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La Sardegna nel Regno d'Italia :: Era nato il Regno d'Italia e la Sardegna entrava anch'essa a far parte di questo stato riunificato sotto la Monarchia Savoia nella figura di Vittorio Emanule II ultimo Re di Sardegna e primo Re d'Italia.

Cultura Sarda > Storia Sarda


Nuoro cattedrale di S. Maria della Neve processione Antonio Ballero 1853.

La Sardegna nel Regno d'Italia (1861-1946).

Grazie al Risorgimento, movimento culturale, politico e sociale che promosse l'unificazione dell'Italia attraverso ideali romantici, nazionalisti e patriottici, si arrivò alla proclamazione nel marzo del 1861 di Vittorio Emanuele II primo Re d'Italia. Era nato il Regno d'Italia e la Sardegna entrava anch'essa a far parte di questo stato riunificato sotto la Monarchia Savoia nella figura di Vittorio Emanule II ultimo Re di Sardegna e primo Re d'Italia.

La creazione del Regno d'Italia spinse la Sardegna ancora di più verso il baricentro culturale della penisola italiana. La partecipazione all'unificazione e alla creazione di questa nuova nazione creò nell'isola una situazione di estremo dinamismo, ma mise anche in luce le sue debolezze strutturali dal punto di vista socio-economico. La privatizzazione delle terre (meglio conosciuta come "legge delle chiudende") si trasformò in un immenso affare di discriminazione sociale che impoverì maggiormente la popolazione. L'elevata tassazione, la politica protezionistica a favore del Nord Italia industriale, la colonizzazione mineraria, i trasporti interni ed esterni inesistenti, la povertà delle campagne rendevano la situazione sempre difficile. Di contro, l'appartenenza a uno Stato unitario dava dei vantaggi. In particolare, la scuola elementare divenne una realtà diffusa e la letteratura cominciò, lentamente ma inesorabilmente, a divenire patrimonio comune. L'analfabetismo diminuì e l'italiano diventò una lingua la cui conoscenza, più o meno precaria, si diffuse anche negli strati popolari. Di conseguenza, nell'isola la modernità viene veicolata in questa lingua, mentre quella sarda tende a retrocedere, anche se ancora largamente maggioritaria nella popolazione. Molti scrittori di valore adottarono la lingua ufficiale dell'"Italia delle nazioni".


Nella seconda metà dell'Ottocento la Sardegna condivide il clima di rinnovamento urbano che caratterizza tutta la penisola, impegnata nella creazione della moderna città borghese nell'Italia postunitaria. Fondamentale in questo senso la figura di Gaetano Cima che, insegnante di Architettura nell'Ateneo di Cagliari dal 1840 al 1864, forma tutta una generazione di tecnici sempre più qualificati e consapevoli dell'importanza della fase progettuale, improntata a principi di ordine, simmetria e proporzione. Tuttavia l'edilizia pubblica continua a lungo a caratterizzarsi in senso storicista con una tendenza spiccata al monumentalismo e all'eclettismo degli stili, improntati ai revival. Emblematiche a Sassari e a Cagliari le decorazioni di sale di rappresentanza affidate rispettivamente a Giuseppe Sciuti e a Domenico Bruschi, e a Cagliari l'edificazione del nuovo Palazzo Civico, che unisce elementi neogotici ed elementi Liberty. Un rinnovato impulso architettonico e urbanistico venne dal regime fascista. Accanto alle grandi opere stradali, idrauliche e portuali furono numerosi gli edifici pubblici costruiti durante il Ventennio: gli istituti universitari, i palazzi di governo, le scuole, sono solo alcune delle realtà architettoniche ispirate a quello stile ufficiale e accademico, che caratterizzò l'edilizia pubblica di tutta la penisola. Non mancano però costruzioni che rispondono in pieno ai canoni del Razionalismo. Fondamentale fu poi la creazione delle città di fondazione di Arborea, Fertilia, Carbonia e Cortoghiana, unici casi in cui si ebbe modo di concretizzare una nuova visione degli spazi e delle architetture urbane.

Cagliari, via Roma, passeggiata davanti al Caffè Torino foto di Giulio Pili inizio novecento.

In particolare nel secondo Ottocento e nella prima metà del Novecento l'italiano si impone quale lingua principale della cultura, oltre che dell'ufficialità politica. Lo spagnolo è ormai uno sbiadito ricordo, mentre il sardo arretra, nonostante la sua letteratura peculiare produca opere e figure di una sconcertante modernità come quelle di Pascale Dessanai e Peppino Mereu. I ceti intellettuali regionali si allargano e utilizzano prevalentemente l'italiano anche se, in una prima fase, posseggono ancora il sardo. La scuola si estende, la stampa si diffonde, l'impiego pubblico si rafforza e tutto ciò favorisce la creazione di un ceto medio dagli interessi che superano i limiti regionali. Lo Stato invia in Sardegna insegnanti, funzionari, dirigenti "del continente" contribuendo a diffondere la lingua dominante. Si diffondono riviste di cultura letteraria prevalentemente italiana e si pubblicano libri con le traduzioni, in italiano, anche di grandi opere internazionali. Chi scrive in Sardegna aspira a essere letto anche oltremare. Di qui la scelta inevitabile, dettata dalle condizioni storiche, a favore dell'italiano. Enrico Costa, Sebastiano Satta, Grazia Deledda ottengono risultati prestigiosi. Ma anche altri intellettuali quali Ottone Bacaredda, Salvatore Farina, Stanis Manca, Raffaele Garzia, Carlo Brundo si segnalano nel primo Novecento. Anche la lingua sarda si adegua alla modernità e trova nel tedesco Max Leopold Wagner lo studioso che la farà conoscere al mondo.

Gruppo di giovani donne in abito tradizionale festivo sardo

Le circostanze legate al conflitto del 1915-18, e al tumultuoso dopoguerra, ebbero una notevole ricaduta in Sardegna. Grazie al reclutamento su base territoriale, un centinaio di migliaia di richiamati isolani ebbero la possibilità di sperimentare comunitariamente una vicenda atroce, straniante, ma formativa. Al ritorno, proprio gli ex combattenti si organizzarono prima in movimento, e poi in formazione politica, dando origine al Partito Sardo d'Azione. L'intervento del fascismo (che nasceva anche esso dall'attivismo degli ex combattenti) bloccò sul nascere questa interessante esperienza di regionalismo autonomista. Alcuni furono costretti al silenzio come Cammillo Bellieni, altri inglobati nel cosiddetto sardo-fascismo come Paolo Pili, altri ancora, come Lussu, sottoposti al confino, preferirono fuggire all'estero. In questo clima, si consuma il dramma personale dell'"emigrato" Antonio Gramsci (da giovane anche lui sardista) che viene imprigionato e lasciato quasi morire in carcere. Il regime tiene l'isola in pugno. Quando, verso la metà degli anni trenta, Emilio Lussu da Parigi chiamerà a raccolta i sardi per combattere in Spagna, solo Dino Giacobbe e pochissimi altri rispondono. La cultura rallenta, ma non si arrende. C'è un rinnovato interesse per la storia con Raimondo Carta Raspi e lo stesso teorico sardista Bellieni. Di letteratura in chiave storica si occupa Egidio Pilia, mentre intorno alla rivista "Il Nuraghe" si mettono in evidenza gli scrittori Pietro Casu, Giovanni Antonio Mura, Lino Masala Lobina, Filiberto Farci, Filippo Addis.

Sassari piazza d'Italia foto d'epoca inizi del novecento Wagner Max Leopold
Area meridionale campagna antimalarica

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