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Macomer :: grazie alla sua centralità geografica, stradale e ferroviaria, è un punto di incontro di traffici e di commercio nell'Isola.

Località Sarde > Nuoro


Macomer, panorama del paese
Donna in Costume Sardo

Macomer

Il paese è situato sul ciglio esterno dell'altopiano del Marghine da dove domina tutta la piana sottostante fino al massiccio del Gennargentu, protetto alle sue spalle dai rilievi del monte Santu Padre e del monte Manai. La sua particolare posizione geografica ha influito molto sullo sviluppo economico e sulla sua storia creando una felice commistione di storia e natura.

Abitanti: 11.117
Superficie: kmq 122,60
Provincia: Nuoro
Municipio: corso Umberto I - tel. 0785 790800
Cap: 08015
Guardia medica: via Largo Ciusa - tel. 0785 70109
Polizia municipale: corso Umberto I - tel. 0785 790800
Biblioteca: corso Umberto I - tel. 0785 20890
Ufficio postale: via Gramsci, 2 - tel. 0785 220300

Stemma di Macomer
La vetrina delle Aziende Sarde

Informazioni Turistiche e Curiosità su Macomer

Macomer comune della Provincia di Nuoro, conta 11.117 abitanti, si trova a 563 m sul livello del mare, in un importante punto di passaggio tra il Logudoro e il Campidano. Il territorio allungato da nord a sud si estende per 122,58 kmq e confina a nord con quelli di Semestene e Bonorva, a est con Bolotona, Bortigali, Birori e Borore, a sud ancora con Borore e a ovet con Scano di Montiferro e Sindia. Si tratta di una regione di confine, segnata dalle propagini della Catena del Marghine che dividono l'altipiano di Abbasanta, che si trova a sud, da quello di Campeda che si trova a nord. Situata al centro della Sardegna, all'intersezione delle principali reti stradali e ferroviarie, Macomer ha proprio in questa ''centralità'' la sua caratterizzazione storica ed economica. Dal punto di vista economico la centralità geografica, stradale e ferroviaria, ha fatto di Macomer un punto di incontro di traffici e di commercio, di scambi culturali e di inurbamento, caratteristiche, queste, che la Città conserva da secoli. Punto di riferimento di una vasta area geografica, Macomer ha sviluppato e rafforzato negli anni una vasta rete commerciale, sia nella piccola che nella grande distribuzione, con interessanti ricadute occupazionali nei territori circostanti. Centralità geografica, economica e inurbamento hanno - di conseguenza - portato Macomer al ruolo di ''Città di Servizi'' di livello territoriale e interprovinciale. In Città sono, infatti, presenti numerose e importanti strutture di servizio, di istruzione, di trasporto ferroviario e autolinee ed è sede del V° Reggimento Genio Guastatori della ''Brigata Sassari''. Tali elementi e tale vocazione hanno trovato felice sintesi nella Fiera della Sardegna Centrale, negli spazi delle ex ''Caserme Mura'', rassegna delle produzioni commerciali, artigianali e dei servizi, diventata la manifestazione di settore più importante dell'Isola dopo la Fiera Internazionale di Cagliari. Negli stessi impianti si svolge, per lo più in primavera, la Mostra Regionale del Libro, la più importante manifestazione culturale-libraria della Sardegna giunta alla sua decima edizione. In primavera, quando è consentito dalle norme sanitarie e veterinarie, si svolgono mostre-mercato (Provinciali, Regionali e Nazionali) di bestiame ovino, caprino e bovino iscritto all'Albo Genealogico. Ricca di pascoli e di un patrimonio zootecnico di alta genealogia, valutato oltre 40 miliardi delle vecchie lire, Macomer può contare su circa 32.000 pecore selezionate e oltre 3.000 capi vaccini. Per questo Macomer, con grandi motivazioni, si è conquistata l'appellativo di ''Capitale del formaggio''. Oggi la Città è sede del Consorzio sardo laziale per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano, il formaggio sardo più esportato nel mondo (Usa e Canada in particolare); nella zona industriale operano diverse aziende che, complessivamente, lavorano milioni di litri di latte l'anno. Macomer poteva fregiarsi anche del titolo di ''Capitale del Tessile'' ma la grave crisi prima dell'Alas-Texal e poi della Tirsotex_Legler e Queen hanno ridotto drasticamente le potenzialità economiche e occupazionali del settore. E' certamente da segnalare la feste campestre (1-13 Giugno) in onore di Sant'Antonio da Padova: si tratta della sagrà più suggestiva per Fede, folklore e spettacolarità.
Cenni storici Il paese si trova nel territorio del Marghine-Planargia lungo le sponde del Rio S'Adde. I numerosi ritrovamenti dimostrano la presenza dell'uomo anche in questa zona della Sardegna sin dall'epoca preistorica. I principali siti di interesse archeologico sono le domus de janas, la necropoli di Filigosa, il complesso sepolcrale di Perdas de Tamuli, la tomba dei giganti di Puttu'e Oes e i nuraghi Ruju, Santa Barbara e Succoronis. I ritrovamenti più antichi e interessanti sono quelli della grotta Marras da cui proviene una statuetta di Dea Madre risalente al Neolitico Antico o Medio chiamata "Venere di Macomer".
Edificato su un gradino di antiche rocce vulcaniche, Macomer è uno dei nodi commerciali più importanti della Sardegna dell'interno. La parrocchiale di San Pantaleo è un esempio di architettura gotica secentesca di chiara ispirazione spagnola. Sul piazzale della piccola chiesa di Santa Croce, la sera del 17 gennaio in occasione della festa in onore di Sant'Antonio Abate viene acceso un grande falò, Sa Tuva. Non lontano dal centro, a poca distanza dalla strada Carlo Felice, una breve passeggiata porta fino al Nuraghe Santa Barbara, che con la sua mole imponente sovrasta una serie di torri minori e di bastioni. Ogni anno si tiene in paese la rassegna "Macomer in Fiera", una mostra-mercato d'interesse nazionale dedicata alle attività produttive della Sardegna centrale particolarmente interessante per il bestiame ovino, caprino, bovino ed equino.

