Menu principale:

Le Vie della Sardegna :: partendo da Sassari Turismo, Sagre Paesane, Cultura e Cucina Tipica Sarda. Turismo in Sardegna, itinerari enogastrononici e culturali. B&B, Agriturismi, Hotel, Residence, Produttori Prodotti Tipici, informazioni e itinerari su dove andare, cosa vedere, dove mangiare, dove dormire sul Portale Sardo delle Vacanze. Tutto per le tue Vacanze in Sardegna. Informazioni turistiche e curiosità sui comuni della Sardegna e le attrattive turistiche offerte nei vari territori isolani.


Vai ai contenuti

La Maddalena :: La cittadina si sviluppa sulla costa meridionale dell'isola di La Maddalena, la più estesa dell'arcipelago davanti alle coste galluresi.

Località Sarde > Olbia Tempio


Lisola di Caprera. Fotografia di Alberto Maisto
Passo Asinelli. Tratta da Barbara Calanca, La Maddalena e dintorni.

La Maddalena

L'arcipelago di La Maddalena, a nord-est della Sardegna, comprende otto isole. La Maddalena è la piu grande, con una superfice di circa 20 kmq. Santo Stefano ospita l'antica Torre Napoleonica e il forte di San Giorgio. Caprera è riserva naturale dal 1980. A queste si aggiungono le belle isole di Spargi, Spargiotto, Budelli, Razzoli e Santa Maria.


Abitanti: 11.464
Superficie: kmq 50,25
Provincia: Olbia - Tempio
Municipio: piazza Garibaldi - tel. 0789 790600
Guardia Medica: via Menotti Garibaldi - tel. 0789 791236
Biblioteca Comunale: via Reg. Margherita - tel. 0789 737470
Ufficio postale: piazza Umberto I - tel. 0789 735433
Farmacia Corda Dott. Giovanni piazza Santa Maria Maddalena, 5 tel. 0789 730195
Farmacia Stefano Mura via Principe Amedeo tel. 0789 737055
Farmacia Russino Dott. Giancarlo via Garibaldi Giuseppe, 5 tel. 0789 737390
Ospedale Civile
via Guardia Gellone tel. 0789 737732
via Ammiraglio Magnaghi tel. 0789 791200

Stemma La Maddalena
La Maddalena in alcune fotografie storiche di fronte, l'isola di Santo Stefano il porto nella prima metà del Novecento.
La vetrina delle Aziende Sarde


La Maddalena

La cittadina si sviluppa sulla costa meridionale dell'isola di La Maddalena, la più estesa dell'arcipelago davanti alle coste galluresi. La Maddalena fu fondata nel 1770 nell'area occupata da un borgo di pescatori, e da quel momento attirò le attenzioni di celebri condottieri per via della sua posizione strategica fra la Sardegna e il continente italiano. Primo fra tutti Napoleone Bonaparte, che nel 1793 tentò inutilmente di sbarcare nell'isola, o l'ammiraglio Nelson, che stazionò con la flotta inglese nel 1804 prima della battaglia di Trafalgar. Collegata con Palau tramite linee di traghetti la cui traversata dura circa 15 minuti, La Maddalena è una ordinata e soleggiata cittadina che attrae ogni anno un alto numero di visitatori. Il centro abitato si sviluppa intorno a piazza Garibaldi, animata da caffè e locali. Da qui si può raggiungere il centro storico, in cui si alternano scalinate e vicoletti. Vicino a via Vittorio Emanuele, dove svetta una colonna in granito dedicata a Giuseppe Garibaldi, si trova il porto peschereccio e turistico di Cala Gavetta, in cui si apre la piazza XXIII Febbraio 1793, che commemora l'eroica difesa dei maddalenini dagli attacchi napoleonici. Da piazza Umberto I, raggiungibile dal lungomare, si raggiunge il quartiere di Moneta, vivace borgo di pescatori servito dal ponte che si collega all'isola di Caprera. La Maddalena è un comune di 11.668 abitanti della provincia di Olbia-Tempio ed è costituito dall'arcipelago di sette isole principali (La Maddalena, Caprera, Santo Stefano, Spargi, Budelli, Santa Maria e Razzoli) e altri isolotti minori, la cittadina, risalente al settecento, sorge a sud dell'isola principale e si affaccia verso Palau. Rinomate sono le spiagge e l'arcipelago, come la celebre spiaggia rosa situata a nord ovest dell'arcipelago nell'isola di Budelli, celebre per essere stata il set del film Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni.


La tomba di Garibaldi a Caprera, La Maddalena.

Cultura L'arcipelago è noto anche per essere stato l'ultima dimora dell'Eroe dei Due Mondi Giuseppe Garibaldi che costruì, a Caprera la famosa "Casa bianca", oggi casa Museo aperta al pubblico e dove si può visitare la tomba dove riposa.


Il Museo del Compendio Garibaldino

Come arrivare Giunti sull'isola si procede dalla piazza principale verso d. per circa 400 m, oltrepassato un incrocio con semaforo, si continua diritti fino al ponte che collega l'isola della Maddalena con Caprera. Dopo il ponte si entra nella pineta di Caprera e si seguono le indicazioni per la casa di Garibaldi. La casa si inserisce in una vasta area protetta che ospita il museo del Compendio Garibaldino, normalmente visitabile.


Il museo Garibaldino è composto dall'insieme degli edifici e dei cimeli appartenuti all'eroe. Al suo interno possiamo ammirare le armi, i vessilli, la carrozzella del generale e l'arredamento originale. Molto interessanti alcuni dipinti e la stanza in cui è morto Garibaldi arredata con il letto rivolto verso la Corsica e l'orologio di fabbricazione inglese fermo all'ora del decesso, le 18.20. Giuseppe Garibaldi approdò a Caprera per la prima volta il 25 settembre del 1849, in seguito al suo arresto si era deciso di mandarlo in esilio a Tunisi. Il Bey non era propenso ad accoglierlo e quindi alla nave incaricata di trasportarlo, venne ordinato di trasportarlo sull'isola di La Maddalena. La nave era comandata dal maddalenino Francesco Millelire. Sulla nave, ad assistere il generale, vi era il suo compagno fedele Giovanni Battista Culiolo chiamato "Leggero", anch'egli maddalenino, che lo aveva seguito in tutti i suoi viaggi e lo aveva confortato dopo la morte della sua amata Anita. I maddalenini accorsero numerosi all'arrivo di Garibaldi, tutti quanti volevano conoscere Leggero, personaggio divenuto famoso per le sue gesta. Il generale era circondato da altri maddalenini come Giacomo Fiorentino e Antonio Susini che lo servirono fedelmente. Dedicò il primo giorno alla conoscenza delle famiglie dei suoi fidi e i successivi alla conoscenza di una famiglia in particolare, quella dei Susini, alla quale restò particolarmente legato. In quei giorni Garibaldi durante una battuta di pesca salvò la vita a un bambino e tre uomini che si erano rovesciati con la barca; per ricordare tale evento venne esposta una targa sulla facciata della casetta di Barabò, ancora oggi visibile. Durante il mese di soggiorno ebbe modo di conoscere ed apprezzare gli abitanti di La Maddalena, gente a cui presto si sarebbe unito. Prima di lasciare l'isola ed approdare in esilio a Tangeri scrisse al sindaco Nicolò Susini una lettera di ringraziamento e gratitudine all'intera popolazione. Innamorato della Sardegna decise di acquistarvi un terreno: la scelta cadde sull'isola di Caprera. Acquistò una vecchia casa da un pastore e con l'aiuto del figlio la ristrutturò. Si recò poi a Londra per acquistare una barca e convincere la sua fidanzata Emma a seguirlo a Caprera; non riuscì nell'intento e in ricordo del mancato fidanzamento battezzò la sua barca col nome Emma. Inizialmente si dedicò al commercio tra Nizza e Genova. Nel 1857 la sua Emma, carica di calce, ferro e legname, naufragò vicino a Caprera; decise allora di abbandonare definitivamente il mare per dedicarsi all'agricoltura. Costituì così una comunità di pastori e amici e la sua casa venne ingrandita. Garibaldi divenne presto il signore di Caprera, numerosi emissari e persone influenti si recavano nell'isola per visite di cortesia e consigli. Senza nessun riconoscimento e nessuna ricompensa, dopo aver dedicato la vita alla patria, visse gli ultimi anni in assoluta povertà, circondato dall'affetto della sua compagna Francesca Armosino, fino al 1882, anno in cui il generale si spense.
Perché è importante visitarlo Museo famosissimo, meta annua di innumerevoli visitatori, è la casa-museo dell'eroe dei due mondi: all'interno si trovano tutti i cimeli dell'eroe ed all'esterno si può visitare la sua tomba ed il suo busto in marmo bianco, realizzato nel 1883 dallo scultore Luigi Bistolfi.
Servizi Il museo organizza periodicamente concerti e serate di musiche eseguite all'organetto, nella suggestiva atmosfera del cortile della casa di Garibaldi.
Informazioni
Indirizzo: Isola di Caprera
tel. 0789 727162 - 0789 726015 - 079 239832
Ente titolare: Ministero per i Beni e le Attività Culturali



Museo Garibaldino di Caprera. In primo piano l'albero che Garibaldi piantò il giorno della nascita della figlia Clelia.



