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Guspini :: Importante centro del Medio Campidano, Guspini abbraccia un vasto territorio. Famosa per i villaggi abbandonati di Montevecchio presso le vecchie miniere, e sede oggi di importanti Eventi legati all'Enogastronomia come la Sagra del Miele di Montevecchio e Birras festa delle birre artigianali sarde.

Località Sarde > Medio Campidano


La miniera di Montevecchio Guspini Fotografia di Marco Crillissi

Guspini
Importante centro del Medio Campidano, Guspini abbraccia un vasto territorio. Dai villaggi abbandonati di Montevecchio, presso le vecchie miniere, abbracciati da una natura folta e incontaminata, al centro abitato, con i suoi millenari basalti colonnari e le aiuole a tema, questo comune offre splendidi scorci e suggestivi paesaggi.

Abitanti: 12.719
Superficie: kmq 174,71
Provincia: Medio Campidano
Municipio: via Don Minzoni, 10 - tel. 070 97601
Guardia medica: viale Liberta', 75 - tel. 070 970046
Biblioteca: via S. Nicolo', 3 - tel. 070 972366
Ufficio postale: via Torino 11


Stemma araldico del Comune di Guspini
Panorama di Guspini.
Nuraghe Saurecci comune di Guspini

Testi di Tarcisio Agus


Il territorio Gùspini, grosso centro nel settore nord-occidentale della provincia di Cagliari, che al 1° gennaio 2006 contava 12.561 abitanti. Il territorio comunale, esteso per 174,73 kmq, è per due terzi pianeggiante ed il resto, nella zona occidentale, collinare con manifestazioni geologiche molto varie. La parte meridionale, alle cui pendici poggia l’abitato a 130 m slm, è prevalentemente granitica; quella sud-est è scistosa, con presenze minerarie riconducibili a fasi dell’era primaria. Il versante orientale della fascia collinare risale all’era terziaria ed è d’origine vulcanica, caratterizzata da grossi amassi di lapilli cementati e di basalti con propaggini nella piana. Incastonato nella vasta depressione vulcanica, che trae origine dall’Arcuentu, si evidenzia, a nord, l’emergenza di Nureci, con un vasto deposito di batoliti. L’abitato poggia: a sud sul piede granitico del monte Santa Margherita; a nord, su depositi marnosi dell’era secondaria; ad est ed ovest, sugli scisti minerari; a nord-est, sui basalti del cono vulcanico di Cùccuru Zèppara (167 m slm). Quest’ultima emergenza richiamò l’attenzione del grande geografo Alberto Della Marmora per la sua struttura a prismi basaltici verticali, emergenti da una base calcarea: le cime più alte si localizzano al centro del territorio sul versante ovest e sono rappresentate dal Monte Maiòri (724 m), Monte Pubusìni (720) e Monte Fonnesu (555); il resto delle alture si distribuisce con una media collinare intorno ai 200 metri slm. La piana, che va degradando sino alle zone umide degli stagni di San Giovanni e Santa Maria a nord, con una media di 40 metri d’altitudine, è solcata a sud dal riu Terramaìstus, al centro dai torrenti di Montevecchio, Urràdili, Santa Sofia, Tròttu e da un’altra serie di corsi d’acqua che vanno ad ingrossare il riu Sitzerri, il quale, a nord, si affianca al Flumini Mannu, sfociando negli stagni di Santa Maria. Il vasto territorio comunale confina a sud con i territori comunali d’Arbus e Gonnosfanàdiga, ad esclusione dell’isola amministrativa di Gonnosfànadiga, posta a cuscinetto tra i territori d’ Arbus e Guspini, ad ovest. Favorito dalla sua articolata morfologia, il territorio sin dall’antichità ha ospitato numerose specie faunistiche, alcune delle quali, come il cinghiale ed il cervo sardo, persistono ancora, nonostante il degrado ambientale cui è sottoposto il territorio, specie nelle aree minerarie. Il cinghiale è localizzato, in particolar modo, all’interno dei valloni creati dalle cime più elevate, mentre il cervo sopravvive con un vasto areale in loc. Croccorìgas ed ultimamente si è insediato nell’area di Pubusinu, Struvòniga, già riserva del Giudice d’Arborea, e presso l’abitato nelle alture di Su Montiscèddu e Santa Margherita. Le altre specie più diffuse, oltre i migratori, sono quelle acquatiche: anatra, germano reale, avocetta, cavaliere d’Italia, cormorano, airone e il fenicottero rosa; esse trovano il loro habitat nelle zone umide del nord. Qualche specie lacustre si nasconde e nidifica anche nella zona umida d’Urràdili, prossima all’abitato, che nel 1934 fu oggetto di bonifica, assieme ad un’area in agro di Pabillonis.




Basalti colonnari in una vecchia cava all interno dell abitato Guspini
Chiesa di Santa Maria di Malta Guspini.