Museo etnografico "Le arti antiche"

Una palazzina della metà dell'Ottocento situata nel corso principale di Macomer che, originariamente, era la residenza di campagna di possidenti della zona, ospita il Museo. L'edificio conserva l'architettura della tradizionale casa sarda, con gli stipiti e gli architravi di porte e finestre realizzati nella pietra locale, basalto e trachite, cosi come le strutture murarie. Al suo interno, perfettamente conservate, si trovano le scale in legno, le travi a vista, il pavimento "in taulatu" ed i camini in pietra. La ricca collezione documentaria comprende circa tremila pezzi, recuperati localmente grazie alla collaborazione della popolazione che, spesso, ha donato i propri manufatti e attrezzi. Gli oggetti esposti, tutti originali e databili tra il XVIII e XX secolo, sono relativi non solo alla civiltà contadina e pastorale tipica della zona, il Marghine, ma anche al lavoro degli abili maestri artigiani. L'allestimento dei vari ambienti della casa è diviso per arti e mestieri, con quattordici spazi che espongono oggetti a competenza femminile o maschile: la cucina con "sos furreddos" e l'angolo col telaio, ma anche la ricostruzione di una cantina per la vinificazione e la lavorazione del formaggio, la bottega del calzolaio, del maniscalco, del fabbro e del falegname. Il percorso si chiude con la visita alle camere da letto, dove è possibile apprezzare tutti quegli oggetti d'uso domestico, suppellettili d'epoca e pezzi d'arredamento tipico delle famiglie benestanti dell'Ottocento. Sono presenti barriere architettoniche.
Servizi Visita guidata compreso nel prezzo del biglietto. Percorsi didattici per bambini. Laboratorio sulla lavorazione della pasta e, per i bambini, laboratorio interattivo chiamato "contos de foghile", consistente in antichi racconti e leggende appartenenti alle tradizioni della civiltà sarda, da prenotare con un preavviso di due giorni. Escursioni nei siti archeologici di Tamuli e Filigosa e ai Nuraghi di Santa Barbara e Orolo, in auto fuori strada, con almeno due persone. Le escursioni possono comprendere, con prezzo da concordare, anche un pranzo tipico da consumare in località Su Cantareddu, sul monte Sant'Antonio. Escursioni e tour personalizzati in tutta la Sardegna.
Indirizzo: Corso Umberto n° 225 - 08015 Macomer
Sito internet: www.esedraescursioni.it


Macomer, Museo Le Arti Antiche: camera da letto.
Macomer, Museo Le Arti Antiche: lanterna.
Ipogeo dell'Eneolitico in regione Filigosa, nei pressi del nuraghe Ruiu. Macomer Provincia di Nuoro, Turismo Culturale e Archeologico in Sardegna.

Il territorio Macomer, in provincia di Nuoro, sta a 563 s.l.m. Ha una popolazione di 11.117 abitanti. Il suo territorio confina a est con i comuni di Bolotana, Bortigali e Birori, a sud con Borore, ad ovest con Sindia e Santu Lussurgiu, a nordovest con Semestene e Bonorva. Sorge sul gradino meridionale dell’altipiano basaltico di Campeda, il quale, limitato ad est dalla valle del rio S’Adde, si innalza per circa140 metri sul pianoro di Abbasanta-Borore, Il territorio comunale, che si estende verso nordnord- est per 122,58 kmq, è morfologicamente complesso: alle zone pianeggianti o subpianeggianti dell’altipiano di Campeda si oppongono quelle più accidentate delle pendici del gruppo del Badde ’e Salighes. A sud, invece, nella zona compresa tra Macomer e Borore, prevalgono i terreni pianeggianti. I suoli sono di origine basaltica o trachitica. I rilievi appartengono alla catena del Màrghine. Procedendo da ovest verso est si distinguono il Monte di Sant’Antonio (808 m), il Monte Pitzulu (798), che sovrasta il nuovo quartiere di Scalarba, il Monte Muradu (690), che presidia l’ingresso all’altipiano di Campeda (dove le altitudini si abbassano a valori intorno ai 600 m, per raggiungere i 700 in prossimità del confine con il territorio comunale di Bolotana) e il Monte Manai (795), a sinistra del rio S’Adde. Dal punto di vista idrologico sono individuabili due bacini: uno settentrionale, dato dai torrenti rio Columbos e rio Pilidu, affluenti del rio Campeda che si getta nel Temo; l’altro meridionale, dato dal rio s’Adde e dal rio Tòssilo, affluenti del rio Murtazzolu che confluisce nel Tirso.
Le origini Macomer ha una storia antichissima. Ad un’età compresa tra il Paleolitico superiore e il Mesolitico (10.000 a. C.) risalirebbe la celebre Veneretta rinvenuta nel 1949 dal signor Francesco Marras in un riparo sottoroccia (Sa perca ’e duas jannas) del versante destro della valle del rio S’Adde. La datazione è stata proposta sulla base di comparazioni stilistiche con altre Veneri peninsulari e dell’area danubiana e sarebbe confermata anche da alcuni utensili ritrovati nella stessa grotta con evidenti tracce di lavorazione riferibili ad industrie paleolitiche. La definizione di questa statua come “Dea madre” è pertanto imprecisa; questo concetto è prettamente neolitico e legato a contesti economici, spirituali e culturali diversi da quelli paleolitici, nei quali si parla soprattutto di Veneri, con un significato complessivo ancora privo della più complessa spiritualità neolitica e più vicino ad un naturalismo essenziale. Al Neolitico Recente (Cultura di Ozieri, 3500-2900 a.C.) appartengono anche le domus de janas di Tàmara, Funtana Giaga e Meriaga, come