La Casa di Garibaldi
Giuseppe Garibaldi si stabilì a Caprera in un periodo particolarmente difficile, dopo la morte di Anita, la caduta della Repubblica romana, l'abbandono dei figli, e trovò in quest'ambiente l'atmosfera ideale per gli ultimi ventisei anni della sua vita. Il complesso è situato in un ambiente particolarmente suggestivo per la vicinanza al mare, con la roccia granitica affiorante e la tipica vegetazione mediterranea. La casa è semplice: bianca, in muratura, con il tetto a terrazza, simile a parecchie delle abitazioni che egli ebbe occasione di vedere nei lunghi anni passati a Montevideo e negli altri luoghi in cui combatté per la libertà dei popoli sudamericani. Garibaldi cominciò a costruirla nel 1856, pochi mesi dopo il suo arrivo a Caprera. L'anno precedente, con l'eredità lasciatagli dal fratello Felice, aveva deciso di acquistare metà dell'isola. Per qualche tempo, assieme al figlio, che allora aveva sedici anni, dormì in un ovile restaurato. Poi si trasferì in una casetta di legno, conservata ancora oggi, iniziando allo stesso tempo l'edificazione della "Casa Bianca", completata dopo un anno. La visita alla Casa Bianca ha inizio dall'atrio, dove sono raccolti fucili, sciabole, baionette, la bandiera nera dei reparti d'assalto e quella uruguaiana. Qui sono anche la cassa da campo e la rete metallica che accompagnò l'eroe nelle campagne di guerra e la carrozzella donata al generale dal Comune di Milano nel 1880. Sulla parete un pregevole ritratto di Giuseppe Garibaldi, eseguito da J. Shotton a bordo del mercantile Commonwealth. Dall'atrio si passa alla camera da letto, originariamente delle figlie; risaltano un pregevole armadio in radica con cornici fortemente intagliate, la scrivania e la pianola, ricordo dell'amore del generale per la musica; il comodino a fianco del letto fu realizzato personalmente da Garibaldi mentre il letto ortopedico è quello su cui l'eroe trascorse buona parte del tempo negli ultimi anni della sua vita. Sulle pareti, ritratti dei figli e della moglie e sul letto una grande fotografia del matrimonio di Garibaldi nel gennaio del 1882. Contigua è la camera del figlio Manlio, con gli arredi originali; tra i diversi oggetti spicca il modellino di un veliero col quale Garibaldi insegnava al figlio nomenclature e manovre marinare e, in una teca, una piccola corazza e un elmo regalati a Manlio da un garibaldino. Gli stessi oggetti appaiono in una fotografia ovale sulla parete, indossati dal ragazzo. Un armadio tardosettecentesco rappresenta forse il mobile più pregevole tra quelli presenti nella Casa Bianca e custodisce la divisa di Manlio, tenente di vascello della Marina italiana. La camera attigua è quella di Delia, ricostruita nell'aspetto che probabilmente aveva quando l'abitava la figlia di Garibaldi. Viene poi la cucina con l'ampio camino di pietra, affiancato dal forno, il lume a petrolio, la pompa dell'acqua, il girarrosto. Il vano successivo è oggi destinato a stanza dei cimeli e vi sono custoditi gli oggetti più personali dell'eroe. A s. del percorso è stato rimontato il tinello della prima casa di Garibaldi, con la credenza appartenente alla madre, il tavolo rotondo, l'angoliera, il divano Luigi Filippo. Alle pareti, due dipinti dai soggetti famosi: Garibaldi e il maggiore Leggero che trasportano Anita morente, copia da Pietro Bouvier (Milano, Museo del Risorgimento), e Don Giovanni Verità, copia eseguita ai primi del Novecento da Vincenzo Stagnani del ritratto dipinto da Silvestro Lega nel 1865 (Milano, Civica Raccolta delle Stampe); sopra il divano è collocato il dipinto con la Fuga di Anita. Nell'armadio-vetrina i vestiti di Garibaldi: il poncho, il mantello bianco con giustacuore, la camicia rossa. Nelle bacheche, oggetti di varia natura; fra gli altri, la cosiddetta pallottola di Aspromonte (peraltro non è certo se quella autentica sia al Museo del Risorgimento di Torino), l'acciarino donato a Garibaldi da Antonio Meucci in America e alcune candele tricolori fabbricate appunto nella bottega del Meucci. Sul cassettone un plastico in sughero rappresenta la battaglia di Solferino; alle pareti, attestati di nomina a presidente onorario di molte associazioni, tra i quali quello della Società Atea (Venezia, 1879). Si passa al salotto, stanza da letto di Garibaldi alla data di costruzione dell'edificio: uno scrittoio in noce, un canterano, una specchiera, ai lati due mobili con libri, il camino e, sopra, il ritratto a olio di Rosita, la figlia di quattro anni morta a Montevideo. Risaltano il ritratto del colonnello Venancio Flores, antagonista politico dell'eroe perché fautore di una strategia di pace con l'Argentina, e il ritratto di un garibaldino caduto mentre combatteva per la libertà della Polonia. Il ritratto della madre Rosa Raimondi è una copia della stampa esistente al Museo del Risorgimento di Torino. Tra i mobili è presente una poltrona in pelle con schienale reclinabile regalata a Garibaldi dalla regina Margherita di Savoia. A s. del percorso si apre la porta in ferro che conduce alla stanza ove l'eroe morì: al centro, sotto una teca, si trova il letto; lo circonda una balaustra donata dalla Società Reduci di Livorno per difenderlo dalla curiosità dei visitatori. Di fronte al camino è un'altra delle carrozzelle. In un'angoliera, l'armadietto dei medicinali con bottigliette contenenti preparati messi insieme dallo stesso generale. Su un piccolo tavolino è poggiato il reggilenzuolo usato da Garibaldi per isolare la gamba ferita ad Aspromonte. Sopra l'architrave della porta l'orologio di fabbricazione inglese segna l'ora della morte (18.20). Tra i dipinti, quello di maggiore interesse è il ritratto di Giuseppe Garibaldi eseguito dal vero da Saverio Altamura nel 1860.

Lettino mobile utilizzato da Garibaldi
La Maddalena, Piazza Umberto I

Il territorio Il territorio comunale comprende 60 tra isole e isolette, per complessivi kmq 49,37. Degni di nota sono: tra le isole maggiori La Maddalena, Caprera, Santo Stefano, Spargi con Spargiotto, Santa Maria, Razzoli, Budelli, e tra quelle minori Giardinelli, Corcelli, La Presa, Isola Piana, Barrettinelli, Bisce, Italiani, Aglio, Porco, Capicciolu, Carpa, Pecora, Colombo, Monaci, Nibbani, Poveri, Soffi, Camere, Mortorio, Mortorietto. Gli abitanti residenti al 21 ottobre 2001 erano 11.369, con 4795 nuclei familiari, 7788 abitazioni di cui 4645 occupate, 2773 vuote. Altezza media del centro abitato m 19. Altezza media del territorio comunale 70 m.
L’arcipelago L’arcipelago di La Maddalena si trova tra la Corsica e la Sardegna, nelle Bocche di Bonifacio, in una zona dal clima particolarmente mite, battuta spesso dai venti. Il maestrale e il ponente, tenendo sgombro il cielo dell’arcipelago dalle nubi, scuotono le fronde dei corbezzoli, dell’erica, dei ginepri selvatici e asciugano implacabili, più dello stesso sole, ogni goccia d’acqua che cade dal cielo o che può scaturire, per un indecifrabile gioco dei flussi sotterranei, dalle viscere della terra. Essendo l’isola di La Maddalena costituita da una massa granitica di circa venti chilometri quadrati, senza vette degne di tal nome, se si eccettua la collina di Guardia Vecchia, 156 m d’altezza, e alcuni terrazzamenti intermedi come Punta Villa, Mongiardino, Spiniccio, Villa Bianca, il suolo non è in grado di trattenere le piogge, soprattutto quelle a carattere torrenziale. Le acque sostano quindi per breve tempo sullo scarso manto superficiale di terra, per poi correre velocemente verso il mare, negli alvei scavati nei millenni, là dove la crosta granitica si presenta meno compatta e addirittura friabile. Questi corsi d’acqua si chiamano in dialetto vadine, e pur non costituendo un capitale idrico controllabile, alimentano da secoli, nell’isola, piccole sorgenti, dopo essersi disperse in parte sotto terra ed aver incontrato nel granito sacche e fenditure superficiali, che ne rallentano per breve tempo il deflusso verso il mare. Il più noto di questi torrentelli è il Fosso Zanioli, affluente del Vena Longa, che riceve a sinistra le acque del Fosso Gambino. Nell’isola di Caprera vi sono due vadine, il Fosso Ferrante e il Fosso Stefano. Quest’isola si può considerare, da oltre un secolo, dal punto di vista idrico, complementare all’isola madre, essendo a questa legata ormai indissolubilmente mediante una diga-ponte di 600 metri. Per questa natura del suolo, non si trovano, all’interno di La Maddalena, acque di sorgenti montane, di fiumi, di laghi o di altri depositi naturali, per la piovosità inconsistente e comunque ad andamento stagionale, l’apporto delle sorgenti non può in alcun modo garantire l’autonomia idrica della popolazione residente. L’intero arcipelago, ma soprattutto l’isola madre, presenta una grande omogeneità litologica (graniti) e morfologica (piani e creste), nonostante alcune contrastanti varietà, peculiari del paesaggio granitico. Il granito è spesso attraversato in vari sensi da filoni aplitici, pegmatitici, lamprofirici, porfirici e di quarzo, e può presentare stretti rapporti con facies gneissiche, come nell’isola di Santa Maria e a La Presa, costituita in parte da gneiss venati da filoni di quarzo, pegmatite, lamprofiro. Granito e schisto sono attraversati, nell’isola di Caprera, e in particolare nella Punta Rossa, che ne costituisce l’appendice più
meridionale, da un filone di porfido rosso, fiancheggiato da un filone lamprofirico. Inoltre gli schisti sono iniettati da vene aplitiche. L’andamento morfologico dominante è contraddistinto dall’andamento del rilievo secondo i meridiani, come del resto la zona settentrionale della vicina costa gallurese, di cui è la evidente continuazione. Non a caso il prof. Baldacci definisce queste isole «relitti o testimoni di un antico sistema di superfici la cui direzione segna l’orientamento generale del rilievo e l’allungamento Nord-Sud delle isole e in modo particolare di Caprera».

Testi di Gian Carlo Tusceri

La Maddalena, Piazza Ferraccio. Tratta da Barbara Calanca, La Maddalena e dintorni, Carlo Delfino editore.