Le origini: la preistoria Gli aspetti morfologici ed ambientali favorirono sin dal Neolitico anche l’insediamento umano. Le prime testimonianze storiche si localizzano, nei vari villaggi neolitici prossimi agli stagni, in particolare la stazione di Neàpolis ci riconduce ad un centro di “Cultura di Ozieri” del IV millennio a.C. A questo stesso periodo sono riconducibili le perdas fittas in località Prunas, Arruìnas, Perdas Longas e Santa Margherita. Le più significative ed ancora fruibili sono certamente i menhirs di Prunas e Perdas Longas. Il primo che si erge dal suolo per metri 1,65, ha una forma piramidale a base trapezoidale e le sue facce sono contrassegnate da numerosissime cupelle che ne hanno determinato l’appellativo di Dea Madre. I due esemplari di Perdas Longas, in coppia, dovrebbero rappresentare il binomio Dea Madre - Dio Toro: il primo, un menhir alto metri 2,60 che guarda ad est, evidenzia una netta sagoma femminile; il secondo, alto metri 1,80 e posto a metri 8,40 dal primo, attualmente inclinato, rappresenta, con una semplice ma efficace scultura plastica, il fallo. Diciamo pure che questi sono gli ultimi esempi di monoliti di un più vasto patrimonio che il territorio guspinese possedeva. I villaggi neolitici e calcolitici attualmente conosciuti sono solo una parte limitata di quelli ancora censibili. Oltre al centro di Neàpolis si conoscono: un insediamento a nord-ovest dello stesso sito, sulle rive dello stagno di San Giovanni; altri in località Putzu Nièddu, Lana Perda, Corti Arena, Corti Arrùbia, Sa Zèppara, Sa Trìbuna, Is Trigas, Maureddi, Margianitta, Brùnku sa Grùtta, S’Aurecci, Arrùias, Sciria, Is Aràis, Sa Tella, Carong’è ponti, Murera, e Fìlixi. Il più vasto attualmente è quello in loc. Margianìtta. I siti di Sa Tella, S’Aurecci, Sa Trìbuna, Brunku sa Grutta e Brunk’è S’Orku, hanno restituito ceramiche calcolitiche della fase Monte Claro (2300-1800) a.C. A queste testimonianze si aggiungono i ripari sotto roccia di Brunku sa Grutta, Campu Frezzu, Nureci e Monte Santa Margherita. La grotticella funeraria o domu de jana di Brùnku Maddèus, scavata nella breccia vulcanica, è del tipo a forno con ingresso strombato, camera e celletta. Infine merita particolare attenzione il circolo megalitico Su Corrazzu de is Pillonis, presso il quale, nelle sponde del rio San Giovanni, è stato localizzato il villaggio neolitico riconducibile al VI millennio a.C, che ha restituito una serie di ceramiche impresse. Il circolo, del diametro di 19 metri, formato da numerosi ortostati alti in media un metro, è accostabile per certi versi ai circoli di Li Muri d’ Arzachena, ma risulta decisamente più grande.
Le origini: la civiltà nuragica La Cultura nuragica (1800-500 a.C.) è invece eloquentemente testimoniata dalla presenza di 45 nuraghi, di cui 12 del tipo complesso. Nella zona meridionale del territorio si trovano i nuraghi: Conca su Casteddu, Terra Maèstus, Casa Maròngiu, Arrosu, Terra Frucca, Morazzìnu, Cara, Rocca Inquaddìgada, Funtana Crobetta, Monti Manìu, Is Aràis, Nuracci, Zuddas, Santa Caterina, Cugùi, Acqua Sassa. Nella zona mediana sono ubicate le fortezze d’Urràdili, S’Aurecci, Brunku sa Grùtta, Terra Moi, Peppi Ortu, Sa Trìbuna, due a Melas, Corti Baccas, quattro a Paùli Planu (oggi scomparsi), Santa Sofìa, Brunk’e s’Orku, Sa Zèppara. Infine nella parte settentrionale si riscontrano gli edifici di: Gentilis, Crabili, Omìnis, Crobu, Sitzerri, Maureddi, Mattiànni, Baccas, Peppi Zappus, Monti Ois, Sedda Is Predis e Neàpolis. Queste testimonianze coprono eloquentemente tutto l’arco cronologico del periodo nuragico. Il più importante esempio di protonuraghe, riconducibile al Bronzo Medio (1500-1300 a.C.), è rappresentato dal nuraghe Cara, mentre nel Bronzo Recente e dell’Età del Ferro (900-500 a.C.), si distingue il recinto nuragico di S’Aurecci. Parte del patrimonio nuragico può essere recuperato alla conoscenza perché in buono stato di conservazione, come il complesso nuragico di Melas, la fortezza di S’Aurecci, il quadrilobato d’Urradili, il polilobato d’Arrosu, il monotorre di Terra Frucca, il complesso di Terra Moi, il pentalobato di Brùnk’e s’Orku, il trilobato di Santa Sofia ed il bitorre di Peppi Zappus. I resti più monumentali e significativi sono quelli di: Nuraghe Melas o Fumìu, che svetta ancora con la sua torre centrale ed i suoi due ingressi, all’altezza del km 100 sulla statale 126 per Terralba. Viene classificato come nuraghe complesso per via dei suoi cinque contrafforti che cingono uno sperone roccioso e che celano vasti ambienti sottostanti la torre centrale che attualmente si regge per m 6, con un diametro di m 9, compreso il vano scala ancora integro, che consentiva di raggiungere la terrazza, ora purtroppo distrutta. Il S’Aurecci, posto a sud-ovest del nuraghe Melas e prossimo alla strada provinciale per Sant’Antonio di Santadi (Arbus), è un complesso fortificato di forma ovoidale con agli apici quattro torri. Del complesso, descritto da illustri studiosi, quali A. Taramelli, E. Pais, G. Spano e G. Lilliu, avanzano imponenti tracce nella fortificazione esterna, che ricorda le possenti mura della città di Tirinto e la torre sud-est ancora in ottimo stato di conservazione; la torre nord, da sempre ipotizzata ma in modo indefinito, potrebbe trovarsi ancora interrata dai crolli, salvo che non ci si trovi di fronte alla semplice curvatura della muraglia. Delle altre due, quella ad ovest è estremamente danneggiata; quella a sud si conserva ancora per una buon’altezza tanto che s’intravede il passaggio dalla camera all’interno del recinto che occupa una superficie di circa 1000 mq. Quello d’Arròsu, è un complesso nuragico ancora misterioso, ma dai resti si evidenzia già la sua maestosità: si possono osservare le camere superiori di almeno tre torri, due delle quali in perfetto stato di conservazione. Costruito interamente con blocchi granitici, è dotato di un robusto contrafforte sul versante sud che crea un ampio cortile a ridosso delle torri. Il Brunk’e s’Orku svetta sul colle omonimo, prossimo alla provinciale per Sant’Antonio di Santadi, all’altezza del bivio per Pardu Atzei, con cinque torri disposte attorno alla torre centrale, dotata di scala intermuraria per i terrazzi. Molti complessi nuragici sono dotati di villaggio ed i più vasti ed articolati si ritrovano in regione Is Trigas, Cuccureddus, Terra Moi, Arrùias e Paùli Planu, che ha restituito una vasta quantità di ceramiche del Bronzo Recente (1200-900 a.C.), formati da diversi nuclei insediativi distanti fra loro un centinaio di metri. Ancora al periodo nuragico si riconducono le nove Tombe di giganti di riu Cabras, Melas, Pauli Planu, Terra Moi, con tre esemplari, Casa Ortu, con due esemplari, e Neàpolis. Ben noto è il tempio a pozzo in località Paùli Planu, denominato Sa Mitza de Nieddinu. Altri analoghi sono stati ipotizzati in loc. Is Trìas, Camp’e Mùrta e Terra Frucca.
Dai Cartaginesi ai Romani Il territorio di Guspini è interessato, dal V secolo a.C., dalla capillare colonizzazione punica, in funzione dello sfruttamento delle vaste risorse cerealicole, dell’allevamento e soprattutto delle ricchezze metallifere. Nel territorio è verosimile che la fase punica abbia avuto origine dalla città di Neàpolis, ubicata all’estremo nord del territorio comunale e fondata dai Cartaginesi nel VI secolo a.C., in un’area già interessata all’insediamento umano sin dal Neolitico Recente e proseguito nell’Età Nuragica. Per carenza d’interventi di scavo, la città punica risulta ancora quasi del tutto sconosciuta, e comunque gli studi hanno rilevato il circuito murario semicircolare, accostabile ad esempi cartaginesi (Kerkouane, Tunisia). A questo periodo sono comunque ascrivibili numerosissimi documenti materiali come ceramiche puniche, ioniche, attiche a figure nere, a figure rosse e vernice nera, terrecotte figurate, scarabei, vetri, bronzi e monete che denotano il carattere commerciale dell’importante centro, dotato di un bacino portuale, presumibilmente all’interno dello stagno di Santa Maria. La fase punica è ulteriormente documentata dai ritrovamenti di Raimondo Zucca, relativi a statuine virili o muliebri, plasmate a mano o lavorate al tornio, e databili tra il V ed il II secolo a.C. Queste figurine, pertinenti alla favissa di un santuario di una divinità salutare, rappresentano, in maggioranza, dei malati che localizzano la sede della propria infermità con la diversa posizione delle mani secondo moduli iconografici e stilistici d’origine siro-palestinese. Più all’interno, verso l’abitato di Guspini, le tracce puniche s’individuano negli insediamenti di Sedda Is Predis, Putzu Nieddu, Mattianni, Santa Sofia, Paùli S’Enadi, Sa Trìbuna, Brunku Sa Grutta, Is Trigas e Paùli Planu.

Guspini I menhir di Perdas Longas Fotografia di Tarcisio Agus.
Guspini La Dea Madre di Prunas Fotografia di Tarcisio Agus.