pure i dolmen di Su Edrosu, di Bidui, di Terra Tenera. Nell’Età del Rame (2500-1900 a.C.) si registra una considerevole attività insediativa. Risalgono probabilmente a questo periodo (e gli specialisti sono portati a riferirli alla cultura di Filigosa) i resti imponenti della muraglia di Pedra Oddetta (“pietra assemblata”, dal lat. COLLECTA, sardo antico colletta, goddetta), sita sul versante sinistro del rio S’Adde, lunga, nell’estensione residua, circa 160 metri e ricavata fortificando tre pianori posti a quote differenti. La muraglia probabilmente proteggeva un villaggio ed è un esempio (incredibilmente trascurato) di architettura civile dell’Eneolitico. La cultura materiale delle genti di questo periodo è ben rappresentata dalla
necropoli di Filigosa (foto sopra), composta da almeno quattro ipogei – tre dei quali sono stati oggetto di scavo negli anni Sessanta del Novecento da parte della Sovrintendenza ai beni archeologici di Sassari (E.Contu ed A. Foschi), il quarto è stato indagato nel 1993 dalla stessa Soprintendenza (A. Foschi) – siti sulle pendici del colle antistante il poliambulatorio della città, sulla cui vetta sta il nuraghe Ruju (sempre nella foto sopra). Le tombe sono pluricellulari, hanno cioè una serie di ambienti che si susseguono penetrando nella roccia scavata e pulita con maestria, e sono precedute da un lungo corridoio scoperto, detto dromos. I materiali ceramici rinvenuti sono l’espressione di un’elaborazione autonoma, e non tarda, della Cultura di Ozieri, che appunto ha preso il nome di “Cultura di Filigosa”. Si tratta di vasi dai profili angolari, generalmente privi di decorazione o con decorazione graffita, e di colore prevalentemente grigio o grigio scuro. Recentemente Isabelle Paschina ha richiamato l’attenzione su un’importante quanto negletta sepoltura di età eneolitica, posta sulla vetta del Monte Manai, vittima purtroppo di ripetuti saccheggi da parte dei tombaroli, la quale meriterebbe urgenti interventi di tutela e di restauro per l’originalità della sua struttura. Nell’Età del bronzo (1900 - 900 a. C.) Macomer fu certamente un importante centro nuragico. Si contano nel solo territorio comunale 102 tra protonuraghi (o nuraghi a corridoio) e nuraghi, a tholos e polilobati (con più torri). Tra i più noti spicca quello di Santa Barbara (foto sotto) sulle pendici sudorientali del monte Manai. È uno dei più grandi della zona e tra i più complessi: ha quattro torri secondarie aggiunte con cortine murarie ondulate al torrione centrale, cronologicamente anteriore. È stato oggetto di una campagna di scavo e di alcuni interventi di restauro. Il dato più interessante è che i nuraghi complessi presenti nel territorio sono prevalentemente disposti sulle pendici dei rilievi, mentre quelli semplici stanno nelle aree pianeggianti dell’altipiano di Campeda. Un raggio di luce su questo popolo che abitava i monti e sul suo sistema insediativo e difensivo è stato gettato dalla lettura (realizzata da Attilio Mastino) dell’epigrafe in caratteri latini posta sull’architrave del nuraghe a corridoio di Aidu ’e Entos, nel territorio di Mulargia. Dopo diverse riletture del testo, limitato e lacunoso (ILI.IVR.IN/NURAC SESSAR), gli studiosi concordano nel considerare l’iscrizione una sorta di cippo di confine del territorio della celeberrima popolazione degli Iliensi, fieri avversari dei Romani, e quindi anche nell’identificare gli Insani Montes di cui parla Anneo Floro, proprio con la catena del Marghine. Ai nuraghi sono associate le cosiddette Tombe di giganti, luoghi di sepoltura comune delle genti nuragiche. Strutturalmente esse sono costituite da un lungo corpo rettangolare, posteriormente absidato, che contiene il corridoio funerario; anteriormente presentano una fronte falcata costituita o da lastre infisse verticalmente, con al centro una stele, o da un prospetto in muratura con fronte a filari ed ingresso architravato che delimitano uno spazio aperto (esedra), utilizzato durante i riti funerari. Tra le più importanti e note, quelle del complesso archeologico di Tamùli, sulle pendici orientali del Monte di Sant’Antonio. Le due tombe oggi visibili, in pessimo stato di conservazione, sono del tipo appartenente alla seconda fase dell’Età del Bronzo (1500 - 1200 a.C). A fianco delle tombe sono allineati i cosiddetti bétili, i celebri monoliti in pietra basaltica perfettamente levigata, sei in tutto, tre mammellati e tre no, ad evocare le divinità poste a presidio della vita e della morte. Di particolare interesse anche le zone del nuraghe Tòssilo e di Castigadu.