Il primo uomo di Santo Stefano Nell’isola di Santo Stefano è stato trovato, nel 1956, il primo riparo sotto roccia del Neolitico in Sardegna, risalente, per il prof. Lilliu, al 1500 a.C. Oggi che gli archeologi stanno approfondendo le loro ricerche in tutte le isole dell’arcipelago lo stesso Lilliu ipotizza, con buona approssimazione, che la vita, su queste isole, può essere ricondotta almeno al 3000 a.C., con tendenza al 6000 . Egli ritiene molto probabile, inoltre, che in epoche ancora più remote questo arcipelago sia stato utilizzato, quantomeno, per il transito tra la Sardegna, la Corsica, la Toscana, la Liguria e la Francia. Molte tracce (dolmen, stele, edifici vari, urne cinerarie) vennero distrutte nell’isola di Caprera, come é attestato da scrittori del Settecento e dell’Ottocento che visitarono l’arcipelago. A Caprera, in particolare, resistono ancora, però, – come ha documentato di recente l’archeologo maddalenino prof. Tomaso Difraia – alcuni recinti di fattura megalitica con pietre prevalentemente lastriformi disposte a coltello, ai piedi del Tejalone (Pietragliaccio) e a Poggio Zonza, con tafoni e muri megalitici da Cala Serena a Poggio Stefano, da Pietragliaccio a Piana della Spugne, da Cala Garibaldi alla Tola, a Poggio Zonza; ma pure a La Maddalena è possibile individuare, tra Spalmatore e Porto Massimo, stele e probabili luoghi di culto nella zona di Monte da Rena, Bassa Trìnita e Valle Gambino, Stagno Torto. Nell’isola madre, in particolare, sono state identificate una ventina di strutture di tipo dolmenico, la maggior parte delle quali concentrate nella conca di Vena Longa, ma pure nella zona di Guardia del Turco e di Sasso Rosso. L’isola di Spargi (riparo di Cala Corsara) ha restituito una serie di reperti che sono ancora allo studio degli esperti, mentre si ha notizia di una presunta ascia bipenne in bronzo, frutto di una possibile fusione in situ. Si tenta ora di capire – per la straordinaria affinità di tutti i nesonimi e dei toponimi costieri del Mediterraneo su cui si sta lavorando – se sia mai stata possibile una contaminazione di popoli autoctoni con naviganti di cultura orientale o medio-orientale, riconducibile come ceppo originario al sumero-accadico.
Gli eremiti delle isole In età repubblicana le armate di Roma si presentano in Corsica e quindi pure in queste acque, con l’intenzione di rendere più sicura la navigazione nelle Bocche di Bonifacio, infestate di predoni. Caprera senz’altro, ma pure le altre isole maggiori dovettero ospitare, almeno dal 200 a.C., contingenti militari, avamposti e vedette. Monete romane del periodo, ma pure di epoche successive, sono state rinvenute in varie località dell’arcipelago. Col progressivo decadimento di Roma e successivamente dell’impero bizantino, le isole più piccole e più distanti del Mediterraneo diventano luoghi di eremitaggio, ove poter riscoprire la fede a contatto con la natura e con le difficoltà per la sopravvivenza. All’inizio del XIII secolo le isole delle Bocche di Bonifacio, compresa la stessa Lavezzi, più prossima alla Corsica, vengono elette a luogo privilegiato di eremitaggio. I monaci, che edificano monasteri a Santa Maria, a Caprera e a Lavezzi, con cappelle distaccate a La Maddalena (Cala Chiesa) e a Santo Stefano, vengono poi integrati nell’ordine dei Benedettini il 12 ottobre1243 da Papa Innocenzo IV. Grazie all’importanza che rivestono, per la funzione che svolgono, probabilmente agevolando la navigazione notturna nelle Bocche mediante l’accensione dei fuochi sugli scogli più importanti dell’arcipelago – come già documentato in recenti studi sulla vicina isola corsa di Lavezzi – e per i costanti rapporti col Castello di Bonifacio e con la diocesi di Civita, i monaci delle isole vengono impiegati dal papa in delicate missioni diplomatiche, come quella di assolvere dalla scomunica i partigiani di Enzo, re di Sardegna, figlio di Federico II, dopo il suo divorzio da Adelasia di Torres. Nel 1283 avrebbe soggiornato a La Maddalena, dopo essere sbarcato in località Cala Chiesa, l’ammiraglio pisano Rosso Buscarino, giunto con 16 galere inseguite da 28 galere genovesi di Tommaso Spinola. Buscarino avrebbe fatto edificare a Cala Chiesa una cappella per ex-voto e una torre (Guardia Vecchia). Può essere che semplicemente l’ammiraglio pisano abbia restaurato la preesistente cappella benedettina, se davvero si trovava lì, così come avrebbe meglio strutturato la torre di avvistamento, sui ruderi di una molto più antica magdale, sul colle centrale dell’arcipelago, dove è possibile, infatti, che fin dal Neolitico vi fosse il più strategico punto di osservazione. Recenti studi sulle fondamenta centrali di questa torre evidenzierebbero un apporto megalitico non indifferente e una tecnica costruttiva quanto meno riconducibile al Medio Evo. Nel 1445 i conventi delle isole sono ancora attivi, anche se sono ormai una succursale di Santa Maria Maggiore di Bonifacio. Nel 1553 queste strutture di eremitaggio vengono distrutte dal corsaro saraceno Dragut, di ritorno dall’ennesimo terrificante assalto alla vicina cittadella corsa. Dopo questa data le cale più importanti delle isole risultano animate, durante la stagione estiva, dai corallari liguri e campani, che giungono organizzati in barcarezzi per la raccolta del corallo nel banco di Mezzo Mare, nelle Bocche di Bonifacio, e nella dorsale sottomarina che si eleva dal fondale a nord-est di Caprera fino quasi alle Isole delle Bisce. Sebbene si sia in possesso di un’ampia documentazione sulle concessioni di sfruttamento per la raccolta del corallo in queste acque, le isole dell’arcipelago vengono ancora considerate “terra di nessuno”.
1767: arrivano i sardo-piemontesi Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo troviamo a La Maddalena e a Caprera una piccola colonia di pastori provenienti dai paesi montani della Corsica, che al momento dell’occupazione militare sardopiemontese ricorderà “a memoria” di risiedervi da almeno duecento anni, avendo frequenti rapporti con Bonifacio «per lo spirituale e per lo temporale». Per questo motivo l’arcipelago di fatto risulta, in quei secoli, sotto il potere della Repubblica di Genova, visto che Bonifacio è un porto genovese a tutti gli effetti. Nel 1756 si creano i presupposti, nello scacchiere europeo, perché il re di Sardegna possa occupare le Isole Intermedie, fino a quel momento abitate da 51 famiglie corse, di cui 36 a La Maddalena e 15 a Caprera, per un totale di 185 persone. Il 14 ottobre 1767, alle ore 14.00, i bastimenti San Carlo e San Vittorio e alcune “gondole” danno fondo nella rada di Villa Marina di Santo Stefano. Circa tre ore dopo un centinaio di uomini, divisi in due plotoni, agli ordini del capitano Pestalozzi, procedendo separatamente dai camminamenti di Cala Chiesa e Cala Francese, prendono in una morsa il Villaggio del Collo-Piano a La Maddalena. I corsi si arrendono senza combattere, non essendo organizzati in questo senso. Due cannoni vengono sistemati sulla rocca della Guardia, con le bocche orientate sui tetti delle capanne. Il giorno dopo altre imbarcazioni leggere giungono a Villa Marina e a Cala Chiesa con molti uomini armati, che si incamminano per il Collo-Piano. Nello stesso giorno cinquanta miliziani vengono inviati a Punta Rossa di Caprera, per allestirvi in fretta una postazione difensiva. Tra marzo e aprile del 1768 viene ultimato il trinceramento difensivo nell’isola di Santo Stefano, per potervi esigere i diritti di ancoraggio. In questo stesso periodo sorge, ad opera dei soldati sardo-piemontesi, la chiesetta della Trìnita e il pozzo comunitativo prospiciente, nel mezzo di una campo seminato a grano e ad orzo. I morti, che prima dell’occupazione venivano sepolti in grotticelle, vengono da questo momento trasportati nella piccola chiesa di San Michele sul Liscia, all’interno della dirimpettaia costa gallurese. Vengono costruite subito dopo la Batteria di Sant’Agostino e il Fortino Balbiano, per convincere i corsi ad abbandonare il villaggio nascosto sul Collo-Piano, per trasferirsi a Cala Gavetta, dove l’apporto delle loro braccia è necessario per rinforzare gli equipaggi delle “mezze galere” impegnate in compiti di pattugliamento delle acque dell’arcipelago, soprattutto contro le incursioni dei Barbareschi. Nel 1770 iniziano le tumulazioni anche ai piedi dell’altare della chiesa della Trìnita, proprio perché la popolazione si sta ormai trasferendo sulla costa meridionale, allettata dallo spaccio militare, dalle prime prostitute e dal soldo del re. Il paese si snoda ormai lungo il litorale meridionale dell’isola maggiore. Nel giugno 1773 viene ultimata la torre quadrangolare a protezione di Villa Marina, a Santo Stefano. Il 16 settembre dello stesso anno iniziano a circolare per l’isola le prime divise della neonata Marina Sarda, il cui modello era stato adottato dal re Carlo Emanuele III poco prima di morire: il modello consiste in una giubba di panno azzurro, paramento e colletto cremisi, pantaloni grigio perla e tricorno. Il 4 novembre 1774 muore Francesco Ornano, di venti anni, di Giovanni Battista e Maria Francesca Zicavo, per ferite riportate in uno scontro a fuoco con i Barbareschi sul felucone San Gavino, nelle acque delle Bocche di Bonifacio. La salma viene seppellita nell’antico cimitero di Cala Chiesa, risalente forse al periodo repubblicano di Roma. A Versailles, nel 1775, preso atto che le proteste dei corsi e dei genovesi per l’occupazione dell’arcipelago si sono dimostrate piuttosto blande e accademiche, Luigi XVI e Vittorio Amedeo III, succeduto da due anni a Carlo Emanuele, stipulano un accordo segreto con cui si ratifica definitivamente la presa di possesso delle Isole Intermedie tra la Sardegna e la Corsica da parte del sovrano sardo. Il 27 agosto 1779 gli isolani, già trasferitisi a Cala Gavetta, chiedono al re di Sardegna di aiutarli nell’impresa di costruire una nuova chiesa della Marina, il cui progetto, redatto dal capitano ingegnere Cochis, prevede un esborso presuntivo di lire 12.034. La comunità corsa, scendendo alla marina, sconvolge di fatto i propri usi e i propri costumi: sveste i panni corsi, dimentica le proprie nenie, si apre alla vita di mare e incomincia ad accettare termini estranei alla propria parlata. Da austeri pastori montagnini corsi diventano socievoli marinai, assetati di novità. Tra il 1782 e il 1783 la Marina Sarda acquista da Napoli, per difendere le coste dai corsari barbareschi, altre due mezze galere, la Beata Margherita e la Santa Barbara, che sostano per lunghi periodi nelle acque dell’arcipelago. L’anno successivo si registrano 506 abitanti, oltre la truppa di guarnigione. I maddalenini abitano in 17 capanne e 81 case coperte di tegole, per un totale di 141 vani.

Testi di Gian Carlo Tusceri


La Maddalena in alcune fotografie storiche, palazzo municipale

“DONNE BELLE E COSTUMATE NONOSTANTE EMMA LIONA”

Popolazione. Nell’anno 1840 la popolazione della Maddalena componevasi di anime 2115, delle quali 1025 nel sesso maschile, 1090 nel femminile, distribuite in famiglie 425. La parte maschile appare troppo scarsa, perché non si vedono nel giusto numero che le due età estreme i fanciulli e i vecchi, o manca la maggior parte delle persone di miglior età, per i molti che travagliano nella marineria. La foggia del vestire è la stessa che si usa in Italia. Le donne quanto son belle, tanto sono generalmente sagge e costumate, né può generar dubbio sulla virtù delle medesime la fama poco onorata di quell’Emma Liona nobile per i suoi amori col sunnominato ammiraglio, [Nelson] che dal favor di costui sollevavasi a gareggiare con le femmine di dignità sovrana. Essa innamorava il vincitor d’Aboukir, quando gli apparve sul lido della Maddalena bellissima su tutte le belle, e poi così con molte arti e blandizie lo avvinse alla sua servitù, che potea fargli trapassare il giusto e l’onesto, se sono vere le molte dicerie de’ napoletani, ripetute senza sospetto da qualche storico. Nelson per far piacere alla sua bella fece varii doni alla chiesa parrocchiale della Maddalena, o a meglio dire, adempiva ai voti che l’amante facea per la sua salvezza ne’ pericoli. Professioni. Sono in quest’isola famiglie di marinari 280, di pescatori 30, di negozianti 40, di agricoltori e pastori 35, di meccanici 30, e altre 10 di altri ufficii. I marinari servono con molta loda nelle navi regie, o navigano in legni mercantili; i pescatori lavorano per provvedere il paese e la Gallura; gli agricoltori e pastori spesso riuniscono le due arti; i meccanici sono per i soliti bisogni di società, e per il ristauramento delle navi; i negozianti provvedono le cose necessarie al paese, e fanno molti affari in Gallura e Corsica, essendo i mezzani o sensali delle due isole. Marineria. Di quelli che sono addetti al mare la maggior parte sono coscritti nella marina regia, gli altri o servono in navi di commercio, o ne’ piccoli legni del loro porto. Questi battelli non saranno più di 20. Essi importano dalla Sardegna e dal continente grani, vini, legumi, olio, ferro, zucchero, caffé, manifatture, e altri molti articoli per il bisogno degli abitanti e per li popoli della Gallura: ma poi o una volta o l’altra importansi alcuni di questi articoli da navi nazionali o francesi (della Corsica). Un piccol battello fa tutti i giorni la corrispondenza di quest’isola col prossimo continente trasportando merci e passeggieri. Dalla Maddalena al Palào sono tre miglia. Pesca. Le barche pescherecce sono circa 25. Abbondano in queste acque pesci di moltissime specie, e sono un gran ramo di lucro pei pescatori, già che provvedono tutta la Gallura. A dir però il vero essi guadagnano assai più dalla secreta industria de’ contrabbandi, che esercitano con molta accortezza.

