni, originario di La Maddalena e proprietario di greggi, occupò all'inizio dell'ottocento alcune isole, tra cui Mortorio, per stabilirsi poi definitivamente a Tavolara. Certo è che suo figlio, Paolo Bertoleoni, primo re dell'isola, un qualche riconoscimento lo ricevette direttamente da Carlo Alberto, principe di Savoia, che poi diverrà vero re del regno sabaudo. A riprova di ciò a Buckingham Palace, tra le immagini di tutte le dinastie regnanti del mondo, c'è anche una foto del Re di Tavolara, re del più piccolo regno del mondo. L'ultimo dei re, Carlo, è scomparso nel 1993 e si è così interrotta la discendenza diretta per primogenitura. Tonino, cui spetta il titolo come secondogenito, è proprietario di un bel ristorante sulla grande spiaggia di Spalmatore ed assieme alla sorella Maddalena custodisce i ricordi del regno, oggi frazione di Olbia e in gran parte di proprietà di una famiglia romana e del demanio militare. Fu la costruzione del faro prima e poi l'insediamento di pescatori ponzesi, attratti dalle aragoste che allora abbondavano, a far lievitare la popolazione dell'isola che crebbe fino ad un massimo di una sessantina di abitanti. In quella fase si sviluppò sull’isola anche la produzione della calce nei grandi forni ancora ggi ben visibili: gli ingredienti erano a portata di mano, infatti, pietra calcarea e legna da ardere non mancano di certo a Tavolara. Fino a quando nella prima metà degli anni ‘60 del secolo scorso la marina militare espropriò l’area di Punta Timone dove risiedeva la maggior parte della piccola comunità di fanalisti e pescatori-pastori, che andò a formare il nucleo a mare dell’odierna Porto San Paolo. A Punta Timone fu costruita la base ancora oggi ritenuta strategica per le comunicazioni militari in bassissima frequenza.

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1 Parte del muro perimetrale del Castello di Molara, di epoca medievale. 2 Abside della piccola chiesa di San Ponziano, di epoca medievale, Località Cala Chiesa a Molara.


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1 Forni per la calce a Tavolara. 2 Piccolo cimitero dei re di Tavolara.