Il nuraghe Santa Barbara domina la SS 131 Carlo Felice e l'abitato di Macomer. Itinerari turistici Culturali e Archeologici Provincia di Nuoro, Macomer.

Dai Cartaginesi al Medioevo È con l’arrivo dei Punici che, all’insediamento sparso di età nuragica, si oppose un primo insediamento urbano, vero nucleo della futura Macomer. Nell’antichità esso ha due nomi, di cui solo uno sopravvive oggi: il primo, Macom Misa (= “luogo da cui si esce”, secondo Giulio Paulis, cioè “luogo di confine attraverso il quale si passa in un territorio non punicizzato”), la Macopsissa citata da Claudio Tolomeo (150 a. C. circa); l’altro MQM HR (maqom har =“luogo del monte”), progenitore dell’attuale Macomer, fondata o tra il VI e il V secolo a.C. (nella fase dell’espansione militare dei Punici ai danni dei Sardi) o tra il IV e il III secolo a. C. (cioè all’epoca della convivenza pacifica tra i due popoli) e sita intorno alla rocca su cui sorge il centro odierno, nella zona denominata Sa Campana, da dove secondo Giovanni Spano, che ne scrisse nel 1871, provenivano due scaraboidi in diaspro verde. Se è possibile che in età punica e romana le denominazioni siano state due, una ufficiale, Macomisa, e l’altra popolare, Macomèr, la prima dovette decadere nel momento in cui anche ciò che stava oltre Macomer cessò di essere un luogo ostile, cioè nel momento in cui uscendo dal paese non si entrava più in un territorio ostile o con un’amministrazione diversa, come invece ragionevolmente era in età punica. Alcuni ritrovamenti di monete raffiguranti da un lato la dea Tanit e dall’altro il toro e la stella di tradizione sarda, hanno fatto pensare che questo sia stato un territorio interessato dal reclutamento di soldati per l’esercito sardo-punico dello sfortunato Amsicora. La città mantenne questo ruolo di presidio territoriale e militare anche in età romana, quando più fiorenti e ricchi erano i centri orientali del Marghine (Bortigali, Bolotana) e soprattutto quelli occidentali della Planargia, dove i territori prossimi all’attuale città di Bosa e di Cuglieri (Gurulis) erano certamente più urbanizzati. Sono di età romana i quattro miliari un tempo collocati dinanzi alla chiesa di San Pantaleo e oggi conservati in un deposito comunale. Due di essi, rinvenuti a Campeda, dell’età di Settimio Severo, segnavano i migli LV e LVI; il terzo è dell’età di Vespasiano come un altro miliario, rinvenuto in prossimità della zona dove oggi sorge lo stabilimento dell’acqua minerale Funte Fria, che segnava il miglio LIV. Da Macomer proveniva un’altra iscrizione, rinvenuta intorno al 1902 e appartenuta al giudice del tribunale di Nuoro Francesco Desogus, oggi non più rinvenibile, in cui si parlava di un certo Lucius Cornelius Felix forse discendente di un liberto di Silla. Macomer manteneva, rispetto alla principale arteria stradale romana, la a Karalis-Turrem, una posizione discosta e dunque diversa da quella di centri vicini, come Ad medias (Abbasanta) o Mularia (Mulargia), attraversati dalla strada e vere stazioni di posta. Questa collocazione arretrata rispetto alle principali vie di comunicazione rimarrà inalterata fino all’età sabauda. Niente di noto rimane a testimoniare della storia alto-medievale del paese. Certo in età bizantina dovette essere investito dalle attività politicomilitari della vicina Forum Traiani (Fordongianus), forse sede del duca bizantino (almeno in una determinata fase) e dall’attività liturgico-religiosa legata da un lato all’insediamento monastico di Bonarcado, dedicato alla Vergine Panákrantos (= “Senza macchia”, “Immacolata”), dall’altro al culto di san Lussorio (martirizzato sempre a Fordongianus). Quando Macomer riappare nella documentazione è divenuto il capoluogo della curatoria del Marghine del Giudicato del Logudoro. Il suo territorio fu marginalmente investito dall’attività dei monaci camaldolesi del monastero di San Nicola di Trullas (i quali avevano possedimenti che giungevano fino a Bortigali e Silanus) e da quella dei Cistercensi dell’abbazia di Caputabbas, vicino a Sindia, che vantava tra le sue dipendenze anche, appunto, San Lorenzo di Silanus. È probabile che a questo periodo risalgano le chiesette di Santa Barbara, sita in prossimità dell’omonimo nuraghe, e il primo impianto di quella di Santa Maria del Soccorso, attualmente inclusa nell’abitato del recente quartiere residenziale di Santa Maria, ma originariamente a ovest dell’abitato.
Va notato che nessun giudice del Logudoro o d’Arborea fece mai donazioni ad ordini monastici nel territorio di Macomer: il paese aveva una valenza strategica geo-politica che evidentemente non doveva essere inibita dal sovrapporsi di giurisdizioni e di privilegi. Subito dopo la caduta del Giudicato di Torres (1259), i territori del Marghine, Macomer compreso, caddero, prima di fatto poi di diritto, sotto il controllo dei giudici d’Arborea, che governavano anche il Goceano e la curatoria di Dore-Orotelli, sede del vescovo di Ottana. Secondo una cronaca pervenutaci attraverso un apografo seicentesco, il giudice Ugone II di Arborea, intorno al 1321-22, fece trucidare, a Macomer, 500 soldati reclutati dai Pisani, perché temeva che il potente comune toscano li avesse inviati per spodestarlo (por modo que en la villa de Macomer fueron todos muertos y tallados a pieças). Il paese e il suo territorio ebbero nuovamente un ruolo nella politica sarda durante il biennio 1347-48, quando maturò il conflitto tra Mariano IV giudice d’Arborea e conte del Goceano (rappresentato in ginocchio con le mani giunte e la spada cinta al fianco in un riquadro del celebre polittico di Ottana), e il fratello Giovanni, che il re d’Aragona Pietro IV il Cerimonioso aveva nominato signore di Bosa, del Monteacuto e di un vasto sistema di feudi che giungevano fino all’attuale Olbia, proprio perché fungesse da solido contrappeso politico-territoriale al potente Mariano. Risalgono a questo periodo, tutto arborense, le potenti fortificazioni del castello di Serravalle di Bosa e, probabilmente, anche quelle, oggi non più visibili, di Macomer, che assunse forse l’aspetto di un borgo cinto completamente da mura, visto che nel Settecento si ricordava ancora una Calle de la puerta che fa pensare ad una porta fortificata d’ingresso