Testo di Vittorio Angius


La Maddalena, Isola di Spargi

La prima sconfitta di Napoleone Il 22 febbraio 1793, circa un mese dopo che un analogo assalto lungo il litorale di Cagliari aveva avuto esito negativo, un convoglio di venti piccole navi, con a bordo seicento soldati agli ordini del colonnello Colonna-Cesari, dei luogotenenti Quenza e Bonaparte e dal capitano Ricard Réunies, scortato dalla fregata francese Fauvette comandata dal luogotenente di vascello Goyetche, muove da Bonifacio per occupare La Maddalena. Gli attacchi a Cagliari e a La Maddalena sarebbero dovuti essere contestuali, al fine di fiaccare più rapidamente la resistenza delle truppe sarde, prese in una morsa. Un ciclone che sconvolge le acque delle Bocche di Bonifacio, dopo che la flotta francese aveva già raggiunto Cagliari, vanifica però il blitz. L’isola, ormai in attesa dell’attacco e pertanto già pronta alla difesa, aveva allontanato per tempo gli abitanti non idonei al combattimento. Attendono in armi i reparti schierati sul fortino di Sant’Andrea e sulla batteria Balbiano, sorta proprio quando le minacce di invasione francese si erano fatte più insistenti. Cinquecento uomini in tutto, compresi duecento miliziani galluresi, vengono incaricati di difendere i punti strategicamente più importanti dell’isola. In rada sono ormeggiate le mezze galere Beata Margherita e Santa Barbara, le galeotte Serpente, Sultana e
Sibilla, la gondola Aquila e alcuni legni minori, agli ordini del cavaliere Felice Constantin, ufficiale della Marina reale, il quale, nella circostanza dell’assalto, esercita anche il comando generale della difesa di La Maddalena, da lui organizzata, essendo il comandante Porcile ormai troppo avanti negli anni. Se preoccupazione vi è, tra gli ufficiali preposti alla difesa, questa riguarda la fedeltà dei maddalenini di origine corsa nei confronti di un re che non conoscono e di una bandiera che non li rappresenta, chiamati per giunta a combattere contro molti corregionali e magari pure parenti e consanguinei. Questo dubbio viene fugato dal parroco Giacomo Mossa, che convoca i capifamiglia corsi intorno ad un lenzuolo disteso ai piedi dell’altare maggiore, perché disegnino loro stessi una bandiera per cui combattere, con la scritta “Vincere o morire”. Sul drappo, che reca l’immagine della croce conficcata sull’isola e Santa Maria Maddalena ai piedi della croce, i difensori giurano di combattere fino all’ultima goccia di sangue, terrorizzati proprio dalla curia, che riecheggiando gli anatemi lanciati dal Vaticano contro le idee giacobine, sostengono che gli aggressori, uomini senza Dio e morale, vengono per saccheggiare, distruggere, violentare e trucidare mogli e figlie. Un primo tentativo di sbarco della temibile Fauvette a Punta Tegge (nell’ovest dell’isola) viene respinto con un cannone trasportato a braccia su un cocuzzolo di granito, alle spalle della costa. Le navi franco-corse puntano allora su Santo Stefano, tenute al largo dal fuoco della batteria Balbiano. A Santo Stefano vengono accolte dal fuoco dei tre cannoni sistemati sulla torre quadrangolare, difesa da venticinque miliziani, che peraltro non riescono ad evitare la capitolazione nonostante un serrato corpo a corpo. Il 23 febbraio i franco-corsi, padroni ormai dell’approdo di Villa Marina, trascinano un cannone a lunga gittata sullo scoglio settentrionale della Puntarella, di fronte all’abitato di La Maddalena. Napoleone, sotto una pioggia torrenziale, sperimenta nell’occasione l’archipénzolo: uno strumento per consentire di puntare il cannone con una certa precisione sull’obiettivo desiderato. La Maddalena subisce così un pesante fuoco d’artiglieria, sotto il continuo nubifragio, nei giorni del 24 e del 25 febbraio, con danni di vario genere alle abitazioni e alla chiesa. Nel frattempo alcuni miliziani galluresi, sorretti da soldati dell’isola, sistemano alcuni cannoni sulle alture della costa sarda, per prendere alle spalle la piccola squadra francese. Nel corso della notte del 25 il nocchiero maddalenino Domenico Millelire, passando sotto costa con un lancione a remi armato di cannoncino, con quindici uomini di equipaggio, eluso l’ingaggio a fuoco con due unità minori che gli erano venute incontro a protezione della Fauvette, lascia partire una cannonata sulla fregata, spezzandole l’albero di maestra. I franco-corsi cercano di abbandonare precipitosamente Santo Stefano, mentre il lancione di Domenico Millelire disturba non poco la loro ritirata. Gli aggressori lasciano sul terreno morti, feriti e materiale da guerra. Altri morti i franco-corsi devono registrare nell’attraversamento del passo della Moneta, tra La Maddalena e Caprera, presi in coperta dal fuoco di fila dei miliziani sardi schieratisi sulle alture della costa. Raggiunte le Bocche di Bonifacio le malmesse navi nemiche si dirigono verso Porto Vecchio, in Corsica, inseguite per un buon tratto di mare dai valorosi marinai del re di Sardegna.
1803: arriva Horatio Nelson La popolarità di La Maddalena è tale che nel 1794 i suoi abitanti diventano 867 distribuiti in 197 nuclei familiari. Il 24 febbraio 1799 l’ammiraglio Giorgio Andrea Des Geneys, sotto l’incalzare delle truppe giacobine, abbandona il Piemonte ormai invaso (e che verrà annesso alla Francia nel 1800) e sulla Rondinella accompagna in Sardegna il proprio sovrano con una ventina di familiari e accoliti. Il piccolo convoglio, composto da sette vecchi bastimenti, è protetto durante il viaggio da una fregata inglese che aspetta i profughi al largo della Liguria. È la svolta per la storia, ma soprattutto, per l’economia di La Maddalena. All’altezza della Corsica, il convoglio si scinde in due blocchi: uno si ferma a La Maddalena, per determinazione dell’ammiraglio, che predilige una sede operativo-strategica, e uno continua il proprio viaggio fino a Cagliari, dove il re troverà una sede consona al proprio rango. Gli inglesi, agli ordini dell’ammiraglio Hood prima e poi di Horatio Nelson, frequentano da qualche anno le Bocche di Bonifacio e il Mediterraneo. Tra il 1803 e il 1805 Nelson, divenuto ammiraglio in capo della flotta di Sua Maestà, sceglie definitivamente La Maddalena come sede per la sosta operativa delle sue navi, avendo posto il blocco al porto di Tolone, dove la flotta francese è rimasta imbottigliata. Le navi inglesi si ormeggiano di preferenza nella baia di Porto Palma a sud di Caprera, o a Mezzo Schifo, tra La Maddalena e Palau, ribattezzato proprio da Nelson Baia di Agincourt, in onore di una strepitosa vittoria navale britannica. L’ammiraglio inglese giudica ripetutamente in termini entusiastici questi approdi e dichiara che strategicamente non hanno eguali nel Mediterraneo. È l’inizio di un periodo florido per i maddalenini, da sempre dediti ai traffici e ai commerci con gli equipaggi delle navi in sosta nelle loro acque «mediante pagamento, nei termini della neutralità». La presunta neutralità della Sardegna, nella guerra dei blocchi contrapposti, tra Gran Bretagna e Francia, fa prosperare la cittadinanza impegnata nella fornitura pressoché quotidiana di generi alimentari. In questi anni l’isola ha già 1460 abitanti. Il 19 gennaio 1805 Nelson abbandona per sempre l’arcipelago per inseguire la flotta francese che ha l’ardire di puntare verso Gibilterra, e scompare per sempre dalla vita dei maddalenini, lasciando a sua duratura memoria due candelabri e un crocefisso d’argento accompagnati da una lettera di ringraziamento.
L’intuizione di Des Geneys La partenza degli inglesi rappresenta un duro colpo per l’economia dell’arcipelago e per la Gallura, che viene a coincidere, casualmente, con una paurosa carestia del regno. Nel 1806 si riacutizza da una parte la preoccupazione per le ardite incursioni dei corsari saraceni, che imperversano su tutte le coste della Sardegna, per cui si pone mano alla costruzione del nuovo forte di Carlo Felice, così chiamato in onore del viceré. Il 20 ottobre 1807 il comandante dell’isola Agostino Millelire, fratello di Domenico, propone – data la crescita impressionante della popolazione – di colonizzare l’approdo di Palau, perché la nuova colonia «figlia della Maddalena», potrà costituire una valvola di sicurezza per l’isola. L’ammiraglio Des Geneys allarga a questo punto la propria azione di prevenzione, spingendo le navi del regno di Sardegna fino alle acque tunisine, dove tra il 1810 e il 1811 ottiene significativi successi. Col passare degli anni gli interessi della Marina militare si saldano sempre di più con quelli dei maddalenini, che per questa “madre” sempre presente in loro difesa hanno ormai imparato a combattere e a morire. Decapitata nella steppa l’aquila imperiale di Napoleone, nel 1814, libero finalmente il Mediterraneo, il 2 maggio Vittorio Emanuele si imbarca con la sua corte per fare ritorno a Torino. Tre mesi dopo, ottenuta dagli inglesi anche la Liguria, il re richiama a Genova anche l’ammiraglio Des Geneys e le sue navi. Per La Maddalena si prospetta nuovamente, di colpo, lo spettro della fame. Ma l’ammiraglio, che ritiene pur sempre La Maddalena la sua più importante base navale, ottiene, dopo un duro confronto con la regina Maria Teresa, che tutte le navi da rifornimento, provenienti dal Continente, facciano obbligatoriamente uno scalo intermedio nelle Bocche di Bonifacio, prima di raggiungere il porto commerciale di Cagliari. In questo modo gli isolani si sentono legati a doppia mandata agli interessi del regno. Lo stesso Des Geneys smonta le velleità francesi avanzate, questa volta per via diplomatica, da parte di Luigi XVIII per mettere le mani sull’arcipelago. Analoga resistenza egli oppone agli Stati Uniti che intendono acquistare l’isola di La Maddalena, per servirsene come base della loro flotta nel Mediterraneo. Nel 1821 si contano nell’isola 1600 abitanti. I maddalenini, stimati ormai come intrepidi e intelligenti uomini di mare, costituiscono parte dell’ossatura della nuova Marina sarda. Sono 1758 nel 1824, e in molti occupano posti di prestigio, come Giuseppe Zicavo decorato con la Croce di San Maurizio nel 1826, diventando poi comandante dell’arsenale e del porto di Genova, Antonio e Battista Millelire, Giuseppe Albini e ancora Ornano, giunti quasi tutti al grado di ammiraglio.
Gli inglesi nell’“isula” Nei decenni che seguono l’isola diventa la meta preferita di molti cittadini britannici: come sir Daniel Roberts, che vi elegge la propria residenza, avviando l’attività di spedizioniere; i coniugi Collins, che non nascondono le loro mire su Caprera e ne ottengono finalmente la metà meridionale che comprende ovviamente l’ormai famoso Porto Palma; sir Hyde Parker, che sebbene non risieda sull’isola, chiede con insistenza gli venga assegnata l’isola di Caprera e in particolare la porzione comprendente il citato Porto Palma, placandosi e scomparendo soltanto quando l’oggetto del suo irrefrenabile desiderio finisce nelle mani dei connazionali Collins; il pastore protestante George Yermin che nel frattempo si era ritirato a Santo Stefano «per studiare le stelle»; il commerciante William Craig, che avvia il commercio con l’Inghilterra dell’erba tramontana, ideale per tingere i tessuti, e che diventerà presto console generale della Gran Bretagna a Cagliari; James Webber, ricchissimo commerciante inglese, che diventerà viceconsole britannico a La Maddalena, dopo aver costruito una lussuosa villa con parco che ospita una straordinaria pinacoteca, un’incredibile biblioteca, voliere e gabbie per uccelli e animali esotici, ampi serbatoi per la raccolta dell’acqua, per irrigazione e per bere, il tutto contenuto tra due cinta di mura. In questo ambiente, nel 1843, l’isola viene visitata dal re Carlo Alberto, che intende verificare la fedeltà della sua gente alla Marina e conseguentemente al suo casato, essendo stata La Maddalena sempre estranea ai moti insurrezionali sardi contro la corte di Torino. Per questo motivo, anzi, vi si custodisce, dopo decenni di carcere duro, di cui nove mesi in una cella sotterranea della Torre di Guardia Vecchia, il capopopolo Vincenzo Sulis, morto nell’isola in stato di libertà vigilata il 13 febbraio 1834. Eroe popolare sardo, al pari di Domenico Millelire, si era distinto nella cacciata dei franco-corsi del 1793, organizzando e conducendo di persona i campidanesi alla difesa di Cagliari. A Millelire era giunta la prima medaglia d’oro del Regno, e a Sulis, per contro, dopo un tumulto di piazza e una serie di incidenti al momento della cacciata da Cagliari dei piemontesi, il primo arresto e l’inizio di una tormentata sequenza di sofferenze, da un carcere all’altro della Sardegna. I maddalenini residenti sono, nel 1844, 1963. Quattro anni dopo la crescita continua: gli abitanti diventano 2025.