Le vicende di Neàpolis A partire dal 238 a.C, si espande anche nel territorio guspinese la conquista romana, che si afferma nel corso del periodo tardo-repubblicano (fine III-I secolo a.C.). La città di Neàpolis, in età imperiale, aveva un’estensione di 34 ettari, compresa entro un circuito murario di circa 2 Km. L’approvvigionamento idrico della città era assicurato da pozzi, cisterne e da un acquedotto che captava le acque in loc. Làus de Biaxi a circa 5 Km a sud dell’abitato. Attualmente emergono a nord un tratto della via Tìbula-Sulcis, lunga 1,121 Km e larga 7 metri, tuttora con il basolato. Al centro dell’abitato le Grandi Terme, riutilizzate nel Medioevo e sino al XIII secolo come chiesa dedicata alla Vergine (Santa Maria de Nabui); nella zona delle Piccole Terme, con la ripresa degli scavi nel 2000 è emerso il Castrum bizantino quadrangolare di circa 50 metri di lato che controllava, dalla sua posizione nord-orientale, la valle circostante, gli stagni e la via romana. Ad ovest delle Piccole Terme sono i ruderi di un edificio monumentale pertinente presumibilmente al Forum della città; negli scavi del 2000 l’area ha restituito una lastra marmorea con dedica a Valeriano che documenta per la prima volta l’ordo decurionum e la cassa pubblica di Neàpolis, databile al 257-260/261. Nella parte centrale della città s’individuano alcune cisterne romane che lo Spano accostava per tipologia a quelle più maestose di Cartagine ed i ruderi del Castellum Aquae; nel settore centro-settentrionale, infine, si localizza la necropoli romana.
Il latifondo romano L’ampia e fertile pianura guspinese spinse alcuni personaggi romani verso un maggiore sfruttamento dei fondi, basato sulla costituzione di fattorie con annessa villa padronale. Di queste, Sa Trìbuna, Urràdili e Terra Frucca erano dotate di terme, mentre le altre due, Coddu Sa Ceròscia e Pirastu Arrùbiu, pare ne fossero sprovviste. Il centro più importante è senza dubbio Urràdili, dotato di un acquedotto lungo almeno 500 m, che serviva la villa provvista di mosaici e stucchi, e proseguiva verso una struttura formata da non meno di sei ambienti con volta a botte e altre strutture di cui oggi restano solo i basamenti, per poi scaricare le sue acque nel fiume sottostante; l’ultima parte della villa poteva servire da stazione per il rifornimento idrico dei carri cisterna e delle carovane che si spostavano da Neàpolis verso le aree minerarie, lungo la Tìbula-Sulcis. Il particolare viene suggerito da quattro aperture del diametro di 10 cm poste alla base del canale, sulla sommità dell’acquedotto ed all’altezza dal piano di campagna di m 2,20. L’area della villa ha restituito un’iscrizione funeraria del I secolo d.C. (oggi custodita nell’atrio del palazzo comunale), impaginata su tre linee: L. Quinctio L. l(iberto) / Antiocho / [...] f(ilius) Faust[us…]. Alle ville suddette se n’aggiunge un’altra, sulle rive dello stagno di San Giovanni, Coddu Acca Arremundu, costruita con laterizi bollati importati da Roma alla fine del I secolo d.C. Oltre la città di Neàpolis, il territorio contava, già in fase imperiale e sino al Medioevo, diversi agglomerati, tra i quali i più consistenti erano: Mattiànni, Sa Trìbuna, o Bangius, Urràdili, Terra Maìstus, e lo stesso Guspini. Le dominazioni vandalica e bizantina ed il successivo avvio delle ripetute invasioni arabe portano la città di Neàpolis ad un lento ma continuo spopolamento, incrementando di conseguenza i centri più sicuri dell’entroterra. Purtroppo le testimonianze di questo periodo sono ancora molto esigue e si riducono a frammenti di coppe, patere, lucerne, monili ed una moneta aurea del 628. Forse per questo periodo potrebbe essere importante ricordare i nomi dei santi cui erano intitolate le diverse chiesette campestri, tutte riconducibili al menologio greco : Santa Maria de Nàbui, San Giovanni, San Simplicio, Santa Maria de su Cràu, Santa Maria de Urràdili, Santa Caterina, Santu Perdu, San Giorgio, Santa Margherita e nell’abitato Santa Maria di Malta e Sant’Alessadro (distrutta).

Interno della Chiesa di Santa Maria di Malta Guspini Fotografia di Tarcisio Agus

Dai Giudici ai Pisani Il nuovo millennio vede l’abitato di Neàpolis, già capoluogo della curatoria di Bonùrzuli, ridimensionarsi ulteriormente, tanto che nel 1254 è ridotto ad un aggregato rurale di proprietà dei Giudici d’Arborea, mentre si sviluppavano i centri di Bàngius, Urràdili e Guspini. Certamente Guspini, rispetto ai centri minori più consistenti, cresce più rapidamente, probabilmente per la posizione più sicura e la vicinanza all’area argentifera di Montevecchio, con i centri di lavorazione prossimi all’abitato, di sotto alle sorgenti perenni di Sa Piscìedda e Santa Maria, anticamente denominata Simìus o Sumìus. I Pisani, che già sfruttavano le miniere d’argento a Villa Di Chiesa, avranno guardato cupidamente alle miniere del Guspinese, che talora i Giudici d’Arborea promisero ai Genovesi e talora ai Pisani. La presenza di questi ultimi a Guspini può esser colta nel testamento di Gottifredo di Pietro d’Arborea che ebbe forti rapporti con i Pisani, avendo trascorso la sua gioventù a Pisa dove si sposò e visse. Dall’inventario dei suoi beni, redatto nel giugno del 1254, si legge che possedeva servi e serve integri (di cui aveva cioè possesso pieno, non condiviso con altri possessori) nella villa di Guspini, nonché proprietà nei salti di Tògoro, Melas, Bangiu, Sàttai, Terramaèstus, e casa rurale in Perdas Longas. Un altro documento, tratto dall’Archivio di Stato di Pisa, forse il più antico atto relativo a Guspini e datato Cagliari 19 giugno 1250, riporta una compravendita tra un certo Armaleo, taverniere, che vende a Ranieri, conte di Casale, un suo servo di nome Guantino, nato a Guspini nel Giudicato d’Arborea al prezzo di nove denari minuti di Genova. Un’ulteriore traccia, per quanto labile, potrebbe essere ricercata nella chiesetta di Santa Maria di Malta, oggi interamente recuperata, in stile romanico-pisano, databile al Duecento. A questo periodo potrebbe essere ricondotto l’ampliamento da una a tre navate. Chissà che a commissionare l’opera non fosse lo stesso Giudice (de facto), tutore di Mariano, il pisano Guglielmo di Capraia, assurto a Giudice nel 1250, come farebbe pensare la protome caprina nella facciata, quale simbolo lasciato dal committente.
Tra Arborea e Aragona Il secolo XIV, con l’arrivo dei Catalani in Sardegna ed il drastico ridimensionamento dei Pisani, ricondotti al territorio della Curatoria di Gippi, vide Guspini assurgere a capitale della Curatoria di Bonùrzuli. Questo nuovo ruolo portò presumibilmente all’edificazione nell’abitato di un complesso fortificato, ricordato dall’Angius, successivamente trasformato in chiesa di San Sebastiano (1528) ed in Monte granatico (1686). Della struttura resta uno splendido mastio tardo-medioevale; da ritenersi appartenente allo stesso complesso fortificato, localizzato all’inizio dell’antica strada denominata Sa ìa de sa Mena, “la via della miniera”, la campana bronzea custodita nella parrocchiale di San Nicolò e databile al 1327, che riporta fra due cordoni quattro stemmi con i pali d’Aragona e due stemmi con l’albero sradicato degli Arborea. Intorno al 1414, dopo la conquista aragonese del Giudicato, Guspini sarà concessa in feudo ai Carroz, conti di Quirra, e nel 1440 entrò a far parte della baronia di Monreale. Nel 1470, dopo la battaglia di Uras, Guspini fu occupata da Leonardo Alagon, ritornando così sotto il marchesato dei Carroz d’Oristano, che però lo persero nuovamente otto anni dopo a seguito dello scontro con le truppe regie, il 19 maggio 1478, nella battaglia di Macomer. Nel 1504, dopo la morte di Giacomo Carroz IV, conte di Quirra (1420-1469), Guspini con altri territori fu concesso dal re Ferdinando II in feudo allodiale a donna Violante Carroz. Con volontà testamentaria, poi, il 18 giugno 1514, Donna Violante lascerà i suoi beni e possedimenti feudali al nipote don Guglielmo Raimondo Centelles. Sotto i Centelles, nel 1625, nasce la chiesa parrocchiale di San Nicolò, a croce latina con tetto ligneo, in stile gotico-aragonese, con altari lignei; nel 1657 fu ampliata a sei cappelle, dotata di paramenti sacri decorati con filamenti d’oro e d’argento, pissidi in argento d’arte cinquecentesca e due crocifissi, uno astile in argento e l’altro ligneo, riconducibili rispettivamente al Cinquecento, di bottega oristanese, e al 1634, opera d’Angel Puxeddo. I nuovi feudatari mantennero le proprietà sino al 1674 quando morì don Gioachino. Essendo questi senza figli, la sua successione aprì una lunga vertenza che si risolse, con sentenza del Supremo Consiglio, il 16 giugno 1798 a favore del conte don Filippo Carlo Osorio di Cervellon. Gli ultimi feudatari lasciarono Guspini, come tutte le aree infeudate, a seguito della Carta Regia del 3 marzo 1838 con cui si autorizzavano le trattative per un amichevole componimento nell’ambito dell’abolizione dei feudi. Il 14 dicembre 1839 fu intavolato il riscatto del feudo di Quirra e Guspini dovette corrispondere agli Osorio lire 634,2 in surrogazione dei tributi feudali. Dopo sei e sette anni dovrà anche lasciare ai gonnesi ed agli arburesi i salti di Pardu Atzei e quello di Funtanazza, con un ridimensionamento territoriale di circa 35 kmq. Gli editti furono promulgati da Carlo Alberto rispettivamente il 4 gennaio 1848 per il salto di Pardu Atzei ed il 9 aprile 1849 per quello di Funtanàzza, mettendo così fine alle violente diatribe, specie con gli arburesi. Guspini, che sotto la dominazione spagnola era chiamato Gòsphini, ha indotto molti, osservando il paesaggio circostante, a trarre l’errata conclusione che l’origine del suo nome potesse ricercarsi nell’abbinamento “gola di pini”, in relazione con la vasta pineta che sovrasta l’abitato, ma che fu impiantata da un giovane maestro elementare. Verosimilmente, secondo le analisi di diversi studiosi ed in particolare Giandomenico Serra e Giulio Paulis, il toponimo Guspini trae la sua origine dal latino Cuspis/Cuspidis, in altre parole “punta”, “estremità” o anche “lancia”, “giavellotto”. Il Serra vedeva nelle cime appuntite che circondano l’abitato l’origine latina, mentre il Paulis, pur non escludendo la tesi del Serra, preferisce inserire Guspini fra i toponimi del sostrato paleosardo. Che l’area occupata dall’attuale abitato sia stata frequentata sin dal Neolitico ormai è certo, ma altrettanto certa è la presenza di un cospicuo abitato romano. Tenuto conto delle numerose tracce delle fucine romane, già segnalate da Francesco Lampis e della testimonianza dell’ Angius che nella descrizione di Guspini, alla voce professioni riporta: «Tra gli artefici sono distinti i fabbri ferrai che lavorano con non poca abilità e fanno delle armi», non è da escludersi per il toponimo Guspini anche il significato traslato di Cuspis/Cuspidis, “lancia/giavellotto”. Ad avvalorare quest’origine possiamo ancora aggiungere che gli abitanti dei centri vicini quando dovevano recarsi a Guspini solevano dire: andàusu a Ùspidi e nel territorio si riscontra anche il toponimo Genn’e Ùspidi, presso la località di Urràdili, abitata sino al Settecento. Le armi di cui parla l’Angius ad inizio Ottocento, sono i coltelli Sa Guspinesa e Su Spadiu, antico strumento di lavoro, simile al gladio romano, in uso a Guspini sino ad una cinquantina di anni fa, poi sostituito dalla roncola. Attualmente sia nella parlata locale sia nel resto dell’isola il centro è chiamato Gùspini.