Rocce, piante endemiche e animali rari
Se c’è un aspetto del paesaggio che colpisce navigando tra le isole è il contrasto tra la le pareti verticali di Tavolara, che sotto il sole dell’estate sembrano voler abbagliare con il loro biancore, e le forme dolci, dai colori rosati, del granito della costa e delle altre isole. Il calcare di Tavolara è quello che resta dell’imponente copertura calcarea che risale al periodo mesozoico e che lungo la costa orientale della Sardegna si conserva solo qui, a Capo Figari e nel Golfo di Orosei. Il calcare di Tavolara porta ben riconoscibili i segni dello scorrere del tempo: grandi e piccole cavità si aprono fuori dall’acqua e sott’acqua, segno del carsismo tipico delle zone sedimentarie. Una delle forme più caratteristiche è il grande arco ad est dell’isola, residuo del crollo di una grande grotta. Ma sui calcari di Tavolara è ben visibile anche l’evoluzione del rapporto tra terra e mare. A circa 8 metri d’altezza in vari punti della falesia orientale è evidente il solco di battente fossile che indica dove fosse il livello del mare circa 120.000 anni fa. Così come sotto la superficie del mare sono visibili i resti di condotti carsici smantellati dalle onde e altri solchi di battente che testimoniano della risalita delle acque da quando, circa 18.000 anni fa, esse si abbassarono fino a circa 120 metri in meno rispetto al livello attuale. Di questa risalita le testimonianze più evidenti sono però le cosiddette strade romane. Ben visibili ai lati dello Spalmatore di Terra, in realtà sono beach rocks, cioè spiagge fossili collocate ai vari livelli nei quali il mare sostò nelle pause della risalita. L’azione degli agenti atmosferici e marini ha modellato anche il granito che per la sua natura cristallina subisce però evoluzioni diverse. Dovunque fuori e dentro l’acqua sono evidenti i tafoni, caratteristiche forme dell’erosione che costruiscono le architetture più varie, partendo dal distacco di un primo minuscolo cristallo, aspostato dal vento e dall’acqua. Ad addolcire le forme della roccia ci pensa nelle isole maggiori la rigogliosa macchia mediterranea, che sia a Molara che a Tavolara ha anche alcune formazioni arboree. Ma sono le piante endemiche, più di 30 specie, a costituire il patrimonio più prezioso. Ben sette sono state descritte per la prima volta sulla base di esemplari raccolti a Tavolara. Di queste Asperula deficiens è esclusiva di Tavolara ed è per questo una delle piante più rare del mondo. Così lungo i sentieri e tra i dirupi è possibile scoprire piante altrove molto localizzate come Centaurea horrida, un paleoendemismo che forma classici pulvini spinosi nella zona di Punta Timone, e Centaurea filiformis, dai ciuffi spettinati, diffusa un pò dovunque sui calcari. Vicino ai ristoranti si incontrano i fiori viola e bianchi del semprevivo (Limonium sinuatum); in riva al mare, ma anche a 100 metri di altezza, vive il Limonium hermaeum, endemismo dei calcari occidentali della Sardegna, il cui nome ricorda la denominazione romana dell'isola, Hermaea insula appunto. Ai piedi delle falesie si incontrano nelle zone in ombra i calici azzurri della Campanula forsythii. Indifferente al substrato, Erodium corsicum colonizza le spaccature: è un piccolo geranio endemico di Sardegna e Corsica. Per chi conosce le isole bruciate dal sole nel periodo estivo, la primavera offre uno spettacolo inaspettato. Tra pietre e vegetazione su Tavolara, Molara e Molarotto vivono alcune delle più importanti colonie di uccelli marini del Mediterraneo. La popolazione stimata delle berte minori è di circa 7000 coppie nidificanti. I nidi occupano ogni tipo di anfratto soprattutto nei versanti orientali di Tavolara e Molara. Più problematica la stima delle coppie di berta maggiore, che viene osservata in ogni periodo dell'anno in gruppi di 30-40 individui. Forse la presenza più caratteristica è quella del marangone dal ciuffo. Già a dicembre gli adulti mettono la livrea nuziale: il becco diventa giallo carico, l'occhio di un verde smeraldo e il piumaggio assume un aspetto brillante con iridescenze verdi. La cresta è eretta sul capo e da quel momento ogni spaccatura, ogni cespuglio ospita almeno una coppia. A Tavolara si possono contare più di 300 nidi, ma è a Molarotto dove il marangone la fa da padrone. Sul piccolo scoglio occupa tutti gli anfratti, si nasconde tra i malvoni e molti nidi dei ritardatari sono allo scoperto. A volte formano grandi gruppi e pescano insieme: se la mangianza è abbondante può capitare di vederli assieme a berte, gabbiani reali e corsi. Può succedere anche di vedere due, tre delfini (Tursiops truncatus) entrare nel gruppo per associarsi al banchetto. Sono scene non da "alta stagione" ovviamente, ma in autunno ed in inverno fino all'inizio della primavera nel mare di Tavolara, Molara e Molarotto succede anche questo. I gabbiani reali nel periodo riproduttivo occupano tutte le isole, con più di 1000 coppie nidificanti. A Molara nidifica il gabbiano corso. La colonia, accerchiata dai gabbiani reali, negli ultimi anni ha cambiato sito più volte, ma il numero delle coppie è sempre considerevole. Fuori dal periodo riproduttivo i corsi si disperdono lungo la costa, avvicinandosi a riva: ma non perdono quel non so che di nobile che li distingue dai reali. Hanno il volo più lieve e manovrano con maggiore destrezza. Sulle piccole isole di granito nidificano le sterne comuni: coppie isolate depongono le uova sulla roccia e difendono accanitamente il nido da qualsiasi intruso. Ospiti recenti delle isole più piccole sono le garzette. Eleganti aironi dalla livrea candida, becco nero, zampe nere e piedi gialli, formano piccole colonie dove i nidi sono quasi al suolo uno a ridosso dell’altro. Le alte falesie di Tavolara ospitano indisturbate almeno 3 coppie di falco pellegrino, oltre alla poiana ed al gheppio. Ma è l’aquila reale sicuramente la presenza faunistica più importante. Da alcuni anni una coppia si riproduce stabilmente sull’isola ed ogni anno si possono osservare le evoluzioni ancora incerte del piccolo facilmente riconoscibile per le macchie bianche sulle ali scure. Tavolara è forse nel Mediterraneo l’unica piccola isola ad ospitare il nido del nobile rapace. Le aquile spesso si spostano sull’isola maggiore per rimpinguare la dieta, ma cercano prede anche nelle colonie dei gabbiani, predano qualche capretto dai denti d’oro. Ennesima leggenda quella che vuole le capre di Tavolara come rappresentanti di una razza endemica caratterizzata da una patina dorata sulla dentatura. In realtà le capre di Tavolara sono solo le dirette discendenti di quelle abbandonate a metà anni sessanta dagli abitanti dell'isola quando, con la costruzione della base militare, si trasferirono sulla terraferma.







C'è un’altra rarità che resta da ricordare. Esclusivamente sullo scoglio di Molarotto vive numerosissima la lucertola di Molarotto, appunto, una sottospecie di Podarcis tiliguerta, la ranzii. La livrea molto scura, punteggiata di celeste, la rende straordinariamente ed inaspettatamente mimetica sui graniti pieni di fessure, soprattutto quando la luce del sole a picco esaspera i contrasti. Della foca monaca purtroppo resta solo il ricordo di quando ancora sostava a riposare sulla spiaggia di levante a Punta Timone e i pescatori dovevano scacciarla per poter mettere a mare le loro piccole imbarcazioni di legno. Quella stessa spiaggia dove sotto un grande masso cercava ombra al momento di figliare. L’ultimo avvistamento del grande pinnipede nei pressi di Tavolara risale al 1992, ma la sua presenza stabile ormai è solo poco più che una leggenda. Afare da contorno al paesaggio della costa e delle isole vi sono due importanti zone umide. A Porto San Paolo, il piccolo stagno di Porto Taverna, diviso dal mare da un piccolo complesso dunale, nonostante le dimensioni, ospita nel periodo dello svernamento notevoli presenze faunistiche. Ben più importante lo Stagno di San Teodoro, alle spalle della grande spiaggia de La Cinta con dune colonizzate da ginepri. Lo stagno ospita durante l’inverno centinaia di fenicotteri, ma anche specie ben più rare come cicogne nere e smerghi minori. Centinaia di anatre di tutte le specie, folaghe, svassi e molte altre varietà di uccelli acquatici svernano nella laguna, dove è attivo un centro di piscicoltura, che svolge attività di ittiturismo con un centro di ristoro.



Un gabbiano corso nella colonia riproduttiva di Molara.
Un pulcino di garzetta nella colonia isolotto Rosso di Brandinchi.
Coppia di berte minori sul nido in una grotta di Tavolara
Lucertola endemica dell'isola di Molarotto

Lo scrigno sommerso

Se c'è un sito d'immersione che sintetizza i fondali di Tavolara è Tegghja Liscia. Sulla parete verticale fuori dall'acqua un grande masso incombe e sembra stia per cadere da un momento all'altro. Così almeno fanno pensare gli enormi blocchi di calcare che movimentano il fondo fin dai primi metri di profondità. E non si fa a tempo a lasciare la catena della boa d'ormeggio che sciami di centinaia di saraghi fasciati si lasciano avvicinare indolenti. Più in là gruppi numerosi di corvine stanno a mezz'acqua all'ombra di una grande pietra e non si spostano se ci si avvicina. Da un masso sbuca un dentice e anche lui si lascia guardare, mentre poco più in là un'orata bruca incurante di subacquei e bolle. Intanto ci si accorge di essere sotto scorta perché un sarago maggiore di dimensioni generose, sempre lo steso, segue i subacquei come un cagnolino pronto a posare per il primo piano se c'è qualche fotografo. Più a fondo scivola sulla posidonia uno sciame argentato di barracuda. Quando sembra di aver gustato tutto lo spettacolo, ci si accorge che manca ancora il finale. Una zona di massi sparsi tra la posidonia con due più alti e appuntiti offre l'ultima sorpresa: sulla foglie piegate sta posata un'enorme cernia che, se non si sa che c'è, si rischia di finirci addosso. Si arriva ad un metro quando lei si solleva e si sposta lentamente. Ed eccone comparire un'altra, poi un'altra ancora e un'altra. Comincia così un gioco a rimpiattino tra i massi con i cernioni che sembrano stare assolutamente al gioco.



È così in tutti i punti d'immersione, sia tra i calcari di Tavolara, che tra i graniti lisci di Molara. E' così alla Secca del Papa, dove al ritorno del pesce si aggiunge il rutilante gioco delle gorgonie rosse e gialle. È una delle più belle secche del Mediterraneo. A circa un quarto di miglio da riva dai 42 metri del fondo si innalza, fino a 15, il pinnacolo più alto. Lo circonda una nuvola di castagnole, pronte ad aprirsi e subito a ricompattarsi per il frequente arrivo di voraci ricciole. Giù dal colmo della secca, scendendo verso nord ovest si aprono, tra sciami di castagnole rosse, i grandi ventagli delle paramuricee. La luce delle torce fa risaltare il rosso vivo delle colonie; molte hanno una variante di colore gialla e l'impatto visivo è ancora maggiore. Costeggiando altre due guglie più basse, ricoperte anch'esse dalle gorgonie, si giunge su un'ampia zona di coralligeno. Mimetizzate sul fondo, un pò guardinghe, ma curiose, 5 o 6 grandi cernie osservano la discesa dei subacquei. Solo quando la distanza si fa troppo stretta si sollevano e lentamente guadagnano un anfratto, pronte a riaffacciarsi per controllare cosa succede. Può accadere che, mentre si osservano le evoluzioni dei grandi serranidi, improvvisamente compaia un branco di grossi dentici: immagine fugace, ma così forte da restare a lungo negli occhi. Al ritorno la piramide della secca sembra indicare la via verso la superficie. Ma c’è anche il gran finale con un folto sciame di barracuda dalle livree lucenti che scivola lentamente tra i rilievi e poi inizia ad inanellare misteriosi girotondi. I fondali del versante sud di Tavolara sono caratterizzati dall'ambiente di falesia, che in alcuni punti scende diritta fino alla profondità di 22 m. Al piede della parete ampie frane di massi, brucate dai ricci, si alternano a zone colonizzate da Posidonia oceanica. Piccoli condotti carsici si aprono in vari punti creando tipici ambienti di grotta dove si riproducono le magnose (Scyllarides latus). Il lato nord dell'isola invece è contornato da una ristretta zona di frana, poco profonda, che termina su una piana detritica dove è insediata la prateria di posidonia.Tutta la falesia sommersa di Tavolara, per la sua natura calcarea è segnata dalla presenza di animali demolitori e di alghe costruttrici. Dentro il calcare infatti si insediano spugne (Cliona) e bivalvi (Lithophaga) che indeboliscono la struttura della parete, sottoposta all'incessante azione erosiva delle onde. Al contrario, nelle zone con minore illuminazione, alghe rosse calcaree costruiscono formazioni sporgenti, ricche di anfratti che divengono ambienti adatti ad una miriade di altri organismi. Una specie in particolare modella concrezioni a forma di marciapiede che si protendono dalla roccia, appena sotto il livello del mare, in corrispondenza di spaccature soggette ad un forte idrodinamismo. Lithophyllum lichenoides è il suo nome ed è un indicatore di buona salute ambientale, essendo particolarmente sensibile agli agenti inquinanti, soprattutto agli idrocarburi. Notevolmente diverso è il paesaggio sottomarino attorno a Molara, alle isole più piccole e più a sud sulle Secche di San Teodoro. I graniti riproducono sott'acqua gli scenari della terra emersa. Grandi panettoni di roccia fessurati, bucati e ricchi di tafoni ricoprono il fondo. Lo Scoglio del Fico a poche decine di metri da Molara è il prototipo di questa sequenza di secche rocciose. Sott'acqua il granito è ricoperto da un sottile feltro di alghe su cui spiccano frequenti le colonie di idrozoi, popolate da colorati nudibranchi; nelle zone d'ombra compaiono i rossi, i gialli e gli arancioni delle spugne. Nelle spaccature e negli anfratti sono comuni le corvine e le cernie. Molto diffusi i saraghi fasciati, sempre più diffusi i saraghi maggiori. La Secca di San Teodoro, di fronte alla grande spiaggia della Cinta, è molto vasta ed è formata da numerosi rilievi di granito dalle forme rotondeggianti. Ai margini delle zone rocciose più ampie, tra massi accatastati, spesso vi sono passaggi e scorci suggestivi. Usuale l'avvistamento di sciami di barracuda, cernie, corvine e murene. I rilievi sono circondati da ampi praterie di posidonia e da zone detritiche e l'immersione ha in genere uno sviluppo itinerante e ad ogni catasta di massi si può trovare una sorpresa. Da Molara fino a Molarotto alle forme arrotondate si sostituisce un paesaggio subacqueo irto di guglie che si alternano a larghe zone di detrito e posidonia dove spesso svettano grandi nacchere (Pinna nobilis). Più a fondo intricate costruzioni di coralligeno danno rifugio a cernie, saraghi e aragoste. Le guglie sono la componente fondamentale del paesaggio di Punta Arresto, dove si nuota tra profondi canyons orlati dai picchi di granito, macchie di posidonia, chiazze di detrito e accumuli di massi. Dovunque una gran quantità di pesce, soprattutto saraghi e salpe e al margine delle rocce nel blu branchi di dentici spesso di grosse dimensioni. C’è infine per gli appassionati l’attrattiva dei relitti. A partire dalla Chrisso, arenatisi contro gli scogli di Punta La Greca la notte di Capodanno del 1974 e successivamente smantellata con inesorabile progressione della violenza delle onde. È in bassissima profondità ma offre scorci suggestivi e osservazioni
interessanti. Al largo di Molara c’è il relitto dell’Oued Yqem, una nave da carico francese affondata nel 1941 da un sommergibile. Tra i resti martoriati si nascondono saraghi, grosse cernie, murene e gronghi. A ridosso
dello scoglio dei Fratelli giace smembrato in più tronconi il relitto dell’Omega, residuo del drammatico naufragio in una notte di tempesta del 1974. Circondato dalla prateria di posidonia, spesso è teatro di scorribande di sciami di ricciole. Infine c’è il misterioso relitto di un aereo, un Reggiane 2001, al largo di Molara, l’unico esemplare rimasto di questo velivolo della seconda guerra mondiale.

L'Area Marina Protetta "Tavolara -Punta Coda Cavallo",
affidata al Consorzio costituitosi tra i tre comuni di Olbia Loiri Porto San Polo e S.Teodoro come Ente gestore, è stata istituita secondo la Legge 979 del 1982, integrata dalla Legge 394 del 1991, con Decreto del Ministero dell'Ambiente, il 12.12.97 e successive modifiche. Occupa un’area di mare di 15.000 ha circa, suddivisa in zone a diverso grado di tutela secondo lo schema seguente:

ZONA A - Riserva Integrale è consentito:
- L'accesso al personale dell'Ente Gestore, per attività di servizio, e al personale scientifico, per lo svolgimento di ricerche debitamente autorizzate.
- La realizzazione di visite guidate subacquee, regolamentate dall'Ente Gestore, in aree limitate secondo percorsi prefissati, tenendo comunque conto delle esigenze di elevata tutela ambientale.
Sono vietati:
- La balneazione.
- La pesca professionale e sportiva.
- Il transito di natanti fatta eccezione per quelli dell'Area Marina Protetta.

ZONA B - Riserva Generale è consentito:
- La navigazione a natanti ed imbarcazioni a bassa velocità (non oltre i 10 nodi).
- Le visite anche subacquee regolamentate dall'Ente Gestore dell'Area Marina Protetta.
- La balneazione.
- L'ormeggio alle apposite strutture predisposte dall'Ente Gestore dell'Area.
- La piccola pesca, con attrezzi selettivi che non danneggino i fondali, ai pescatori professionisti dei Comuni le cui coste sono comprese nell'Area Marina Protetta, con un carico giornaliero regolamentato dall'Ente Gestore.
Sono vietati:
- La pesca professionale con reti a strascico e cianciolo.
- La pesca sportiva con qualunque mezzo esercitata.