Testi di Gian Carlo Tusceri


La Maddalena, Cala Gavetta
La vetrina delle Aziende Sarde
I migliori Diving per Immersioni Subacquee nella Provincia di Olbia, comuni di La Maddalena, San Teodoro, Santa Teresa.


La prima volta di Garibaldi Il 25 settembre 1849 giunge per la prima volta a La Maddalena Giuseppe Garibaldi, ormai cittadino non gradito sul suolo italiano al pari del suo eroico collaboratore maddalenino Gian Battista Culiolo detto il “maggior Leggero”, dopo la caduta della Repubblica Romana, la fuga e la morte di Anita. Respinto dal Bey di Tunisi, respinto dalle autorità di Cagliari, per motivi di pubblica sicurezza lo conduce nell’isola il maddalenino Francesco Millelire, comandante del Tripoli, dopo aver chiesto le dovute autorizzazioni preventive. Garibaldi si ambienta bene e fraternizza con la gente, andando a vendemmiare con la famiglia Susini. Un mese dopo, il 24 ottobre, egli viene però imbarcato sul piroscafo Colombo, per essere trasferito a Gibilterra e da qui a Tangeri. Lascia al sindaco una lettera di ringraziamento per la straordinaria accoglienza ricevuta dalla cittadinanza. Si rifarà vivo nel 1855, al termine di uno dei suoi viaggi di piccolo cabotaggio, accompagnato dai soliti amici isolani e inglesi residenti in città, al ritorno da una battuta di caccia nel promontorio di Capo Testa, sulla costa gallurese, dove il generale aveva intenzione di mettere radici. Dissuaso dai maddalenini per i rischi che si potevano correre a dormire la notte in una campagna percorsa da banditi, gli si propone l’acquisto di un appezzamento di terra a Santo Stefano, e quindi, risultata troppo vicina a La Maddalena quest’isola, gli si prospetta, in alternativa, un lotto nell’isola di Caprera, che già aveva conosciuto, dove risiedono ormai i Collins. Effettuato un veloce sopralluogo, Garibaldi firma una delega al suo amico Pietro Susini perché si adoperi nell’acquisto del lotto. Nel 1855 La Maddalena ha una popolazione di circa 1901 abitanti, di cui una trentina sono pescatori, una quarantina commercianti, 35 tra agricoltori e pastori, 26 artigiani (falegnami, muratori, scarpari, mastri ferrari), 3 becchini, un bigliardiere, una locandiera, 300 marinai della Regia Marina. I rimanenti sono pensionati statali, madri di famiglia, signorine e ragazzini in attesa del primo imbarco e ovviamente militari. La vita scorre serena, nell’arcipelago, scossa soltanto dal naufragio della fregata francese di primo rango La Sémillante sulla secca dell’isola di Lavezzi, di fronte al faro di Razzoli, che provoca la morte di circa 700 soldati diretti in Crimea, i cui cadaveri, per mesi, verranno depositati dal mare nelle più settentrionali cale dell’arcipelago. Il fatto che Garibaldi abiti Caprera, ospitandovi per giunta i suoi più fedeli seguaci, dall’eroico “Leggero” allo spretato Luigi Gusmaroli, maddalenino di adozione, a Froscianti, a Basso e a tanti altri, produce, come effetto immediato, un ritorno di immagine a livello nazionale e internazionale per l’isola e per l’arcipelago, fino a quel momento del tutto insperato. La stessa Marina Regia che, morto Des Geneys probabilmente stava già pensando a Livorno come sua base principale, e quindi a un silente progressivo abbandono di questi approdi, si sente come colta in contropiede.
Un esercito di scalpellini In questi anni l’economia locale si orienta, nella latitanza degli investimenti governativi, sulla marina mercantile, sulla pesca, su pochissima agricoltura e sull’estrazione dalle cave di Cala Francese di un granito che risulta essere il più resistente e il più compatto al mondo, ma, proprio per questo, il più duro da lavorare. Nel 1870 il lavoro degli scalpellini, per quanto spossante, diventa più frenetico. Sono già in corso alcuni grandi lavori per ammodernare il centro cittadino e la Banca di Costruzioni di Genova rileva la concessione per lo sfruttamento delle cave, richiamando in loco gli abili maestri tagliatori della Toscana, dell’Emilia e della Liguria. Nel giro di poche decine di anni il granito lavorato inizia ad essere esportato nel continente italiano, e successivamente all’estero, dall’Egitto al Brasile, dagli Stati Uniti a Panama… Si apre una gloriosa cava, in seguito, anche a Santo Stefano e si scopre che per chi ha voglia di lavorare e conosce il mestiere dello scalpellino, a La Maddalena il lavoro non manca. La popolazione è di 1724 persone con dimora stabile al momento del censimento. A questo numero si devono aggiungere 190 lavoranti non ancora residenti e un numero imprecisato di persone imbarcate.
Un’isola-fortezza Nel 1881 il governo decide di potenziare le opere di difesa marittima dell’arcipelago con un sistema di fortificazioni a tiro incrociato, che Garibaldi non avrà modo di apprezzare, perché morirà a Caprera il 2 giugno 1882. La salma dell’Eroe dei Due Mondi verrà imbalsamata e sistemata in un sarcofago di granito, nel piccolo cimitero di famiglia, attiguo alla casa-fattoria. La popolazione residente è, adesso, di 1895 unità, con una emorragia migratoria di circa 200 persone, che attestano un disagio o comunque una insicurezza occupativa per gli alti e i bassi della Marina militare. Nel 1888 le nuove lavorazioni militari sono affidate al Genio Marina, che dirige un nucleo di galeotti condannati ai lavori forzati in quest’isola , nonché una squadra di operai specializzati di una officina polivalente ubicata a fianco degli stabilimenti della “Disciplina” di Moneta. Nel 1891 ci si rende conto, a livello governativo, che queste maestranze possono costituire il primo nucleo di un pur necessario Arsenale militare, che presto arriva a contare 351 dipendenti: 200 detenuti, 151 operai specializzati in costruzioni e in messa a punto di meccanismi di precisione per l’artiglieria. Il numero degli abitanti sale vertiginosamente a 6798 unità, di cui 4648 civili e 2150 tra militari e detenuti nella colonia penale. L’economia tira e i maddalenini riscoprono il piacere di essere tutt’uno con la Regia Marina, mentre crescono le nuove fortificazioni. In funzione di queste nuove opere, nasce la diga-ponte tra La Maddalena e Caprera, sorgono banchinamenti, edifici per il Comando, caserme, alloggi per gli ufficiali, per la truppa e viene ampliato il numero dei capannoni e dotato di Palazzina Comando anche il cantiere navale. Tutte le strutture militari vengono collegate con strade carrozzabili, impianti fognari e idrici, che presto coinvolgeranno in una progressiva opera di risanamento igienico l’intero paese. La popolazione cresce nel 1901, raggiungendo le 8361 unità. Nel 1907, in occasione del centenario della nascita di Garibaldi, la cittadinanza vuole ricordarlo inaugurando una monumentale colonna nella piazza XXIII Febbraio, dove in precedenza sorgeva una piramide, con in cima una palla di cannone inesplosa, lanciata da Napoleone su La Maddalena. Nel 1910 i forzati vengono aboliti e sostituiti con altrettanti operai. La Maddalena è ormai la mecca della Gallura e della provincia: giungono maestranze dai più svariati paesi dell’interno. Nel 1911 si superano i 10.000 abitanti (esattamente 10.184 secondo i dati del censimento, ma 11.154 per chi rielabora i dati, forse comprendendo le nuove presenze militari, registrate al momento della divulgazione dei dati, quindi oltre un anno dopo).
La “Piccola Parigi” Quando scoppia la Prima guerra Mondiale le cave di granito danno lavoro complessivamente ad un migliaio di scalpellini: quanti, se non di più, di coloro che sono impiegati nelle lavorazioni dell’Arsenale militare, sorto e consolidatosi presto in funzione delle opere di fortificazione e del piccolo naviglio di stanza nell’arcipelago. Si sviluppano le associazioni di mutuo soccorso, già nate negli anni ’70, e contestualmente, con i grandi lavori militari, si irraggia la Loggia massonica dedicata a Giuseppe Garibaldi. La militanza in questi “schieramenti” equivarrà a una orgogliosa autoghettizzazione, con ripercussioni in una vita politico-amministrativa sempre più rissosa, anche se di livello piuttosto elevato, rispetto alla media regionale e nazionale, in analoghi contesti. È questo il momento di massimo splendore della “Piccola Parigi” – come la cittadinanza amava definire l’isola di La Maddalena fin dalla fine dell’Ottocento – con elevata qualità di servizi e infrastrutture rispetto al resto della Sardegna e del Meridione, con analfabetismo praticamente assente e una disoccupazione vicina allo zero. I maddalenini, dopo quasi 150 anni di storia al servizio della Regia Marina, si sentono sicuri e protetti, affetti, per questo, da un evidente complesso di superiorità nei confronti del circondario gallurese e del resto della regione. L’ avvento del fascismo, con la progressiva corsa al potenziamento delle opere di difesa, è visto di buon grado da La Maddalena, dove da sempre “riarmo” equivale a ulteriore incremento dei posti di lavoro, benessere sociale e prestigio. I maddalenini, infatti, fino ad ora, hanno vissuto molto da lontano le guerre per l’unità d’Italia, quella del 1866 e quella del 1915-18 I molteplici contributi di eroismo di tanti maddalenini si sono sempre convertiti in nobili decorazioni al valor militare, ma a parte quelli di Domenico Millelire, di Cesare Zonza e di Tomaso Zonza, tutti gli altri si sono registrati in guerre molto lontane dall’isola. In altri termini i maddalenini producono per la guerra, al soldo della Regia Marina che esporta lontano armi, uomini e mezzi. Nel 1921 la popolazione scende a 10.301 unità, a motivo della riduzione del contingente militare. Viene intanto prendendo consistenza, a partire dagli anni ’30, in campo mondiale, l’aeronautica militare, che sperimenta fortezze volanti con sempre maggiore autonomia di volo e capacità di trasporto di bombe, per cui tranquillità non ce ne sarà più per nessuno. La propaganda fascista millanta che le fortezze militari dell’arcipelago, adeguatamente armate, proteggeranno i cieli dell’isola dalle incursioni aeree nemiche, ma è destinata ad essere presto clamorosamente smentita. La gente comunque dimostra di credere alla martellante propaganda governativa della massima sicurezza, perché nel 1931 a La Maddalena ci sono 12.124 persone; la popolazione aumenta anche perché il fascismo appalta gli imponenti lavori per la costruzione del civico acquedotto, il 28 giugno. L’acqua che nei prossimi anni giungerà nelle fontanelle e dentro casa eleva ulteriormente il livello delle famiglie isolane e i relativi investimenti di fiducia nel regime. Si marcia senza pensieri verso un riarmo evidente, perché, come sempre, con i venti di guerra la città prospera. Nel 1936 si registra un’apparente contrazione, demografica, dovuta soltanto al fatto, però, che l’istituto di statistica nazionale emana nuove regole, non facendo più computare nel novero dei residenti i militari di altri comuni presenti sul territorio per l’espletamento del servizio di leva.
Mussolini a Villa Webber Nel 1943, tra il 10 aprile e il 15 settembre, diversi bersagli sensibili dell’arcipelago vengono centrati più volte da incursioni aeree alleate; a novembre, dopo il sofferto armistizio, si fanno vivi gli aerei tedeschi. La contraerea non riesce ad evitare affondamenti, distruzioni, morti e feriti. Inoltre, subitodopo l’8 settembre, una vera e propria battaglia, tra reparti italiani e tedeschi, si svolge tra il Colle della Crocetta e il Colle di Peticchia, attraversando strade e piazze centrali dell’isola. Tra il 7 e il 27 agosto, trasferito a La Maddalena dall’isola di Ponza, ha assistito in stato di detenzione ad alcune scorribande aeree l’ex duce del fascismo Benito Mussolini, che dimora nella ben munita Villa Webber, prima di essere trasferito al Gran Sasso. Quando le armi tacciono e si seppelliscono i morti, l’isola mostra evidenti i segni della guerra. Gli sfollati fanno ritorno a casa e comprendono che qualcosa, tra la Marina militare e La Maddalena, si è rotto per sempre. A guerra finita la Francia infligge il colpo di grazia alle speranze residue di ripresa economica: il trattato di pace impone lo smantellamento delle fortezze dell’arcipelago e allontana il naviglio pesante da guerra dalle sue coste. L’Arsenale militare è condannato a morte. Tra scioperi, proteste popolari, mobilitazioni a livello anche provinciale e regionale, l’agonia si trascina nel tempo e ciò consente che la crisi economica risulti meno drammatica.