al paese. Come è noto, Mariano si impossessò di Bosa, catturò il fratello e lo fece morire in carcere. Sempre nel 1347 i castelli del Marghine fecero da spettatori alla battaglia di Aidu de Turdu (in zona di Torralba-Bonnanaro) tra gli Aragonesi di Gherardo e Monico de Cervelló e le truppe dei Doria; scontro tragico per gli Aragonesi che videro morire i due giovani figli del governatore Guglielmo e le truppe superstiti rifugiarsi nei vicini castelli controllati dagli Arborensi, ancora per poco alleati dei Catalano-aragonesi. Per tutta la durata della guerra tra gli Arborea e la Corona d’Aragona il castello, di cui si parla anche nelle fonti, si trovò, per così dire, nella retroguardia, essendo la prima linea il territorio meridionale dell’isola. Quando, invece, alla fine della guerra, dopo la battaglia di Sanluri (1409) e la pace di S. Martino (1410), il territorio storico dell’Arborea venne trasformato in marchesato ed il giudice, Guglielmo di Narbona, si rifugiò nei territori logudoresi ultra-iudicatum, Macomer assunse appunto il ruolo di presidio di confine e per questo nel 1411 venne, seppure temporaneamente, occupata dalle truppe di Berengario Carroz, che intendeva così colpire il centro più avanzato del territorio controllato dal suo avversario. Il luogo in cui sorgeva il castello è da individuarsi nell’area in cui oggi sorgono le case del vico Azuni e gli orti siti sopra la rocca che è visibile dalla strada che si percorre per entrare nella città provenendo da Cagliari. Quando Guglielmo di Narbona ebbe definitivamente venduto i suoi diritti sul Giudicato al re d’Aragona Alfonso il Magnanimo (1420), il Marghine venne infeudato a don Bernardo Centelles (1421), il quale nel 1435 lo vendette a don Salvatore Cubello, fratello del marchese di Oristano Antonio. Alla morte di quest’ultimo (1463-64) Salvatore divenne marchese e il territorio macomerese divenne uno dei vasti possessi marchionali. Sono poi note le vicende che portarono alla celebre battaglia di Macomer (1478) in cui il viceré Nicolò Carroz sconfisse l’ultimo marchese di Oristano, Leonardo de Alagon, espugnando anche il castello.
Sotto i Centelles Verso la fine del secolo, nel quadro dell’ampia ristrutturazione feudale seguita alla caduta del marchesato, il paese tornò a far parte, con tutto il Marghine, dei possessi dei Centelles, conti di Oliva, e vi rimase fino al 1839. Dovette godere di una certa floridezza economica tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, periodo al quale risalgono le case Attene e Sequi (che si affacciano sulla piazzetta Santa Croce), e il campanile (1573) della chiesa di San Pantaleo, edificata sul lato sinistro della chiesa. Sul lato destro sta invece la cappella di San Giovanni, dove è sepolta Agnese Delitala, morta il 26 dicembre 1599, il cui padre è forse quello Stefano Delitala che partecipò nel 1553 al Parlamento convocato dal Viceré De Heredia e che nelle lettere di convocazione è detto “scrivano di Macomer”. Essendo capoluogo dell’encontrada, il paese disponeva di un edificio adibito a sede baronale, dove veniva amministrata la giustizia e venivano riscossi i tributi, e di un carcere ricavato da quanto rimaneva del castello. Era dunque presente un piccolo ceto amministrativo di notai e di scrivani, che andavano a costituire, insieme a qualche nobile e ad alcuni grandi proprietari, il piccolo notabilato locale. È probabile che nel Seicento il paese sia uscito dalle sue dimensioni medievali, limitate al solo quartiere attuale di Santa Croce-Sa Rocchitta, all’estremità orientale dell’attuale abitato, e si sia esteso a nord-ovest,
verso le attuali vie Eleonora d’Arborea e Melchiorre Murenu, dove sono ben visibili le tracce dell’attività degli scalpellini che in quegli anni incorniciarono con trachite rossa gli usci e le finestre di diverse case. È invece del 1607 la facciata della chiesa San Pantaleo. Nel 1767, dopo un lungo contenzioso tra donna Maria Faustina Tellez-Giron, contessa di Oliva e duchessa di Gandìa, e il Regio Fisco del sabaudo Regno di Sardegna venne modificato l’assetto feudale degli Stati di Oliva, per cui il Marghine venne eretto a marchesato. Cominciano ad essere disponibili da questo periodo, per Macomer come per tutta la Sardegna, alcune descrizioni della città lasciateci da viaggiatori o da funzionari del Regno incaricati di verificare la possibilità di imposizione fiscale sui vari territori. Il viceré Des Hayes, che visitò la città nel 1770, la descrisse come ricca di bestiame, sostanzialmente bene ordinata, se non fosse stato per il carcere amministrato da un carceriere molto esoso con i suoi prigionieri. Risale all’anno precedente, cioè al 1769, la relazione sugli Stati di Oliva compilata da Vicent Mameli. Il paese contava allora 1267 abitanti, aveva un’economia prevalentemente pastorale anche se vi si produceva, in discrete quantità, un buon vino. Il clima, dice il Mameli, sarebbe stato ottimo se si fosse dato scolo ad uno stagno, né grande né profondo, che giungeva a lambire le case della periferia del paese, e che è da localizzarsi probabilmente nell’ampia area dell’attuale quartiere di Bonutrau, nell’estremità occidentale dell’attuale abitato, che deriva il proprio nome dal lat. VOLUTABRUM, che significava, appunto, “acquitrino”. Nonostante ciò, affermava il Mameli, la popolazione era sana. Il palazzo baronale viene descritto come una costruzione piuttosto modesta, a due piani, con sei stanze e che talvolta fungeva da carcere. Si trattava delle carceri nuove, perché lo stesso Mameli ci informa che quelle vecchie erano state ricavate dalle rovine del castello. Allora si accedeva al paese da sud-est, attraverso una strada il cui percorso finale è ancora oggi visibile nel sentiero che unisce la fonte nota col nome di Funtana ’e Cannone e la Piazza Santa Croce. Il Mameli parla di due sole famiglie nobili, Sequi e Dettori, e di tre notabili, Pinna, Scarpa e Tola. I Pinna si occupavano della tanca di Padru Mannu, destinata allora all’allevamento equino. Queste stesse famiglie nobili e notabili tentarono di negare l’ingresso nel paese all’Alternos Giovanni Maria Angioj, nel suo viaggio di ritorno da Sassari verso Cagliari, poi interrotto a Oristano e conclusosi con l’espatrio.