La chiesa campestre di San Giorgio del 1500 Fotografia di Tarcisio Agus

Una moderna cittadina di provincia Oggi l’abitato, che si estende per circa tre kmq, in direzione est-ovest, conta 4500 alloggi; si presenta al visitatore come una moderna cittadina di provincia, dotata dei servizi essenziali. L’istruzione è assicurata da sei plessi di scuola materna, sei di scuola elementare, due scuole medie, due scuole superiori e due centri di formazione. Il buon collegamento con i centri vicini e la stessa Cagliari consente ai giovani studenti di frequentare le scuole di ogni ordine e grado. Tra i servizi pubblici risaltano la totale autonomia nell’approvvigionamento idrico, che pone Guspini fra i centri che meno soffrono la carenza d’acqua, una buona rete viaria sia interna, sia esterna all’abitato; il ritiro dei rifiuti solidi urbani, con raccolta differenziata; l’assistenza geriatrica con una struttura residenziale per gli anziani, il centro educativo per i minori, due centri di aggregazione sociale pubblici e tre delle parrocchie; un’attrezzata biblioteca comunale e tre biblioteche specializzate di Archeologia, presso il Gruppo Archeologico “Neapolis”, di Informatica, presso la sede dell’Arci Informatica, e di teatro, presso la sede della Filodrammatica Guspinese. L’ampliamento dell’abitato e le frazioni di Montevecchio e Sa Zèppara pongono seri problemi per i collegamenti e nella distribuzione dei servizi in genere. Guspini ospita la sede della 18° Comunità montana “Monte Linas”, il Distretto sanitario dell’ASL n. 6, il Distretto scolastico n. 16, i giudici di pace ed uno sportello INPS. L’attività ricreativa è soddisfatta da tre campi di calcio in terra battuta, uno stadio in erba con pista di atletica leggera, un palazzetto dello sport, quattro campi da tennis, quattro palestre scolastiche ed un complesso privato con piscina olimpionica, tre campi di calcetto in sintetico ed impianti di fitness. L’aspetto ricettivo è modesto, con due ristoranti, un pub, e cinque agriturismi con postiletto, mentre sono in fase di realizzazione tre strutture alberghiere. Dopo il tracollo della miniera di Montevecchio, con i suoi 5000 addetti negli anni Quaranta del Novecento, oggi tutto il patrimonio strutturale è sotto l’egida dell’UNESCO come patrimonio dell’umanità e fa parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna che in questi anni è sottoposto a recupero strutturale per la fruizione turistica ed imprenditoriale.
La vita economica Attualmente le attività economiche più rilevanti sono 13 industrie, di laterizi, ceramica, pvc ed altre; 67 di servizi; 277 imprese artigiane; 5 cooperative nel settore caseario, artigiano e servizi e una vasta rete commerciale con 393 imprese. Il settore agricolo, a prevalenza zootecnica, conta 343 imprese, di cui 73 aziende con 2523 bovini, 110 con 45.476 ovini, 8 con 2488 caprini, 116 con 1358 suini, 11 con 1220 ovi-caprini e 25 con 93 equini. Il reddito procapite si aggira sugli 8000 €. La forza lavoro, prima occupazione (15-29 anni), è di 2724 persone, quella tra i 30-65 anni è di 6247 persone, con un tasso di disoccupazione che sfiora il 32%. La situazione “varia” dell’economia cittadina, se per un verso tiene testa ai gravi problemi occupativi, dall’altro non riesce a far fronte alle nuove richieste sempre più pressanti dei giovani qualificati, diplomati e laureati che non trovano sbocco in un’economia pressoché congelata nelle attività tradizionali; l’apertura, con la riconversione mineraria, verso il settore turistico fa ben sperare per il futuro.
Carattere dei guspinesi Il carattere dei guspinesi lo rilevò già l’Angius nel 1833: pur riconoscendo in loro gente laboriosa non fu certo prodigo di lodi quando descriveva gli scarsi e rozzi rapporti con gli uomini di altri paesi, concludendo: «Fortunatamente sono in un canto, dove rari passano e domandano ospizio». Possiamo ritenere che certi aspetti del carattere guspinese siano rimasti pressoché invariati. Pur intrattenendo validi rapporti economici con il territorio circostante e con quello isolano, l’area guspinese si esprime nell’operosità delle sue attività economiche, formate quasi interamente da una classe imprenditoriale locale, meno in ambito culturale, pur riconoscendo in quest’ultimo periodo una certa vivacità grazie anche alle iniziative delle 64 associazioni culturali, sportive, ricreative e sociali operanti.