Testi di Gian Carlo Tusceri



Caprera, interno della casa di Garibaldi, La Maddalena.
Caprera, interno della Casa Museo di Garibaldi 1932, comune de La Maddalena

Turismo e U.S. Navy Nel frattempo si affaccia, come paradosso sorprendente, il turismo, mentre il censimento del 1951 mette in risalto un pesante calo demografico, con un flusso migratorio di 1321 unità su un numero di residenti attestato comunque in 10.886 persone. Il Village Magique prima e il Club Méditerranée dopo si insediano a Cala Garibaldi di Caprera e avviano una serie di effervescenti stagioni turistiche, quando ancora la fortuna della Costa Smeralda è di là da venire. Nel 1960 i maddalenini, sono ancora 10.709; agitati dai primi fermenti sulla Costa Smeralda, sono tentati di imbarcarsi in un’avventura alternativa alla Marina, ma la prudenza viene alimentata da quanti non credono nelle “chimere” estive, abituati da sempre ad aver fiducia in uno Stato patrono, che li “accompagna” per tutto l’anno. Così, chi può investe nella seconda casa, nella speranza di affittarne una tra luglio e agosto e inserirsi alla chetichella nel giro turistico, senza però voltare le spalle alla Marina. Nel 1968 a Santo Stefano (località Il Pesce) si insedia, nonostante alcune resistenze dei militari, contrastati con fermezza dal Comune, il villaggio dell’Island Propertie, poi passato al CET (Club Européen du Turisme). Quasi in maniera strisciante fin dal 1967 trovano collocazione il Touring Club in località Punta Cannone di La Maddalena e il Centro Velico di Caprera, a Porto Palma. Inizia la politica del doppio binario che non porta né a pilotare un turismo sempre più caotico, né ad avere maggiori garanzie di ripresa occupazionale negli stabilimenti militari. In questa fase di confusione generale, in cui nessuno sa veramente cosa vuole, all’improvviso appare all’orizzonte la prima nave appoggio USA e i “suoi” primi sottomarini a propulsione nucleare. Trascorrono trentaquattro anni di alterne vicende, tra incidenti a sottomarini, ricorrenti polemiche di stampa, timori di inquinamento nucleare e incosciente serenità, mentre una parte sempre più consistente della cittadinanza si lascia addirittura cullare dall’ipotesi di un passaggio indolore dalla Marina italiana a quella USA e un’altra parte, già sbilanciata idealmente verso un avvenire turistico, si trova a dover fare i conti, ancora, con la Marina militare italiana, che non intende dismettere i propri beni immobiliari anche se sono ormai inutilizzati, vanificando in tal modo, e a più riprese, i sogni di una definitiva emancipazione della popolazione locale. Nel 1980 il Comune aveva chiesto e ottenuto, intanto, l’istituzione a Caprera della Riserva Naturale Orientata, contestata vivamente dai cacciatori locali e da quanti vedevano nella scelta della protezione ambientale una volontà sinistra di assecondare il bisogno di tranquillità della base USA. Nel 1992, mentre già si parlava di istituire un Parco internazionale nelle Bocche di Bonifacio, il Ministro Ripa di Meana emette un decreto per tutelare la mitica Spiaggia Rosa di Budelli dall’eccessiva pressione antropica estiva. Le proteste crescono e si confondono sempre di più con motivazioni politiche e presunte strategie militari, mentre diventano tangibili i cedimenti degli investimenti militari italiani nell’arcipelago e si dilatano, per contro, gli interventi americani per procacciarsi terreni e programmare nuovi insediamenti all’indomani del nuovo incidente ad un sottomarino nucleare, avvenuto nel 2003. Questa volta le nuove polemiche, alimentate pure da ambientalisti corsi, creano una complicata situazione diplomatica, che confonde e appanna la lucidità di tutti. L’opinione pubblica è spaccata e, come sempre, ingessata. Questa equivoca fase di stallo viene interrotta bruscamente nel 2006 dal presidente della Giunta regionale Renato Soru, che d’intesa con il sindaco Angelo Comiti, chiede l’allontanamento definitivo della base USA di Santo Stefano e la conseguente dismissione immediata dei beni immobili che la Marina italiana non utilizza più. Una felice congiuntura internazionale e un governo di centrosinistra a cui Soru è vicino facilitano il successo dell’iniziativa del governatore della Sardegna, impegnato formalmente ad assecondare una epocale svolta nell’economia dell’isola, in cui da un decennio è già stato insediato un Parco nazionale e si lavora a livello scientifico per la costituzione del Parco internazionale delle Bocche di Bonifacio.
Un’isola chiamata “Isula” La Maddalena, per i suoi abitanti, è “l’Isula” per antonomasia. Quando comunemente si discute in famiglia o tra amici, se uno cita “l’Isula” non corre rischi di essere frainteso. Per i galluresi dell’interno, invece, La Maddalena è “Matalena”, alla corsa. È alla fine del Medio Evo che compare ufficialmente, per la prima volta, questo toponimo, unitamente a quelli delle altre isole minori, che giungeranno più o meno immutati fino a noi: Maddalena, Caprera, Santo Stefano, Santa Maria, Budelli, Spargi e Razzoli. La sensazione che si ha è che i monaci del Medio Evo, volendo “santificare” a loro modo le isole del loro eremitaggio, abbiano cercato comunque di valorizzare le caratteristiche principali che le rendevano da sempre riconoscibili da parte dei naviganti. Questa è infatti la elementare chiave di lettura dei nesonimi e dei toponimi costieri: affidare ai naviganti, con nomi intelligenti e mai casuali delle località costeggiate, indicazioni utili ai fini della sopravvivenza Così l’isola maggiore, per la magdale, torre di avvistamento nelle lingue orientali e in particolare in ebraico, diventa Maddalena. Preesisteva infatti la torre dominante di Guardia Vecchia (si sono già rinvenute tracce quanto meno medioevali nella zona con vari frammenti di selce lavorata e addirittura probabili domen, nei pressi), a 156 metri di altezza, ben visibile dal mare. In seguito, quindi, con un tocco di dotta eccentricità l’isola diventa La Maddalena; Kapru, che nelle lingue di origine mediorientale significa “villaggio/cimitero”, costituisce il fondo scientifico del nome di Caprera, dove ancora oggi si colgono antichissime vestigia, a testimonianza che questa fu la prima isola ad essere abitata, nelle Bocche di Bonifacio, al pari di Capri e Capraia in altri contesti geografici e di tutti gli altri nesonimi o toponimi affini del Mediterraneo; Stefane (che nelle lingue orientali significa “monte dai lati uguali”, come appunto il Poggio Stefano a Caprera e nell’isola a sud di La Maddalena), diventerebbe Santo Stefano; Maria, che significa “stagno”, diventerebbe Santa Maria per il famoso laghetto salmastro al proprio interno; Budelli, non avendo santi di riferimento, per assonanza, eredita il nome medioevale degli angusti passaggi intorno a quest’isola, mentre Spargi=Sparzi=Sparsi manterrà la tradizionale segnalazione ai marinai di “Scogli Sparsi” (Spargi, Spargiotto, Spargiottello) e Razzoli, infine, che rappresenta l’estremo avamposto a settentrione, e quindi il raz/rass come “il Capo”, la guida, lo scoglio più avanzato, rappresenta la radice stessa dell’arcipelago.
Dal nido di Cala Gavetta Il primo nucleo del paese sorge nel primo decennio dopo lo sbarco sardo-piemontese, attorno a Cala Gavetta, protetto dai venti dominanti del quadrante occidentale e settentrionale. Si arrampica successivamente sui Castelletti, una serie di scogli che si affacciavano sulla Cala a levante, e raggiunge la piazza di Santa Maria Maddalena, dove sorge la parrocchia, l’ex-scalo di Sant’Erasmo, dove i pescatori tiravano in secco i loro gozzi e l’ex-piazza degli Olmi, dove sorgono oggi il mercato civico e il Municipio. Grazie al Genio Marina si costruisce via della Marina, sul lungo mare, tra Cala Gavetta e Cala Mangiavolpe, per collegare i primi palazzi del Comando e del Genio a Padule, mentre per collegare le citate strutture militari con Guardia Vecchia viene tracciata quella che diventerà via Ammiraglio Mirabello. Il fatto poi che la Disciplina e l’immobile dove venivano ospitati i galeotti sorgessero a occidente, dove verrà edificato l’Arsenale militare, portò il Genio a programmare uno sviluppo della rete stradale in prosecuzione della via della Marina, costeggiando sempre il mare, verso Cala Camiciotto e Cala Camicia (nomi corrotti di Cannicciotto e Canniccia, legati etimologicamente al Cannigione della Costa Smeralda e alla Cala Canniccia di Spargi). Lungo questa direttrice la Marina ha edificato nel tempo una serie di ulteriori strutture, creando un continuum militare di tutto rispetto. A monte di questa strada ne sorgeva un’altra per i “civili” che conduceva ugualmente all’Arsenale, oggi diventata una delle arterie più trafficate, a motivo dell’espansione, trainata dall’edilizia economica residenziale della 167 e dello IACP e dei servizi sorti a corredo. Contemporaneamente il paese si è esteso a occidente, lungo Padule, e a settentrione, lungo la dorsale di Cardaliò. Il governo riconosce a La Maddalena, con decreto n. 652 del 7 luglio 1943, il diritto di fregiarsi del titolo di “Città”. Lo stemma araldico (Leone sullo scoglio, con motto Erois Cineres Oras Tutorque Latinas = Difendo i lidi latini e le ceneri degli eroi”, per rammentare Garibaldi e pure l’eroismo degli isolani nel difendere queste terre di confine) risale invece al 18 giugno 1893.