Facciata della chiesa di San Pantaleo Macomer 1954
La stazione di Macomer.
La stazione di Macomer.

Strade, ferrovie e formaggio Un evento, all’inizio dell’Ottocento, regalò a Macomer quel vantaggio competitivo che la rese più capace di altri paesi sardi di attirare imprenditori e investimenti. Nel biennio 1825-1827 venne ultimato il tratto macomerese della “Carlo Felice”. La strada, concepita per collegare i centri abitati entrandovi e non tangendoli, spostò l’accesso al paese da sud-est a sud, aprendo le mura dell’antico borgo all’altezza della parrocchiale di San Pantaleo per dirigersi, dopo un’ampia curva, verso nord-ovest alla volta di Campeda. Il percorso della strada divenne la nuova direttrice di espansione edilizia di Macomer e si trasformò rapidamente nella strada principale del paese, l’attuale corso Umberto I. Nel 1845 venne ultimata la strada verso Sindia e Bosa, e simmetricamente quella verso Nuoro, a est. Così alla metà del secolo Macomer, da paese lambito dalle strade, venne trasformato in un importante nodo stradale della Sardegna. Come spesso accade alle realtà a lungo isolate, anche per Macomer il primo effetto della sua repentina apertura fu un brutale sfruttamento coloniale di cui ancora oggi si patiscono le conseguenze. La strada rendeva agevole il trasporto del legname. Il governo piemontese non si fece scrupolo di vendere, prima al duca di Mandas, nel 1829, e poi al conte Beltrame di Bagnocavallo negli anni Cinquanta, concessioni per il taglio delle foreste che coprivano le pendici dei monti macomeresi e della Campeda. Fu così che il Marghine perse i connotati ambientali che lo avevano caratterizzato per secoli e si affacciò alla modernità ricco di infrastrutture, ma irrimediabilmente impoverito di risorse. Il conte Beltrame e i suoi dipendenti portarono anche una piccola ed effimera presenza del Risorgimento italiano. Nella filiale macomerese della sua società lavorarono, negli anni 1857-58, esponenti del patriottismo unitario del tempo, tra cui l’emiliano Gaspare Finali, che fu poi ministro del Regno d’Italia. Dalle sue Memorie sappiamo che nell’inverno del 1857 il cuoco dell’impresa trafugò cinque passaporti di altrettanti dipendenti e li fece pervenire ad alcuni cospiratori diretti in Francia per uccidere Napoleone III. Bloccati a Ventimiglia, i congiurati vennero tutti arrestati e compromisero, con i passaporti, il povero cuoco che venne portato in carcere a Genova dove, di lì a poco, morì di tisi. Lo stesso Finali ci parla della figura locale più importante del tempo: il conte don Gioacchino Pinna – il titolo nobiliare era stato concesso da re Carlo Alberto, nel 1843, per l’innesto di circa diecimila ulivi –, che fu forse il primo imprenditore “moderno” della zona. A parte la sua intensa attività nella bonifica e la messa a coltura delle vaste proprietà di cui disponeva, egli impiantò nell’azienda di Padrumannu – la cui concessione aveva ereditato dal padre don Salvatore – una vetreria che fu florida per la bontà dei prodotti e l’efficiente rete commerciale. Sono questi gli anni in cui visse anche il celebre poeta Melchiorre Ledda, meglio noto come Melchiorre Murenu (1803-1854).
Nel 1880 venne ultimata la linea ferroviaria Cagliari-Sassari che aveva a Macomer uno dei suoi nodi principali. Decisivo perché il percorso comprendesse e valorizzasse il capoluogo del Marghine fu l’ingegnere inglese Benjamin Piercy (1827-1888), artefice della costruzione delle ferrovie in Sardegna. Piercy e poi i suoi figli crearono una fiorente azienda agricola che si estendeva per circa quattromila ettari e comprendeva, oltre alla celebre residenza di Badde ’e Salighes, l’azienda di Padrumannu. Vi lavoravano e risiedevano maestranze locali (circa 200 persone), sebbene la direzione fosse affidata preferibilmente ad inglesi o a italiani continentali. Piercy morì nel 1888 e l’azienda passò prima nella mani del figlio Henry Egerton, che ne potenziò il caseificio, ed infine in quelle del maggiore Benjamin Herbert, penultimo dei nove figli dell’ingegnere. Come è stato giustamente sostenuto, nelle attività agro-industriali dei Piercy son da vedersi le premesse del processo di trasformazione delle arcaiche strutture dell’economia agro-pastorale della regione del Marghine, e non solo di essa. La terza infrastruttura – dopo la strada e la ferrovia – di cui Macomer si avvantaggiò fu il clima, secco e ventoso, particolarmente adatto alla stagionatura del formaggio. Ed infatti a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento sorsero nel territorio numerose aziende lattiero-casearie, per lo più ad opera di imprenditori continentali, quali i celebri Albano (già attivi a Macomer nel 1908), grossissimi esportatori di pecorino romano negli USA, i Bozzano (attivi dal 1898), i Di Trani (parenti degli Albano) e i Salmon (presenti dal 1895), ebrei di origine algerina riparati a Livorno, inizialmente banchieri e poi industriali.
Lo sviluppo del Novecento Dopo la Prima guerra mondiale cominciarono a sorgere anche le prime Latterie sociali cooperative che dovevano conquistarsi ben presto un loro ruolo nel mercato. È a questo periodo, il primo trentennio del Novecento, che si deve far risalire la trasformazione di Macomer in un paese di attività industriali e di servizi. Lo sviluppo urbanistico si svolse lungo il Corso Umberto I, verso la Stazione ferroviaria. Il 9 febbraio 1939 sorse l’ALAS, l’industria tessile costituita “per lo sfruttamento autarchico della lana sarda”, con circa 200 addetti. Intanto nel 1927 Macomer passava dalla provincia di Cagliari alla neo-costituita provincia di Nuoro.
Tra i due conflitti mondiali la crescita industriale continuò a pieno ritmo. Sorsero nuove imprese commerciali tuttora esistenti, quali quella dei F.lli Vinci (il fondatore, Daniele Vinci, era un ex-dipendente della ditta Albano), quella della famiglia Sechi Mocci e quella della famiglia Locci, anch’egli ex-dipendente Albano-Di Trani. Nel decennio 1951-1961 Macomer registra uno dei due salti demografici che hanno concorso a darle le dimensioni attuali: la popolazione aumentò di 1451 unità. Il secondo balzo in avanti si registrò nel decennio 1981-1991, con un incremento di 1552 unità. Sono gli anni in cui è tangibile l’esistenza di un ceto borghese locale, e non più solo esterno, fortemente capitalizzato, al punto che alcuni imprenditori locali diedero vita nel 1961 alla società “Thor”, che intendeva produrre birra. Prima ancora, però, dell’apertura dello stabilimento la “Thor” vendette tutto alla “Dreher”; quest’ultima nel 1974 cedette la fabbrica alla multinazionale “Heineken”, che poi nel 1991 la vendette alla società Sa.ba (dal 1994 Sar.be), che produce attualmente acque minerali e bibite, oltre che imbottigliare anche per terzi. Con la legge n. 22 del maggio del 1953 venne istituita la Zona di sviluppo industriale ad interesse regionale di Macomer. Sorse così il Consorzio per la zona industriale di Macomer, a cui aderirono i comuni di Sindia, Birori, Borore e Bortigali. Il
consorzio individuò due aree di insediamento: la prima in regione Bonutrau, dove già sorgeva la birreria Dreher, la seconda a Tòssilo. La prima venne destinata alle attività artigianali, la seconda prevalentemente, ma non solo, a quelle più propriamente industriali. Sono qui presenti un depuratore delle acque e un inceneritore per i rifiuti. Proprio a Tòssilo nel 1973 iniziava la sua attività la Tirsotex, un’azienda tessile del gruppo “Legler” con circa 530 addetti e caratterizzata, allora, da impianti tecnologicamente avanzati e da personale fortemente qualificato (non pochi macomeresi ricevettero il loro addestramento professionale in Germania). Attualmente la fabbrica è chiusa. Alla fine del 1987 la vecchia Alas si trasformò nella moderna Texal, con stabilimento a Tòssilo. La nuova avventura industriale durò poco: nel 2001 la fabbrica chiuse. I locali del vecchio stabilimento di via Cavour, che stanno dirimpetto ai vecchi caseifici, costituiscono una parte importante della prima zona industriale del paese che attende di essere valorizzata.