Antica veduta di Guspini foto storica

Alla ricerca del costume perduto
Il guardare verso il futuro ha compromesso in parte la difesa delle tradizioni, compresa la parlata campidanese ormai relegata a poche famiglie. Del costume locale si è tentata una ricerca e si sono anche ricostruiti alcuni esemplari con gonna lunga pieghettata a righe rosso-bleu e bordo di velluto nero con frange. La blusa in lino bianco aveva maniche svasate e scollatura a girocollo ricamata. Un corpetto in raso con ricami in seta nera o marron, abbottonata cun su cadenazzu (la catena in argento). Il sottofazzoletto di lana bianca ricamato ai bordi era ricoperto dal fazzoletto bianco a pallini rossi. Il lungo scialle, a frange di seta a fiori, due bottoni in oro nella scollatura ed una coppia di orecchini in corallo e oro completavano il costume. Di quello maschile, peraltro molto grazioso ed impreziosito da decorazioni in argento, abbiamo un esempio ottocentesco in una foto della signora Angelina Lisci, con l’immagine in costume del padre quindicenne: pur non discostandosi molto dal tradizionale, comprende anche una giacca sul corpetto che raggiunge la base del gonnellino.
Fra i personaggi illustri cui Guspini diede i natali si ricordano il teologo Giuseppe Arriu, il sindacalista Cesare Loi, il farmacista Pio Piras, il giudice Raimondo Agus, noto Su Giugi.

“Su predi sconcau”
La propensione a recepire subito il nuovo, ha sacrificato molte delle tradizioni locali. L’atmosfera del passato si “assapora” solo nella festa di Santa Maria ed ultimamente anche in quelle di San Giorgio e Sant’Isidoro. Delle leggende, legate al focolare domestico delle famiglie patriarcali, restano pochi brandelli, salvati da Gino Bottiglioni in una raccolta del 1922. Alla voce Guspini sono riportate quattro leggende: “Nostra Signora dell’Assunta”, “La Città di Neàpolis”, “Il Tesoro di Santa Margherita” ed “Il Lampioncino di Lucifero di Monte”. Quest’ultima, narrata da Angela Saba, è così riportata: «Lì nella scorciatoia che da Guspini va al paese di Arbus, vi ha una sorgente d’acqua fine che sana perfino gli ammalati. Ma non a tutte le ore ci si può andare. Appena che il sole si getta alle spalle del monte, anima battezzata non passa di lì. In quel luogo maledetto, esce ogni sera un prete senza testa, in compagnia del sagrestano e porta un lampioncino rosso. Molti hanno visto ciò che io dico e qualche compare (e mi scenda gotta [mi venga malanno] se non dico il giusto!). hanno avuto spaventi grandi. In antico dicono che questo prete misticava gli stupidi facendo mali fatti e guadagnava molto denaro e lo sotterrava accanto alla sorgente. Ma la brocca cala nel pozzo finché si spezza! Il prete l’hanno decapitato ed adesso esce ogni notte a custodire il tesoro. Perciò nessuno dopo che è calato il sole, passa nella sorgente, nemmeno col pensiero». Questo racconto, oggi semplificato, pare abbia una sua origine precisa. La storia del prete senza testa, “Su predi sconcau” sovente era richiamata dalle madri e dalle mogli dei minatori che ogni settimana, con il proprio lampioncino, percorrevano il sentiero che porta ad Arbus, Su mori de Liciferu (“il sentiero del diavolo”) per recarsi ai cantieri di Ingurtosu, lasciando le proprie abitazioni per un’altra settimana di lavoro lontani da casa. Per calmare i figli che piangevano alla partenza dei padri all’imbrunire, le giovani madri o nonne, affacciandosi alle finestre ed indicando loro i lampioncini, che nell’oscurità si muovevano irregolarmente lungo il sentiero, intimorivano i bambini con la minaccia di darli al prete senza la testa che era uscito a cercarla. Della festa di santa Maria si mantiene vivo il culto, ben radicato nei guspinesi, tanto che rimane la celebrazione più importante. Ancora ferma alla data stabilita nell’editto dell’imperatore Maurizio (582-602) il 15 agosto si celebra l’importante festività. Secondo un antico costume bizantino, la Madonna, rappresentata come dormiente, viene ancora oggi vestita con una tunica ricamata con filamenti in oro ed argento, calzari e corona d’argento ed ingioiellata con anelli e collane preziose donate come ex voto. Un mese prima della celebrazione, in alcune contrade ancora oggi ci si riunisce tutti i giorni per recitare il rosario e cantare Is Còggius. Due giorni prima avviene la vestizione della Santa. Un’antica imposizione vieta l’apertura dello scrigno, ove è riposta, prima delle 15 pomeridiane. La statua dormiente resta esposta ai fedeli nella sua chiesetta per otto giorni, durante i quali si alternano le varie manifestazioni civili e religiose.

Testi di Tarcisio Agus


Guspini costume tradizionale Maschile
Guspini 1910 Festa degli alberi

I musei di Guspini

  • Guspini, Complesso museale di Montevecchio Percorso Piccalinna
  • Guspini, Complesso museale di Montevecchio, Palazzina della Direzione
  • Guspini, Complesso museale di Montevecchio, Percorso Sant’Antonio
  • Guspini, Percorso Domus, Casa Murgia
  • Guspini, Percorso Domus, Museo Monte Tempo
Guspini, Complesso museale di Montevecchio Percorso Piccalinna

Complesso museale di Montevecchio Percorso Piccalinna
Indirizzo: Cantieri di Levante SP 66 Km 5 – Guspini-Montevecchio
Info point 070 973173 – cell. 389 164 3692
Ente titolare: Comune di Guspini - Gestione: Comune di Guspini
Orari: Estivo (dal 1 maggio al 30 settembre) tutti i giorni dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 (partenza visite alle 11.00) e dalle 16 alle 20.00 (partenza visite alle 17.00 e alle 19.00) alternando le visite al Palazzo della Direzione con quelle delle strutture minerarie di superficie.
Invernale (dal 1 ottobre al 30 aprile) dal martedì al venerdì aperto su prenotazione per gruppi di minimo 10 persone. Sabato e domenica dalle 10 alle 13 (partenza visite alle 11.00) e dalle 15 alle 18.00 (partenza visite alle 16.00) alternando le visite al palazzo della direzione con quelle delle strutture minerarie di superficie.
Biglietto: solo Direzione: intero € 6, ridotto € 4 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), esenti (bambini fino a 6 anni, disabili); due percorsi:intero € 9, ridotto € 6 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), ridotto scuole Guspini € 2, esenti (bambini fino a 6 anni, disabili); tre percorsi: intero € 14, ridotto € 9 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), ridotto scuole Guspini € 2, esenti (bambini fino a 6 anni, disabili).
Visita guidata.
sito web: www.minieramontevecchio.it
e-mail: info@minieramontevecchio.it