ZONA C - Riserva Parziale è consentito:

- La navigazione a natanti e imbarcazioni
- L'ormeggio come regolamentato dall'Ente Gestore.
- Le immersioni subacquee, compatibili con la tutela dei fondali.
- La piccola pesca, (con attrezzi selettivi che non danneggino i fondali, ai pescatori professionisti dei Comuni le cui coste sono comprese nell'Area Marina Protetta.
- La pesca sportiva con lenze e canne da fermo.

DISCIPLINA PROVVISORIA
Nell'Area Marina Protetta vige una disciplina provvisoria emanata dalla Capitaneria di Porto di Olbia che regola nel dettaglio le diverse attività e prevede tra l'altro, che nelle zone "B" e "C" è vietato l'ancoraggio, salvo che sui fondali sabbiosi o ciottolosi e nelle aree appositamente individuate ed attrezzate.

Area Marina Protetta "Tavolara -Punta Coda Cavallo"

Per uno sviluppo compatibile

L’Area Marina Protetta Tavolara Punta Coda Cavallo comprende i territori costieri dei tre comuni di Olbia, Loiri Porto San Paolo e San Teodoro. La costituzione del Consorzio dei tre Comuni e l’affidamento ad esso della gestione hanno consentito di dare pieno sviluppo alle attività di programmazione e di gestione e di superare la fase dell’ordinaria amministrazione in precedenza svolta in modo lodevole dalla Capitaneria di Porto di Olbia. L’AMP ha ottenuto la certificazione di qualità ambientale SGA, secondo EMAS, e ha avviato un programma di gestione ambientale 2004-2007. Una serie di interventi sono già stati attuati per l’attiva zione di un sistema di sedi periferiche e di centri visita con l’obbiettivo di un aumento della sensibilità e dell’affermazione del ruolo dell’AMP. Una seconda linea di progetti è finalizzata alla riduzione degli scarichi a mare, dei rifiuti incontrollati, dei motori inquinanti e dei fenomeni di erosione costiera. Un terzo gruppo di progetti riguarda gli effetti sulla biodiversità dovuti alla presenza di Caulerpa taxifolia ed agli ancoraggi non controllati. Al fine di ridurre il rischio di incidenti ambientali e per la diffusione di regole di corretta fruizione è in allestimento un sistema di sorveglianza e vigilanza autonomo. Altre risorse sono state indirizzate verso progetti di educazione ambientale nelle scuole e di fruibilità e conoscenza del territorio. Infine un considerevole sforzo sarà sviluppato per aumentare la fruibilità gestita e compatibile dell’Isola di Tavolara, con l’obiettivo di farla divenire il centro anche culturale dell’AMP. Molti di questi progetti sono già in corso di attuazione e tutti concorrono all’obbiettivo primario dell’attività dell’Ente gestore: affermare la possibilità di conservare una risorsa naturale di valore inestimabile, senza ridurre le possibilità di sviluppo.


Consorzio tra i Comuni di Olbia, San Teodoro e Loiri Porto San Paolo

Ente gestore - Via Dante 1, 07026 Olbia Tel 0789 203013 fax 0789 204514
E-mail: consorzio@amptavolara.191.it

Info Points I.CI.MAR. - Museo del Mare Via Niuloni 1, 08020 San Teodoro 0784 866010

Pro Loco Porto San Paolo 07020 0789 480105

Comune di San Teodoro (08020) P. Emilio Lussu 1
Tel. 0784.86.09.99 Fax 0784.86.51.92

Capitaneria di Porto Olbia V.le Isola Bianca 07026
Tel. 0789.21.24.3 Fax 0789.27.737

Comune di Loiri Porto San Paolo (07020) V. Dante
Tel. 0789.41.10.6 Fax 0789.41.01.6

Comune di Olbia (07026) C. Umberto 1
Tel. 0789.52.000 Fax 0789.25.007




Immagini e testi: Egidio Trainito

In immersione alla Secca di S.Teodoro
In immersione alla Secca di S.Teodoro
Visone aerea Capo Coda Cavallo, Molara e la falesia meridionale.
Visone aerea Capo Coda Cavallo, Molara e la falesia meridionale.

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