Macomer, chiesa di Santa Maria.
Roccia antropomorfa. Comune di Macomer (NU)

Le strutture e i servizi Parallelamente alla sua crescita industriale, Macomer confermava e rinforzava il suo ruolo storico di centro amministrativo della zona, divenendo sede prima del Comprensorio e poi della Comunità Montana Marghine Planargia, nonché della Unità Sanitaria Locale. Il centro urbano, intanto, aggiungeva ai suoi quartieri “storici” quelli nuovi di Santa Maria, Sertinu, Bonutrau, Scalarba e Padru ’e Lampadas. A distruggere il grande sforzo di capitalizzazione realizzato tra la fine dell’Ottocento e i primi cinquant’anni del Novecento intervenne, però, la piaga dei sequestri. Molti imprenditori lasciarono il paese per paura. Chi rimase venne duramente colpito: i Locci, i Toniutti e i Vinci furono vittime di drammatici sequestri che impoverirono notevolmente le loro risorse e con esse quelle di tutto il paese.
Il centro abitato Macomer si presenta al visitatore come una cittadina molto estesa lungo l’asse sud-est/nord-ovest. Si articola in sette piccoli quartieri: Santa Croce, Sa Rocchitta, Corso Umberto, Sertinu, Santa Maria, Bonutrau e Scalarba. Il più caratteristico è certamente il primo, che è anche il centro storico della città, il cui fulcro è la piazzetta Santa Croce di cui abbiamo già parlato. Qui le strade si sviluppano e si incrociano senza alcuna regolarità; anche le piante delle case sono irregolari, a parte quelle delle poche case padronali. Gli altri quartieri sono più anonimi e standardizzati quanto alla tipologia architettonica degli edifici. Lungo il Corso Umberto I, però, si possono notare alcuni esempi di edifici in stile liberty, originariamente di proprietà degli imprenditori giunti a Macomer a fine Ottocento (di cui abbiamo già parlato). Si tratta della villa Salmon, oggi sede della Comunità Montana del Marghine, della villa Pasquini, originariamente di proprietà dello stesso Salmon, della villa Bozzano e dell’Albergo Stazione, originariamente sede urbana dei Piercy. Nei quartieri più recenti le piccole, medie e grandi case unifamiliari, si accompagnano con i palazzi delle case popolari – specie a Santa Maria e Sertinu. Di recentissima costruzione è il quartiere di Scalarba che si arrampica sul colle retrostante la caserma “Bechi Luserna” (intitolata alla medaglia d’oro al V.M. tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, vice-capo di Stato Maggiore della divisione di paracadutisti “Nembo”, ucciso nei giorni dell’armistizio dell’8 settembre mentre tentava di convincere alcuni suoi uomini a non seguire i tedeschi in ritirata), un tempo edificio periferico ed in aperta
campagna. Vi sono quattro parrocchie: San Pantaleo, San Francesco, Madonna Missionaria e Sacra Famiglia, con le loro omonime chiese di cui la più antica è quella cinque-seicentesca di San Pantaleo. Le altre tre sono di recente e recentissima costruzione. Il clero è rappresentato in città dai soli quattro parroci e da una limitata presenza dei Padri Saveriani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Altra cappella è quella cimiteriale della Madonna d’Itria; è stata restaurata la chiesetta cinque-seicentesca di Santa Maria del Soccorso, al centro del quartiere omonimo, che dipende dalla parrochia della Madonna Missionaria. Le opere di carità sono prevalentemente svolte dalle Caritas parrocchiali. Vi sono scuole di ogni ordine e grado, prevalentemente concentrate lungo il viale Sant’Antonio e via Pietro Nenni. Qui sorgono infatti l’Istituto tecnico commerciale e per geometri, il Liceo Galilei con diversi indirizzi fra cui ancora quello classico e scientifico, l’Istituto professionale per l’Industria e l’Artigianato e il Liceo della Comunicazione “Madonna di Bonaria”, gestito dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. La razionalizzazione della rete scolastica ha portato all’unificazione amministrativa delle tradizionali due scuole medie site una in via Bechi Luserna e l’altra in via Ariosto, dove fra l’altro è attivo un corso ad indirizzo musicale. L’istruzione primaria viene invece impartita in diversi edifici: via Roma, via Bechi Luserna, Sertinu e Santa Maria per la scuola elementare; viale Nenni, Sa Corte, Santa Maria per la scuola dell’infanzia. Vi è anche una scuola dell’infanzia gestita dalle figlie di Maria Ausiliatrice. La popolazione scolastica è di 2384 studenti, (969 in meno rispetto al 1988) provenienti, per le scuole superiori, non solo da Macomer ma da tutto il Marghine. Dopo le scuole secondarie, i giovani proseguono gli studi prevalentemente nei due atenei sardi di Sassari e di Cagliari, ma alcuni varcano il mare verso Milano, Roma, Bologna e Pisa. Le principali infrastrutture culturali, oltre le scuole, sono la Biblioteca comunale, sita nel Corso Umberto all’interno del giardino della ex villa Salmon, e il cine-teatro “Costantino” che ospita annualmente un’ottima rassegna teatrale e una programmazione di qualità. Sono attivi due cori polifonici, diverse associazioni folkloristiche ed una scuola civica di musica. Dal punto di vista sanitario è garantita, per tutta la zona, la medicina generica e specialistica di base, anche attraverso un grande poliambulatorio, sito ai piedi del nuraghe Ruju, sorto originariamente con l’ambizione di divenire un ospedale. Le attrezzature sportive sono distribuite un po’ ovunque. Diverse si trovano nel quartiere di Scalarba, dove sorge un complesso comprendente lo stadio comunale, con annesso impianto per l’atletica leggera, due campi da tennis ed una palestra che ospita una delle due scuole di judo (la seconda opera in un edificio vicino). Nel quartiere di Sertinu sorgono il Palazzetto dello sport, un campetto rionale e due campi di calcio ed è in costruzione la piscina. Altri campetti rionali si trovano a Sa Corte e a Santa Maria, dove è presente anche una ben avviata scuola di danza. In via Lussu ha sede il Centro Ippico, mentre altre attività (Karaté, tennis tavolo e biliardo) utilizzano sedi non ancora definitive. Si contano quattro alberghi per un totale di circa 300 posti letto, e sei sportelli bancari. Gli uffici comunali sono ospitati in diversi edifici, sebbene in buona parte abbiano sede nel Palazzo municipale, costruzione del secolo scorso recentemente restaurata e sita all’inizio, per chi viene da Cagliari, del Corso Umberto I, sulla sinistra, e in un altro edificio, di recente costruzione, sito invece poco più avanti sulla destra.
La lingua e le feste La lingua locale è parlata da un numero sempre minore di persone. Si tratta di un logudorese con le seguenti caratteristiche: le occlusive sorde passano in posizione intervocalica alle corrispondenti spiranti sonore (per cui si dice kenábura e non kenápura); le occlusive sonore in posizione intervocalica passano alle corrispondenti spiranti e poi dileguano (per cui si dice koa e non koda); i nessi NJ e RJ passano rispettivamente a ndz e rdz, per cui si dice bindza e ardzola; il nesso TJ passa a TT, per cui si dice petta e non pettsa, sebbene la variante tts, proveniente dal sud e già diffusa a Borore, Dualchi e Noragugume, si stia sempre più diffondendo; i nessi di r + cons e s + cons sono mantenuti, per cui si dice erbeghe e non elbeghe; il nesso latino LJ si evolve in dz per cui si dice fizzu e non figiu.
La festa patronale si celebra il 27 luglio in onore di San Pantaleo, ma certamente è più sentita la festa di Sant’Antonio da Padova, che dura tre giorni, dal 12 al 14 giugno ed è preceduta da tredici giorni di preghiera presso la chiesetta intitolata allo stesso santo sita sulla vetta del monte. Il primo giorno i fedeli accompagnano il simulacro del santo dalla chiesa di San Pantaleo al monte; nel secondo la popolazione si reca al monte e vi trascorre l’intera giornata tra funzioni religiose e banchetti; nel terzo il simulacro viene riaccompagnato nella chiesa parrocchiale da cui era partito due giorni prima. Le notti delle tre giornate vengono allietate da manifestazioni canore che vanno dai tradizionali canti dialettali “a chitarra” fino ai più moderni concerti rock.

Ma l’unica tradizione mai dimenticata dai macomeresi è quella dell’operosità efficace,
concreta e vivace che contraddistingue lo spirito del luogo e dei suoi abitanti.


Testi di Paolo Maninchedda
Dizionario Storico-Geografico Dei Comuni Della Sardegna
Carlo Delfino Editore



Macomer, chiesa di San Pantaleo

Chiesa di San Pantaleo
Come arrivare
Macomer è facilmente raggiungibile, per la sua posizione presso la SS 131, sia da Sassari sia da Oristano e Cagliari. Il centro storico della cittadina si sviluppa sul ciglione basaltico di un piccolo altipiano, a precipizio sulla valle di S'Adde, nella regione del Marghine.
Descrizione Allo stato attuale degli studi non si hanno notizie circa le forme e il periodo di edificazione del primo impianto della parrocchiale di San Pantaleo. L'aspetto attuale è frutto di una serie di rimaneggiamenti e ampliamenti che la chiesa subì a partire dall'ultimo terzo del Cinquecento. Il primo documento risale al mese di marzo del 1573, quando il ''picapedrer'' Migueli Puig (originario di Cagliari, residente a Bolotana e attivo in alcuni centri del Marghine) fu incaricato di sopraelevare il campanile con l'aggiunta di un ordine e della guglia. Una successiva notizia, risalente al 1607, informa della riedificazione - a opera dei ''picapedrers'' sassaresi Miali Fosedda, Nicola Dectori ed Elias Vinci - della facciata, modificata ulteriormente nel 1714; mentre a generici lavori di completamento delle strutture architettoniche, affidati agli ''albañiles'' sassaresi Quirico de Solis e Iayme Sua, si riferisce un altro documento dello stesso anno 1714. Altre indicazioni cronologiche si desumono dalle iscrizioni incise o scolpite negli elementi architettonici dell'edificio, quali ad esempio la data del 1584, nel capitello destro dell'arco di ingresso della cappella di San Giovanni Battista, e la data del 1635, nella volta a botte della navata centrale. L'edificio presenta negli elementi strutturali e decorativi una commistione di stilemi tardogotici e rinascimentali, caratteristica molto diffusa in Sardegna dalla seconda metà del Cinquecento fino al secolo successivo. L'impianto a tre navate, suddivise da archi impostati su pilastri cruciformi e articolate in quattro campate, è desunto dalla chiesa di San Francesco e dal duomo di Alghero; il sistema delle coperture, anch'esso riconducibile alla cattedrale algherese, consiste in una volta a botte lunettata e scandita da sottarchi nella navata centrale, e in volte a crociera nelle navate laterali. Anche il presbiterio a pianta rettangolare, comunicante con tre ambienti adibiti a sacrestia e con il vano di accesso al campanile, è voltato a botte; le cappelle, quattro per parte, sono state edificate in diverse epoche, tra la fine del XVI e il XVIII secolo. La torre campanaria, a canna quadrata, si sviluppa in quattro ordini distinti da cornice marcapiano, con monofore archiacute nell'ultimo, ed è conclusa da un parapetto merlato con quattro pinnacoli d'angolo, ornati da mascheroni e protomi taurine alla base e da sfere in cima, e da una guglia piramidale ornata da gattoni. La facciata, ripartita in tre specchi da quattro lesene (in bei conci di vulcanite rossa) su basamento modanato, è suddivisa in due ordini da una cornice modanata continua. Al centro dell'ordine inferiore è l'ampio portale, inquadrato da lesene scanalate e rudentate e da una trabeazione arricchita da intagli; le lesene sono affiancate da colonne rudentate con capitello composito e collarino a cordoncino, su alto plinto ornato da un fiorone, sulle quali si imposta il timpano triangolare con targa oggi illeggibile; negli specchi laterali sono due semplici finestre rettangolari. L'ordine superiore, con a finestra centinata in asse col portale, è concluso da un fastigio curvilineo. Al di sopra delle paraste si elevano quattro acroteri a candelabro, sormontati da una Storia degli studi La chiesa è oggetto di una sintetica scheda nel volume di Francesca Segni Pulvirenti e Aldo Sari sull'architettura tardogotica e d'influsso rinascimentale (1994). torretta i centrali, da una sfera i laterali.

La vetrina delle Aziende Sarde
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