Il museo

La miniera di Piccalinna, scoperta nel 1874, si estende per circa 370 ettari. Data inizialmente in concessione alla società italo-francese Nouvelle Arboree, fu, nel 1897, ritenendosi ormai esaurito il filone minerario, ceduta alla Società Montevecchio già concessionaria delle aree Sant'Antonio a Levante, Sanna, Telle e Casargiu a Ponente. Un’attenta politica di riassetto generale del cantiere consentì invece la ripresa a pieno regime delle attività estrattive sino al 1981, quando un guasto alle pompe per l'eduzione delle acque dal sottosuolo, troppo costoso da riparare, ne segnò la fine. Nel piazzale di Piccalinna una serie di edifici, tutti con muratura in pietra faccia a vista, decori in laterizi e una certa ricercatezza architettonica, costituiscono quello che in passato era il nucleo operativo di questo cantiere minerario. Altri edifici semidistrutti si scorgono tra la vegetazione. Si tratta delle abitazioni per gli operai scapoli, un complesso di sette edifici realizzati intorno agli anni quaranta del Novecento, e delle due strutture che per prime vennero realizzate nel cantiere verso la fine dell'Ottocento contemporaneamente all'intestazione del pozzo San Giovanni. Dalla parte opposta, arroccato sulla collina con vista sul cantiere, si nota un grazioso edificio intonacato realizzato agli inizi del Novecento. Ingentilito da marcapiani, lesene e cornici di porte e finestre in pietra a vista, fungeva in passato da alloggio per i caposquadra. Il pozzo San Giovanni e la lampisteria, la sala argano e la sala compressori (realizzati in pietra basaltica a vista e vari elementi in laterizio verso la fine dell'Ottocento), la cabina elettrica, la laveria Piccalinna, gli uffici e la forgia sono gli elementi essenziali del complesso minerario. All'interno della sala argano (del tipo a bobine con funi piatte) si trova ancora l'imponente macchina d'estrazione, inizialmente a vapore ed elettrificata intorno agli anni Trenta, posizionata in asse rispetto al pozzo, che serviva alla movimentazione delle gabbie. La sala compressori ospitava le macchine per la produzione dell'aria compressa introdotta in miniera per l'eduzione delle acque dal sottosuolo e, in seguito, sfruttata anche per alimentare la laveria e per azionare le perforatrici e le altre macchine utilizzate nel sottosuolo o in superficie. La presenza dei macchinari originali consente al visitatore di apprezzare le conquiste tecnologiche del tempo: l’imponente macchina di estrazione, con i suoi 120 cavalli vapore, che permettevano l’estrazione di 20 metri cubi di materiale all'ora, rappresenta un esempio unico al mondo per l'archeologia mineraria; il suo stato di conservazione ne consentirebbe ancora oggi il funzionamento.


 Palazzina del direttore della miniera a Montevecchio

Montevecchio Palazzina della Direzione
Indirizzo: Piazzale Rolandi – Montevecchio - 09036 Guspini
info point 070 973173 – cell. 389 1643692
Ente titolare: Comune di Guspini - Gestione: Comune di Guspini
Orari: Estivo (dal 1 maggio al 30 settembre): tutti i giorni dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 (partenza visite alle 10.00 e alle 12.00) e dalle 16 alle 20.00 (partenza visite alle 16.00 e alle 18.00) alternando le visite alpalazzo della direzione con quelle delle strutture minerarie di superficie. Invernale (dal 1 ottobre al 30 aprile): dal martedì al venerdì aperto su prenotazione per gruppi di minimo 10 persone. Sabato e domenica dalle 10 alle 13 (partenza visite alle 10.00 e alle 12.00) e dalle 15 alle 18.00 (partenza visite alle 15.00 e alle 17.00) alternando le visite al palazzo della direzione con quelle delle strutture minerarie di superficie.
Biglietto: solo Direzione: intero € 6 ridotto € 4 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65) esenti (bambini fino a 6 anni, disabili); due percorsi: intero € 9 ridotto € 6 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65) ridotto scuole Guspini € 2 esenti (bambini fino a 6 anni, disabili); tre percorsi : intero € 14 ridotto € 9 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65) ridotto scuole Guspini € 2 esenti (bambini fino a 6 anni, disabili). Visita guidata
sito web: www.minieramontevecchio.it
e-mail: info@minieramontevecchio.it

Il museo

Le miniere di Montevecchio, ricche di piombo e zinco, sono state, sino gli anni Sessanta del Novecento, tra le più importanti d'Europa. Oggi, in quanto parte del Parco geominerario della Sardegna, sono riconosciute dall'UNESCO "Patrimonio umanità", e acquisiscono ulteriore celebrità quali set di film di successo -"Il figlio di Bakunin", tratto dal romanzo di Sergio Atzeni- e perché inserite in una cornice naturale, marina e montana, di rara bellezza: con dune sabbiose, cervi selvatici, macchia mediterranea e sottobosco dalle svariate specie botaniche. L’attività estrattiva, intrapresa intorno alla metà dell'Ottocento, quando il re Carlo Alberto ne conferì la concessione perpetua al sassarese Giovanni Antonio Sanna, col suo intensificarsi nel tempo, determinò il sorgere di un importante e avanzato contesto edilizio, industriale e civile: le case dei minatori, l'ospedale, la chiesa, i campi sportivi e il cinema, le sale da ballo e il ristorante, l'albergo e la palazzina direzionale in stile liberty, oggi museo. Progettata ed edificata per volontà dello stesso Sanna tra il 1870 e il 1877, nell’abitato di Gennas, la Palazzina della direzione era il cuore pulsante degli stabilimenti minerari di Montevecchio. Secondo l'idea originaria, avrebbe dovuto ospitare gli uffici amministrativi, una piccola chiesa e l’abitazione di Sanna, il quale in realtà non vi abitò mai, poiché morì nel 1875, due anni prima della fine dei lavori. Inizialmente la palazzina fu sede degli uffici al pianterreno, dell'archivio al primo piano, dell'abitazione del direttore al secondo, e, nel sottotetto, degli alloggiamenti della servitù. Negli anni, perse la funzione abitativa e fu quasi interamente destinata agli uffici. La ridestinazione d'uso comportò la perdita di molte pitture murali, coperte dall’imbiancatura a calce, oggi in parte riportate alla luce grazie a mirati interventi di recupero. La visita si snoda attraverso i tre piani dell'abitazione, pregevolmente affrescati in stile liberty, che propongono la ricostruzione degli arredi d'epoca dislocati nei vari ambienti: sale da pranzo e da tè, fumoir, stanze da letto e una serie di salotti, studio e biblioteca. La sala blu o salone delle riunioni è la vera protagonista del palazzo: destinata agli incontri ufficiali e ai ricevimenti, deve il suo nome alle decorazioni (affreschi e stucchi) che ne ornano a tutto campo le pareti e la volta. Intorno ad uno dei numerosi camini dell’appartamento si sviluppa un elegante salotto di poltrone, divani e specchi dorati che, insieme a un maestoso pianoforte a coda, danno vita all’ambiente, un tempo teatro di feste e serate musicali. Contrariamente a quanto avvenuto nel resto dell'edificio, la sala è stata mantenuta integra nella sua maestosità, quale locale dirigenziale e di rappresentanza. Pochi gradini e il visitatore lascia i fasti borghesi per raggiungere il sottotetto, dove sono allestiti gli ambienti più modesti, ma non per questo meno interessanti, destinati alla servitù, che nella Direzione lavorava e dimorava: l’ampia cucina, che mostra numerosi tegami e utensili in rame appesi alle pareti, la piccola stanza da pranzo e le camerette, arredate in modo semplice e funzionale. La visita della Palazzina offre un interessante spaccato dello stile di vita della famiglia del direttore della miniera, perfettamente in linea con gli standard alto-borghesi italiani ed europei del tempo e distante dai modi di vita della servitù, come dimostrano, all’interno della stessa Palazzina, la pianificazione degli spazi e le scelte d’arredo.



Guspini, Complesso museale di Montevecchio, Percorso Sant’Antonio

Complesso museale di Montevecchio Percorso Sant’Antonio

Indirizzo: Cantieri di Levante SP 66 Km 5 – Guspini-Montevecchio
info point 070 973173 – cell. 389 1643692
Ente titolare: Comune di Guspini Gestione: Comune di Guspini
Orari: Estivo (dal 1 maggio al 30 settembre): tutti i giorni dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 (partenza visite alle 11.00) e dalle 16 alle 20.00 (partenza visite alle 17.00 e alle 19.00) alternando le visite al Palazzo della Direzione con quelle delle strutture minerarie di superficie. Invernale (dal 1 ottobre al 30 aprile): dal martedì al venerdì aperto su prenotazione per gruppi di minimo 10 persone. Sabato e domenica dalle 10 alle 13 (partenza visite alle 11.00) e dalle 15 alle 18.00 (partenza visite alle 16.00) alternando le visite al palazzo della direzione con quelle delle strutture minerarie di superficie.
Biglietto: solo Direzione: intero € 6, ridotto € 4 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), esenti (bambini fino a 6 anni, disabili); due percorsi : intero € 9, ridotto € 6 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), ridotto scuole Guspini € 2, esenti (bambini fino a 6 anni, disabili); tre percorsi: intero € 14, ridotto € 9 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), ridotto scuole Guspini € 2, esenti (bambini fino a 6 anni, disabili). Visita guidata.
sito web: www.minieramontevecchio.it
e-mail: info@minieramontevecchio.it

Il percorso

Il Percorso Sant’Antonio, nell’area di Levante del complesso di Montevecchio, comprende il pozzo Sant’Antonio ed annessi, gli alloggi degli operai e l’ex-deposito minerali. La miniera di Sant’Antonio, che faceva parte della prima concessione mineraria rilasciata a Giovanni Antonio Sanna dal re Carlo Alberto nel 1848, conobbe oltre un secolo di fiorente attività, favorita, nella prima metà del Novecento, dalle continue innovazioni tecnologiche. L’esaurimento dei filoni migliori, il calo della qualità del materiale estratto e l’aumento dei costi di produzione, provocarono la crisi generalizzata delle miniere di Montevecchio e, nel 1988, l’interruzione delle attività. Il pozzo S’Antonio, uno dei più suggestivi del complesso minerario, domina il cantiere con la sua elegante torre merlata, realizzata in stile neogotico secondo la moda in voga in Europa tra fine Ottocento e inizi Novecento. La torre mascherava al suo interno l’impianto industriale di estrazione. Iniziati nel 1853, gli scavi portarono alla realizzazione di sedici livelli di estrazione per una profondità di oltre 500 metri. Il grande argano a bobine, elettrificato nel 1919, rendeva possibile il trasporto all'interno di gabbie elevatrici, di uomini e di minerale dalle gallerie alla superficie. Accanto al pozzo trovano spazio diversi impianti di supporto al lavoro nel sottosuolo: la vecchia forgia, la lampisteria, la centrale elettrica e la connessa officina, le due sale compressori che un tempo erano in grado di soddisfare le esigenze di numerose fasi di lavorazione, dalle officine meccaniche agli impianti di flottazione. Una linea ferroviaria interna dotata di piccoli vagoncini, trasportava il minerale estratto sino alla Laveria Principe Tomaso. Di particolare interesse è la visita della struttura che ospitava gli alloggi degli operai. Gli alloggi, di piccole dimensioni e numerati, si affacciano su un lungo e stretto corridoio interno; vi abitavano alcuni degli operai della miniera insieme alle famiglie. Il bagno comune, quasi un lusso per quei tempi, la cucina semplice e con le stoviglie essenziali, e pochi altri ambienti, arredati anch’essi con gli utensili della quotidianità e modesto mobilio, riproducono fedelmente le unità abitative proiettando il visitatore nell'atmosfera originaria della vita dell'epoca. Merita attenzione anche il Deposito Minerali, adibito un tempo a caserma e abitazioni per gli impiegati, che, attraverso pannelli e l’esposizione di oggetti legati alle attività estrattive (dalle punte dei fioretti di perforazione ai campioni di roccia mineralizzata), offre un percorso alla scoperta del lavoro della miniera: le fasi dalla roccia al minerale puro sino al metallo pronto per essere forgiato, le ricerche stratigrafiche e le descrizioni delle tecniche di estrazione, cernita e arricchimento. Il percorso consente di apprezzare nei particolari le varie fasi del lavoro di estrazione del minerale e, contemporaneamente, di entrare nella dimensione privata e familiare dei minatori di Montevecchio. La compresenza del percorso IGEA “Galleria Anglosarda”, che si snoda nel sottosuolo, fa di Sant’Antonio un compendio di beni archeologico-industriali esemplarmente recuperati e valorizzati.



Guspini, Percorso Domus, Casa Murgia

Percorso Domus Casa Murgia
Indirizzo: Via Petrarca, 2 angolo Via Dante 09036 Guspini
info point 070 973173 – cell. 389 1643692
Ente titolare: Comune di Guspini - Gestione: Comune di Guspini

Orari: Estivo (dal 1 maggio al 30 settembre): dal martedì al venerdì 17.00 alle 20.00, sabato dalle 16.00 alle 20.00, domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00. Invernale (dal 1 ottobre al 30 aprile): dal martedì al sabato aperto su prenotazione per gruppi di minimo 10 persone. Domenica aperto dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.30 alle 20.30.
Biglietto: solo casa Murgia: intero € 4, ridotto € 2,5 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), ridotto scuole Guspini € 1, esenti (bambini fino a 6 anni, disabili); due percorsi (Casa Murgia più Montegranatico): intero € 7, ridotto € 4 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), ridotto scuole Guspini € 2, esenti (bambini fino a 6 anni, disabili). Visita guidata.
sito web: www.comune.guspini.vs.it
e-mail: settore.sviluppoecultura@comune.guspini.vs.it

La Casa

La Casa Murgia si inserisce all´interno del più articolato percorso “Domus Guspini”, un itinerario che, snodandosi per le vie del centro storico, ripercorre in cinque siti altrettanti luoghi di valorizzazione e promozione della cultura materiale e immateriale del territorio. Ogni casa è dedicata infatti a un particolare ambito: la lavorazione del ferro nella Casa Agus, la produzione della lana, del formaggio, del miele e del torrone nelle Case a Corte, i prodotti del grano nel mulino Garau e, infine, un viaggio diacronico e multimediale sulla storia locale nel caratteristico MonteTempo (ex Montegranatico). Lungo il percorso è possibile imbattersi in altri luoghi di interesse, come la mitza di S.Maria, le chiese di S.Maria di Malta e San Nicola di Mira, l´Antica Mascalcia, fino ai basalti colonnari, dichiarati monumento naturale. La Casa Murgia, acquisita dal Comune di Guspini per lascito testamentario dell’ultima erede, Caterina, è una struttura a corte di tipo campidanese. L'allestimento museale percorre parallelamente due vicende: quella della famiglia dei proprietari, ricchi possidenti terrieri (Ignazio Murgia e Anniva Garau; i figli Eugenio, Antonio, Egidio e Caterina), e quella della comunità guspinese, attraverso l’illustrazione delle tradizionali pratiche legate alla coltura della vite e dell’olivo. Al piano terra, che presenta arredati gli ambienti della sala da pranzo, dello studio (che fu del capofamiglia Ignazio, medico di professione), e della cucina, viene tracciata la vicenda e l’immagine dei proprietari, anche nei risvolti pubblici, tramite le testimonianze della comunità. Il primo piano delinea il profilo del territorio e il ciclo delle attività agricole ad esso connesse, come la viticoltura e l’olivicoltura, documentate, seguendo il succedersi delle stagioni, da pannelli, filmati, teche con oggettistica e prodotti alimentari secchi, manufatti come aratri e grandi contenitori. Nel sottotetto sono ricostruite le stanze da letto: uno spaccato sulle memorie più private ed intime della famiglia fino all’epilogo delle loro vicende che segna il tramonto di un'epoca per tutta la comunità. Ulteriori spazi di interesse sono costituiti dalla cantina, aperta alla degustazione e all'acquisto dei più prestigiosi vini prodotti nel territorio, e dal giardino, con un pozzo, un abbeveratoio e, fatto piuttosto inconsueto, un bunker fatto costruire dai proprietari durante la seconda guerra mondiale, tuttora visitabile. Casa Murgia porta il visitatore dentro la quotidianità di un’antica famiglia, fatta di momenti sociali e più intimi; l’esposizione sulle attività agricole, in particolare viti-vinicole e olearie, offre l’occasione di vedere manufatti in cui è sempre più raro imbattersi al di fuori dai contesti di recupero culturale.

Percorso Domus Museo Monte Tempo

Percorso Domus Museo Monte Tempo

Indirizzo: Via Montegranatico, 09036 Guspini
info point 070 973173 – cell. 389 1643692
Ente titolare: Comune di Guspini - Gestione: Comune di Guspini
Orari: Estivo (dal 1 maggio al 30 settembre): dal martedì al venerdì 17.00 alle 20.00, sabato dalle 16.00 alle 20.00, domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00. Invernale (dal 1 ottobre al 30 aprile): dal martedì al sabato aperto su prenotazione per gruppi di minimo 10 persone. Domenica aperto dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.30 alle 20.30.
Biglietto: solo Monte Tempo: intero € 4, ridotto € 2,5 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), ridotto scuole Guspini € 1, esenti (bambini fino a 6 anni, disabili); due percorsi (Monte Tempo più Casa Murgia): intero € 7, ridotto € 4 (bambini 6-10 anni, gruppi min. 20 persone, over 65), ridotto scuole Guspini € 2, esenti (bambini fino a 6 anni, disabili). Visita guidata.
sito web: www.comune.guspini.vs.it
e-mail: settore.sviluppoecultura@comune.guspini.vs.it

Il museo

Il Museo, dedicato alla storia di Guspini e del suo territorio, è allestito in una struttura sorta come chiesa nel Seicento e trasformata in Montegranatico nell’Ottocento. Della storia locale, tracciata in parallelo con la storia del mondo fin dai tempi più remoti, vengono evidenziati gli aspetti ed episodi più significativi: il sistema degli insediamenti nuragici, le vicende di Neapolis, stazione commerciale fenicia e poi città punica, romana, altomedievale; più tardi, decaduta Neapolis, le tracce dei Templari e dei Pisani e l’eccezionale testimonianza di aspetti di vita quotidiana e di cultura materiale costituita dal testamento di Gottifredo, di età medievale; correndo poi verso l’oggi, la rivoluzione industriale, con lo sfruttamento delle miniere e le profonde trasformazioni del territorio e del paesaggio, le lotte di classe del Novecento, la confluenza di consuetudini e usanze verso la cultura globale. Il racconto si sviluppa per temi (l’abitare, il lavorare, il tempo libero) e la lente attraverso cui si osserva il divenire storico del territorio è il tempo in molte delle sue accezioni. Il tempo geologico, il tempo storico, il tempo sociale, il tempo privato, il tempo umano, il tempo del lavoro, il tempo delle lotte: per comprendere come si evolvano o permangano simili negli anni o nei secoli i vari aspetti della vita sociale e della cultura materiale. Testi brevi, a cappello e introduzione dei temi, si alternano a schede storiche e di approfondimento; agli oggetti si aggiungono fotografie, riproduzioni di manifesti, documenti d’archivio e illustrazioni didattiche; filmati proiettati a parete o su monitor per la fruizione individuale, ripropongono registrazioni di interviste, voci fuori campo, suoni. Il percorso di visita è libero, il visitatore interagisce con l’esposizione e può percorrere circoli o anelli diversi e intersecati, ogni sezione esaurisce in sé un tema. La visita del Monte Tempo permette al visitatore di conoscere la storia del luogo e di confrontarla e reinterpretarla in relazione alla storia del mondo attraverso un percorso innovativo dal punto di vista tecnologico e dei linguaggi utilizzati.



Sagra del miele Montevecchio Guspini 23 e 24 agosto 2014
Birras, mese di luglio, festa delle birre artigianali sarde arrivata alla sua VIII edizione nel 2014 Guspini Montevecchio

Eventi a Guspini durante l'anno



Carnevale "Cabas de Linna"
Manifestazione nata nel 1992, il carnevale guspinese ha visto una partecipazione sempre più imponente di gruppi organizzati e carri allegorici.

Sant’Isidoro, maggio

Festa della campagna, maggio
La festa viene organizzata nel borgo rurale Sa Zeppara, per promuovere e far conoscere la vita contadina. Con la degustazione dei prodotti tipici delle attività agropastorali, come il formaggio, frutti e carne, la festa prevede anche mostre ed esposizioni sull’attività artigianale.
San Giorgio, ultima domenica di maggio

Santa Maria, 15 agosto
La festa in onore della Santa Vergine, si svolge in contemporanea con il Ferragosto Guspinese. Durante questa settimana, vengono organizzate numerose attività culturali e ricreative.

Birras, mese di luglio, festa delle birre artigianali sarde arrivata alla sua VIII edizione nel 2014, è uno degli eventi estivi che coinvolge ogni anno sempre più persone da tutta l'Isola e non solo, gli amanti della buona birra non possono fare a meno di partecipare all'Evento. Nella suggestiva cornice delle strutture minerarie di Montevecchio gli eventi direttamente legati alla birra si alterneranno con manifestazioni culturali, musicali e artistiche in genere. La nutrita schiera di birrifici che partecipano sempre più numerosi rappresentano gran parte del territorio regionale in cui si sta sviluppando la tradizione della birra artigianale. La Degustazione, i laboratori, la cultura della birra artigianale. Nell'officina, nella fonderia, nella falegnameria del Cantiere di Levante, vengono costruiti i percorsi della birra. Sotto la guida esperta dei mastri birrai e la passione dei migliori degustatori nazionali sorseggiare una buona birra diverrà un momento consapevole, divertente, da godere in compagnia. Gli spazi della miniera vengono dedicati alle storie della birra, alla sua cultura, al suo mondo "in fermento" tutto da scoprire e da sorseggiare. Mostre, Video, Laboratori, Degustazione guidata si alterneranno negli spazi del Cantiere di Levante durante la Manifestazione.

Sagra del miele, 23 e 24 agosto 2014
La sagra si svolge nel centro minerario di Montevecchio. Nasce con lo scopo di promuovere il miele unifloreale, ma anche i prodotti come lo zafferano, l'olio, il riso e gli agrumi. Alla sagra è legato un concorso, il "Premio Qualità dei mieli tipici di Montevecchio" che richiama numerosi partecipanti e nel 2014 è arrivato alla sua XV edizione. Scopo della manifestazione è quello di incentivare la produzione di mieli di qualità, valorizzare le diverse tipologie di miele e promuoverne il consumo consapevole. Il concorso, che si svolge nell’ambito dei programmi realizzati in attuazione del Reg. (CE) 1234/2007, è organizzato dall’agenzia Laore Sardegna, in collaborazione con la Pro-Loco e il comune di Guspini, l’associazione Città del miele e l’Albo nazionale assaggiatori miele.


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