I suoli, le case e le chiese Il turista giunge a La Maddalena col traghetto da Palau (percorso 15 minuti) e impatta subito con un centro storico a misura d’uomo, contraddistinto dall’affascinante Cala Gavetta, dai suoi panfili, dagli storici leudi a vela latina e dai pescherecci. Qui può osservare la Colonna Garibaldi, la lapide commemorativa dei fatti del XXIII febbraio 1793, il palazzo Roberts, oggi sede del Banco di Sardegna, e via via i palazzi di stile umbertino del lungomare, il Municipio dove si conservano i ritratti delle medaglie d’oro, una palla di cannone lanciata da Napoleone contro la chiesa, la lettera di Garibaldi che nel 1849 ringrazia la cittadinanza per la calorosa accoglienza, riportata in una grande lapide di marmo, visibile dall’atrio, la bandiera di combattimento contro i franco-corsi esposta in teca nella Sala consiliare, dove spicca pure un pavimento a mosaico di granito colorato lucido, con la riproduzione dello stemma araldico; da qui si procede per la chiesa parrocchiale dove sono esposti i candelabri e il crocifisso d’argento di Horatio Nelson, e nel piccolo ma ricco museo parrocchiale annesso, con i costumi attestanti il modo di vestire dei corsi del Collo-piano, prima dello sbarco sardopiemontese. A cinque metri dalla casa parrocchiale, a oriente, vi è la Piazzetta Sulis, su cui affaccia la casa dove morì il grande tribuno sardo. Proseguendo per via Regina Margherita si accede all’ex-Quartiere dell’Artiglieria, dove è oggi ospitata la Biblioteca comunale, che conserva le sceneggiature più significative del Premio “Solinas” (voluto principalmente da Gian Maria Volonté, la cui tomba è oggi meta di pellegrinaggio nel cimitero locale). In biblioteca sono sistemate le telecamere di ripresa per le lezioni in videoconferenza con la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari. Dalla Biblioteca, a nord-ovest si può osservare l’ex-Forte Comando di Sant’Andrea, dove sventolava la bandiera di combattimento del 1793. Attraverso via XX Settembre, Piazza Garibaldi e Via Garibaldi, dove il transito automobilistico è bandito da sempre, si giunge in Piazza Umberto I (o del Comando) dove si possono ammirare i busti in bronzo del Maggior Leggero e di Anita Garibaldi e l’altro troncone del porto turistico di Cala Renella (erroneamente in cartello Cala Mangiavolpe) e i grandi palazzi del Comando militare. Da Piazza Umberto I per Via Principe Amedeo o anche per Via Mirabello ci si può immettere nella Strada panoramica, dove si può visitare il Museo Navale “Nino Lamboglia”e ammirare i reperti della nave romana di Spargi, del 200 a. C. A La Maddalena vi sono scuole elementari e medie (con servizio trasporto scuolabus), medie superiori (Liceo Classico, Scientifico, Linguistico, Sociopsico-pedagogico, Tecnico Nautico), Facoltà di Giurisprudenza in teleconferenza con l’Università di Sassari, l’UTE, la Biblioteca Comunale, il Museo navale, la Casa Museo di Garibaldi a Caprera, il Museo mineralogico di Stagnali, il Centro Avvistamento e Studio Delfini. Dal punto di vista dell’assistenza sociale il Comune dispone di asilo nido, mensa civica, comunità alloggio, centro di aggregazione sociale, assistenza domiciliare, inserimento civico, assistenza scolastica agli alunni portatori di handicap. Si registra la presenza di un ambulatorio CIM. Vi è un Ospedale con camera iperbarica e dialisi. Vi sono poi, da Abbatoggia a Porto Massimo, alla Ricciolina, a Padule, a Nido d’Aquila, a via Magnaghi, a Villa Bianca, una serie di alberghi, campeggi, ristoranti, pizzerie, bar di prestigio, enoteche. A Caprera vi è un agriturismo. A La Maddalena, in via Agostino Millelire, vi è una Pretura storica; nel centro storico vi sono tre banche, due uffici postali, alcune agenzie di viaggio e tre società di navigazione per i collegamenti ogni 15 minuti con il porto di Palau.
Poca pesca, molto turismo Fino all’inizio del secondo millennio maddalenini sono stati, in massima parte, psicologicamente “dipendenti” dello Stato-Marina militare, del Comune, della Scuola, della ASL, e marittimi. Una percentuale sempre più rilevante, oggi, si avventura negli studi professionali e nel settore commerciale con alterne fortune e nella piccola armatoria privata (motobarche dignitose per i collegamenti quotidiani con le isole minori, durante la stagione turistica). Molte famiglie traggono profitto dalle seconde case messe a disposizione del settore turistico-ricettivo, mentre i proprietari di alloggi più prestigiosi incrementavano i loro profitti mettendoli, fino a ieri, a disposizione della base USA per ospitarvi numerose famiglie di militari. Nel settore dell’edilizia operano alcune piccole imprese locali, che gradatamente stanno cedendo il passo, soprattutto per le commesse più importanti sia pubbliche che private, alle grandi imprese che giungono dal Continente, assorbendo numerosa manodopera di altri paesi della Sardegna. Il settore della pesca di professione è ormai ridotto a pochissimi pescherecci e a uno sparuto, residuo, gruppo di pescatori. Chiuse dal 1960 le cave di granito, la gloriosa famiglia degli scalpellini si è praticamente estinta. Moltissimi giovani, giunti al diploma, proseguono con successo gli studi universitari.
C’era una volta il Premio “Solinas” Il livello culturale cittadino è decisamente apprezzabile: non a caso l’isola ha fornito e fornisce artisti apprezzati in vari settori dell’arte, dalla lirica all’operetta (Lia Origoni), al jazz, al canto corale, al teatro dialettale, alla poesia, alla letteratura in genere. Qui è nato il Premio “Solinas” per la migliore sceneggiatura cinematografica nazionale. È particolarmente attiva, in città, l’Università della Terza Età, attorno a cui ruotano alcune associazioni culturali impegnate nel campo della ricerca storica con diverse pubblicazioni all’attivo e iniziative di successo. Un ricercatore naturalista come Giovanni Cesaraccio, prematuramente scomparso, ha collaborato per anni con le più importanti università italiane, ottenendo entusiastici riconoscimenti. Con la Città di Ajaccio La Maddalena ha in piedi un gemellaggio fin dal 1991. Per la funzione di ponte che la città svolge tra la cultura sarda e quella corsa, scambi culturali si intrattengono periodicamente, oltre che con Ajaccio, anche con l’Università di Corte, con Bastia e con Bonifacio, sia in ambito archeologico che in ambito squisitamente storico, linguistico e naturalistico. In città si editano da anni tre periodici: “Lo Scoglio”, “Il Corriere delle Bocche”, “Il Vento”. La parrocchia gestisce una radio (Radio Arcipelago). Maddalenini sono diversi docenti in varie università italiane. In ambito sportivo, La Maddalena vanta una delle più antiche società calcistiche nazionali: l’Ilva (1903) oggi Ilvamaddalena, squadre di pallavolo, pallacanestro, e tante altre società sportive più recenti, sia di calcio che di calcetto, di tennis, di danza ritmica, di arti marziali, di ciclismo, di equitazione, di pesca sportiva, con atleti che spesso sono approdati con successo in campo regionale e nazionale. Le bellezze dell’arcipelago maddalenino, già iscritto a processo dal 1998 per diventare Patrimonio dell’Umanità, vantano siti di straordinaria fama mondiale, come la Spiaggia Rosa di Budelli (si veda Deserto Rosso di Antonioni) già posta sotto tutela dal Ministero dell’Ambiente e poi dal Parco nazionale, Cala Corsara, Cala Conneri, Cala Granara a Spargi, Cala Santa Maria e le Tamerici nell’isola omonima, Bassa Trinita, Monte da Rena e Spalmatore a La Maddalena, Cala Serena, Cala Cuticcio, Cala Brigantino, Il relitto, Cala Andreana a Caprera, Cala Lunga a Razzoli, Il pesce e Villa Marina a Santo Stefano ( vedi "Località Balneari OT" per sapere come raggiungere le spiagge e le cale citate).



Memorie dei padri corsi La parlata maddalenina antica, definita “isulanu” appartiene al ceppo corso-gallurese, ma da questo filone si mantiene gelosamente autonoma. Ciò è dovuto agli influssi della parlata del mare in generale, ma pure all’assorbimento di alcuni termini specifici liguri, livornesi, ponzesi e puteolani. La massificazione conseguente all’invasione armata sardo-piemontese del 1767 ha fatto sì che in breve tempo il villaggio originario del Collo-Piano venisse abbandonato e la comunità corsa montagnina, snaturata, optasse per la marineria e per la vita “parigina”, dismettendo i propri abiti originari, per scimmiottare i piemontesi e farsi da loro meglio accettare. Il modo di vestire dei corsi – come già scritto – ricostruito da ricercatori locali, soprattutto in Corsica, nei paesi di Zonza, Zicavo, Millelire e nella Pieve di Ornano, da cui i primi abitanti di queste isole provenivano, consta di bunneddu, caramusa, imbustu, scuffiottu, bindò (per la donna), pantaloni, camicia, giubbino e pilonu di orbace, berretta pinzuta (per l’uomo). Questi modelli sono stati riconosciuti di provenienza corsa dal sindaco di Ajaccio e dal presidente del Consiglio della Corsica del Sud, oltre a esperti dell’Università “Pasquale Paoli” di Corte. Particolarmente apprezzati dal presidente della repubblica Azeglio Ciampi, questi modelli hanno sfilato a Barcellona col coro Le Voci nel Blues e prima, naturalmente, alla “Cavalcata Sarda” di Sassari, presentati dal gruppo folk di Tempio, che li ha riconosciuti come modo originario di vestire “alla corsa” della Gallura.
I fortini Numerose sono le strutture predisposte negli anni, a partire dall’occupazione sardo piemontese, per fortificare l’isola. Le maggiori sono elencate e descritte qui di seguito. Torre di Santo Stefano. Eretta a Cala Villa Marina di Santo Stefano, operativa dal 1773, era armata di tre cannoni e difesa da una squadra di fucilieri. La torre ha pianta quadrata ed è circondata da un ampio fossato. Più volte restaurata. Forte di San Vittorio. Il primo nucleo fortificato, che sorgeva sulla base di una preesistente torre di avvistamento, aveva forma ottogonale ed era armato di cannoni, di cui il più elevato su base rotante. Abbandonato nella prima metà dell’Ottocento, fu ristrutturato e ripristinato nel 1887. Dopo una fortunata parentesi come semaforo e stazione meteo, è stata ceduta dalla Marina militare alla Capitaneria di porto per i controlli radar nelle Bocche di Bonifacio. Batteria Balbiano. Fu costruita a ovest dello Scalo Vecchio: i suoi cannoni garantivano la difesa del porto, impedendo (come avvenne con la Fauvette il 22 febbraio 1793) che navi nemiche entrassero nello specchio acqueo di sua pertinenza. Batteria di Sant’Agostino. Era la gemella tattica del Balbiano, proteggendo il centro abitato con un paio di cannoni puntati sull’imboccatura di levante, tra la diga di Cala Chiesa e Santo Stefano. Sorgeva su rocce a picco sul mare, all’inizio dell’ansa
di Cala Mangiavolpe. Praticamente scomparso, fagocitato dal centro abitato. Forte Sant’Andrea. In posizione elevata rispetto al centro abitato quando fu costruito, oggi risulta inglobato nel centro storico. Fu sede del comando delle operazioni contro i franco-corsi nel 1793. In seguito venne adibito a carcere mandamentale fino agli anni Sessanta dello scorso secolo. Restaurato di recente. Forte Santa Teresa (o Sant’Elmo). Edificato a seguito dell’esperienza maturata nel tentativo di sbarco francese del 1793, tenne per mezzo secolo i cannoni puntati sul braccio di mare di occidente, prevenendo eventuali sbarchi tra Tegge e Nido d’Aquila. Oggi è praticamente un rudere, ma sempre affascinante. Forte Carlo Felice. Edificato sul Colle di Petecchia, verso il 1807, per difendere Cala Camicia e il Canale della Moneta, è oggi il forte meglio conservato, grazie anche al restauro effettuato dalla Marina militare (che lo ha inglobato nella zona di pertinenza delle Scuole per allievi sottufficiali) e al continuo controllo esercitato da Marisardegna. Forte San Giorgio. Erroneamente noto come Forte di Napoleone, di fatto fu edificato, come il Forte di Santa Teresa, proprio a seguito delle esperienze maturate dopo il tentativo di sbarco dei francocorsi. Guarda il canale tra La Maddalena e Santo Stefano. È stato restaurato di recente.
Tre grandi feste, da giugno a luglio I maddalenini ricordano le loro origini corse con la loro prima chiesa, quella della Trinita, che fino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento si festeggiava con un ponte di tre giorni, con corse dei cavalli che giungevano per l’occasione da ogni parte della Gallura, corse ciclistiche, podistiche, danze popolari, per concludersi con la tradizionale processione campestre, lungo i sentieri del Collopiano, a cui partecipava tutta la popolazione, a prescindere dalla fede o dal credo politico di ciascuno. Da questo punto di vista la festa della Trìnita, che anche oggi si ripete nella prima settimana di giugno in tono minore, era allora molto più sentita della stessa festa patronale. Il 2 giugno di ogni anno si onora la memoria di Giuseppe Garibaldi con la deposizione delle corone alla tomba dell’Eroe, a Caprera, e al busto di Anita in Piazza Umberto I da parte di autorità civili e militari, e quindi con un convegno di studi e di approfondimenti scientifici, organizzati fino ad oggi, per il Comune, dal Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari, in collaborazione con i più apprezzati esperti a livello nazionale di storia garibaldina. Il 22 luglio si festeggia Santa Maria Maddalena, patrona dell’isola. La celebrazione della ricorrenza, a motivo della spettacolarizzazione estiva, viene inserita tra gli appuntamenti turistici di spicco della Gallura, con processione a mare (quasi a voler imitare la dimenticata Madonna dell’Assunta cara ai pescatori, a Ferragosto, povera di mezzi ma ricchissima di significati), ma soprattutto con manifestazioni canore e artistiche, “sartiglietta” e finalmente un sempre magnificato spettacolo pirotecnico di chiusura. Alla processione spesso partecipano, con le autorità maddalenine, autorevoli ospiti della provincia, ma, soprattutto, a partire dal 1991, data del gemellaggio, una delegazione dell’Amministrazione di Ajaccio, che a sua volta ospita una delegazione dell’Amministrazione dell’isola in Corsica a Ferragosto.
Una processione di belle donne «Domenica 2 Maggio (1869). Oggi ebbe a sorprendermi a Maddalena una processione di belle donne abbigliate con lusso più che non mostrasse permettere un paese sì piccolo. «Seppi che l’isola in s’ è povera, ma è domicilio prediletto degl’invalidi e pensionati marini che spesso fra giorno si vedono seduti sulla piazza del Porto ragionando con piacere delle loro gesta ed avventure marine. E’ su questa piazza che i Maddalenesi costruirono una piccola piramide in pietra sulla punta della quale poggia una delle bombe lanciate dall’isola di S. Stefano dal giovane capitano Bonaparte, ad eterna memoria di quel glorioso fatto d’armi pei Sardi. «Seppi che ogni anno entrano in questo paese oltre a 100 mila franchi in pensioni. D’altra parte il vivere in Maddalena costa poco e si ha roba scelta specialmente in pane, pesce e vino. I paesani sono parchi assai ed amano nelle lor donne il lusso continentale. Trovai giusta la rinomanza della bellezza delle donne di quest’Isola. «Questa popolazione è eminentemente marittima, composta di donne, vecchi ed infanti, essendochè quasi tutti gli uomini validi servono alla marina reale, o su bastimenti di commercio, o navigano per conto proprio. «In quest’isola sonovi stabilite diverse famiglie continentali e qualche famiglia inglese, fra le quali il Sig. Giacomo Webber, ora assente. Desideroso però di vedere i suoi lavori agricoli, il di lui figlio accolse con cortesia la mia visita alla sua villa. Benché indisposto, volle servirmi di guida egli stesso.(…) «L’abitazione del Sig. Webber è elegante: offre tutti i comodi della vita ed ha le adiacenze necessarie. «Entrato nel recinto difeso da muri, alti sei metri, trovi un bellissimo e ricco frutteto di oltre 150 varietà delle più ricercate e saporite frutta fatte venire appositamente da varii paesi non curando la spesa. Il frutteto nell’interno del chiuso, è intersecato e difeso da siepi secche di fitte frasche alte due metri quasi labirinto ed a riparo maggiore dai venti per le piante fruttifere. «Essendo il terreno, specialmente presso il muro di cinta, popolato di formiche, il Sig. Webber se ne difende con ingegnoso modo. Isola egli, a così dire, ogni pianta con creta formando un circolo a guisa di piatto intorno al quale gira una scanalatura piena di catrame che le formiche non possono oltrepassare. «Oltre al ricco frutteto ammirai entro quel chiuso coltivati vari boschetti di cedri, aranci e limoni.(…). Visitai le belle e ben tenute sue vigne. Assaggiai vino bianco e nero di 14 anni, fatto colle viti della Parola le quali continuamente aumentano, mediante le cure del Sig. Webber, e di prodotto e di piante. Sì l’uno che l’altro vino era eccellente, ed il bianco liquoroso».

da Francesco Aventi, Viaggio insolito nell’isola di Sardegna, Bologna, 1869.

Testi di Gian Carlo Tusceri




Zuppa di Pesce alla Sarda, La Maddalena informazioni turistiche ed enogastronomiche
Parco di La Maddalena, ranuncoli a Santa Maria

Home Page | Località Sarde | Piatti Tipici | Cultura Sarda | Territorio | Spazio Aziende | Musica Sarda | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu